KNOCKED LOOSE
BOSTON MANOR – PALEFACE SWISS – STAND ATLANTIC – GORILLA BISCUITS – HAWTHORNE HEIGHTS – HOLYWATR – FIKS – RAW POWER – SHORELINE – WEL
Perdere la testa per non impazzire è stato il filo conduttore delloSlam Dunk al Circolo Magnolia, a Milano. Un festival pienamente hardcore, capace di regalare soddisfazioni per la varietà e la qualità delle band che si sono esibite, dove ballare, saltare, pogare e uscire dall’ordinario per qualche ora permette di essere finalmente sé stessi e sfogarsi senza chiedere permesso. La fanbase hardcore, come scrissi nell’articolo dell’anno scorso, è una delle migliori a livello di appartenenza. Una community solida, un pubblico che si distingue sia per l’energia e il dinamismo che porta sul parterre che per la capacità di rispettare gli altri. Un pubblico che poga e balla fino allo stremo, ma che è sempre pronto a rialzare un compagno che cade, o più semplicemente a buttare un mozzicone nell’apposito cestino. Il Circolo Magnolia si è lasciato invadere dal pubblico mettendo a disposizione un palco piccolo e uno più grande, con le band che si alternavano fra uno stage e l’altro per aggiungere dinamismo ad un festival già frenetico ed esplosivo.
Ad aprire il festival la band pop punk, fra l’altro nostrana, degli WEL, che riescono fin dai primi secondi a rapire un pubblico che è già abbastanza numeroso dai primi minuti del festival. Dolci e spietati, gli WEL sanno coinvolgere e trascinare grazie ad una sonorità fresca e a dei testi in cui ci si può rispecchiare chiunque, oltre che ad una presenza ottima sul palco.
Subito dopo suonano gli Shoreline, band hardcore/emopunk tedesca, dal timbro malinconico ma incisivo. Ecco, gli Shoreline sono sicuramente una band da recuperare e non sottovalutare. Un’identità unica sul palco, con un sound riconoscibile ed emotivamente coinvolgente, e un’attitudine da band di punta. È davvero difficile fermarsi con i pregi per una band che probabilmente ha regalato una delle performance migliori di questa edizione.
Per chiudere le quote italiane abbiamo i Raw Power e Fiks. Due modi completamente diversi di vivere il mondo punk. Da una parte, i Raw Power, band storica del panorama hardcore punk italiano e veterani del genere, portano sul palco il loro stile senza tempo che, fra cavalcate di chitarra, salti e urla regalano una performance invidiabile. Dall’altra Fiks, artista che ha militato ne La Sad e che adesso sta portando avanti la sua carriera solista. Un live sporco, grezzo, pienamente in tema con l’atmosfera, da urlare e godere e pogare sotto palco. Due mondi apparentemente diversi, divisi dal tempo e dalle generazioni, che si uniscono sotto lo stesso segno e lo stesso genere.
Poi, subito dopo, loro. C’è un prima e un dopo Holywatr per questa edizione. Non mancano di nulla, la presenza sul palco è spettacolare, tutti i membri della band sono freneticissimi ed affiatati, con un frontman che ora si sdraia per terra, poi sbraccia mentre canta usando una voce talmente bella e pulita da sembrare in playback, alternando growl e linee vocali pulite e intonatissime. La band è stata uno spartiacque, creando un’atmosfera molto hardcore che si sarebbe portata avanti per tutto il festival impostando un livello di qualità altissimo dal quale non si può più scendere. Il pubblico lo sente, iniziano a crearsi i primi wall of death e moshpit più spinti e corposi.
Da questo momento in poi avviene una divisione fra i due palchi. L’alternanza delle band non diventa solo temporale, ma anche di genere. Il secondo stage vede band più alternative rock ed emo che hardcore. Tralasciando l’ordine cronologico dell’evento, ad onore di pulizia e chiarezza, vi descrivo separatamente le performance delle band del palco grande e del palco piccolo.
I primissimi protagonisti di quest’ultimo sono gli Hawthorne Heights. Band emo/post-hardcore storica che spezza il ritmo incalzante degli Holywatr con pezzi più melodici alternati a momenti più estremi, con una batteria più spinta e una cavalcata di chitarra più lenta e distorta. Con i loro cavalli di battaglia, tra cui Niki FM e Ohio Is for Lovers, fanno viaggiare il pubblico in Ohio, stato natale della band, regalando uno spettacolo intenso e nostalgico per gli amanti del genere. Sono maestri dell’esecuzione, curano ogni aspetto della performance e interagiscono molto col pubblico, rendendo il live accogliente e piacevole.
Successivamente gli Stand Atlantic, band australiana dalle sonorità variegate e piene di influenze di vari generi, tra cui pop, pop punk, rap ed elettronica. In live suonano benissimo, in particolare Bonnie Fraser, frontman, riesce ad avere una pulizia nel cantato fuori dal comune ed un’energia contagiosa che trasmette al pubblico.
Stessa energia da alternative rock che passano i Boston Manor, band inglese che conclude l’evento sul palco secondario. La band è il punto d’incontro perfetto fra la veracità del pop punk e la delicatezza dell’alt rock; portano sul palco un live graffiato ma dolce, come miele piccante, che fa sia ballare che perdere nei testi e nelle melodie malinconiche e crude delle canzoni.
Il palco principale invece vede come primi protagonisti i Gorilla Biscuits, band hardcore punk newyorkese fondata nella metà degli anni ottanta, portano sul palco un’energia unica e definibile come generazionale. La stessa energia e lo stesso dinamismo si possono incrociare solo ai live di band storiche del genere, come i Cockney Rejects (storica band punk pioniera dell’Oi! fondata a Londranel 1978). Tutti i componenti della band saltano e si muovono, ma fra tutti spicca Anthony Civarelli, alla voce, che per buona parte del live rimane nel pit, fra palco e pubblico, oppure addirittura in mezzo al pubblico, cantando in faccia agli spettatori e ballando unendosi a loro, regalando un live intenso e fuori dagli schemi.
Poi i Paleface Swiss, band metalcore/beatdown hardcore svizzera, che aumentano ancora il ritmo del festival portando un’esibizione quasi teatrale, integrando molto il pubblico durante la perfomance. Fra inviti a saltare, a fare moshpit sempre più grandi e wall of death sempre più spinti, il tutto accompagnato da dei pezzi eseguiti con precisione e ardore straordinari, i Paleface tengono la soglia dell’attenzione sempre altissima durante tutta la durata del live, preparando il pubblico per le ultime band.
Ma nel frattempo il sole è sceso, e quindi, il buio. Nel buio, in mezzo al palco, si staglia una croce. Poi si illumina; è il momento dei Knocked Loose. L’apoteosi dell’hardcore. La fusione di tutto ciò che è stato detto fino adesso, aggiungendo uno spettacolo di luci ed una scenografia che rende tutto quasi surreale, biblico, profano. La croce, ripresa dalla copertina della loro ultima fatica You Won’t Go Before You’re Supposed To, si illumina e cambia colore a seconda del pezzo. Dietro di loro scorrono foto di croci e frasi, mentre nel pubblico un andirivieni di facce, di mani e di gambe trasforma gli spettatori in una macchina impazzita. Qualcuno cade, com’è normale che sia, e quando qualcuno cade qualcun altro lo rialza. La band non si ferma, alza costantemente il tiro, vuole farli sudare, vuole farli muovere, farli perdere la testa. A livello di tecnica sono altissimi, con una cura maniacale di ogni singolo passaggio delle canzoni ed una esibizione talmente pulita ma pesante da sembrare quasi paradossale.
Lo Slam Dunk, paradossalmente, potrebbe essere un festival adatto sia agli amanti del genere sia a chi vuole sperimentare un po’, uscire dalla zona di comfort, oppure regalarsi semplicemente qualche ora in cui ballare senza freni e ascoltare musica. Per essere sé stessi. Per perdere un po’ la testa, senza impazzire.
Riccardo Rinaldini