Skip to main content
Kneecap @ Sequoie Music Park

Kneecap @ Sequoie Music Park

| Alessandra D'aloise

Bologna, 16 Giugno 2026

Il mondo è bello perché è vario. Coesistono artisti come Francesco De Gregori, che ultimamente ha rivendicato il comodissimo diritto di non prendere posizione sulle questioni politiche del proprio tempo. E poi, per fortuna, esistono i Kneecap, che hanno costruito la propria carriera facendo esattamente il contrario. Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaínon sono soltanto una delle band hip hop più interessanti emerse negli ultimi anni dall’Irlanda. Sono un fenomeno culturale e politico che ha scelto di utilizzare la musica come strumento di lotta, di provocazione e di racconto. Nati nei quartieri repubblicani di Belfast, hanno costruito la propria identità artistica attorno alla difesa della lingua irlandese, alla memoria del conflitto nordirlandese e a una critica serrata del potere politico. Negli ultimi anni, però, il loro sguardo si è allargato ben oltre l’Irlanda, trasformandoli in una delle voci più esplicitamente schierate a sostegno della causa palestinese all’interno della scena musicale europea.

Martedì 17 giugno, al Sequoie Music Park di Bologna, il trio ha trasformato l’apertura della rassegna estiva in qualcosa di molto diverso da un semplice concerto. Più che uno show, una dichiarazione d’intenti. Più che un’esibizione, una piccola insurrezione danzante. I brani si susseguono come manifesti lanciati da un’auto in corsa. Beat martellanti, bassi profondi e quell’alternanza continua tra inglese e gaelico che, anche quando non viene compresa parola per parola, trasmette un’urgenza immediatamente riconoscibile. Non serve capire tutto: il punto non è la traduzione, ma l’energia. Quando partono Éire Go DeoGet Your Brits Out e FENIAN, nessuno sembra preoccuparsi troppo di cogliere ogni singola sfumatura del gaelico. Quello che conta è il colpo allo stomaco dei bassi, l’immediatezza dei ritornelli e la capacità della band di trasformare ogni pezzo in un coro collettivo. La scaletta è costruita con intelligenza e cattiveria: pesca dal nuovo materiale senza dimenticare i brani che hanno reso i Kneecap un caso internazionale. Il risultato è un concerto che non perde mai quota, sempre in bilico tra festa di quartiere, manifestazione politica e finale di coppa europea. L’impressione, a tratti, è quella di trovarsi più in una curva che sotto un palco. I Kneecap dirigono il pubblico come capi ultras dell’antifascismo internazionale, alternando canzoni, slogan e cori collettivi. In uno dei momenti più significativi della serata, il trio interrompe il concerto per invitare sul palco Josè Nivoi del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova. Gli viene lasciato spazio e microfono per raccontare le ragioni delle mobilitazioni e degli scioperi portati avanti dal collettivo, da anni impegnato anche nelle campagne contro il transito di armi destinate ai teatri di guerra, in particolare Gaza. Una scelta perfettamente coerente con la filosofia della band: utilizzare la visibilità conquistata attraverso la musica per amplificare battaglie politiche e sociali.  Il finale con Bella Ciao, cantata da migliaia di persone sotto il palco, è apparso quasi inevitabile. Non come un rituale nostalgico, ma come la naturale conclusione di una serata in cui Belfast, Bologna e Gaza sono sembrate improvvisamente meno lontane tra loro.

Per il trio di Belfast, la politica non è un elemento accessorio dell’arte: è il motore stesso della loro esistenza artistica. Non un tema da affrontare occasionalmente, ma il linguaggio con cui leggere il mondo e dialogare con migliaia di persone. Ed è probabilmente questo il segreto del loro successo. Riescono a parlare di colonialismo, repressione culturale, identità nazionale, Palestina e antifascismo senza mai assumere il tono della lezione morale. La loro è una musica che fa pensare senza rinunciare a far ballare, che prende posizione senza perdere il senso dell’ironia e della festa. In tempi di slogan vuoti, neutralità di comodo e indignazioni prefabbricate, l’autenticità dei Kneecap è diventata un bene raro. E proprio per questo continua a riempire i concerti.

In copertina: foto d’archivio