“The art is the artist”.
Quando si parla di Stu Larsen nessuna frase credo sia in grado di definirlo meglio di così.
Australiano d’origine, apolide per indole o per necessità, Larsenarriva al suo quarto lavoro sulla lunga distanza (dopo Vagabond, Resolute e Marigold) con Solitude, uscito per la Nettwerk, etichetta indipendente che vanta tra le proprie fila gemme come Alice Phoebe Lou, James Vincent McMorrow, Night Tape. Stupubblica il disco dichiarando in maniera esplicita e quasi pragmatica le proprie intenzione: un anno intero in solitudine, dodici paesi diversi, dodici brani.
Il risultato, come è facile aspettarsi, è un viaggio che corre su due binari: il primo più banalmente geografico, che porta il nostro dalla Nuova Zelanda, all’Italia, alla Germania, alla Patagonia.
Il secondo, parallelamente, si sviluppa su un piano maggiormente emotivo, spirituale, in alcuni casi addirittura terapeutico.
Dodici brani che partono “da casa”, ovvero Nuova Zelanda e Australia, da un mattino nebbioso (Misty Morning), brano Larseniano se ce n’è uno, chitarra folk sulla quale fa capolino un’armonica non scontata e decisamente riuscita e Xanadu, primo faccia a faccia con la solitudine causata dalla fine di una relazione… qualche eco boniveriano qua e là, pezzone comunque.
Malinconia che tuttavia torna protagonista in maniera decisiva in Shelter, che parte benissimo solo piano e voce, per poi svilupparsi in un crescendo che sa un pò di già sentito, salvo poi rinsavire nel finale, nuovamente a far fronte alla solitudine potendo contare solamente sulla propria voce.
Sarà un pò questo il tratto distintivo di Solitude, un oscillare regolare tra momenti più vivi (Other Side) ad altri nel quale il cuore si apre, quasi a ringraziare (I’ll Be Your Hallelujah, a mio avviso il vero vertice artistico del disco) o a fare i conti con il presente (Nobody Knows).
Solitude è esattamente quello che ci si aspetta da un disco di Stu Larsen, che si conferma un grandioso autore di canzoni, una penna magnifica con un’innata capacità di creare poesia. Solitude è il manifesto del suo folk, ed Eden ne è la sua sublimazione, un brano di oltre 9 minuti, una necessaria quanto dolorosa discesa nel proprio inconscio per riemergere facendo pace con se stessi. Larsenpare insegnarci a non riempire il vuoto, ma a conviverci, e perchè no, ad abitarlo.