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Queens of the Stone Age

Perfecth

Matador Records
30 Ottobre 2026
di Andrea Riscossa

Qual è il posto dei Queens of the Stone Age nell’universo musicale di un quasi cinquantenne? Dove li metto, tra quali album, tra quali band, al netto di una noiosa divisione alfabetica? Quali QotSA ho amato? Perché esistono mille facce di questa band, escludendo l’incredibile tendenza alla migrazione di massa dei suoi componenti. Forse li ho sempre considerati come un collettivo, un piccolo sistema solare che rotea attorno al suo centro, quel Josh Homme che ha le chiavi di casa e detta la linea. Forse, molto più che per altre band, esistono delle “ere geologiche” per i QotSA, fatte di sonorità originarie, altre più mainstream, altre ancora più esplorative. 

Non è stato un ascolto semplice, quello del loro nono album, intitolato Perfecth, sgrammaticato per deridere la stessa parola che contiene un messaggio errato, secondo la band. Nulla è perfetto, neanche la parola stessa, neanche questo disco.
È spiazzante, sentire il gusto dei Fleetwood Mac nella seconda traccia, e alla terza pensare a quanto assomiglino ai Faith No More nella loro età dell’oro.
Phantom Limb sembra essere posseduta dagli Alice in Chains, a un tratto testo e musica si tuffano dentro No Excuses, così de botto, senza senso.
È spiazzante vedere come l’album viri dopo Mono, elegantemente a tempo sghembo, cupa, strisciante e vellutata.
Spiazzanti sono i temi, ma lo vedremo dopo.  

Questa è la versione più matura dei QotSA, ormai lontani da testi e sonorità legati ad altri tempi, luoghi e relazioni. Sono educati e sarcastici, con capelli ben pettinati e luci soffuse, uno sguardo da modelli, come Mr. Homme ama ormai apparire, da qualche tempo.
Perfecth è un piccolo regno dei mid-tempo, terreno perfetto per mostrare la versione più elegante dei QotSA, con archi ad accoglierci nella open track It’s Only Love, che, come dicevo poc’anzi, lascia spiazzati: è una strana sensazione, come quando credi di aver sbagliato a suonare il citofono e risponde una voce inattesa. Sono inattesi, confermo, vostro onore.

Le canzoni sembrano procedere in modo casuale, Mono, come dicevo, segna una cesura e porta altrove. From the Cliff è fatta di voce, percussioni e chitarra acustica, lento crescendo, poi torna essenziale. Sicuramente l’altalena di stili e la varietà fanno dell’ecosistema di Perfecth un luogo divertente dove perdersi. Sunday è un pezzo scritto anni prima per Iggy Pop, figlio di un bel riff di chitarra e basso. Il pezzo, non Iggy. Anche se.
Easy Street è il primo singolo dell’album, brano cantato con Nikki Lane, e di nuovo siamo spiazzati e tramortiti da un quasi-flamenco fatto di chitarre e battiti di mani, elegiaco ed etereo, in cui si tratta con eleganza di violenza e alcool.
Chiude il tutto Run Away From The Mob, altro pezzo molto particolare, che nasce quasi Motown per poi impazzire al minuto tre. Ottima scelta per lasciare un buon gusto in bocca a pasto finito.
Ma è nella prima traccia che troviamo la chiave di tutto. Come un’invocazione alla Musa, Insignificant Other porta al suo interno un po’ la chiave del disco, svelata da Homme in varie interviste. Perché, paradossalmente, questo è il primo album dei QotSA che parla di amore. From the Cliff è una canzone che parla del “salto nel blu”, non originalissima metafora che rappresenta però il sapere cosa comporta darsi a qualcuno. A volte è un amore panico, non per forza legato alla coppia. Per amici, per affetti, per sostanze psicotrope, per chiunque, per sé stessi. È un amore maturo, consapevole e rilassato, presente anche nell’atto di lasciar andare le persone, rimanendo saldi nel proprio equilibrio.
Cosa sia successo perché si passasse dai temi di Times New Roman, di fatto un atto pubblico di elaborazione di lutti vari, a quelli di Perfecth è rintracciabile nella biografia del signor Homme.
Negli ultimi tre anni è passato attraverso un divorzio, dopo dodici anni di matrimonio (e tre figli), lutti a perdita d’occhio, tra cui il suo miglior amico, Rio Hackford, nonché Mark Lanegan, cui doveva buona parte della sua rinascita artistica dopo la fine dei Kyuss, e Taylor Hawkins. C’è stato un tumore, da cui è guarito nel 2023, c’è stato il malore nel 2024 durante le date italiane del tour, la registrazione nelle catacombe parigine con una branda vicino al microfono. Insomma, un periodo piuttosto agitato. Questo album è una piccola antologia su come esorcizzare il dolore attraverso l’amore, sul potere salvifico e distruttivo dei nostri sentimenti.
Forse non è un discorso completamente a fuoco, quello che troviamo all’interno del loro ultimo disco, ma Homme ha dichiarato che la tracklist è programmaticamente disorientante. E ha detto che si tratta del suo disco più “facile”, quello che ha richiesto meno sforzo per vedere la luce.
Ciò non toglie che nei pezzi si trovino ancora molti esempi di lucido cinismo e critica sociale, ma c’è un tono generale di accettazione e benevolenza. Mentre Homme si prende gioco della società, del lavoro e della sobrietà, in realtà ci sta dicendo che è l’amore per gli altri che salverà tutti. E lo fa con melodie (sì, melodie) decisamente retrò, tanto che questo album sembra un’antologia di pezzi presi a caso dagli scaffali di casa sua. 

Dopo vari ascolti e altalenanti valutazioni, posso quasi serenamente incasellare questo disco come uno di quegli album che cambia completamente a seconda dello stato d’animo di chi ascolta. O della temperatura della luce presente, o dell’ora, o della qualità dei rapporti umani in cui si è inciampati quel dato giorno. 

Non sono i QotSA che conosciamo, in Perfecth emerge un loro lato che finora era rimasto nascosto o che, semplicemente, era marginale o in nuce per mere questioni anagrafiche.
Se siamo testimoni della fine di un’era e dell’inizio di una nuova fase lo sapremo soltanto nella prossima puntata.