Sabato sera all’Estragon la scena era quella delle occasioni giuste: sala piena, pubblico trasversale e quell’aria da “serata indie importante” che a Bologna ancora riesce a materializzarsi senza troppi sforzi. Il merito va anche al Covo Club, che ha portato in città i Bar Italia, trio londinese diventato negli ultimi anni una presenza quasi fissa nelle playlist di chi ama le chitarre malinconiche e i gruppi che sembrano sempre sul punto di sciogliersi ma non lo fanno mai. La band è in Italia per tre date dedicate alla presentazione del loro ultimo disco Some Like It Hot, tappa intermedia di un mini tour che li sta portando nei club europei con la loro nuova veste sonora.
Dal vivo confermano il loro fascino sghembo: entrano sul palco con l’aria di chi è appena uscito a prendere una sigaretta e si è ritrovato davanti a qualche centinaio di persone. Nina Cristante, Sam Fenton e Jezmi Tarik Fehmi mostrano grande complicità sul palco, alternandosi alla voce e agli strumenti. Pochi convenevoli, molta chitarra, una certa indifferenza molto britannica che fa subito atmosfera. Il set pesca parecchio dall’ultimo disco, pure troppo, quello della svolta più pop. Più melodie, più struttura, meno nebbia chitarristica. Tutto funziona, per carità: i brani scorrono, il pubblico annuisce, qualcuno canta anche. Però, diciamolo con affetto, chi si era innamorato dei primi lavori, quelli più sfilacciati, più post punk, un filo di nostalgia la prova. A salvare qualsiasi dubbio estetico ci pensa Nina, la cantante, vera calamita del palco. Non è solo questione di voce: è una presenza scenica fatta di movimenti morbidi, quasi coreografici. Ballava in maniera soave per tutta la durata del concerto, con una grazia ipnotica che trasformava ogni pezzo in una piccola danza notturna. A un certo punto ti rendevi conto che stavi ascoltando la musica con un orecchio solo, perché gli occhi erano inevitabilmente fermi lì. Impossibile distogliere lo sguardo. Intorno a lei le chitarre costruiscono il solito paesaggio sonoro: riverberi, linee oblique, melodie che sembrano arrivare da qualche seminterrato di Londra sud. Quando il trio si lascia andare ai momenti più ruvidi, quelli che ricordano il vecchio repertorio, la sala reagisce con entusiasmo più rumoroso, quasi liberatorio.
Il concerto scorre veloce, senza troppi discorsi e senza grandi gesti teatrali. Un’ora abbondante di musica che lascia l’impressione di una band in transizione: un piede nel nuovo pop malinconico, l’altro ancora piantato nel fango glorioso del post punk. Alla fine si esce dall’Estragon con la sensazione che i Bar Italia restino un gruppo affascinante proprio perché un po’ irrisolto. E mentre la gente si riversa nel parcheggio, qualcuno discute già della nuova direzione sonora, qualcun altro canticchia un ritornello, e più di una persona, probabilmente, sta ancora pensando a quella danza lenta e ipnotica sul palco. Personalmente, però, continuo a preferirli nella loro fase più post punk: quella più ruvida, meno levigata. Questa svolta pop è interessante, ma almeno per ora, non riesce ancora a conquistarmi del tutto.
Alessandra D’aloise