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Dirty Three @ AMP Festival

Location

Teatro Comunale (Vicenza)

Data

27/10/2026

E quindi eccoci qui.
Dirty Three.

Unica data italiana, a oltre dieci anni dall’ultima volta e prima serata del nuovissimo (e splendido) AMP Festival, che nella magnifica cornice del teatro comunale di Vicenza ospiterà nelle prossime settimane artisti del calibro di Tortoise, Robyn Hitchcock, C’Mon Tigre. Così, per gradire.

Incidentalmente è anche la prima data del tour europeo del trio australiano e quindi, almeno per il sottoscritto, che non li incrociava dal lontano 2012 all’auditorium Malkovich, la curiosità è alta e le aspettative ancora di più.

Il teatro è quasi (tutto?) esaurito, mentre mi accomodo mi passano davanti Giovanna Cacciola e Agostino Tilotta degli Uzeda e poco dopo le 21 un applauso convinto accompagna l’annuncio del personale di sala che comunica la propria adesione allo sciopero generale del 30 ottobre. Segue l’introduzione al festival da parte del direttore artistico ed ecco che sulle note di Lido Shuffle di Boz Scaggs (non conoscevo la canzone, non conoscevo il signor Scaggs, ammetto candidamente di aver acceso Shazame scopro ora che è il brano che ha aperto anche tutte le date del tour americano di qualche mese fa; il motivo di tale scelta mi è tuttora ignoto) guadagnano il centro del palco i nostri. Jim White e Mick Turner, batteria e chitarra, si presentano con una sobria camicia e pantalone e in maniera appena percettibile iniziano a creare la trama di Love Changes Everything, dal loro ultimo album in studio di un paio di anni fa. 

Warren Ellis è di tutt’altro avviso: pantaloni cadenti, stivaletti dal tacco pronunciato e discutibile giubbotto argentato che à la James Brown si fa togliere da un fonico; toglie anche un’altra giacca, che lancia di lato, estrae il violino dalla custodia che calcia poi in malo modo, lancia quindi anche l’archetto, fa cadere l’asta e il microfono, aizza il pubblico con schiamazzi e grida, sale su una sorta di rialzo accanto alla batteria, ri-scende, sputa, balla, si sistema al piano, suona un paio di note per poi rialzarsi urlando e riprendendo le sue caratteristiche movenze, torna alla tastiera, improvvisa qualche altro accordo, qualche fraseggio coi suoi sodali, suona con uno stivale, manda baci al pubblico. 

E questo nei primi cinque minuti di concerto.

Essendoci già passato non sono affatto stupito da quanto sta accadendo pochi metri davanti a me, ma diciamo che la prima parte di concerto è un tantino caotica, anche quando Warren impugna il violino la magia che i Dirty Three sanno creare ci mette un pò a montare, complice forse anche l’irresistibile voglia del barbuto “frontman” di interagire col pubblico. Ora invitando la gente ad occupare lo spazio sotto il palco, ora ricordando Steve Albini (al quale dedicherà Indian Love Song), ora parlando del suo defunto cane e abbaiando di conseguenza, ora facendo un appello agli “unici due spettatori sotto i 25 anni che vogliono formare una band”, ora invitando il pubblico ad unirsi al coro, ora facendo il momento richieste, che porterà una magnifica versione di Sue’s Last Ride. Per completezza d’informazione la scaletta sarebbe stata completata da uno dei loro pezzi più belli (almeno a mio avviso), ovvero Some Summers They Drop Like Flys e dagli ultimi due movimenti di Love Changes Everything.

Detto quindi di una prima parte che procedeva per sussulti, improvvise accelerazioni, curve, inversioni di marcia repentine, quando la musica si è presa il centro della scena sono stati occhi lucidi ed emozioni vere per tutti. 

Non scopriamo certo oggi la grandezza dei Dirty Three.

Una grandezza composta da sublimi melodie e slanci sonici, improvvisazione e minimalismo, e che portano la firma della schiva, misurata ma sempre presente chitarra di Mick Turner (anche troppo sulle sue forse…) che si contrappone alla figura dirompente, eccessiva, imprevedibile, geniale, di Warren Ellis.
E Jim White? Lui rappresenta la crasi dei suoi due compagni di viaggio: misurato nei movimenti, composto, elegante, con quell’impugnatura della mano sinistra, e travolgente quando i volumi si alzano e c’è bisogno di far viaggiare la macchina.  
Alla fine è lui a rubare più di tutti la scena. La sua performance è un crescendo lungo le quasi due ore di concerto, che culmina con un incessante, estenuante, straordinario finale, dove per quasi dieci minuti la batteria diventa un portale verso uno stato di trance, ascesi, beatitudine, chiamatelo come preferite ma il rapimento (mistico e sensuale?) degli oltre 800 presenti ne è chiara testimonianza.
Prima Ellis, seguito a poca distanza da Turner lasciano il palco, un rapido saluto verso il pubblico.

White rimane ancora per qualche minuto, a farci godere ancora un pò di tale esperienza, dopodiché si alza pure lui, spegne il violino di Warren Ellis che stava ancora fischiando e se ne va, con le luci del palco già spente.

Mi alzo e realizzo che ho assistito ad un concerto straordinario, imperfetto, entusiasmante, sfuggente, onirico, caotico. Fatalità tutti aggettivi che calzano a pennello anche ai Dirty Three. 

Quando si dice autenticità. 

Alberto Adustini