C’era una volta la riviera romagnola la settimana di ferragosto. Le serate in discoteca, le feste nei chiringuitos in riva al mare e il BayFest.
Tra il 12 e il 14 agosto, al Parco Pavese di Igea Marina é andata in scena la V edizione del festival punk rock più amato del nostro paese. La line up ricca, anzi ricchissima, é stata in grado di attirare persone da tutta Italia, anche se sarebbe più corretto dire da tutta Europa.
Varcata la soglia mi sono ritrovata in un marasma di individui completamente diversi tra loro (punk, alternativi, gente in kilt) ma che parlavano tutti la stessa lingua: la musica.
Tre giorni di concerti, uno dietro l’altro, un via vai continuo di performer che hanno riempito le nostre giornate tra un bicchiere di birra e l’altro.
Band italiane e eccellenze internazionali si sono alternate sul palco: nessun ritardo nella scaletta, le performance spaccavano il secondo. Ma andiamo con ordine.
Primo giorno
Con quel misto di eccitazione e trepidazione che accompagna ogni nuova esperienza io e i miei compagni di avventure varchiamo la soglia del Parco. Sembra di essere stati catapultati in un altra dimensione: tutti sono felici e rilassati, pronti a godersi lo spettacolo che sta per incominciare.
Se i presenti sono stati relativamente calmi durante il concerto dei Masked Intruders con i Punkreas ho capito cosa mi sarei dovuta aspettare in quei tre giorni: il delirio.
L’eroe della giornata, per me, è stato Frank Turner che si è lanciato il una performance scatenata che è terminata con lui che ballava tra il pubblico.
Con i Nofx c’è stata una esplosione di grinta. Quando Fat Mike, in abito succinto rosso e capelli azzurri, si è presentato sul palco il pubblico é impazzito. Sotto il palco c’è stata una vera e propria tempesta di sabbia causata dal pogo sfrenato e senza sosta dei fan. C’erano i giovani e i meno giovani ma tutti erano animati dallo stesso fuoco e dalla stessa passione chiamata punk.
Secondo giorno
Per me è stato il migliore di tutto il festival.
Nonostante i Less Than Jake, i Good Riddance e i Pennywise abbiano fatto un grandissimo show e ci abbiano fatto cantare, ballare e pogare non possono reggere il confronto con i protagonisti indiscussi della giornata: gli Ska-p.
In un mondo dominato dal reggaeton ci pensano loro a ricordarci che la musica spagnola é molto di più.
Non sono canzoncine che ti tengono compagnia durante le lezioni di zumba o gli aperitivi, gli Ska-p ci sbattono in faccia i loro ideali. La libertà, l’antifacismo, la critica alle tradizioni sbagliate e gli orrori delle istituzioni.
Non sono solo dei cantanti, sono dei veri e propri performer. Il loro non è un semplice concerto è un tripudio di suoni, colori e costumi. Il momento più alto e toccante del concerto si è avuto con CrimenSollicitationis, la canzone che accusa il Vaticano per aver coperto i preti pedofili. Li, quando un paio di enormi ali nere si sono aperte per far librare in volo il prete corrotto, ho avuto i brividi. Anche il pogo, con gli Ska-p era diverso. Non era una battaglia all’ultimo sangue, é stata una danza. Un ballo tra migliaia di persone, unite dagli ideali di pace e antifascismo della band. Da El Gato Lopez fino al grido di Insistimos de El Vals De L’obrero non c’è stato un momento di pace. Ah, vi ho detto che in tutto questo il buon Pulpul ha cantato su una sedia a rotelle? Eroi.
Terzo giorno
Ultimo giorno, stanchi e provati dal viaggio, dai concerti precedenti e dalle partite di beach volley arriviamo al parco Pavese. Non ho più voce, uno dei miei compagni di viaggio si è rotto il dito di un piede. Sembriamo reduci da qualche battaglia ma non basta certo così poco a fermarci. É la sera degli Offspring, uno dei miei gruppi preferiti. Gli Shandon ci danno la carica che ci serve per affrontare al meglio questa serata. Sangue e Lava dal vivo é da brividi. Il pomeriggio scorre tranquillo. I Dead Kennedys scaldano il palco in attesa degli headliner e si fanno amare. Il loro frontman é uno showman: balla e dialoga con il pubblico.
Poi è il loro turno, gli Offspring stanno per arrivare. Me la sento e decido di puntare alle transenne: sono una povera illusa. Quando i californiani salgono sul palco, e partono le prime note di Americana, il pubblico impazzisce e inizia a pogare senza sosta. E io sono lì, bloccata nel mezzo. Mi sono dovuta dare alla fuga prima della fine della canzone. Bilancio: un livido sulla schiena e moroso disperso. Non male.
Gli Offspring mi sono sembrati decisamente sottotono e fuori forma, per non parlare del fatto che Dexter non riesca più a raggiungere determinate tonalità. Tuttavia sono riusciti a farci cantare e ballare, come fanno da 20 anni a questa parte.
Questo è quello che è successo al Bay Fest.
Una festa, in puro stile romagnolo dove la musica, il divertimento e la solidarietà sono al centro di tutto.
Un luogo dove nascono amicizie e dove si fanno incontri inaspettati. Un evento in cui anche se vieni sorpreso da un temporale che ti lava da cima a fondo non ti importa perché l’importante è continuare a cantare.
C’era una volta, e per fortuna c’è ancora, il Bay Fest.
Testo di Laura Losi
Foto di Luca Ortolani | Daniele Angeli (Offspring)
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“Ciao mi chiamo Francesco sono il cantante dei NOP e questo è il nostro singolo…”
Ecco come ho conosciuto la musica di questi cinque ragazzi bolognesi che prima di essere una band sono soprattutto un gruppo di amici e sono Francesco Malferrari, Claudio Bizzarri, Gianluca Davoli, Marco Righi e Andrea Pirazzoli, ed ecco come ho scoperto il loro singolo Le strade di Bologna.
Ricordo di aver pensato due cose dopo il primo ascolto… La prima è stata: “Che bravi!” e la seconda è stata: “Finalmente qualcosa di diverso”. Sì perché ascoltare qualcosa di diverso da quello a cui ci stiamo abituando è davvero cosa rara, così com’è raro trovare qualcuno che faccia musica nel vero senso della parola. Se Spotify avesse tra le sue play list una Scuola Rock e non solo una Scuola Indie, i NOP ne farebbero sicuramente parte.
Con loro è possibile staccarsi completamente dalla massa e da quell’ammasso (se così possiamo definirlo) di musica che sembra non avere neanche più un confine. Che fine ha fatto il vero pop, ma soprattutto che fine ha fatto il vero rock italiano? Mettendo da parte le domande sulla fine dei vari generi musicali, con quella creata da questi ragazzi è possibile ritrovare gran parte di ciò che sembra apparentemente perso. E’ possibile intravedere e ritrovare quel confine che delinea ciò che fanno gli altri da ciò che fanno loro, ma soprattutto è possibile ricaricare le batterie e allo stesso tempo lasciarsi “coccolare” da testi che vanno a toccare corde profonde dell’anima, come il loro secondo singolo L’unico per te
Dopo anni di gavetta, prove e live, questi due singoli rappresentano solo l’inizio di una nuova storia tutta da scrivere che prenderà definitivamente forma con l’uscita del loro album di debutto, ma lasciamo che siano loro a raccontarci qualcosa in più…
Partiamo dal “punto zero” che comprende la scelta del vostro nome e della vostra formazione, siete stati immediatamente i NOP di nome e di fatto oppure c’erano in ballo altre opzioni? E chi sono i NOP prima di essere una band nella vita di tutti i giorni?
Noi eravamo NOP anche prima di essere NOP, anche se non lo sapevamo ancora! A parte gli scherzi siamo arrivati a questo nome dopo aver scartato, come da migliore tradizione, fantasiosi acronimi dei nostri nomi e cognomi o inglesismi legati ai nostri studi scientifico-chimici. Quando poi ci siamo resi conto che la N, la O e la P sono le lettere centrali dell’alfabeto, abbiamo capito di aver trovato il nome giusto. È solo guardando le cose dal centro, equidistanti dagli estremi, che si può̀ raccontare la totalità delle emozioni. E questo è ciò che cerchiamo di fare con la nostra musica, che rappresenta un pezzo importantissimo della nostra vita. Ovviamente ognuno di noi ha un lavoro che occupa la maggior parte delle ore del giorno: nel nostro “menù” abbiamo un proprietario di una palestra, un ingegnere elettronico e uno chimico, un sistemista e un comunicatore che lavora in ambito politico-amministrativo. Insomma, ce n’è per tutti i gusti
Nel panorama musicale attuale siete sicuramente una sorta di “voce fuori dal coro” per il vostro genere musicale che riporta un po’ a quel sano rock italiano attualmente quasi inesistente tra gli artisti e band emergenti, quali sono secondo voi i vantaggi e gli svantaggi sotto questo punto di vista?
Il primo e più grande vantaggio è sicuramente che riusciamo a suonare la musica che amiamo. Ciascuno di noi viene da culture musicali molto eterogenee, che vanno dal metal al cantautorato italiano, ma riusciamo nel nostro genere, come dicevi tu un po’ “fuori dal coro”, a fondere i diversi stili. Sicuramente il rock, nonostante stia un po’ riemergendo, non è il genere più in voga in questo momento. E sicuramente suonare un genere non “alla moda” rischia di tagliarti fuori da molte opportunità. Ma è altrettanto vero che, in un mondo di trap e indie, se senti un gruppo rock bravo vieni colpito e poni più attenzione nell’ascolto. Ma, ripeto, dietro alla nostra scelta non c’è alcun calcolo utilitaristico: semplicemente suoniamo il genere che amiamo. Il Rock, con la sua forza, pensiamo riesca a rappresentare al meglio le emozioni, sia quelle belle che quelle brutte. Quelle forti, che ti cambiano. Quelle genuine.
Dal primo singolo “Le strade di Bologna” al secondo “L’unico per te” c’è un’enorme differenza soprattutto per quanto riguarda i testi, chi è la penna del gruppo? Vi è capitato di scrivere qualcosa tutti insieme?
Inizialmente Frizz (il cantante), ma negli ultimi anni moltissimi brani sono nati anche dalla penna di Riguz (il bassista) e un paio anche dalla penna di Bizzo (il chitarrista). Poi quei brani, un po’ grezzi, arrivano in sala prove e insieme li stravolgiamo, li modelliamo e insieme li rendiamo nostri. Ogni volta ogni membro dei NOP riesce a mettere la propria cifra distintiva all’interno di un nuovo brano.
Siete una band composta da 5 componenti e suppongo sia difficile mantenere un equilibrio e trovare sempre un punto d’incontro, chi di voi è il più bravo a scendere a compromessi e chi invece è quello che crea più “casini”?
Tu lo sai vero che questa domanda sta già provocando delle discussioni, vero? No, a parte gli scherzi la forza del nostro gruppo è che prima di essere una band siamo un gruppo di amici. Veri, senza infingimenti. E quindi quando ci sono dei momenti di discussione, ed è inutile negare che capiti, ci troviamo davanti ad un mc chicken o ad una birra e ne parliamo, da amici. E andiamo avanti più forti di prima. Ah, comunque il diplomatico della band è Frizz (il cantante), ça va sans dire e il più schietto Bizzo (il chitarrista).
Avete avuto modo di esibirvi nella vostra città (Bologna) in occasione del primo maggio, quali sono state le sensazioni pre e post live e qual è il palco sul quale un domani sognate di salire?
Un’emozione immensa. Davvero immensa. Lasciamo a voi immaginare cosa possa significare per 5 ragazzi di 28-30 anni che fanno musica, nati e cresciuti a Bologna (e follemente innamorati di questa città), suonare per ben due volte consecutive nel giro di due anni sul palco di Piazza Maggiore. Quando sali su quel palco vedi da un lato San Petronio in tutta la sua bellezza, dall’alto “al Zigànt” (la statua del Nettuno) e davanti a te la Piazza piena di gente. A quel punto sai che devi goderti quel momento fino all’ultimo istante. E dopo Piazza Maggiore ora bisogna puntare allo Stadio Dall’Ara. Tanto sognare è gratuito!
Avete annunciato l’uscita del vostro primo album, potete svelarci qualcosa in più? Sarà un giusto mix romanti-rock?
Sarà un album da vivere tutto di un fiato, dal primo al decimo brano. All’interno ci saranno canzoni per innamorarsi, per ridere, per saltare, per commuoversi e per emozionarsi. D’altronde non potrebbe essere altrimenti: contiene 8 anni della nostra vita artistica insieme. Ci stiamo lavorando notte e giorno e non vediamo l’ora di farlo ascoltare.
Fare musica per voi è…
Emozionare. Ma prima di tutto emozionarci. E capita magicamente ogni volta che Piraz batte i 4 con le bacchette e dà il via ad un live.
La verità è che i NOP ad un primo ascolto potrebbero ricordare sonorità familiari, dei chiari richiami a quel sano rock tutto italiano che purtroppo negli ultimi tempi sembra essersi quasi perso, ma poi arrivano loro a ricordarci cosa vuol dire mettere insieme chitarre e batterie e fare musica, ma farla davvero. Insomma potrebbero essere “paragonati” a diversi artisti dello stesso genere, in realtà ascoltandoli ci si rende conto che sono semplicemente loro.