Essendo io un grandissimo esperto di “tempismo approssimativo”, i primi brani sono usciti nel pieno del primo lockdown. Ho iniziato a scrivere un po’ prima ovviamente, ancora ignaro di quel che sarebbe accaduto, attorno a fine 2019. Mi son avvicinato al progetto Ponee con la voglia di fare qualcosa di mio al 100% sul piano della scrittura, che fosse un modo per raccontarmi e senza pensare a vincoli particolari di genere, mood, sonorità. È un progetto molto in divenire; forse quando è nato non avevo ancora chiara la forma che avrebbe potuto prendere e, in qualche modo, se riascolto adesso quei primi brani, li trovo quasi parte di un altro capitolo, di alcune pagine che ho già girato. Ci resto legato ma ho voglia di fare dell’altro, di pensare con orecchie nuove.
Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?
Probabilmente l’ultima, e non per un fatto di “promo” ma semplicemente perchè è quella che ancora non mi ha annoiato e che sento più vicina. È come se ogni volta iniziassi a intravedere i difetti dei brani precedenti: cosa avrei potuto fare meglio, cosa avrei cambiato ad oggi; perciò c’è un pò di timidezza sulle cose passate e più entusiasmo su quelle nuove. Il rumore dei no è l’ultima e la trovo ancora attuale per la mia quotidianità e per come sono fatto; è rappresentativa di un mio modo di essere, che talvolta si evidenzia di più, altre volte rimane meno marcato ovvero quello di farmi mille domande, di guardare il futuro con un po’ di incertezza che, forse, è curiosità.
C’è un evento, un festival in particolare a cui ti piacerebbe partecipare?
Diciamo che mi piacerebbe se fosse un evento con una location inedita o insolita, non importa quanta gente ci sia. Sarà che organizzo e partecipo a tantissimi eventi di musica dal vivo e non solo, ma quello che spesso mi colpisce, anche da spettatore, è l’originalità della location, la magia che si crea. Quindi suonare in un contesto del genere sarebbe sicuramente una bella ambizione; mi viene in mente Cercle che organizza djset in posti incredibili e poi li filma e li trasmette in streaming; loro fanno hanno un’impronta più “elettronica” appunto, meno da live…ma per capirci. Oppure anche qualche festival in cui ho partecipato come spettatore, tipo lo Sziget e altri. L’idea di passare da sotto palco a sul palco è qualcosa che mi divertirebbe
Incontriamo Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi al Santomato Live di Pistoia, dove stanno per esibirsi in un concerto. Loro sono i Lovesick Duo, un progetto musicale nato in Italia nel 2015, le cui radici attingono alla musica americana degli anni ‘40/’50 Rock n Roll, Western Swing e Country e che ha già riscosso molto successo sia in Italia che all’estero.
Benvenuti Francesca e Paolo, piacere di conoscervi; siamo curiosi di sapere quale è il percorso e quali sono le influenze che vi hanno portato a questo genere di musica che, nel nostro paese, non ha grande cultura e diffusione.
Paolo: “Ciao, siamo i Lovesick Duo, suoniamo come Duo dal 2015 e abbiamo all’attivo cinque dischi. Siamo partiti come tutti, dalle cover. Suonavamo le cover della tradizione, brani di Chuck Berry e Hank Williams; ci piaceva molto la musica degli anni ’50.
Abbiamo suonato con un quartetto per 5 anni, ma poi volevamo approfondire meglio questo genere e, dopo alcuni viaggi fatti negli Stati Uniti, con ancora addosso quell’entusiasmo del viaggio abbiamo deciso di dedicarci a questo percorso insieme. Dopo vari concerti in locali, ci siamo resi conto che in duo funzionava alla grande.”
Qual è stato il momento della svolta? Quando avete capito che c’era un progetto e che potevate fare quel passo in più?
Francesca: “L’abbiamo sempre saputo, in realtà, anche mentre suonavamo con la vecchia band. Non è mai stato un passatempo. Per noi che suoniamo insieme dal 2011 è sempre stata una professione, anche mentre facevamo altri lavori.”
Paolo: “Io studiavo all’Università e, contemporaneamente, all’Accademia di Chitarra, dove mi sono laureato; mi ricordo bene il momento in cui ho realizzato che non mi sarebbe servita una laurea in tecnica erboristica per fare il musicista. Non riuscivo a fare entrambe le cose insieme ed avevo bisogno di decidere. È stato tutto molto naturale.”
Francesca: “Io ho fatto mille altri lavori, sempre suonando; ho frequentato diverse Accademie per il Basso, due Conservatori per il Pianoforte e Contrabbasso. Nel 2010 sono cambiate molte cose nella vita, radicalmente, in diversi ambiti e alla fine ho pensato: se morissi domani quale sarebbe l’unica cosa che vorrei fare? Suonare.”
Le note di copertina del vostro ultimo disco A Country Music Adventure recitano: “Lo scopo di questo lavoro è anche divulgativo ovvero speriamo di suscitare un po’ di curiosità attorno a questo mondo che a noi continua a regalare tante emozioni”. Ci vuole davvero un grande amore ed anche un grandissimo coraggio per intraprendere un percorso come questo ed in maniera così rigorosa, in un paese che notoriamente non è mai stato troppo incline a questo genere musicale. Nei vostri live trovate un pubblico che conosce già le cose che proponete o incontrate anche gente che non conosceva ma si appassiona? Insomma, secondo voi questa curiosità che intendete stimolare, trova riscontro nel pubblico?
Francesca: “Si, in diverse forme, sia dal vivo che on line; l’idea di questo disco, abbinato al fumetto, è nata attraverso Lorenz Zadro, del nostro ufficio stampa.
Il pubblico che ci ha seguito in questi anni di pandemia era eterogeneo, gli piaceva quel sound, quell’atmosfera, quell’allegria che avevamo noi ma non aveva la conoscenza del genere o della lingua. C’erano tanti appassionati ma anche tanti che non conoscevano niente riguardo al genere.”
Paolo: “Questa cosa ci ha anche stimolato a scrivere cose nostre; ci siamo detti che se un pezzo che non conosce nessuno in cui noi mettiamo entusiasmo per le persone è come se fosse carta bianca, perché non lo conosce, perché non fare pezzi nostri? Perciò, abbiamo iniziato ad inserire sempre più brani nostri nei live.
Questo disco è di cover, ha uno scopo divulgativo, abbiamo pescato nel calderone della musica Country, abbiamo scelto i brani in modo specifico perché ricalcavano un fumetto, disegnato da Lorenzo Menini, ed abbiamo scelto la scaletta proprio per far sì che ogni personaggio importante nella storia sia presente anche nei brani.”
Francesca: “Il fumetto era la cosa fondamentale ed introduce le tematiche dei vari brani, incuriosendo, ed è servito molto.”
Paolo: “Siamo già in stampa con la versione inglese ed il vinile; abbiamo avuto molte richieste dall’estero, tant’è che è stata venduta la versione italiana in tutto il mondo per cui adesso lo stiamo stampando in inglese.”
Francesca: “Abbiamo anche un pubblico relativamente giovane, che scopre un Country moderno; in America ci sono una serie di indie Country e pop Country oltre ad un Country di nicchia e tanti giovani, conoscendo noi, arrivano ad una serie di playlist che li portano a scoprire un sottobosco che in Italia non esiste, ma che nel resto del mondo c’è. Ci sono moltissimi ragazzi di 20/25 anni che suonano questo genere, che non è vecchio, anzi ha sonorità super moderne.”
Paolo: “Una cosa importante del Country, sono i testi; al di là del sound che può essere più vecchio o più nuovo, più glitterato, più pop ma ci sono sempre delle storie molto belle, c’è tanto songwriting, composizione ed è tutto sempre attuale.”
Il vostro album La Valigia di Cartone era interamente cantato in italiano, come parte del successivo. Pensate di ripetere ancora questa cosa in futuro?
Paolo: “Questo è uno dei nostri crocevia. È stata una sfida quell’album ed è andato molto bene perché abbiamo avuto un bellissimo riscontro che è quello che cercavamo di ottenere dal vivo come ottenevamo all’esterno quando facciamo i brani in inglese ma in Italia con i nostri pezzi in italiano. Continuarlo? Non so…In realtà abbiamo molti pezzi già pronti, da decidere se e quando pubblicarli.
In questo momento abbiamo preso la strada dell’inglese perché avevamo tante cose all’estero. Volevamo metterci alla prova con l’inglese e vedere come andava; sta andando molto bene e quest’ estate avremo un bel tour europeo che si sta delineando sempre più ma mai dire mai.”
Potete dirci qualcosa della vostra esperienza a New Orleans e negli States in generale?
Francesca: “Ne La Valigia di Cartone c’è tanto di New Orleans perché è là che Paolo ha scritto molti pezzi, vivendo da un musicista che spesso suona qui in Italia e con cui c’era un grande scambio di pensieri e riflessioni su come trasmettere certe cose nella nostra lingua.
New Orleans è una città super stimolante ma i viaggi in America sono stati diversi ed ogni volta super stimolanti sia per poter riparlare la lingua ma anche per ricaricarsi e prendere il più possibile dalla loro cultura; tante esperienze pazzesche, tipo registrare un album, tante jam sessions e concerti nati così, per caso.
La velocità di connessione negli States è impressionante. Quando sei un musicista, se hai una certa attitudine, ti capita davvero molto velocemente di poter fare qualcosa. Una cosa tira l’altra. Poi viverci sarebbe tutt’altra cosa.”
Paolo: “Avevamo trovato la nostra dimensione, due mesi là e poi qua in Italia ma la pandemia ci ha bloccati. Probabilmente questo autunno ci torneremo. Ci piaceva stare qua ed andare là ed avere questa doppia possibilità.
Ma ci piace molto anche viaggiare infatti questa estate viaggeremo molto in tutta Europa e ne siamo felici.”
Visto che avete una presenza costante sui social, ci piacerebbe entrare un po’ di più nel vostro privato, in particolare ci piacerebbe sapere cosa ascoltavano Paolo Roberto Pianezza e Francesca Alinovi?
Francesca: “Ascoltavo vinili dei cartoni, perché i miei me li compravano; durante il periodo del Conservatorio non ascoltavo troppo musica classica, ma qualcosa si. I miei non erano appassionati ma mio zio si e da lui vedevo TMC ed i vari live ed aveva dei vinili Metal. A sedici anni ho scoperto la musica Punk e da lì il mondo Hard Rock e Metal, tutti gli anni ’90, passando per lo Ska e poi il Blues, che ho conosciuto tardi, e il Jazz, tardissimo. I grandi come Beatles, Stevie Wonder, Jackson io non avevo nemmeno idea di chi fossero. Avevo una cultura underground musicale perché stavo dietro ai locali, facevo fanzine, avevo un furgone col quale portavo le band, per cui avevo più un tessuto di questo tipo ma dei grandi nomi…zero! Totalmente! Poi si è tutto evoluto. Adesso ascolto di tutto anche i dischi che ci mandano, li ascolto tutti quanti! Ascolto qualsiasi cosa e vado a periodi.
Paolo invece in macchina ha playlist su playlist.”
Paolo: “A me piace scoprire ma un po’ alla volta certe cose per cui quando prendo l’infilata con un artista lo ascolto a ripetizione prima di passare ad altro o faccio anche tante playlist ma ho bisogno di ascoltare tante volte la stessa cosa.
Sono un grande fan dei Beatles. Mio papà mi ha fatto sentire davvero tanta musica quando ero piccolo e adoravo ascoltare la musica in macchina. Mio papà era Beatles fanatico. Sento dei dischi di Paul McCartney che non ho mai sentito, ma in realtà conosco già tutto il disco. Loro, gli AC/DC, Stevie Ray Vaughan, Stevie Wonder, tutto questo mondo l’ho scoperto grazie a lui.
Sono sempre stato sveglio, suonavo il piano, ho imparato la chitarra da solo ma il legame con la musica vecchia è nata in realtà dal ballo. Io ballavo Lindy Hop e Boogie-woogie.
Un giorno mia mamma mi ha portato a lezione di Boogie ed è stato impiantato questo semino che è rimasto lì fino a che, verso i 18/19 anni, mi è tornato e, insieme ad una ragazza – che è stata campionessa italiana, tra l’altro – abbiamo fatto due anni intensissimi. A quel punto Elvis è diventato il pane.
Questo, unito al fatto che suonavo e con l’incontro con Francesca, ha fatto sì che tutto si riconnettesse ed è avvenuto il tuffo nella cultura americana.
L’altro snodo importante sono stati i viaggi in America perché hanno fatto fare un’impennata vertiginosa al mio inglese ed hanno fatto sì che potessi capire bene le parole delle canzoni che non conoscevo. Il mio insegnante di chitarra era americano, ho studiato là con lui. L’inglese è davvero importante nella Country music essendo i testi importantissimi.”
Live e streaming. La pandemia e la chiusura di locali e live theatre hanno aperto la strada ai concerti in streaming che, anche se non hanno la stessa immediatezza emotiva dei live, sono riusciti ad aiutare gran parte del pubblico ad affrontare un periodo così difficile, ma anche a far conoscere realtà artistiche e musicali che spesso rimangono localizzate. Pensate che i concerti in streaming potranno comunque avere un futuro ora che la situazione si sta aprendo? Pensate che sarà possibile integrare queste due forme di concerto oppure fate parte della corrente “purista” che aspira a un ritorno al solo concerto live? Quali vantaggi o svantaggi potrebbe portare quella eventuale integrazione al vostro genere musicale, che ancora ha difficoltà a diffondersi nel nostro Paese?
Francesca: “Per un po’ li abbiamo fatti. Per la maggior parte dei musicisti è fondamentale avere un momento catartico; ricordo che quando studiavo pedagogia musicale si parlava proprio del processo dall’inizio, dallo scrivere musica all’arrivo sul palco e se non arrivi a quel momento lì, in cui c’è lo scambio diretto con l’altra persona e quindi anche il volume, le luci, i riflessi che il corpo mette in atto, è paragonato ad un rapporto sessuale che non arriva alla fine e quindi il corpo ne soffre. Secondo me arrivare fino allo schermo non basta. Manca il viaggio, la conoscenza di tutte le nuove situazioni, il volume. Non c’è la stessa soddisfazione per cui torni al punto di partenze ed il ciclo non si chiude per cui secondo me non potrà mai cambiare.”
Paolo: “Abbiamo fatto un sacco di streaming da casa, son andati bene in quel momento c’era un pubblico che ci seguiva ed abbiamo prodotto un sacco di contenuti e quindi facevano parte di quei contenuti; se uno prendesse solo l’estratto dello streaming sarebbe una cosa diversa, nell’ottica di quel momento avevano un altro significato. Il concerto trasmesso in streaming invece è un’altra cosa, che è una figata! Anche non in streaming, anche se fosse registrato. Ma lo streaming a casa no. Preferisco comunque il video allo streaming in modo da avere delle belle riprese in quanto mancherebbe la forza dell’interazione perché saremmo su un palco e non potremmo rispondere nell’immediato. Allora se voglio vederlo voglio belle immagini ed un ottimo audio.”
In concomitanza con l’uscita di Threads nel 2019, Sheryl Crow ha dichiarato di voler abbandonare il mondo della musica perché, citiamo letteralmente, “Non c’è più voglia di ascoltare dall’inizio alla fine l’album di un cantautore. Il pubblico si crea il disco che vuole mettendo insieme delle semplici playlist. Il concetto di album appartiene al passato”. I vostri album sono dei viaggi musicali da vivere nei singoli brani, ma che nascono, comunque, per un ascolto completo del progetto: siete d’accordo con l’affermazione dell’artista statunitense? Pensate che questa attitudine a spezzettare i progetti per poi ricomporre delle playlist personalizzate sia il futuro della fruizione della musica oppure pensate che ci sarà un’inversione di tendenza? Come vorreste che fosse ascoltato un vostro progetto?
Francesca: “Penso che un personaggio così grande può dire che si è stufata e che adesso creare queste playlist fa parte del nostro mondo, che in qualche modo è sempre esistito. Ma non ascoltare un album intero no. Sentire solo singoli di un artista mi deluderebbe tantissimo. Mi stupirei del fatto che sia andato in studio ad incidere i singoli e non album.”
Paolo: “Se c’è una cosa che ti piace ne vuoi ancora e mettere tutto nello stesso contenitore un po’ alla volta fa anche sì che se ti piace così tanto ce n’è ancora, in quel disco lì! Ad esempio l’altro giorno ho messo su John Prine di John Prine e l’ho ascoltato due volte dall’inizio alla fine.”
Francesca: “Parlando con due mie cugine adolescenti, so che ascoltano YouTube e quindi passano ad artisti simili e scoprono. Seguono comunque un filone, non vanno a caso.”
Paolo: “Per noi che abbiamo un pubblico di nicchia credo che l’album sia fondamentale.”
Francesca, abbiamo visto dai video che hai una sorta di “appendice” montata sulla tavola del contrabbasso, che suoni ad incastro allo slap con una spazzola da batteria. È un’idea tua o ti sei ispirata ad altri bassisti che usano questa soluzione?”
Francesca: “È partito tutto da Paolo, tornato da Nashville mi ha fatto vedere un video di Kent Blanton, un musicista che suonava un rullante applicato al contrabbasso e mi ha chiesto di provare. Io non ne avevo nemmeno l’intenzione. Circa due anni più tardi, sono andata anche io a Nashville e quando sono tornata sono andata mi sono decisa ad andare da un liutaio e provare a ricreare quello strumento.
Ho cercato video su YouTube ma nessuno mi ha aiutata per cui abbiamo proceduto per tentativi, cercando di capire quale fosse il modo migliore.
Da quando ho visto suonare Blanton a Nashville a quando sono riuscita a suonarlo è passato circa un anno!
Con il liutaio abbiamo poi pensato di fare un modello più sottile con i piedini regolabili per qualsiasi contrabbasso e fatto sta che adesso in molto lo hanno comprato. Io ho anche fatto dei video in cui spiego come suonarlo.
Ho anche fatto lezioni in America a degli americani che volevano suonarlo perché non sapeva come fosse. Oppure a qualcuno che ci aveva già provato ma non riusciva a capire come si facesse, come stava su o il suono o il tipo di pelle.
Ognuno ha il suo modo di suonarlo, adattato alla tecnica che hai sul suo strumento, per cui i movimenti saranno diversi per tutti.”
Vi incastrate a perfezione ed avete un rapporto che sembra bello anche al di fuori, come è nato tutto?
Paolo: “Noi siamo una coppia e ci siamo conosciuti in un bar. Lei suonava in un posto ed io suonavo con un altro ragazzo e siamo andati lì a bere una birra e ci siamo presentati. Quel giorno siam saliti sul palco a fare un pezzo insieme, immediatamente sul palco e così è nato tutto, compresa la prima band.”
Grazie mille per la disponibilità a Francesca e Paolo, Lovesick Duo.
Con un annuncio a sorpresa qualche giorno fa, Tutti Fenomeni – l’enfant prodige della nuova musica italiana – aveva svelato il titolo, la data di uscita e la copertina del suo secondo album ufficiale, Privilegio raro.
Il disco verrà pubblicato il 6 maggio per 42 Records/Epic Records Italy, ma è chiaro che Giorgio Quarzo Guarascio (Tutti Fenomeni) non ha nessuna voglia di lasciarci aspettare con le mani in mano.
La prima sorpresa è avvenuta alla mezzanotte di ieri con la pubblicazione della prima canzone estratta dall’album, la title track.
Privilegio raro più che un singolo è il suo esatto contraltare.
Una canzone manifesto che squarcia il velo di mistero che avvolge il nuovo album di Tutti Fenomeni e porta l’ascoltatore in una dimensione in cui può succedere di tutto.
Non è un caso che il videoclip del brano – diretto da Luca Lumaca e uscito sempre alla mezzanotte di ieri – sia ambientato nel mondo della magia e della grande illusione e che veda al centro della scena proprio Tutti Fenomeni nelle vesti di un mago pronto a stupire tutti con i suoi trucchi d’altri tempi.
La canzone, come tutto il resto del nuovo album, è scritta e prodotta con Niccolò Contessa e si fa notare per la sua andatura marziale, antica e al tempo stesso nuovissima, così lontana dal pop contemporaneo eppure perfettamente ancorata all’oggi.
Il linguaggio di Tutti Fenomeni è un deragliamento continuo dove l’alto irrompe nel basso e viceversa. La sua musica non è indie, non è rap, non è pop ma tutto e il suo contrario. Questo brano non fa eccezione col resto della sua produzione, pur staccandosi quasi completamente dal sound che aveva caratterizzato il suo album d’esordio Merce funebre e i brani che sono usciti dopo la pubblicazione del primo disco, Parlami di Dio,Faccia Tosta e Marinai. Canzoni che non saranno contenute in Privilegio raro, che sarà infatti composto solo da canzoni inedite.
CREDITS
Privilegio raro è una canzone di Tutti Fenomeni
Prod. Niccolò Contessa
Mix e Master Andrea Suriani
CREDITS VIDEO
Regia e soggetto: Luca Lumaca
Produzione: Undervilla
Producer: Franca Masu
Fotografia: Davide Gatto Polato
Assistente camera: Francesco Conversano
Scenografia: Emanuela Astolfi
Runner: Manuel Bin
Truccatrice: Valentina Fogliani
Supervisione magica: Alberto Giorgi e Mirco Menegatti
Post produzione: Davide Gatto Polato
Grazie a: Teatro Asioli Correggio, Fantasia in Re e Scenografie Sormani Cardaropoli
TESTO PRIVILEGIO RARO
Barca senza remi senza vele senza timone
spinta dal gelido vento del timore
la morte si sconta vivendo
ho capito chi sono avendo
amato con poco amore poche persone per poco tempo
Tu mi fai girare un po’ la testa
tu mi fai sentire il cuore a destra
questa non è un’emozione è solo un’arida etichetta
tu mi fai girare come la svolta a destra
Uomo senza dio senza pregi senza soglie
foresta buia senza rami senza foglie
chi brama trofei immaginari
cammina su strade inquietanti
odiare con tanto odio tante persone per tanti anni
Tu mi fai girare come una svolta a destra
tu mi fai sentire il cuore a destra
questa non è un’emozione è solo un’arida etichetta
tu mi fai girare come la svolta a destra
Non sono degno di partecipare alla tua mensa ma dì soltanto una parola è un privilegio raro.
«Andrea Molteni, in arte Axos, uno dei nomi emergenti della scena hip hop milanese» – Il Corriere della Sera
«Ci si accorge subito della mole di materiale umano messa in rima, in un album che fa da summa non solo ad un background artistico personale, ma anche allo speciale rapporto dell’artista con la propria fan-base» – Billboard
«Un album che è come un diario che attraversa il tempo» – Sky
DOPO AVER CONQUISTATO IL PUBBLICO E LA CRITICA CON “ANIMA MUNDI”
AXOS
TRA LE REALTÀ PIÙ INTERESSANTI DEL MELODIC RAP ITALIANO
PUBBLICA
VENERDÌ 25 MARZO
IL TERZO ALBUM IN STUDIO
“MANIE”
Fuori da venerdì 25 marzo“MANIE” (under exclusive license to Believe Artist Services), il nuovo progetto discografico del talento del melodic rap italiano AXOS. L’album si compone di 11 tracce ed è impreziosito dai featuring con Cicco Sanchez, Emis Killa, Ensi, Inoki, Jake La Furia, Nerone e Tancredi.
“MANIE” è il terzo album in studio di AXOS, anticipato a distanza di poche settimane dal singolo “Paura di me”. Rappresenta per il rapper milanese un tassello fondamentale nell’evoluzione del suo percorso artistico, dove la sua firma stilistica diventa sempre più riconoscibile unendo le sonorità hip hop con i sound più contemporanei e melodici.
“MANIE” si presenta come uno sfogo puro, in cui AXOS si lascia andare completamente. Tolta ogni maschera, l’artista si abbandona al vero se stesso, accettando e confessando le sue manie, astratte e concrete, a cui il titolo si riferisce. L’album si configura come un viaggio introspettivo in cui ogni traccia è il frutto di un’analisi sincera e personale, con la risultante di trovarsi di fronte a un bipolarismo che non lascia spazio a nessun tipo di equilibrio: si passa da altissimi momenti di amore all’odio, dalla poliamorosità alla monogamia e alla gelosia. È proprio l’amore che, infine, risulta essere la mania dominante che, con la sua potenza, lega e tiene le redini di tutte le altre.
L’album si apre con “Paura di me”, un brano introspettivo e dalla lirica malinconica, in cui l’artista riconosce i suoi demoni e le sue fragilità, tanto da averne paura. Allo stesso tempo parla di amore, visto come unica soluzione per sconfiggere l’oscurità che alberga dentro di sé.
Segue la focus track“Un’altra canzone per te”, un pezzo intenso dedicato a una donna attraverso cui AXOS vorrebbe sconfiggere i proprio demoni. Tuttavia, si rende presto conto di quanto in realtà siano uguali, due anime affini con le stesse debolezze e fragilità.
La terza traccia è “Ubriaco”, che si avvale della collaborazione di Cicco Sanchez. Il sound è dominato dal suono della chitarra, su cui i due artisti si sfogano e riflettono su loro stessi e su come vivono il sentimento dell’amore.
Con “Padri”, invece, il rapper milanese passa a un sound cupo. Il brano è impreziosito dal featuring con Ensi e Inoki, che contribuiscono a conferire al pezzo uno style hip hop “vecchia scuola”. Il tema portante è l’essere padri, riferito non solo al legame biologico, ma anche alle figure paterne che si incontrano nella vita da strada.
La traccia “Thriller”, invece, vede il contributo di Nerone. È un brano rap puro, composto da strofe serrate. Il ritornello è un omaggio all’omonima canzone di Michael Jackson, che dà un tocco pop al pezzo.
A seguire “Sotto zero”, avvalorato dalla presenza di Emis Killa e Jake La Furia. Il titolo si riferisce allo stato del cuore, reso gelido dalla crescita e dalla società in cui si è immersi. Alle tematiche del rap classico, come il destreggiarsi tra le difficoltà della vita quotidiana e il restare veri e umili, i tre maestri dell’hip hop aggiungono il loro modo di rapportarsi a queste situazioni, rendendo il brano personale e unico.
“Sur la Lune” è un singolo uscito a ottobre 2021, con cui AXOS ha fornito un’anteprima del suo nuovo modo di fare musica. L’artista parla di se stesso, di sua figlia e di Dio, alternando beat differenti e cambi di mood che rendono la traccia dinamica e a tratti onirica.
Il brano “Geloso” è invece caratterizzato da un sound adrenalinico. Il tema è ciò che l’artista prova nei confronti di una donna, che ha la capacità di suscitare gelosia nonostante sia un sentimento che in genere non gli appartiene.
Segue “Molecole”, un brano romantico, che parla di un amore profondo, sensuale e libero dalle catene dell’ego. AXOS si ispira qui alla religione induista, in particolare alla coppia divina Krishna e Radha, che rappresenta per l’artista l’ideale di “Amore perfetto”, privo di vincoli spazio temporali.
Il pezzo successivo è “Cosa vuole questa musica stasera”, che si avvale del featuring con Tancredi. Su note malinconiche, i due artisti evocano il potere della musica, capace tanto di infondere forza quanto di far tornare a galla i ricordi di momenti che ora non esistono più.
L’album si chiude con “Malavita”, una traccia estremamente introspettiva. Il tema portante è l’amore verso una donna, vista come unico baluardo di felicità in un mondo difficile e oscuro.
La produzione di “MANIE” è affidata quasi interamente a Jvli, con cui AXOS ha instaurato un connubio vincente per tradurre in musica la sua crescita personale e artistica. Non mancano tuttavia le firme di alcuni dei producer più talentuosi e apprezzati del momento, come 2nd Roof, Eiemgei, Fiodor, LAXe Verano, che hanno contribuito a curare le sonorità dei brani “Thriller”, “Sotto zero”, “Sur la Lune” e “Geloso”, conferendo all’intero lavoro ulteriore qualità.
AXOS presenterà i brani che compongono l’album a “The Experience”, il primo “live trip” della storia. Si tratta di uno show che va oltre il semplice concerto, uno spettacolo unico, ricco di sorprese e di colpi di scena, che sarà presentato ai Magazzini Generali di Milano. Il primo appuntamento, che si terrà giovedì 14 aprile 2022, ha registrato il sold out in poco tempo, portando a fissare una seconda data prevista per giovedì 21 aprile. I biglietti del secondo show sono disponibili sui circuiti Ticketone e Ticketmaster.
“Cosa vuole questa musica stasera” feat. Tancredi (prod. Jvli);
“Malavita” (prod. Jvli);
Biografia
Andrea Molteni, in arte AXOS, inizia il suo percorso musicale in giovane età. A 22 anni comincia a frequentare le prime serate e a salire sul palco dei primi contest che lo portano alla proposta di contratto con l’etichetta milanese Bullz Records. Nel 2014 pubblica il primo EP, “Carne Viva”. La sua capacità descrittiva e il linguaggio naturalmente ricercato non passano inosservati. Il ritmo e le influenze d’altri generi, principalmente Rock e Metal, creano un suono unico. Viene in seguito contattato da Machete per collaborare al “Machete Mixtape 3” e al “Bloody Vynil”. La sua musica è matura, ricercata, ma allo stesso tempo scorre grazie alla musicalità del suo flow che lo contraddistingue. Lo stesso anno, AXOS decide di lasciare la Bullz Records per avviarsi verso una strada solista. Nasce così l’album “Mitridate”, una pietra miliare dell’hardcore italiano. Collabora con Salmo e Nitro nella scrittura di “Title?”, certificato Disco di Platino. Viaggia, suona, fino a quando riceve la proposta definitiva di Machete. Nel 2017 con Machete pubblica “Anima Mea” che realizza più di cinque milioni di ascolti su Spotify. Andrea però, non soddisfatto, si chiude in studio e crea un team musicale di professionisti che credono in lui e nella sua musica. Lascia però l’etichetta per iniziare un nuovo cammino. A giugno 2018 esce la prima tappa di questo viaggio: l’album “IRON MAIDEN”, pilastro per la sua fanbase. Il viaggio continua con l’uscita di “Corpus: L’amore sopra”, EP che rilancia il nuovo percorso fino a giungere al contratto con Universal Music. Pubblica così un serie di singoli che portano, il 30 ottobre 2020, alla release di “Anima Mundi”. Tra le tracce troviamo Kina, Ghemon e Rosa Chemical. Primo tra i best sellers su Amazon sia col disco che con il vinile e settimo nella classifica Fimi. A ottobre 2021 pubblica, in licenza esclusiva Believe Artist Services, “Sur la lune”, singolo che sancisce il ritorno dell’artista sulla scena e seguito da “Molecole”, fuori da dicembre dello stesso anno. A marzo 2022 esce “MANIE”, il terzo album in studio anticipato dal brano “Paura di me”.
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Se doveste riassumere la vostra musica in tre parole, quali scegliereste e perché?
Bella domanda! Se dovessimo scegliere tre parole per descrivere la nostra musica sarebbero: Viaggio, Pace, Rivoluzione. Viaggio non inteso “La nostra musica è un viaggio! La nostra musica ti fa viaggiare!”
No, no, intendo: “Quanto costa il biglietto dell’autobus? Sei mai stato in Marocco? Minchia come spinge il tuo furgone in salita!”.
Raccontare di viaggi parlando di jet lag e contando i timbri sul passaporto è una narrazione che troviamo molto autoreferenziale se non addirittura un po’ finta. Quello che invece ci interessa e che cerchiamo di raccontare è un immaginario che nasce dai particolari: dai rapporti umani, dalle stonature, dagli imprevisti che capitano durante i viaggi. Piuttosto che raccontare di Buenos Aires o Madrid, raccontiamo di come perdersi lungo la strada costiera 106 che collega Taranto a Reggio Calabria o di quanto cazzo di freddo c’era a Bremerhaven. Non sai dov’è? Cercala su Google Maps!
Oggi più che mai scegliamo anche la parola Pace. Come diceva Spinoza: “La pace non è solo assenza di guerra: è una virtù, uno stato d’animo”. La pace è un modo di essere e di porsi. Quando vogliono chiudere i porti, quando si discrimina un profugo in base alla provenienza o al colore della pelle, quando si stringono alleanze con paesi liberticidi non si vuole la pace. Quando, nel quotidiano, ci voltiamo dall’altra parte di fronte ad atteggiamenti razzisti o sessisti, quando ignoriamo chi ci chiede aiuto, quando smettiamo di cercare “qualcosa di più bello” allora smettiamo di cercare la pace. La pace è azione! La pace è lotta quotidiana. La pace va creata e mantenuta, non è una condizione ma un obiettivo, è una missione. Per questo nelle nostre canzoni parliamo di pace.
Poi ovviamente una parola a cui siamo molto legati è Rivoluzione, che è Amore… o forse l’Amore è la Rivoluzione… non ci ricordiamo mai bene la formula.
Come vi immaginate il vostro primo concerto live post-pandemia?
Il nostro primo concerto quest’anno sarà una festa pazzesca! Così ce lo immaginiamo. Ci stiamo preparando al nuovo live in maniera famelica, attenta e paziente. Ogni giorno immaginiamo tutto il percorso di quella giornata quando faremo finalmente il nostro primo live: il risveglio la mattina, il carico del furgone, l’autostrada, la colazione in autogrill, l’arrivo, il soundcheck, la cena e la salita sul palco… e poi… e poi un volume altissimo, col primo accordo di chitarra che riuscirà a cancellare questo periodaccio, quest’anno di merda.
Se doveste scegliere una sola delle vostre canzoni per presentarvi a chi non vi conosce, quale sarebbe e perché?
La canzone che più ci rappresenta oggi è Prosecco, uscita il 25 febbraio 2022, in una fatale concomitanza con l’inizio della assurda e atroce guerra in Ucraina. Prosecco è un inno alla pace, alla fratellanza, alla curiosità verso chi vive altrove, si veste e mangia cose diverse, ma spera e ama proprio come noi. Prosecco è la voglia di scoprire cosa c’è oltre la quotidianità, oltre la provincia, oltre la routine. L’evasione dalla quotidianità non è solo curiosità, è un atto di libertà e rivoluzione quotidiano, è un atto di amore verso chi è come noi anche se vive a migliaia di kilometri di distanza.
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L’Alcatraz di Milano ha accolto il ritorno dei Fontaines D.C. a pochi mesi dal concerto a Parma per il Barezzi Festival.
Green pass, ffp2, sedie. Se non ci fosse un palco sarei anche pronto per una quarta dose, per fortuna la birra non era analcolica e, in fondo, essere di nuovo a un concerto è un gran privilegio.
Aprono la serata i Just Mustard, stesso paese di origine ed etichetta dei Fontaines, ma decisamente più orientati verso uno shoegaze in salsa irlandese.
I Nostri salgono sul palco mentre sfuma un Tom Waits d’antan. Il locale è finalmente pieno. Dietro di me urlano ragazze straniere, qualcuno tenta di alzarsi, cercando sguardi di intesa. Sembra quasi di essere a un concerto vero. Le sedie vengono abbandonate dopo pochi accordi di Televised Mind, pezzo che apre la setlist. Seguono A Hero’s Death e Sha Sha Sha. L’Alcatraz non è solo in piedi. Balla. Sono a un concerto vero. A Lucid Dream precede la nuovissima Jackie Down the Line, che si inserisce senza disarmonie nella scaletta costruita sui primi due dischi. Il primo vero uno-due arriva con I Don’t Belong seguita da Chequeless Reckless, che nella sua incarnazione live è ormai una garanzia. Segue chicca e rarità, i ragazzi regalano a Milano una Roy’s Tune intima e coinvolgente.
E poi piano piano, come mi capita nei concerti che amo ricordare, scivolo nella pancia del concerto. Un luogo protetto, in cui musica, immagini, pensieri e sensazioni si impastano tra di loro, lasciando una scia di fotogrammi, un gusto di fondo. So che durante la sacra triade Big – Hurricane Laughter – Too Real, mi sono autocertificato tre pelli d’oca. Due per la questura, perché l’ultima era disturbata dal tentativo del sottoscritto di studiare se, effettivamente, ero davanti ai primi nuovi arrangiamenti dei pezzi eseguiti live. I Fontaines, sentiti a inizio novembre, ieri sera sembravano provenire dal futuro. In quattro mesi sono evoluti, alcuni pezzi hanno preso vita propria, e sul palco risultavano ben diversi dall’esecuzione quasi didattica sentita a Parma. Sono soprattutto i pezzi di Dogrel a trascendere maggiormente, forse perché hanno più concerti alle spalle.
Skinty Fia e Boys in the Better Land chiudono una setlist che è passata dritta come un treno, con pochissime parole e un mare di note e un uomo, là sul palco, che da solo vale il prezzo del biglietto.
Grian Chatten è rapito dalla sua musa al primo accordo. Ha un pessimo rapporto con le aste dei microfoni, ma questo già lo sapevamo. Ha una presenza sul palco che incarna con violenza la necessità di urlare i suoi testi al mondo. Mentre al suo fianco chitarre e basso sembrano colonne, lui decanta le virtù dell’iperattività. Il movimento stereotipato, ritmato, ripetitivo delle mani mentre si defila sul palco, allontanandosi dal microfono, disegnando spirali, per gioco e sfida, piccole sezioni auree di attesa. Crea vuoti e pause, poi torna con urgenza al microfono e diventa pesante e invisibile, un fantasma e un monolite. Ha un dono, quel ragazzo: sa portarti dentro le canzoni, all’interno dei testi, e sa farlo creando un’intimità e un’empatia imprevista. Pochi filtri sul palco, davvero. Poco star. È un mezzo per le canzoni, per la musica, è strumento.
I Fontaines tornano sul palco per due pezzi, I Was Not Born e The Lotts. Sono sazio. Breve ma intenso, direi meglio denso. Diciassette pezzi, più lungo rispetto alle due date spagnole precedenti.
Spazzati via i fantasmi che aleggiavano al teatro Verdi di Parma, quando Clash, Smiths, Joy Division e Cure sembravano essersi fusi in un nuovo, plastico, prodotto di un post-qualcosa, perché ormai il prefisso è imperativo. Invece ieri sera ho visto nascere qualcosa di autonomo e di potente. Qualcosa che supera i riferimenti, gli echi, le eredità. La musica dei Fontaines è diventata adulta.
A tutto questo aggiungiamo che il prossimo mese vedrà la luce il terzo album della band, Skinty Fia, e che sono già previste due date a giugno, a Milano e Bologna.
Ieri sera, come ultimo gesto del giorno, ho acquistato due biglietti. Fidatevi, stanno diventando una grande band.
IL 25 MARZO USCIRÀ IL SUO NUOVO ALBUM “MAINSTREAM SELLOUT”
“TICKETS TO MY DOWNFALL”, CERTIFICATO ORO IN ITALIA, HA RAGGIUNTO LA #1 NELLA CLASSIFICA STATUNITENSE BILLBOARD 200, È STATO INCORONATO NEGLI USA COME MIGLIOR ALBUM ROCK DEL 2020 E DEL 2021, VENDENDO OLTRE 2,5 MILIONI DI COPIE E REGISTRANDO OLTRE 3,6 MILIARDI DI STREAM
TORNA IN ITALIA CON UN’UNICA ED ESCLUSIVA DATA DEL SUO TOUR MONDIALE
MACHINE GUN KELLY
“Mainstream Sellout Tour”
27 SETTEMBRE 2022
MILANO – MEDIOLANUM FORUM
SPECIAL GUESTS:
IANN DIOR
44 PHANTOM
PREZZI BIGLIETTI:
Golden Circle: € 55 + diritto di prevendita
Parterre in piedi: € 37,00 + diritto di prevendita
Primo Settore numerato: € 55,00 + diritto di prevendita
Secondo Settore numerato: € 37,00 + diritto di prevendita
Terzo Settore numerato: € 30,00 + diritto di prevendita
Premium Mainstream Sellout Vip Lounge Package: € 310 + diritto di prevendita
Mainstream Sellout Vip Lounge Package: € 255 + diritto di prevendita
Ga Early Entry Package: € 160 + diritto di prevendita
Gold Premium Ticket Package: € 150 + diritto di prevendita
BIGLIETTI DISPONIBILI IN PREVENDITA PER IL FAN CLUB DA MARTEDÌ 22 MARZO ALLE ORE 10 FINO A GIOVEDÌ 24 MARZO ORE 22
SU MY LIVE NATION DA MERCOLEDÌ 23 MARZO 2022 ALLE ORE 10
VENDITA GENERALE DA VENERDÌ 25 MARZO 2022 DALLE ORE 10 SU TICKETMASTER, TICKETONE E VIVATICKET
Lunedì 21 marzo 2022,
Dopo tre anni torna in Italia per un’unica tappa del suo “Mainstream Sellout Tour” l’artista statunitense Machine Gun Kellyil 27 settembre 2022 al Mediolanum Forum di Milano. Un vero e proprio evento di musica e divertimento che vedrà alternarsi sul palco, oltre alla superstar, due special guests: iann dior e 44 Phantom.
Machine Gun Kelly ha annunciato oggi il suo “Mainstream Sellout Tour” in partenza il prossimo giugno: 52 tappe che andranno a toccare il Nord America e l’Europa con un incredibile roster di ospiti speciali.
Il 25 marzo uscirà il sesto album in studio di Machine Gun Kelly “Mainstream Sellout” (Bad Boy/Interscope Records), in cui sono presenti diverse collaborazioni: Gunna, Young Thug, Bring Me the Horizon, blackbear e iann dior. Il progetto è stato anticipato dai singoli “emo girl” feat. WILLOW – una collaborazione di successo che trascende i generi musicali (ha già raggiunto oltre 40 milioni di stream, già nella Top 25 della Billboard Alternative Airplay Chart e virale sulla piattaforma di TikTok) – e da “ay!” in collaborazione con la leggenda del rap Lil’ Wayne (11 milioni di stream solo nella prima settimana). Il 17 marzo è inoltre uscito il nuovo singolo “Maybe” in collaborazione con i Bring Me The Horizon e Travis Barker.
MGK è uno degli artisti più eclettici del panorama musicale mondiale odierno. Partito da Cleveland, è diventato una superstar globale sia per la sua carriera nella musica, prima come rapper poi come artista fuori dalle categorie di genere, sia in qualità di attore (ha recitato in diversi film di successo). Il suo ultimo album, “Tickets to My Downfall” (certificato ORO in Italia), è uscito a settembre 2020 e ha raggiunto la #1 nella classifica statunitense Billboard 200, segnando la svolta definitiva per MGK verso il pop punk. “Tickets to My Downfall”, inoltre, è stato incoronato negli USA come miglior album rock del 2020 e del 2021, vendendo oltre 2,5 milioni di copie e accumulando oltre 3,6 miliardi di stream. L’album, che raccoglie le hit come “bloody valentine” e “my ex’s best friend”, ha inoltre regalato a MGK diversi premi agli MTV VMA, agli iHEART e ai Billboard Awards. Nel 2020 si è esibito con una strepitosa performance a Times Square durante la notte di Capodanno in una piazza deserta, rimasta però iconica.
Ad aprire il concerto di MGK, oltre a 44 Phantom, ci saràIann dior, a soli 19 anni, con il suo talento versatile riesce a mixare il genere del rapper con l’alternative, pop, rap, dance fino alla musica elettronica, diventando una vera e propria energia da non sottovalutare nella musica pop di oggi. Con il singolo “Mood”, pubblicato dal rapper 24KGoldn in collaborazione con il giovane artista statunitense, si è posizionato alla #1 della Billboard Hot 100 per 33 settimane nella Top 10 ed è attualmente certificato 4x platino. Si aggiungono ai riconoscimenti del rapper due nomination ai VMA come “Song of the Year” e “Best Collaboration”, quattro singoli certificati oro dalla RIAA. Di recente ha spopolato e conquistato l’Italia con il singolo “let you”, tuttora tra i più programmati dalle radio del nostro Paese.
I biglietti saranno disponibili in anteprima per il Fan Club presale: dalle ore 10.00 di martedì 22 marzo fino a giovedì 24 alle ore 22. Per gli utenti My Live Nation dalle ore 10.00 di mercoledì 23 marzo. Per accedere alla presale basterà registrarsi gratuitamente su www.livenation.it. La vendita generale dei biglietti è aperta dalle ore 10.00 di venerdì 25 marzo su www.ticketmaster.it,www.ticketone.it e www.vivaticket.com .
Info VIP Pack:
Premium Mainstream Sellout Vip Lounge Package
Prezzo: € 310 + diritto di prevendita
· Miglior posto a sedere numerato nelle prime file
· Invito al pre show Mainstream Sellout VIP lounge che include:
o Snack leggeri, bar riservato con 2 tokens per birra, vino e soft drink
o Display che mostra alcuni pezzi iconici del guardaroba di Machine Gun Kelly
o Opportunità di Photo booth
o Musica, Giochi and more
· Laminato ufficiale Mainstream Sellout VIP Lounge
· Regalo speciale Machine Gun Kelly VIP
· Bandiera da muro in edizione limitata
· Calze di Machine Gun Kelly realizzate in esclusiva per i possessori del pacchetto VIP
· Opportunità di foto di fronte al fondale con la chitarra di Machine Gun Kelly come ricordo della tua serata
· Opportunità di shopping pre show al merchandise (dove disponibile)
· Personale e punto di raccolta dedicato
Mainstream Sellout Vip Lounge Package
Prezzo: € 255 + diritto di prevendita
· Miglior posto a sedere numerato
· Invito al pre show Mainstream Sellout VIP lounge che include:
o Snack leggeri, bar riservato con 2 tokens per birra, vino e soft drink
o Display che mostra alcuni pezzi iconici del guardaroba di Machine Gun Kelly
o Opportunità di Photo booth
o Musica, Giochi and more
· Laminato ufficiale Mainstream Sellout VIP Lounge
· Regalo speciale Machine Gun Kelly VIP
· Bandiera da muro in edizione limitata
· Calze di Machine Gun Kelly realizzate in esclusiva per i possessori del pacchetto VIP
· Opportunità di foto di fronte al fondale con la chitarra di Machine Gun Kelly come ricordo della tua serata
· Opportunità di shopping pre show al merchandise (dove disponibile)
· Personale e punto di raccolta dedicato
Ga Early Entry Package
Prezzo: € 160 + diritto di prevendita
· Posto di Parterre in piedi
· Ingresso anticipato al parterre
· Laminato commemorativo
· Regalo speciale Machine Gun Kelly VIP
· Bandiera da muro in edizione limitata
· Calze di Machine Gun Kelly realizzate in esclusiva per i possessori del pacchetto VIP
· Personale e punto di raccolta dedicato
Gold Premium Ticket Package
Prezzo: € 150 + diritto di prevendita
· Posto a sedere numerato
· Laminato commemorativo
· Regalo speciale Machine Gun Kelly VIP
· Bandiera da muro in edizione limitata
· Calze di Machine Gun Kelly realizzate in esclusiva per i possessori del pacchetto VIP
Quando hai 20 anni credi di sapere tutto, dopo i 30 l’unica cosa che sai è di non sapere un benemerito cazzo.
Quello che era chiaro e limpido è spazzato via dall’uragano della vita.
E noi a 20 anni eravamo dei cazzoni, convintissimi di avere la verità in pugno, ce ne fregavamo altamente dei consigli gentili e ci rintanavamo nelle nostre compagnie, gente come noi che cercava le risposte ad ogni domanda nella musica.
Irriverenti, scontrosi, alle volte stronzi, il mondo non faceva paura, sentivamo di essere padroni di tutto, i dubbi erano la nostra forza. Ci chiudevamo in camera, e come bambini che afferrano le farfalle col retino acchiappavamo il significato della vita nei testi dei nostri artisti preferiti, ci sentivamo capiti da gente che non spesso non parlava neanche la nostra lingua, da persone così estranee ma al tempo stesso così vicine al nostro essere diversi.
In questo strano modo non eravamo più soli, e non temevamo nulla.
Poi arriva la consapevolezza dell’età, il terrore del futuro, il dolore della perdita. Cresciamo quando le persone a noi care ci lasciano, che sia un familiare, un amico, un idolo della nostra infanzia, la fine di un amore.
I sogni si infrangono come le finestre che da piccoli spaccavamo col pallone, intenti a giocare nel vialetto di casa. Le grida dei vicini iracondi sono ricordi lontani, ora le urla (interiori) sono le nostre.
Centelliniamo il dolore per ricavarne lezioni di vita che siano d’aiuto a non ripetere sempre gli stessi sbagli; evitando di non perdere la cazzimma tipica dei 20 anni, andiamo avanti, più consapevoli di prima, ma più stanchi.
Tutto questo e molto di più è racchiuso nel nuovo album dei Naftalina, pseudonimo del progetto solista di Peter Torelli, che ci regala Microgrammi Di Dolore, otto brani nei quali l’artista ci accompagna nei meandri della sua intimità emotiva più profonda.
Il gruppo ebbe molto successo nel ‘98 con l’album Non salti con me… T.V.T.B.e il singolo Se rimase al primo posto per otto settimane nella classifica di Radio Deejay.
Da qui la storia dei Naftalinasi complica un poco, si sciolgono per poi tornare nel 2020 con l’album La Fine, che simboleggia il termine dell’epoca pop punk dei primi lavori, per entrare nella precarietà dell’età adulta.
Il suo timbro graffiante ma estremamente dolce e malinconico si lascia alle spalle la frivolezza della gioventù. Il sound che pervade l’album è indiscutibilmente più cupo. Le schitarrate pop punk lasciano il posto a violini, pianoforti e synth.
Richiamando ambientazioni filo-Romantiche, Peter, come un moderno eroe Byroniano, non si accontenta più del mondo circostante, delle imposizioni della società e, in un gioco di introspezione e ribellione verso la standardizzazione del sé, si abbandona alla ricerca del suo infinito.
L’irrazionalità della giovinezza è soggiogata dalla consapevolezza delle cose, dalla riscoperta della sensibilità, dei sentimenti e della propria spiritualità.
Un album molto personale, dove Peter ci dona la sua anima e la sua fragilità più pura.
Sembra facile èil suo urlo sospeso nello spazio, il suo abbandonarsi ad un destino che non è semplice da accettare con la fierezza di chi ha capito che lottare contro i mulini a vento è controproducente.
L’intro elettronico di Ok Replay ci conduce nella parte più complessa del suo spirito, e del suo personalissimo modo di reagire all’avvilimento attraverso l’elaborazione della perdita di fiducia e sul coraggio di rialzarsi.
La malinconia dei tempi che furono è sintetizzata in Betta 96, tributo alla grandissima Elisabetta Imelio, bassista dei Prozac+ e Sick Tamburo scomparsa prematuramente nel 2020, alla sua forza sul palco e alla sua indole instancabile. Questo omaggio è il pezzo più significativo dell album, ci ricorda quanta importanza hanno avuto i Prozac+per la scena musicale italiana e soprattutto per Peter. A rendere il brano ancora più splenico le viole, i violini e il violoncello del Quartetto d’archi dell’orchestra sinfonica di Parma.
La delicatezza pervade tutti i brani, ma è lancinante in Un Altro Sogno Che e in Ti Sto Ascoltando, mentre Un’Ora In Più è una canzone d’amore dal finale sorprendentemente punk.
Questo album è il figlio di Peterdel suo talento e del suo impegno; musica, testi, arrangiamenti, piano, voce, chitarra, basso e synth è tutto lavoro suo, in collaborazione con David Sabiu alla batteria e Riccardo Faedi alla chitarra acustica, batteria in Sembra facile Giulia “Juliette Ant” Formica, voce e cori Clarissa “Klari” Moragas.
Peter abbatte la mascolinità tossica con il suo nuovo lavoro, vestendo i panni di un uomo che non teme la tenerezza del suo essere, e grazie alla sua leggiadria riesce ad aprirci le porte delle sua anima, come solo un gentiluomo può fare.
Microgrammi di dolore con le sue sonorità ombrose riesce a mostrarci il cuore pulsante dell’artista, lontane dagli sfarzi leggeri della giovinezza, con una ritrovata emotività, ponendo al primo posto il cambiamento che solo il dolore può portare.
Un album colmo di dolore sì, ma anche di rinnovamento spirituale.
Chitarre, banjo, testi cantati da voci da pelle d’oca che raccontano di antieroi e antagonisti: stiamo parlando del gruppo folk-bluegrass The Dead South. L’ensemble, formatasi nel 2012 a Regina, Saskatchewan, in Canada, vede come membri Nathaniel Hilts (voce, chitarra e mandolino), Scott Pringle (voce, chitarra e mandolino), Danny Kenyon (violoncello e voce) e Colton Crawford (banjo). Il gruppo ha debuttato nel 2014 con l’album in studio Good Company. Attualmente, contano all’attivo tre EP, fra cui The Ocean Went Mad and We Were To Blame, EP d’esordio pubblicato nel 2013 e gli EP Easy Listening for Jerks Pt. 1, Easy Listening for Jerks Pt. 2, entrambi pubblicati nel 2022. Hanno inciso tre album in studio, quali Illusion and Doubt, pubblicato nel 2016 e Sugar & Joy, del 2019, oltre all’album di debutto citato precedentemente. Si esibiranno all’Alcatraz a Milano il 18 aprile e abbiamo avuto il piacere di intervistarli.
A livello personale, come avete affrontato questi due anni di pandemia? Hanno avuto qualche effetto sulle dinamiche della band, ad esempio distanziamento emotivo o piccoli attriti causati dall’essere stati inattivi musicalmente?
“Crediamo di aver affrontato la pandemia abbastanza bene. Abbiamo avuto tutti il tempo di fare cose personali per un po’, il ché è stata una cosa carina, almeno per i primi mesi. Abbiamo avuto tempo per lavorare su altri progetti personali, Scott è diventato papà. Abbiamo speso buona parte del tempo libero esercitandoci e registrando i nostri due nuovi EP, perciò non sono stati un anno e mezzo di blocco totale. Quando siamo tornati alla normalità, ci è sembrato di non esserci mai fermati. Siamo tornati come prima molto facilmente.”
Presto verrete a suonare in Italia: come vi sentite a tornare a fare dei concerti? Vi piace l’Italia? Pensate che il vostro genere musicale sia apprezzato di più o di meno, rispetto ad altri paesi?
“Non siamo mai stati in Italia, quindi siamo davvero entusiasti di poter suonare qui! È sempre difficile dire quale paese apprezzi la nostra musica. Le persone sono pur sempre persone, e ogni paese al mondo ha gente che apprezza il nostro genere e gente a cui non piace. Sarà interessante vedere come reagirà il pubblico italiano rispetto ad altri.”
Una delle vostre canzoni più famose è In Hell I’ll Be in Good Company: con chi vi vedete all’inferno, sempre che ci crediate? Come vi relazionate con la religione e la spiritualità?
“Nessuno di noi è una persona religiosa, la maggior parte dei nostri testi racconta soltanto una storia, di solito a proposito di antagonisti piuttosto che di eroi. Se esistesse un inferno, siamo sicuri che passeremmo tutti e quattro un sacco di tempo insieme.”
Chi sono gli artisti che vi hanno ispirato di più, sia a livello personale che musicale?
“Quando abbiamo formato la band ascoltavamo tanto i Trampled By Turtles, The Devil Makes Three, e Old Crow Medicine Show. Personalmente, sono cresciuto ascoltando molto metal, genere che tuttora ascolto di più. Lamb of God, Trivium, The Black Dahlia Murder sono probabilmente i miei preferiti. Siamo cresciuti tutti con punk e classic rock, e credo che questi generi ci abbiano influenzato tanto a livello di scrittura dei testi.”
Qual è l’origine del nome The Dead South?
“Avevamo un batterista nella band, e se n’è uscito con il nome The Dead Souths. Non ci piaceva il plurale Souths, così abbiamo troncato la “s” e siamo diventati The Dead South. Dovevamo fare la nostra prima esibizione e avevamo bisogno di un nome, quindi abbiamo dato per buono quello e così è rimasto. Pare si sposi bene anche con il genere che facciamo, ma se avessimo anticipato di una decina d’anni la battuta“The Dead South?? Ma siete CANADESI!!” sicuramente ci avremmo ripensato.”
Il successo ha cambiato, in qualche modo, la percezione e visione che avete della musica? Avete sperimentato qualche cambiamento nel modo in cui scrivete o componete? Se si, è stato un cambiamento positivo o negativo?
“Non credo ci abbia cambiato, se non altro è più difficile uscirsene con idee originali rispetto a quando avevamo appena iniziato a suonare, perché stavamo tutti imparando a suonare e a scrivere. Non vorremmo mai scrivere due canzoni identiche, né tantomeno cambiare gli strumenti che suoniamo, quindi è più difficile scrivere canzoni originali rispetto a prima. Oltre a questo, tutto è rimasto esattamente come prima. Ci esercitiamo e componiamo ancora nei seminterrati, non abbiamo qualche posto stravagante dove riunirci e suonare, e il nostro “successo” non ha cambiato davvero nulla. Ci sentiamo ancora gli stessi quattro ragazzi di Regina che provano a scrivere belle canzoni.”
Guitars, banjo, terrific lyrics performed by vocals that can give you goosebumps: we’re talking about the folk-bluegrass group The Dead South. The ensemble, formed in 2012 in Regina, Saskatchewan, Canada, features Nathaniel Hilts (vocals, guitar and mandolin), Scott Pringle (vocals, guitar and mandolin), Danny Kenyon (cello and vocals) and Colton Crawford (banjo). They published their first studio album Good Company in 2014. At the moment, their discography counts three EPs – The Ocean Went Mad and We Were To Blame, published in 2013, Easy Listening for Jerks Pt. 1 and Easy Listening for Jerks Pt. 2, both published in 2022 – and three studio albums: Illusion and Doubt, published 2016 and Sugar & Joy, published in 2019, on top of their debut from 2014. They will play at Alcatraz in Milan on April 18th and we had the pleasure to interview them.
On a personal level, how did you cope with the past two years of pandemic? Did you notice any effect on the dynamics of the band, for example emotional distance or small frictions due to the frustration of being idle?
“I think we coped with the pandemic quite well. We all had some time to do our own thing for a little bit, which was a nice thing, at least for the first few months. We all had time to work on other personal projects, Scott had a baby. We spent lots of the down time practicing and recording our two new EP’s, so it wasn’t 18 months of being totally idle. Once we got back on the road, it felt like we had never stopped. We fell right back in to the groove pretty easily.”
Soon you will come and play in Italy: how do you feel about touring again? Do you like Italy? Do you think your music genre is more or less appreciated here rather than in other Countries?
“We’ve never been to Italy, so we’re super excited to finally play there! It’s always tough to say which countries appreciate our music more. People are people, and every country in the world is going to have people who enjoy our music and people who don’t. It will be very interesting to see how the Italian crowds compare to other crowds.”
One of your most famous songs is “In Hell I’ll Be in Good Company”: who do you see yourself with there, if you believe in Hell? How do you relate to religion and spirituality?
“None of us are religious guys, most of our lyrics are just stories, usually about villains instead of heroes. If there is a hell, I’m sure the four of us will be spending lots of time together there.”
Who are the artists that influenced you the most, both on a personal and musical level?
“When we started the band we listened to a lot of Trampled By Turtles, The Devil Makes Three, and Old Crow Medicine Show. Personally, I grew up listening to lots of metal, and that’s still what I listen to the most. Lamb of God, Trivium, The Black Dahlia Murder are probably my favourites. We all grew up on punk and classic rock as well, and I think those genes influence a lot of our songwriting.”
Which are the origins of the name “The Dead South”?
“We used to have a drummer in the band, and he came up with the name The Dead Souths. We didn’t like the plural Souths, so we dropped the “s” and became The Dead South. We had our first show booked and needed a name, so we went with that and it stuck. It seemed to fit the genre of music well, but if we had anticipated 10 years of “The Dead South?? But you’re from CANADA!!” jokes we might have reconsidered.”
Has success changed in any way your perception and vision of music? Have you experienced any change in the way you write and compose your music? If so, is it a good or a bad change?
“I don’t think it has, if anything it’s maybe a bit harder to come up with original ideas than when we first started playing, because we were all just learning our instruments and learning how to write songs. We never want to write two songs that sound the same, and we don’t want to change our instrumentation, so it’s more of a challenge to come up with unique songs than it used to be. Other than that, everything is exactly the same. We still just jam acoustic in someone’s basement, we have no fancy jam space or anything like that, and our “success” doesn’t really change anything. We still feel like we’re the same four dudes from Regina trying to write fun songs.”