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‘MY GENERATION’ SU SKY ARTE IL NUOVO PROGRAMMA MUSICALE DEDICATO ALLE BAND DEGLI ANNI 90 IN ONDA DAL 19 FEBBRAIO

SKY ARTE

presenta:

 

MY GENERATION
Il nuovo programma musicale dedicato alle band degli anni ‘90

Con Negrita, Almamegretta, Timoria, Virginiana Miller, Africa Unite,
Massimo Volume, Modena City Ramblers, La Crus, Marlene Kuntz, Perturbazione

 

IN ONDA DA SABATO 19 FEBBRAIO ALLE 20.15 SU SKY ARTE, ANCHE ON DEMAND E IN STREAMING SU NOW

 

Sta per partire “MY GENERATION”, il nuovo programma musicale che andrà in onda dal 19 febbraio ogni sabato sera alle ore 20.15 su Sky Arte (canali 120 e 400), disponibile anche on demand e in streaming su
NOW.
“My Generation” è il nuovo format realizzato in esclusiva per Sky Arte dedicato alla musica. Un racconto in 10 puntate che fotografa uno dei momenti più importanti della storia musicale del nostro paese: un viaggio negli anni ’90, attraverso dieci documentari dedicati ad altrettante band che hanno caratterizzato la scena indipendente italiana.

Protagonisti della prima stagione di “My Generation” sono: Negrita, Almamegretta, Timoria, Virginiana
Miller, Africa Unite, Massimo Volume, Modena City Ramblers, La Crus, Marlene Kuntz, Perturbazione.
Con un approccio narrativo che rende queste puntate monografiche dei veri e propri documentari, le band
ripercorrono il proprio percorso attraverso una lunga intervista, realizzando dal vivo in studio alcuni dei brani
più rappresentativi della loro carriera. Ogni puntata è impreziosita da foto e video inediti.
La ricostruzione è arricchita dagli interventi di chi, quegli anni, li ha vissuti in prima persona: giornalisti,
fotografi, discografici e figure chiave del mondo dello spettacolo.

Gli interventi sono di: Daniela Amenta, Ernesto Assante, Giulia Cavaliere, Valerio Corzani, Luca De Gennaro, Paolo Dossena, Luca Fantacone, Luca Fornari, Federico Guglielmi, Fabio Lovino, Pasquale Modica, Violante Placido, Fabrizio Rioda, Claudio Santamaria, Stefano Senardi, Valerio Soave, John Vignola, Vito War.

Gli anni ’90 hanno rappresentato per il nostro paese un periodo davvero interessante e rivoluzionario, che
merita di essere ricordato. Sono gli anni dell’affermazione dei network televisivi musicali, dell’arrivo di internet su larga scala e della nascita dei new media che riuscirono a portare in evidenza un panorama musicale rimasto, almeno fino a quel momento, confinato in una scena underground frequentata per lo più da un pubblico di nicchia.

Una vera e propria rivoluzione che vide la rapida ascesa di gruppi come Marlene Kuntz, Timoria, Negrita, La Crus, Almamegretta, Modena City Ramblers e molti altri che riuscirono ad avvicinare una platea generalista
verso sonorità più moderne e meno omologate.
“My Generation” è un programma di Max De Carolis e Fabio Luzietti scritto con Martina Riva e Margherita
Bordino, prodotto da Erma Pictures in collaborazione con Cinecittà, ATCL e Spazio Rossellini.

 

Calendario puntate
19 febbraio NEGRITA
26 febbraio ALMAMEGRETTA
05 marzo TIMORIA
12 marzo VIRGINIANA MILLER
19 marzo AFRICA UNITE
26 marzo MASSIMO VOLUME
02 aprile MODENA CITY RAMBLERS
09 aprile LA CRUS
16 aprile MARLENE KUNTZ
23 aprile PERTURBAZIONE

 

‘STASERA GIOCO IN CASA’ • GIANNI MORANDI AL TEATRO DUSE ANCHE A MARZO

‘STASERA GIOCO IN CASA’

GIANNI MORANDI AL TEATRO DUSE ANCHE A MARZO

NUOVE DATE: 10, 12, 13 marzo 2022

Teatro Duse – Bologna, via Cartoleria 42

 

Gianni Morandi sarà sul palco del Teatro Duse di Bologna anche a marzo, con tre nuove date: 10, 12, 13 marzo 2022 (giovedì e sabato alle ore 21, domenica alle 16). Prosegue, dunque, a grande richiesta la residency ‘Stasera gioco in casa’, partita il primo novembre 2019 in esclusiva nazionale sullo storico palcoscenico della sua città.

Le prevendite per le nuove date sono già aperte presso la biglietteria del Teatro Duse, on line e nei punti vendita del circuito Vivaticket (info teatroduse.it). Ancora disponibili le ultime poltrone per le date già annunciate del 17, 26 e 27 febbraio.

Dopo quasi due anni di stop dovuto alla pandemia, Morandi è tornato al Duse il 19 gennaio ed è subito stato travolto dall’entusiasmo del pubblico, che lo ha accolto con una serie ininterrotta di sold-out.Con i concerti di marzo, salgono a 35 i live‘Stasera gioco in casa’, in cui Gianni interpreta tutti i suoi più grandi successi e racconta i momenti più emozionanti della sua carriera artistica. Ad accompagnarlo in scena ci saranno Alessandro Magri al pianoforte ed Elia Garutti alla chitarra.

In scaletta al Duse, non mancherà ‘Apri tutte le porte’, il brano scritto da Lorenzo Jovanotti, che gli è valso il terzo posto e il premio della Sala Stampa ‘Lucio Dalla’ al 72esimo Festival di Sanremo.

 

MORMORA MUSIC

Gianni Morandi

STASERA GIOCO IN CASA

pianoforte ALESSANDRO MAGRI

chitarra ELIA GARUTTI

foto ANGELO TRANI

Il brano ‘Stasera gioco in casa’ è di PAOLO ANTONACCI

 

TUTTE LE DATE

10, 12, 13 marzo 2022 – NUOVE DATE

17, 26, 27 febbraio 2022

(Inizio spettacoli: ore 21, domenica ore 16)

 

 

 

BIGLIETTI

Intero

         

Prima platea                                            79 euro

Seconda platea                                       64 euro

Barcacce di platea                                  64 euro

Prima galleria e palchi                            54 euro

Barcacce di primo ordine                        54 euro

Palchi con visibilità ridotta                       39 euro

Seconda galleria                                     39 euro

Loggione e seconda galleria laterale      29 euro

 

 

BIGLIETTERIA

Teatro Duse – Via Cartoleria, 42 Bologna – Tel. 051 231836 – biglietteria@teatroduse.it

Dal martedì al sabato, dalle ore 15 alle 19 e da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo.

On line: teatroduser.it | Vivaticket.it

Spoon “Lucifer on the Sofa” (Matador Records, 2022)

Ci sono le band da caratteri cubitali nei cartelloni dei festival e ci sono le band da seconda linea; ci sono gruppi che fanno tanto rumore per nulla quando escono con un nuovo album, magari privo di sostanza, e ci sono gruppi che senza fanfare fanno il loro sporco lavoro, creando piccoli gioielli astratti dallo spazio-tempo.

Gli Spoon fanno parte della seconda categoria.

Ormai alla soglia dei trent’anni di onorata carriera, la band di veterani dell’indie di Austin, TX, ha dato alle stampe il suo decimo album Lucifer on the Sofa, un disco degno di nota perché riporta nelle nostre orecchie quel sound tipico di Britt Daniel & Co.

Dopo un paio di uscite non particolarmente memorabili – l’ultima, Hot Thoughts del 2017, piacevole ma algida – gli Spoon tornano alle radici, tornano in studio nel loro Texas, ritrovano il loro sound e creano il loro disco più rock ad oggi. Lucifer on the Sofa è un disco che sa di deserto e polvere, di luce dorata e chitarra suonata stravaccati su un divano, è il suono confortevole di qualcosa che conosci e sai che ti fa stare bene ma allo stesso tempo ha un risvolto fresco, un piglio energico e meno cupo dei dischi che ci hanno fatto amare la band a metà degli anni 2000.

Fin dalle prime note di Held, traccia di apertura del disco, anche un sordo riconoscerebbe il timbro Spoon delle chitarre languide e della batteria un po’ laconica; la voce di Britt Daniel poi, un po’ nasale, un po’ rauca, spettinata come lui, entra da lontano, come al solito. Dilatata, un po’ pigra o annoiata, ma comunque una presenza piena, ben armonizzata con la musica a cui si accompagna. Ecco, tipica traccia Spoon, niente di nuovo.

E invece.

E invece qualcosa succede in The Hardest Cut, una spinta, un ritmo un po’ più blues, un’ambizione di voler fare una traccia alla Run Run Run de The Who, portano ad un pezzo che avvolge e coinvolge, che ti fa venire voglia di ballare con l’aspirapolvere mentre fai le pulizie di casa.

Questa energia non è un episodio isolato, ma si propaga come un’onda attraverso le tracce successive rendendole accattivanti, seducenti, intense come i temi trattati in Wild o My Babe. L’album scorre piacevolmente, tra accelerazioni e rallentamenti, tra una tastiera incalzante e una ballata a base di chitarra prima appena accennata, timida, che si va a nascondere dietro alla batteria e per poi tornare in un crescendo splendidamente, pienamente rock.

È da questa pienezza rock, questi suoni forti, corposi, che emerge come una ventata di freschezza Astral Jacket, una traccia che fin dal primo ascolto ti fa fermare, qualsiasi cosa tu stia facendo, perchè vuole la tua completa attenzione e tu non puoi che dargliela.

“In the blink of an eye / You can feel so fine / You can lose all track of time”

In un battito di palpebre, ti puoi sentire così bene. In un battito di palpebre, ti puoi perdere completamente, ed è esattamente così che ci si sente: inermi, si viene inghiottiti in una parentesi di pace e tranquillità, totalmente rapiti da backing vocals eterei, ma quella che sembra eternità in realtà svanisce nel tempo di un battito mancato del cuore.

Sta a Satellite, paradossalmente, riportarci sulla terra con la sua languida dichiarazione d’amore, mentre il congedo avviene con la title track Lucifer on the Sofa, la perfetta conclusione di un disco che ti entra dentro, ben pensato e ben eseguito, e che non sapevi di aver bisogno di ascoltare finchè, con un mezzo atto di fede o di abitudine, non premi play la prima volta.

E se per caso doveste incrociare la vostra strada con quella degli Spoon, che siano headliners ad un festival di quartiere o in un anonimo slot pomeridiano a qualche grande evento, fatevi un piacere: non perdeteveli, perchè vi sapranno dare rock, quel rock che forse avete dimenticato quanto vi manca.

 

Spoon

Lucifer on the Sofa

Matador Records

 

Francesca Garattoni

Eddie Vedder “Earthling” (Seattle Surf/Republic Records, 2022)

Mi prenderò un paio di libertà.
Divido le righe a me concesse su questo album in due parti. Nella prima, da bravo lettore di cartelle stampa e storie precotte, si presenta il tutto. Le sane, basilari 5W che ogni articolo dovrebbe raccontare. Così abbiamo i fatti. Anche se, dopo vari ascolti, una domanda su tutte ha preso il sopravvento.

Sono stati giorni difficili, i giorni del Perché. Quindi la seconda parte, quella bisognosa di libertà, la chiameremo la parte del Perché.

Partiamo però dalle basi: Eddie Vedder esce con il suo terzo album solista, Earthling. Un album che di solista ha ben poco, in realtà, considerando che con lui ci sono l’amico di sempre Glen Hansard, il batterista dei Red Hot Chili Peppers, Chad Smith, Josh Klinghoffer, di recente reclutato anche dai Pearl Jam, l’ex Jane’s Addiction Chris Chaney, ed Andrew Watt, che il disco lo ha anche prodotto.
Siamo quindi molto lontani dal capolavoro del 2007, Into The Wild, o dallo sperimentale Ukulele Songs, datato 2011. Qui abbiamo una nuova band, un nuovo produttore (Watt ha nel suo curriculum nomi come Miley Cyrus, Justin Bieber e Post Malone) e tre collaborazioni con icone della musica contemporanea: Elton John, Stevie Wonder, Ringo Starr.
L’uscita del disco è stata anticipata da tre singoli: Long Way, The Haves e Brother the Cloud, mentre la band è già in tour negli USA per alcune date.
L’album è composto da tredici canzoni, ordinate come fossero eseguite live, con un Intro (Invincible) e una sorta di scaletta interna, che segue un climax che porta alle tracce conclusive con le collaborazioni citate poc’anzi e un ultimo brano in cui compare la voce del padre di Eddie Vedder e che porta al termine del disco-concerto.
Questi, più o meno, i fatti. Ora passerei volentieri a cosa è accaduto durante l’ascolto ossessivo e ripetuto del disco. Una serie di strane domande, di strani spettri e una affannosa ricerca di risposte.

Dentro di me da giorni convivono, discutono e si scontrano tre diversi e bizzarri personaggi. Sono fondamentalmente punti di vista, ma come in un Pirandello-bonsai hanno preso vita e quasi ci tengo a presentarveli.
Sono il sogno di una notte di mezzo inverno, figli della relazione che mi lega a Vedder. Anche se un po’ come negli amori dell’asilo, Lui, ancora, non lo sa. E forse andremo alle elementari e mai lo saprà, ma questa è un’altra storia.
Anzi, questa forse è proprio l’incipit della seconda parte di questo scritto.
La relazione che lega Lui a me, Vedder a chi lo ascolta, è sbilanciata e sbagliata. L’ho compreso nella mia ricerca di fonti che rispondessero ai tanti “perché” di questi giorni, e ho trovato spunti molto interessanti nell’intervista Vedder di David Marchese per il New York Times Magazine. Cito, in disordine sparso:

“Really all I can do is hope that other people appreciate the music that I like”.

“At least we’re not chasing anything”.

“A singer in a rock ’n’ roll band is not going to be able to reshape all the things that he’d like to”.

E chiudo con un tombale:
“Our job is not to make records that people like. Our job is to make the music that makes us feel proud”.

Ecco, il primo personaggio che mi saltella in testa è il Vedder cinquantenne. Una sua versione meno iconica, meno idealizzata, più onesta e forse con la pancetta. E ancora, mi permetto, in realtà quest’anno si va per i 58, ma pensare che il cantore della tua giovinezza va per i sessanta…. non sono pronto, davvero, chiedo scusa.
È nato leggendo e informandosi, cercando un nuovo sguardo per meglio comprendere un disco deludente ai primi ascolti, disperatamente cercando un fondo di oggettività.

Del secondo posso solo dirvi che l’oggettività non è il suo forte. Ha accolto Ukulele Songs come un’arditissima esplorazione etnomusicale, esulta qualunque cosa Vedder canti, fosse anche una cover dei Nickelback eseguita con una balalaica, l’ultimo concerto visto è sempre il migliore. Esiste, il personaggio intendo, solo per svolgere una funzione basilare: non riuscire ad ammettere una delusione. Perché Vedder, e così come lui qualunque cantante abbiamo mitizzato, sono diventati una funzione, un meccanismo pavloviano di piacere che se smontato, porta a una reazione da tossici.
“Se hai creato Into The Wild non puoi essere che un dio”. Errato, grazie per aver partecipato.

La nemesi di “numero due”, detto Eddie Pavlov, è il numero tre, che vanta un soprannome di tutto rispetto: l’ho chiamato Cristo si è fermato a Vitalogy (ma forse anche prima). Lui è quello che ha visto finire i Pearl Jam al terzo album. Tutto quello che è venuto dopo è figlio del Vedder-pensiero, è manierismo, è il fantasma della prima epifania divina del ’91. Stringo.

Numero tre pensa che Earthling sia un disco evitabile. Un lavoro inutile, un disco impacchettato da un produttore che non dovrebbe (potrebbe?) condividere un progetto con Vedder. Non riesce a credere di doversi ascoltare l’ assolo proto-punk dell’armonica di Stevie Wonder. Gli è sembrato addirittura di sentire un intro dei Prozac+ alla terza traccia. Si è divertito ad ascoltare The Dark mettendo in sincro il balletto di Springsteen di Dancing in The Dark. Andava a tempo anche Courteney Cox nonché il testo, un bignami della poetica springsteeniana.
In una moderna riedizione della Querelle des Anciens et des Modernes sarebbe partigiano della superiorità degli antichi, ma senza saper spiegare il perché.

Tra i tre è nata una dialettica. Un po’ come le fantomatiche liste dei pro e dei contro, con i radicali a duellare, mentre il Vedder-reale, quello che ha già risposto, attende sornione che la realtà prenda a sberle i fan del passato e gli yes-men.

Dipende da dove avete collocato la vostra asticella.
Da quanta fame avete e da quanto le vostre papille gustative si sono anestetizzate negli ultimi due anni.
Dipende dalla risposta onesta a una domanda onesta: tornerete ad ascoltarlo volentieri?

Ultimo pensiero. Questo è un disco di un Vedder che ha fatto pace col sé stesso di quarant’anni fa, che non ha più bisogno di distruggere il mondo, perché ha appreso il dialogo, e che ha trasformato Even Flow nella Vitalogy Foundation.
Calmato il proprio fanciullo interiore, ancora appeso a un traliccio del passato e registrati i confini della propria umanità, Eddie Vedder si è permesso il lusso di provare a realizzare un disco che piaccia innanzitutto a sé stesso.

Poi, sia chiaro, può rimanere solo un lusso.

E non piacere a nessuno.

 

Eddie Vedder

Earthling

Seattle Surf/Republic Records

 

Andrea Riscossa

Tre Domande a: Alice Robber

Come e quando è nato questo progetto?

È nato nel 2019, ma in realtà mi viene da dire che questo progetto c’è sempre stato, dentro la mia testa, da quando ho iniziato a scrivere le mie canzoni. Ora sta crescendo e sta trovando la sua forma giorno dopo giorno. Quando ho iniziato a scrivere ero solo io e il mio pianoforte, oggi invece ci sono anche i miei produttori, Studio Corrente, che lavorano con me e con cui stiamo creando un immaginario ben preciso. A Marzo uscirà il mio primo EP e sono molto emozionata di poter presentare finalmente l’intero progetto. 

 

Cosa vorresti far arrivare a chi ti ascolta?

Vorrei che chi ascoltasse le mie canzoni si sentisse parte di qualcosa. Vorrei che si sentissero meno soli, nel bene o nel male.
Alla fine proviamo tutti, chi più o chi meno, emozioni simili. La paura, la gioia, la sofferenza, il dolore per un amore perso. Io alla fine parlo di questo nelle mie canzoni, parlo delle mie esperienze, e sapere che qualcuno ci si possa ritrovare e sentire compreso mi rende felice.
In questi nuovi brani c’è la me più fragile, ho scritto queste canzoni nel modo più sincero possibile e spero che questo arrivi, in un modo o nell’altro. 

 

Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?

Ad oggi, sarebbe senz’altro Keep On Dancing. Ho iniziato a scrivere questa canzone quando avevo 19 anni e non l’ho mai finita, fin quando non me ne sono dimenticata. L’ho ritrovata 2 anni fa dentro vecchi progetti. Mi sono resa conto di quanto mi sentissi triste e sola, mi sono tornate in mente tutte le sofferenze, i brutti pensieri, la paura di vivere e di crescere, i miei attacchi di panico in posti troppo affollati. Ho deciso di finire la canzone, le strofe sono rimaste le stesse, ho aggiunto il ritornello e lo special.
Non avrei mai immaginato quando ho iniziato a scrivere questa canzone che sarei stata capace di ballare di fronte a tutto quel dolore, ma soprattutto non avrei mai immaginato che ora chiunque può ascoltarla.
In questa canzone c’è tutto quello che sono stata e che sono, le mie paure e le mie sofferenze, ma anche la voglia di non smettere mai di combattere e di crescere nella versione migliore di me. E come dico nel ritornello, “Keep on dancing till the sun comes out”, sempre.

I BOTANICI • Nuovo singolo in uscita

GRANDINA

in uscita l’11 Febbraio 2022

Dopo il fortunato EP di featuring “Kirigami”, I BOTANICI tornano sulle scene in una veste completamente rinnovata, annunciando questa metamorfosi di suono e di stile con un singolo in uscita l’11 febbraio per Garrincha Dischi: Grandina, un brano intriso di algida malinconia che sancisce l’inizio di un nuovo capitolo discografico per la band campana.

Al trio di Benevento, infatti, si aggiunge Stefano Titomanlio al basso, portando un ulteriore incremento di decibel al già corposo wall of sound a cui ci avevano abituati, un cambiamento che allarga ulteriormente lo spettro sonoro e arricchisce gli arrangiamenti.

Sul progetto rimane però la firma di Alberto Bebo Guidetti de Lo Stato Sociale, che insieme a Nicola Hyppo Roda ha prodotto il nuovo singolo.

Grandina si pone come manifesto della trasformazione radicale della band. Un brano che, come pioggia ghiacciata, si scaglia dritto al cuore di chi ascolta congelando per un attimo le sue emozioni, sospese tra chitarre che tessono trame intricate e un pianoforte che simula il ticchettio del tempo. Tutto riprende vita nel ritornello, dove potenti riff di chitarra e pattern di batteria marziali ricominciano a battere nel petto dell’ascoltatore, mentre la voce esplode in un urlo lancinante che esprime l’attesa inesorabile di un futuro dove poter tornare ad unirci tutti in un pogo furioso.

«Grandina è uno spaccato sul sentirsi intrappolati in una prigione fatta di ricordi» racconta la band «Una nota autobiografica sull’eterno presente che le giornate sembrano portarsi dietro, con la loro vacuità di senso. Grandina però è anche un fantasma dal futuro, una presa di coscienza della tensione che ci trascina verso qualcosa di sconosciuto. Un ricordo artificiale a proteggere una superficie ruvida e increspata, dove saremo soli, mentre la grandine ci blocca in un limbo di incertezza.»

CREDITI
Musica e parole di Antonio Del Donno, Gaspare Vitiello, Gianmarco Ciani e Stefano Titomanlio.
Edizioni: Garrincha Edizioni Musicali.
Produzione artistica di Alberto ‘Bebo’ Guidetti, Nicola ‘Hyppo’ Roda e Antonio Del Donno.
Registrato e missato da Nicola ‘Hyppo’ Roda e Antonio Del Donno presso il Donkey Studio di Medicina (BO). Masterizzato da Francesco Brini presso lo Spectrum Studio di Bologna.
Artwork di Temo Creative Studio. Fotografie di Carmine Musella.

BIOGRAFIA
I Botanici nascono nel gennaio del 2015 a Benevento. Nel 2017 esordiscono con “Solstizio”, LP pubblicato per Garrincha Dischi, sotto la produzione di Alberto Guidetti. La promozione del disco li vede in giro per più di 70 date in tutta Italia, su palchi e con band di spessore nazionale. Al termine del tour, pubblicano, sempre per Garrincha Dischi, “Solstizio Deluxe”, riedizione del primo disco contenente in aggiunta due brani inediti e una cover. Nel 2018, Mirko di Fonso, lascia la band per dedicarsi al suo progetto solista. I Botanici (Gianmarco Ciani, Antonio del Donno, Gaspare Maria Vitiello), pubblicano nel 2019 il loro secondo disco, “Origami”, contenente undici tracce tra cui un featuring con Lo Stato Sociale. Edito Garrincha Dischi e Fonoprint, anche in “Origami” la produzione è affidata ad Alberto Guidetti. La promozione del disco li vedrà impegnati fino a marzo 2019 in tour, seguiti da Stefano Titomanlio al basso che entrerà in pianta stabile nella band. Nel 2020 prende vita l’EP “Kirigami”, in cui la band coinvolge Maggio & Tanca, Le Endrigo e Giorgieness per arricchire, con la loro partecipazione, alcuni brani di “Origami”. Nel 2021 la collaborazione con Alberto Guidetti prende nuove forme. I Botanici suonano le chitarre nel brano “Fantastico!” pubblicato nell’EP “BEBO”. Nel 2022 riapprodano sulle scene annunciando il nuovo singolo “Grandina”, apripista del loro nuovo capitolo discografico, in uscita l’11 febbraio per Garrincha Dischi.

I BOTANICI
IG: https://www.instagram.com/ibotaniciband/

FB: https://www.facebook.com/ibotaniciband

SPOTIFY: https://sptfy.com/7jSb

Sanremo 2022: il pagellone del Festivàl

Matteo Romano: una canzone in pieno stile sanremese per questo ragazzo che sembra almeno 5 anni più piccolo di quello che è. Premio Giochi della Gioventù™

Giusy Ferreri: da martedì porta il peso dei meme di questa edizione. La foto di lei con megafono e microfono ci accompagneranno per le prossime settimane.

Rkomi: corre, salta, fa le flessioni, lava i piatti con quei guanti della terza sera e tra una cosa e l’altra canta pure. L’ultima sera fa un sentito discorso su come magari non azzecchi tutte le note ma ci creda comunque fortissimo. Premio Sincerità™

Iva Zanicchi: “e a Iva Zanicchi cosa vuoi dire?”. E infatti non dirò niente. 

Aka7even: porta una canzone che ricorda pericolosamente What Makes You Beautiful degli One Direction. Un Harry Styles che non ci ha creduto abbastanza. 

Massimo Ranieri: non ci sono più i Perdere l’Amore di una volta. 

Noemi: una canzone senza momenti vuoti. Decisamente rivalutata dalla prima sera.

Fabrizio Moro: non riesco a pensare a qualcosa di più diametralmente opposto a Non mi avete fatto niente, con cui vinse nel 2018. Purtroppo questa svolta ballad per me è no.

Dargen D’Amico: stessa chaotic energy di Piero Pelù ma senza rubare borsette al pubblico.

Elisa: l’arte la maestria la perfezione la professionalità la grazia. Podio meritatissimo.

Irama: dopo la quarantena dell’anno scorso, torna cambiato. Come chi torna da un viaggio in India per ritrovare se stesso. Purtroppo, era meglio la prova generale dell’anno scorso.

Michele Bravi: lui icona di stile e del Fantasanremo. La canzone carina ma niente di nuovo. 

La Rappresentante di Lista: canzone meravigliosa, balletto da trend topic già imparato a memoria. Meritano il mondo, sicuramente più di quello che gli abbia dato il televoto.

Emma: una canzone grintosa, in pieno stile Emma. Il duetto con Francesca Michielin sulle note di Baby One More Time ci ha fatto volare.

Mahmood e Blanco: la rivelazione. Una canzone completamente inaspettata da questo duo. Tengono il palco come se lo facessero da tutta la vita e infatti, come da pronostici, vincono. Ci vediamo a Torino.

Highsnob e Hu: i Coma_Cose dopo aver ascoltato per 24 ore filate i My Chemical Romance. La canzone spesso penalizzata dagli orari immondi di esibizione.

sangiovanni: guilty pleasure del festival, non me ne vergogno.

Gianni Morandi: a 77 anni ha più energia di tutto l’Ariston messo insieme. Premio Welfare™ e terzo posto.

ditonellapiaga e Rettore: il duo di cui avevamo bisogno. Il loro 16° posto mi ha fatto venire voglia di fare come l’orchestra nel 2010. Anche loro meritavano decisamente di più.

Yuman: è un film asiatico di 3 ore, di quelli che il tuo amico cinefilo ti giura sia bellissimo. Per pochi.

Achille Lauro: la canzone è molto simile a Rolls Royce, ma le sue esibizioni stupiscono sempre con questo aplomb invidiabile. Un signore.

Ana Mena: da potenziale regina del raeggeton a boss delle cerimonie. Neomelodica.

Tananai: la versione live non rende giustizia a una canzone che in studio è pure godibile. Ultimo posto all’Ariston ma beniamino del Twitter.

Giovanni Truppi: canottiera rossa d’ordinanza (ma artigianale ♥️) ed è subito Festa dell’Unità. Dopo ieri sera mi permetto di volergli un po’ più bene. Duro e puro.

Le Vibrazioni: la canzone mi è piaciuta molto più di quanto mi aspettassi da un pezzo delle Vibrazioni. Premio Shock™

 

Francesca di Salvatore

 

Foto: Marco Piraccini

Grazie a Mondadori Portfolio

MASEGO L’anima della Trap House Jazz torna in Italia per un imperdibile appuntamento

MASEGO
L’anima della Trap House Jazz torna in Italia per un imperdibile appuntamento

STUDYING ABROAD: MISSED MY FLIGHT

RIPROGRAMMATA LA DATA INIZIALMENTE PREVISTA A MARZO 
28.11.2022 – MILANO – FABRIQUE

Prevendite https://link.dice.fm/S60rGit3rnb 

Ascolta “Garden Party”
youtu.be/AZCewwo78j0 

 

RADAR Concerti presenta MASEGO. L’artista che unisce jazz, elettronica e trap torna in Italia per presentare il suo ultimo album “Studying Abroad: Missed my Flight”, accompagnato dal singolo “Mystery Lady” che, in collaborazione con Don Toliver, conta oltre 91 milioni di stream su Spotify.
L’appuntamento, inizialmente previsto il 2 marzo 2022, è rimandato al 28 novembre 2022 al Fabrique di Milano. 

Masego, nato in Giamaica e cresciuto in Virginia, è il nome d’arte di Micah Davis, un omaggio alle sue radici sudafricane che significa “benedizioni”. Cantautore, rapper, DJ e polistrumentista autodidatta, ha creato un proprio stile unico e originale che combina trap, house, jazz, R&B e che è stato definito “Trap House Jazz”. Il suo ultimo album “Studying Abroad: Missed my Flight” segna un momento di crescita personale e di ampliamento degli orizzonti sia dentro che fuori la musica. L’artista infatti, ispirato dal regista e artista manga giapponese Hayao Miyazaki, sta lavorando a un progetto di animazione che combina il suo amore per l’arte, la musica e lo storytelling.

Masego ha raccolto consensi internazionali grazie alle sue abilità musicali e il singolo “Tadow” ft. FKJ, dell’album di debutto “Lady Lady”, ha ottenuto il platino posizionandosi in diverse classifiche di Billboard US tra cui quella di vendita degli album R&B/Hip Hop.
Ha collaborato con diversi colleghi quali Alex Isley, Joyce Wrice, ELHAE, KAMAUU, e più recentemente ha affiancato J.I.D. e Rapsody per la colonna sonora ufficiale del film candidato agli Oscar “Judas and the Black Messiah”.

L’energia e lo stile inconfondibile di Masego sono pronti a conquistare nuovamente il pubblico italiano in un’unica e imperdibile data al Fabriquedi Milano il 28 Novembre 2022.

Prevendite
https://link.dice.fm/S60rGit3rnb

Contatti Masego
Official Website: https://www.masegomusic.com/ 
Official Facebook: https://www.facebook.com/UncleSego 
Official Twitter: https://twitter.com/unclesego  
Official Instagram: https://www.instagram.com/masego/ 
Official YouTube: https://www.youtube.com/masego 

Tre Domande a: Bouganville

Come e quando è nato questo progetto?

I Bouganville sono nati nell’estate del 2017: io (Luciano Zirilli) e Luca Grillo ci conosciamo già da anni, entrambi villeggiamo a Salina da quando siamo nati. Ci siamo accorti presto di avere gusti musicali affini: quando ai falò finiva il momento Albachiara / Wonderwall ci mettevamo a suonare gli Strokes o i Pixies. Roba da hipster.
Da lì a formare una band il passo è stato breve: Luca G. si è trasferito a Roma e abbiamo iniziato a buttare in pasto alle piattaforme digitali i nostri primi singoli. Dopo vari avvicendamenti, abbiamo raggiunto la formazione definitiva con Gianluca Fraddosio al basso nel 2018 e Luca Taurmino alla batteria, nel 2019. Da quel momento sentivamo che eravamo completi e pronti per andare in studio.

 

Progetti futuri? 

Possiamo dirvi che uscirà il nostro album nel 2022. È un disco che ha subito molti slittamenti a causa della pandemia: per questo siamo molto contenti di pubblicarlo, l’attesa è stata a tratti snervante ma alla fine siamo molto soddisfatti del risultato. Non vediamo l’ora di suonarlo dal vivo, speriamo al più presto. Per ora ci stiamo concentrando sulla scrittura di nuovo materiale.

 

Se doveste scegliere una sola delle vostre canzoni per presentarvi a chi non vi conosce, quale sarebbe e perché?

Crediamo che Investigazioni Private sia la canzone manifesto della nostra musica. Abbiamo condensato in questo pezzo tutto quello che ci ha ispirato nella scrittura dell’album: la musica soul, l’indie rock, il pop degli anni ’60. Ha un linguaggio che sentiamo nostro.

Black Country, New Road “Ants From Up There” (Ninja Tune, 2022)

Quand’ero piccolo mi perdevo ad osservare i raggi di luce filtrati dalle imposte. La polvere in sospensione che fluttuava davanti al mio naso erano mondi microscopici e fantastici, alcuni pieni di creature incredibili, altri erano universi paralleli, dove il tempo e lo spazio non avevano più regole.
È la prima immagine, il primo ricordo che il secondo album dei Black Country, New Road, Ants From Up There, mi ha evocato.
Perché loro sono sopra ad uno di quei granelli, prodotti da una incontrollata esplosione di fantasia fanciullesca. 

Sono in sette. Isaac Wood, voce e chitarra, Tyler Hide al basso (figlia del cantante degli Underworld), al sax Lewis Evans, Georgia Ellery al violino, chitarra per Luke Mark, May Hershaw al pianoforte e alla batteria Charlie Wayne. Vanno citati tutti perché sono sette personaggi, sette voci, sette punti di vista. Si definiscono collettivo e per una volta la parola rappresenta perfettamente il prodotto finale. 

Cresciuti e coccolati nel salotto culturale del Windmill Pub di Brixton, dopo il successo del loro primo disco, For The First Time, uscito esattamente un anno fa, hanno deciso di rinchiudersi in studio sull’Isola di Wright, con due angeli custodi: Sergio Maschetzko e David Granshaw a curare il suono e la produzione. Una storia di isolani che si isolano su un’isola più piccola per fare gruppo, concentrarsi sul lavoro e lasciare il mondo fuori.
Il collettivo trova la ricetta giusta e il giusto metodo di lavoro. Il prodotto finale è un qualcosa di nuovo, soprattutto qualcosa di diverso rispetto ai prodotti post-punk che provengono dalla scena britannica.

Sopra quel granello di polvere color oro, sospeso nella luce, si sente un gran bel caos.
È un klezmer jazzato minimalista post-qualcosa.
Un dialogo senza regole tra strumenti, che diventano attori di un racconto e che entrano in scena con urgenza, per mostrare un punto di vista, a costo di farlo fuori tempo.
Un Satie con la sindrome di Tourette.
Perché loro sono minimali e orchestrali. Sono emozioni a dimensione variabile. Sanno essere oscuri ed entusiasti, attraverso flussi disordinati esplodono in ubriacature di suoni, sanno essere solitari e sanno suonare “in grande”. È una stratificazione di livelli sonori e narrativi, che porta l’ascoltatore a cercare gli strumenti nella coralità, a individuare le frasi, i punti di vista, le dissonanze, le ripetizioni. È come un patchwork sonoro, con parti più assonanti, altre prodotte da antitesi.

Sono impressionisti e futuristi, sono in grado di evocare il minimalismo di Steve Reich e gli Arcade Fire in pochi minuti. C’è qualcosa degli Slint, ma anche di Michael Nyman. C’è un delizioso fil rouge che scorre sotterraneo lungo le canzoni dell’album: il tema introdotto nell’Intro viene ripreso in diversi momenti, a volte da singoli strumenti in diverse tracce, come un richiamo, una mappa.

Anche perché la strada la perdiamo già al secondo pezzo, Chaos Space Marine, una sorta di gioco musicale, di scherzo, realizzato però con cura e presentato come una sorta di overture di tempi passati. Si scivola poi nell’intimismo e nel crescendo di Concorde, per passare al flusso di coscienza di Bread Song, canzone di oltre sei minuti che a metà esatta si trasforma, trova una forma e la pace. L’album ci porta attraverso climax, sorprese, ballate, struggenti assoli di sax fino ai due pezzi finali, due perle in coda a Ants From Up There: Snow Globes, canzone da nove minuti in cui la batteria di Wayne dopo poco dissente, si imbizzarrisce e scalpita. Un lavoro a togliere, come il marmo, come il tempo. Chiudono con dodici minuti abbondanti di Basketball Shoes, una sorta di epica avventura finale.

Ho altre immagini evocate da questo lavoro straordinario dei BCNR, e sono tutte le legate a un film, The Secret Life of Walter Mitty, che è una celebrazione dell’incredibile meraviglia nascosta nell’ordinario, nella quotidianità. C’è un eroe in tutti, c’è l’avventura in ogni pensiero, c’è lo straordinario a due isolati di distanza, anche solo nei pensieri e nell’immaginazione. Questo album, come il film di Ben Stiller, è una iperbolica avventura che parte dal quotidiano e non ci pone un confine definito. 

Poi titoli di coda e il sipario. 

E rimane un occhio un po’ lucido, un sorriso ebete sul viso e un granello di polvere sul naso. 

 

Black Country, New Road

Ants From Up There

Ninja Tune

 

Andrea Riscossa

Korn “Requiem” (Lomo Vista Recordings, 2022)

Nu Metal Sentimentale

La credenza comune è che i metallari non piangano. La società ci giudica per il nostro modo di vestire, e soprattutto per la musica che ascoltiamo. Ci danno dei satanisti, solamente per i nostri abiti scuri, o l’aspetto funereo.
Ma anche noi metallari abbiamo emozioni.
Possiamo dire che il nostro stile comunicativo è un pochino sopra le righe, ma questo non esclude che anche noi sappiamo essere dolci, gentili e malinconici al tempo stesso.

E sono i Korn, con il loro quattordicesimo album Requiem, ad esporre questo lato quasi tenerello del nu metal.

Jonathan Davis, come un moderno Zio Tobia (Zio Tobia Picture Show era uno spettacolo televisivo horror su Italia1, NdA), ci introduce in un mondo spettrale ed emozionale.

La pandemia ha portato una dilatazione nel tempo di creazione del disco e questo ha permesso un lavoro più accurato sulla scrittura e più melodico, dando alla luce un album-viaggio dentro sé stessi che porta alla nascita di qualcosa di nuovo.

“Non siamo mai completamente formati ma sempre soggetti a una lenta evoluzione coscienziale” diceva Marcel Proust e così i Korn, (padri fondatori nel nu metal, attivi dal 1993) iniziano il loro viaggio alla scoperta di nuove sonorità.

Requiem è composto da nove brani, il cui cuore pulsante è il quinto, Disconnect, brano molto saturnino in cui traspare una certa vulnerabilità e, stranamente, dolcezza. 

Ma l’album si apre con tutt’altro che miele e parole soavi.

Primo nella tracklist troviamo Forgotten, con un’accattivante intro di basso che lascia il passo a frammenti melodici per poi esplodere nel ritornello e nel finale. L’epicità del brano successivo, Let The Dark Do The Rest risiede nell’energia che travolge dal primo secondo di ascolto, e procede in un alternarsi di cantato lento (le doti canore di zio Jonathan Davis sono sempre spropositate) e batterie pesanti e growl. 

Hopeless and Beaten e My Confession rappresentano l’anima nu metal del disco, mentre Lost in The Grandeur e Penance To Sorrow sono i pezzi più sperimentali per il sound del gruppo, un rollercoaster di armonia e caos.

L’album si chiude con un regalo per i nostalgici, Worst Is On Its Way, un ritorno alle origini pieno di scat (che ci mancavano tanto).

E per tutti quelli che dicevano che Korn erano finiti, erano morti… Beccatevi sto ritorno in grande stile!

 

Korn

Requiem

Lomo Vista Recordings

 

Marta Annesi

Tre Domande a: Marta Arpini

C’è un artista in particolare con cui ti piacerebbe collaborare?

Sarebbe un sogno collaborare con Andy Shauf, un po’ in qualsiasi forma — co-scrivendo una canzone, o vedendo da vicino come registra e produce i propri album, cantando insieme… c’è qualcosa nella sua voce, e nel suo suono come artista in generale, che mi affascina enormemente, mi emoziona e a cui mi sento affine, e ovviamente amo anche moltissimo come scrive e come arrangia. Ogni volta che ascolto qualcosa scritto o registrato da lui, lo riconosco immediatamente, e mi punge il cuore. Sarebbe un’enorme fonte di ispirazione poter lavorare con lui.

 

Progetti futuri? 

Vorrei continuare a percorrere la strada che ho intrapreso con questo mio disco I Am a Gem: immaginare, scrivere e arrangiare musica per un organico ampio quanto flessibile, anche differente per ogni canzone. Più di tutto vorrei iniziare a produrre la mia musica da me; finora ho sempre collaborato con produttori, che è una cosa molto bella e intelligente, perché può dare un apporto fresco e originale al materiale. Lavorando sulle mie demo in maniera anche ossessiva, ho capito però che ho le idee molto chiare riguardo certi aspetti della produzione, e mi piacerebbe sviluppare il più possibile questo aspetto del processo creativo. Al momento sto scrivendo molte canzoni che prevedono la presenza di voce, chitarre, molti flauti e clarinetti. Vorrei raccoglierne un po’ e pubblicare presto un EP, o comunque una prima parte di un lavoro che può diventare molto più esteso. Mi è piaciuta un sacco l’idea dei Dirty Projectors, che nel 2020 hanno pubblicato 5 EP poi racchiusi in un unico, lungo album. Vorrei prendere ispirazione da questo.
Ad aprile 2022 poi uscirà il primo EP di tiigre, la mia band dream pop indie rock, e di sicuro andremo avanti a lavorare su nuove canzoni, per registrare e pubblicare il nostro primo album alla fine del 2022 / inizio 2023.

 

C’è un evento, un festival in particolare a cui ti piacerebbe partecipare?

Più che un evento o un festival in particolare, c’è una venue ad Amsterdam dove sogno di potermi esibire un giorno. Si chiama Paradiso, ed è una ex chiesa che oggi ospita concerti importanti. Lì ho visto alcuni dei miei artisti preferiti, tra cui i Big Thief nel 2020, poco prima che tutto chiudesse per la pandemia. La serata era sold out, la sala era pienissima e l’atmosfera incredibile. Il Paradiso è un’istituzione qui in Olanda, e poterci fare uno show da headliner un giorno… sarebbe bellissimo.

 

Foto di copertina: Teresa Costa