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Ferrara Sotto Le Stelle
Cortile Castello Estense (Ferrara) // 24 Giugno 2019
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Carlo Vergani
XXII EDIZIONE
5,9 – 17,21 luglio 2019
@ Arena del Mare – Porto Antico, GENOVAGOA BOA chiama LUNA:
a 50 anni dal primo passo dell’uomo sul suolo lunare, lo storico festival genovese propone un cast stellare con IZI, CALCUTTA, CARL BRAVE, GAZZELLE, SALMO, MAX GAZZÈ…
E quest’anno nasce GOAZILLA: lo spin-off dedicato agli “intramontabili” inaugura con STEVE HACKETT e JETHRO TULL
Luglio 1969 l’uomo muoveva il primo passo sulla Luna.
50 anni dopo, a Luglio 2019, Goa-Boa sventola la bandiera della nuova musica italiana nel cuore del Porto Antico di Genova.Oltre 50 artisti, una manciata di poeti e dj in 9 serate programmate in centro città, giocando a Ping Pong sulla Luna, circondati dal mare.
Nel luglio del 1969, Neil Armstrong compie quel “piccolo passo per l’uomo” che per la prima volta unisce tutta l’umanità – oltre ogni frontiera geografica o ideologica – col fiato sospeso davanti al tubo catodico: l’uomo è sulla Luna!
La Luna. L’unico satellite terrestre, fin dall’antichità oggetto di fascinazione e ispirazione per gli artisti del nostro Pianeta, è la protagonista della 22a edizione del GOA BOA di Genova. A 50 anni dall’allunaggio dell’Apollo 11, lo storico festival celebra questo importante compleanno ospitando un cast stellare pronto ad atterrare nel cuore del Porto Antico della “Superba” per una festa senza precedenti.
Molte le tappe disegnate sulla mappa intergalattica di questa edizione, a partire dalle due ghiotte anteprime in cui saranno protagonisti Calcutta (5 luglio) e Gazzelle (9 luglio). Scaldati i motori si decolla seguendo le rotte più avventurose cui ci hanno abituati gli esploratori dell’Associazione Psyco, organizzatori della kermesse genovese sin dal 1998. Ed è così che una miscellanea di coraggiosi artisti, uniti da quella voglia di perlustrare costellazioni musicali sempre nuove, si avvicenderanno dal 17 al 21 luglio: dal rock incediario dei Fast Animals and Slow Kids, alle declinazioni transgenerazionali della canzone nostrana proposte da Carl Brave, Ghemon e Max Gazzè, sino alle commistioni rap di Salmo e IZI, che chiudono Goa Boa 2019 proprio tra il 20 e 21 luglio, gli stessi giorni in cui 50 anni fa gli statunitensi misero piede sull’Astro d’Argento. In mezzo c’è spazio per tutti quegli esponenti del nuovo corso che, con ogni probabilità, saranno le stelle delle prossime stagioni: Dutch Nazari, Priestess, Leyla El Abiri, Eugenio in Via Di Gioia Quentin40, Mecna, Alfa sono solo alcune delle sorprese in cartellone.
Ma sul pianeta Goa Boa c’è ancora spazio per le novità ed è così che nasce GOAZILLA, un nuovo format dedicato agli “intramontabili” della storia del rock, un altro tassello che testimonia l’attitudine di chi è capace di guardare sempre avanti mantenendo ben salde le radici nel passato. Goazilla apre ufficialmente i battenti il 14 luglio con Steve Hackett – mitico chitarrista dei Genesis che, per la prima volta in Italia, eseguirà integralmente “Selling England by the Pound”, l’album definitivo della band britannica – e a seguire i leggendari Jethro Tull di Ian Anderson, che il 16 luglio sbarcano a Genova per festeggiare, insieme alla Luna, il prezioso anniversario d’oro.
“Oh, when I look back now/That summer seemed to last forever/And if I had the choice/Yeah, I’d always wanna be there/ Those were the best days of my life.” (Summer of ’69, Bryan Adams)
Ogni anno, quando mi aggiro per la città, avvolta nel mio piumino ho un solo pensiero che mi spinge ad affrontare il rigido l’inverno: arriverà l’estate prima o poi.
E mentre tutti contano i giorni che li separano dal Natale io conto quelli che mi tengono lontana dal 21 giugno.
Per me l’estate è una stagione magica in cui tutto diventa più bello; vedo il mondo con occhi diversi perchè i miei ricordi più felici sono sempre legati alla bella stagione.
Nonostante il tempo a nostra disposizione sia sempre lo stesso sembra che si dilati offrendoci maggiori opportunità per stare con gli amici e fare le cose che ci rendono felici.
E finalmente quel momento è arrivato. Oggi è ufficialmente il primo giorno d’estate.
Sole, mare, ferie, gelati e ovviamente concerti e festival.
E’ quel momento dell’anno in cui ci apprestiamo anche a scoprire quale sarà il tormentone estivo che ci accompagnerà da giugno a settembre…entrandoci in testa e perseguitandoci poi fino a Natale.
Enrique Iglesias, Alvaro Soler, Giusy Ferreri, Baby K…chi vincerà il premio quest’anno?
Curiosa di sapere quali fossero i gusti dei miei amici VEZ ho chiesto loro di farmi sapere quali fossero le canzoni che per loro sono sinonimo di estate e il risultato è tutto da ascoltare.
La playlist Summer VibEZ raccoglie musica di ogni genere: rock, dance, indie ce n’è per tutti i gusti (tranne forse che per chi ama il latino americano, scusate amici).
A nome di tutto lo staff vi auguro un’estate meravigliosa che possa regalarvi dei momenti indimenticabili.
Se parliamo di punk la mente corre a Londra, sul finire degli anni ’70, quando le strade della capitale britannica erano piene di giovani che volevano fare sentire la loro voce.
Il periodo storico non è dei più rosei: il razzismo è all’ordine del giorno e, in prossimità delle elezioni, il National Front il partito di estrema destra rischia di risquotere un grande successo.
Qua e la si fanno sempre più forti i richiami alle ideologie naziste e per questo motivo iniziano a nascere associazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema.
E’ grazie a Rock Against the Racism e l’Anti Nazi League che il 30 maggio 1978 viene organizzato un grande concerto al Victoria Park di Londra ed è forse grazie a questo evento che la musica punk abbandona le tendenze nichilistiche degli albori per politicizzarsi sempre più.
Un gruppo più degli altri è riuscito a far sentire la sua voce, a usare la musica come un arma per combattere le proprie battaglie: The Clash.
Forse, proprio per questo motivo, Ono Arte Contemporanea, nella sua sede di Bologna, ha deciso di ospitare una rassegna dedicata a Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon.
La mostra dal titolo Clash: White Riot, Black Riot racconta la band attraverso gli scatti di Adrian Boote sarà possibile visitarla da 12 giugno al 15 settembre.
Nonostante siano passati più di 30 anni da quando i Clash incendiavano le scene musicali mondiali, da quando London Calling ha invaso le radio, oggi più che mai la loro musica e la loro ribellione sono attuali.
I Clash hanno fatto la storia, hanno messo a ferro e fuoco il mondo, incitando le persone a portare avanti le loro battaglie.
Fin al loro primo dingolo White Riot appare chiara la loro ideologia e la loro missione: dare una voce a tutti. Non si tratta solo di una canzone ma di una sorta di inno che incita i giovani a portare avanti una rivolta personale e collettiva.
Ma i Clash non sono solo punk, sono un misto esplosivo di generi diversi.
“Vorrei che non si dicesse che i Clash sono stati solo un gruppo punk. Il punk è uno spirito molto più ampio della musica grezza e semplice che solitamente si identifica con quella parola. I Clash sono stati un gruppo di fusione, non una band di genere. Abbiamo mischiato reggae, soul e rock and roll, tutte le musiche primitive, in qualcosa di più della somma dei singoli elementi. Soprattutto in qualcosa di pù del semplice punk di tre accordi.”
Strummer ci teneva a sottolineare questa cosa e quando la loro musica si è allontanata dal punk tradizionale i fan non sempre lo hanno apprezzato.
Non tutti, fin da subito, si sono resi conto della portata rivoluzionaria della loro musica. Eppure in 10 anni hanno lasciato il segno.
La mostra ospitata a Bologna il cui ingresso è gratuto racconta i Clash visti dall’obiettivo non solo di Boot, fotografo che li ha seguiti nel corso della loro carriera dagli esordi al successo, ma anche di Syd Shelton e Pennie Smith.
I 40 scatti in esposizione a Bologna ci raccontano questa band che ha fatto della musica un arma e ha smosso, e continua a farlo ancora oggi, la coscienza di milioni di persone. Ognuno deve farsi sentire, la voce di chiunque è importante.
“Questo è il lascito che i Clash hanno trasmesso alle generazioni che sono venute dopo: lo spirito, l’impulso a cambiare, per continuare a guardare in faccia al futuro.”
Questa per Mick Jones, il chitarrista della band, era l’eredità che i Clash hanno lasciato ai posteri.
E noi non vogliamo essere ricordati come la generazione che non ha colto il loro lascito.
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#BuonaVitaTour
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Klogr
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Rock Planet Club (Pinarella di Cervia) // 15 Giugno 2019
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Day 2
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Day 1
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Live Music Club (Trezzo sull’Adda) // 12 Giugno 2019
Ho una playlist su Spotify che s’intitola: “AMO.” e tra gli artisti che seguo ci sono senza dubbio loro: i Kaufman, una band bresciana formata da Lorenzo Lombardi (penna e voce del gruppo) Alessandro Micheli, Matteo Cozza e Simone Gelmini.
Dopo il loro disco Belmondo uscito due anni fa per l’etichetta torinese INRI, hanno continuato a creare musica con l’uscita di diversi singoli tra il 2018 e il 2019, compreso Malati d’amore che ha visto la collaborazione della band con Galeffi, fino all’ultima uscita di pochi giorni fa Alain Delon, una canzone che mostra ancora una volta la straordinaria capacità che hanno questi ragazzi di portare con la loro musica buon umore e leggerezza, senza nessun tipo di superficialità.
Dei Kaufman amo principalmente due cose: il modo che Lorenzo ha di raccontare spezzoni di vita quotidiana alternando un po’ quell’eterna malinconia o vena nostalgica (che tendenzialmente appartiene ai romantici/ iper-sensibili) a quella sana strafottenza nel mostrarsi per ciò che si è senza nessuna paura, soprattutto quando si tratta di descrivere stati d’animo legati ai sentimenti e in questo Lorenzo viaggia con la giusta dose di ironia e allo stesso tempo con la giusta attenzione per tutti quei piccoli dettagli a cui nessuno fa quasi più caso.
Tendiamo a dimenticare le famose “piccole cose” quelle che lui fa venir voglia di tornare a ricercare e vivere, senza pensare che siano gesti o appunto cose banali. L’altra cosa che amo dei Kaufman è legata alla sensazione di totale serenità che sono in grado di trasmettere, riuscendo a rendere piacevole un verso ipoteticamente sofferto e trasformando anche le cose apparentemente negative in cose positive.
Credo che il segreto sia proprio legato all’emergere con un linguaggio semplice, senza veli e troppi ghirigori.
Era già da un po’ di tempo che volevo intervistarli ed eccoci qui, finalmente.
Prima di arrivare ad oggi, vorrei iniziare tornando alle origini, al giorno in cui è nata la band e all’originalità indiscussa del nome, è stato semplice unirvi, arrivare alla formazione definitiva e scegliere il nome dare al vostro progetto?
Guarda, il nome in se è datato perché lo usavo come mio pseudonimo fin da adolescente, quindi ci sono alcuni progetti con quel nome che poco hanno a che vedere con la band attuale. I Kaufman intesi come band con un carattere proprio sono nati di fatto con Belmondo, cioè prima di Belmondo, nella lavorazione di quel disco e la formazione è fissa. Unirci è stato molto semplice. Io credo che siamo persone molto compatibili nel carattere e nel contributo artistico e quindi con un equilibrio decisamente stabile. Il nome , come ti dicevo, è precedente ed è un tributo ad Andy Kaufman di cui abbiamo parlato più volte, il film Man on the Moon, Jim Carrey eccetera. Poi un nome spesso non nasce dopo molte riflessioni, anzi. E‘molte volte frutto di incoscienza e di un suono. Il suono è importantissimo. Qui di solito tiro una pezza sul valore del suono usando come esempio The catcher in the rye e che suono meraviglioso abbia nella lingua americana però stavolta ti risparmio.
In un panorama musicale come quello attuale, i vostri singoli hanno un denominatore comune: entrano immediatamente nell’ormai famosa vetrina di Spotify dedicata alla musica Indie, quant’è stato difficile farsi “spazio” all’interno di quella stessa vetrina? Qual è secondo voi il vostro punto di forza?
Io credo che le playlist di cui parli abbiano in qualche modo codificato una scena musicale che stava esplodendo che, come ogni scena musicale, presenta differenze dovute alle varie individualità artistiche ed elementi comuni, tematiche simili, approcci alla vita simili, tecniche di arrangiamento confrontabili. Noi ci siamo trovati ad essere quella roba lì, senza tanti calcoli, ad avere un linguaggio che interpreta un momento storico e di luogo. Poi il resto credo sia semplicemente il pop, la canzone. E io ho sempre adorato la canzone. Mi piacerebbe scrivere la Grande Canzone Italiana.
Lorenzo e la sua penna. Ti definisci un “ipercitazionista”, quale citazione famosa avresti voluto scrivere? Se dovessi scegliere invece una tua citazione significativa per te, quale sceglieresti? Scrivi da sempre, dall’età adolescenziale, cosa rappresentava per te la scrittura a 15 anni e cosa significa adesso che hai superato i 30? Hai mai avuto paura di risultare banale o non compreso?
Il senso del citazionismo è l‘attitudine postmoderna di raccontare cose personali usando un linguaggio codificato da una cultura comune, pop. E‘come il Mister Tamburino di Battiato per capirci. O come la Marylin di Warhol. Oppure pensa a questo artista, non so se lo conosci, Mimmo Rotella. Le sue opere d‘arte sono manifesti del cinema “strappati”.Io ho la fortuna di averne uno grazie al regalo di un caro amico. Ecco, utilizza qualcosa di esistente, che ha un mondo suo, tipo una vecchia locandina di cinema e , attraverso un processo creativo, la fa diventare qualcosa d‘altro. Però poi intendiamoci, le mie canzoni non sono tutte così. Ci sono episodi. Tutto qui. Ci sono infinite citazioni anche solo nel mondo della musica, c’è da imparare dai grandissimi. Se invece vuoi saperne una che mi è cara ti direi: “ Dimmi come si fa a rispettare le regole“
A 15 scrivevo si, ma scrivevo cose bruttissime. Scrivere oggi è impegnativo. Ma non mi pongo il problema dell’ascoltatore, altrimenti sarebbe un delirio, ogni persona ha idee contrarie a un’altra. Devo esserne soddisfatto io. Così si è autentici. Se poi il risultato riesce a interpretare l‘immaginario degli altri allora hai fatto centro.
Il vostro ultimo singolo “Alain Delon” è uscito il 7 giugno e a proposito di citazioni, c’è una frase che credo rispecchi e fotografi alla perfezione la società attuale: “C’è chi per apparire cita Schopenhauer” ed effettivamente è così, le persone sembrano distaccarsi sempre di più dall’essere ciò che sono per adeguarsi a standard di massa. Nella musica quant’è difficile rimanere su una propria linea? Essere e rimanere autentici in ciò che si fa…
Eh ma è l‘unica via. Lo so che è banale dirlo. Ma ogni artista dovrebbe creare per sé. Il che non significa non conoscere la contemporaneità, anzi. Ascoltare musica è l‘unico modo per comporre musica un po’ come scrivere un libro no? Lo puoi fare solo se leggi. Ma poi una personalità artistica analizza, rielabora, sceglie. A volte perfino dimentica. E poi cammina da solo.
Quali novità arriveranno da qui al prossimo autunno? Cosa dobbiamo aspettarci dai Kaufman?
A metà Ottobre uscirà il disco nuovo, ci stiamo lavorando intensamente. E da lì il tour e tutto il resto. Io non vedo già l‘ora.
Non ci resta che aspettare l’arrivo dell’autunno e non solo perché le cose belle si fanno sempre attendere un po’, ma perché conoscendo chi le “anima” sai già quanto possano essere soprattutto vere.
E poi con la musica dei Kaufman sembra sempre estate.