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Stranger Mixtape

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 P0P

presenta:

Stranger Mixtape

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Ben Ottewell @ Germi

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• Ben Ottewell •

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Germi – Luogo di Contaminazione (Milano) // 04 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Elisa Hassert

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Stranger Things & the faboulous eighties

Il 4 luglio gli americani festeggiano la Giornata dell’Indipendenza. Noi che in Italia non festeggiamo un bel niente, e boccheggiamo a causa del caldo africano, potremo però consolarci con l’uscita della terza stagione di Stranger Things su Netflix.

Aria condizionata, un televisore e una vaschetta di gelato è quello che ci serve per farci trasportare nelle atmosfere cupe di Hawkins e seguire le avventure di Undici e dei suoi amici nerd, che tanto ci piacciono.

La serie fin dalla prima stagione è diventata da subito un cult tenendo incollate al teleschermo milioni di persone che volevano arrivare il prima possibile all’ultima puntata per avere una risposta alla domanda che li tormentava “Che fine ha fatto Will?”.

Il telefilm creato da Matt e Ross Duffer è riuscito a ricreare al meglio le atmosfere dei Fabolous Eighties e a farci respirare l’aria frizzante di quel periodo storico.

Ma come ci sono riusciti?

Sicuramente grazie alla colonna sonora che mixa in modo convincente brani creati ad hoc con i grandi successi degli anni ’80.

I Duffer Brothers hanno affidato fin dall’inizio della serie la creazione delle musiche a Kyle Dixon e Micheal Stein dei Survive (una band di musica elettronica di Austin). Synth elettronici e musiche un po’ psichedeliche che accompagnano i personaggi nel corso delle loro vicissitudini.

E’ proprio a loro che dobbiamo la ormai famosissima canzone della sigla che, già dalle prime note, ci accompagna nelle atmosfere cupe e un po’ angoscianti del Sottosopra.

Ma Stranger Things non è solo buio e ansia. La serie ci apre una finestra su quella che era la vita in una cittadina americana negli anni ’80 tra amori, amicizie e ovviamente problemi. Ed è qui, nella quotidianità, che trovano spazio quelle canzoni che tutti noi conosciamo e amiamo. 

Africa dei Toto, Runaway dei Bon Jovi, Should I Stay o Should I Go dei Clash e Heroes di David Bowie, sono solo alcuni dei titoli che compaiono nella ricca, anzi ricchissima, soundtrack della serie.

Tutto ciò che è anni ’80 trova nuova vita in Stranger Things. 

E voi siete curiosi di sapere cosa ci attende nella nuova stagione? Per scoprirlo dobbiamo aspettare domani quando le porte del Sottosopra si apriranno per noi per la terza volta…

Laura Losi

Ex-Otago e Indimenticabile Festival: l’intervista

Continua il nostro viaggio in compagnia dei protagonisti dell’Indimenticabile Festival che si terrà il 12 e 13 Luglio 2019 Bologna Sonic Park.

Una prima edizione nata per celebrare il movimento nato fuori dal circuito delle grandi etichette discografiche e dai talent televisivi, cresciuto tra concerti in piccoli club, sostenuto dal mondo social e arrivato alle grandi platee e all’attenzione dei media nazionali partendo dal basso.

Dopo l’intervista ai direttori artistici, a fare un altro pezzo di strada assieme a noi verso il 12 e il 13 luglio ci sono oggi gli Ex-Otago, un gruppo che dai circuiti indipendenti si è ormai fatto conoscere anche dal grande pubblico, specialmente dopo la partecipazione a Sanremo di quest’anno con Solo una canzone.

 

Bologna Sonic Park

Bologna Sonic Park in preparazione

Fotografia di Luigi Rizzato

 

Ciao Ragazzi! Premetto che ci siamo incontrati diverse volte e siete anche una delle prime band che abbiamo fotografato quando ancora non eravamo testata ma eravamo solo una minuscola webzine composta da due persone. Noi di VEZ vi sentiamo quindi molto vicini nonostante abitiamo sulle riviere opposte. Potete quindi raccontarci qual è la cosa che amate di più di Genova, che vi lega a quella città così da farla sentire “familiare” anche a noi?

Genova da sempre è una città che accoglie e con le sue bellezze artistiche e culinarie non può che conquistarti e farti sentire a casa! Noi con Genova abbiamo un rapporto quasi viscerale, che emerge in ogni nostro disco, è una città che ti lascia il segno nel bene e nel male e che ti porti sempre dietro ovunque tu vada.

 

 

DSC 6412

 

Un Concerto per Genova

RDS Stadium Genova, 2018

 

La vostra musica e i vostri testi sono raffinati e “alti” ma al tempo stesso immediati. Come nascono le vostre canzoni? 

Le nostre canzoni nascono piano piano, ci piace dare questa immagine: Hai presente i Lego? Montare e smontare una casetta, un castello, un intero paese. Ecco, per noi ogni canzone è un momento di gioco da una parte e un cantiere dall’altra. Come prima cosa io scrivo i pezzi, dopodiché mi riunisco con tutti gli altri componenti della band per rivederli tutti insieme e pensare alla musica da costruirci intorno. Ogni pezzo ha una sua storia, per alcuni pezzi ci basta un pomeriggio, altri invece li teniamo in un cassetto e dopo un po’ di tempo prendono forma, ma alle volte non come erano state concepite. Così capita che il ritornello di una canzone diventi il verso di un’altra. CI fa piacere che i nostri testi vengano percepiti come “immediati” quando in realtà c’è molto lavoro dietro.

 

Che ne pensate dell’uso e forse abuso che si fa della parola “indie” negli ultimi anni? Pensate che ci sia ridondanza e ripetizione a livello di temi e melodie oppure trovate che i recenti sviluppi abbiano favorito una certa dose di innovazione?

In generale sia io che gli altri componenti della band non amiamo molto le etichette, sulla parola ”indie” ti posso dire però , abuso o non abuso a parte, che è stata l’elemento chiave per portare una grande dose di innovazione nella musica italiana. Negli anni 2000 quando noi facevamo già questo genere, spesso le persone ci guardavano come degli alieni perché noi dicevamo di fare “pop” ma all’epoca il pop erano solo artisti come Eros, Giorgia e via dicendo. Da lì è nata la parola indie e siamo contenti che più di dieci anni dopo le carte in tavola siano cambiate, perché anche grazie a questo concetto, oggi sotto la parola “pop” possono essere incluse tante realtà musicali differenti. Non percepiamo una ripetizione a livello di temi e melodie anche perché, come ti ho detto prima, noi non vediamo artisti “indie”,”trap” o “rock” ma vediamo il panorama musicale italiano come un qualcosa di molto vasto e aperto a tanti generi diversi insieme.

 

 

10b

 

L’Indimenticabile Festival è al suo primo anno e l’attesa è tanta. Cosa vi aspettate da questo Festival e dal pubblico emiliano-romagnolo? 

Saliremo ancora più carichi del solito, con una gran voglia di divertirci e far divertire per il primo anno di questo bellissimo Festival. In più la l’Emilia-Romagna è tra le nostre regioni preferite, soprattutto per il cibo e la simpatia delle persone. Per questo ci aspettiamo dal pubblico emiliano-romagnolo un grandissimo affetto e tanta voglia di divertirsi tutti insieme! Aspettatevi anche qualche salto tra la folla! Noi siamo dei grandi sostenitori del contatto fisico: Andare in mezzo al pubblico, creare unione, sentire l’energia ci piace tantissimo.

 

Noi vi auguriamo il meglio e non vediamo l’ora di rivedervi!

 

Intervista di Sara Alice Ceccarelli

Foto di Alessio Bertelloni

 

Unaltrofestival 2019 @ Magnolia

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• Unaltrofestival 2019 •

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Anna Calvi
Julia Jacklin
Videoclub
Eugenia Post Meridiem

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Magnolia (Milano) // 02 Luglio 2019

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ANNA CALVI

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JULIA JACKLIN

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VIDEOCLUB

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EUGENIA POST MERIDIEM

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Grazie a Comcerto e Noisyroad

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Billy Corgan @ Spilla 2019

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• Billy Corgan •

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 Spilla 2019

Corte Mole Vanvitelliana (Ancona) // 30 Giugno 2019

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Sono le pareti pentagonali della Mole Vanvitelliana di Ancona ad ospitare, allo Spilla Festival, la penultima data del tour di Billy Corgan nel nostro paese. Un’isola architettonica costruita all’interno del porto, nel 1733, per adempiere a molteplici funzioni: lazzaretto di sanità pubblica, fortificazione a difesa del porto, deposito merci, protezione della banchina dalle onde. Un’eterogeneità di scopi a cui ho collegato, con un volo pindarico di immaginazione e nel tempo, tutti quegli spazi pubblici e/o privati da cui, nel periodo aureo degli anni Novanta, nascevano idee e rivoluzioni. Scantinati, garage, palestre dei licei, locali underground erano teatro di aggregazione, condivisione, ricerca di personalità attraverso un unico e potentissimo strumento: la musica.

Quelle sono le origini degli Smashing Pumpinks, band che ha consacrato Corgan come icona del rock mondiale e band dalla quale, oggi, di tanto in tanto, si congeda per omaggiare la sua carriera solista e, in particolare, il disco Ogilala, pubblicato nel 2017.

Ad accogliere l’artista c’è un parterre adulto e nostalgico di 1500 persone che, dopo l’apertura di Katie Cole, cantautrice country/rock australiana nonché bassista degli Smashing Pumpinks tra il 2015 e il 2016, acclama il protagonista con gran fermento. Ecco apparire sul palco William Patrick Corgan, avvolto nella sua aurea oscura, con una mise completamente nera e con una vistosa spilla sul colletto, come un amuleto a proteggere la voce. Lo show si apre con brani inediti, suonati in acustico, accompagnati solamente dalla cinque corde stellata e dal pianoforte. Una scelta coraggiosa, consapevole, volta a sottolineare l’impronta intimista che caratterizza il presente del musicista. Una scelta che, però, non stupisce i fan più esperti che commentano: <<Che cosa ti aspetti da uno che, al Firenze Rocks con gli Smashing, nonostante avesse soltanto 75 minuti a disposizione ha proposto due outtake di Zeitgeist (Francesco non potevo non citarti) >>. Dopo il duetto con Katie Cole in Buffalo Boy e Dance Hall, Corgan si scioglie un po’, ammira la bellezza della location, inizia a dialogare con il pubblico. Sedutosi al pianoforte, spiega: <<Questa è una canzone dedicata a mio figlio. Come nelle mie, anche nelle sue vene scorre sangue di origine in parte italiana>> – e conclude, scherzando – << Sapete che non è sempre così facile…!>>.

La solennità torna a far da padrona. La meravigliosa Aeronaut è eseguita in modo impeccabile. Esplode la vocalità accorata, toccante, a tratti nasale, disperatamente acida, acuta, da sempre suo tratto distintivo e elemento preponderante nei pezzi estratti da Ogilala che si susseguono, uno dopo l’altro. Half-life of an Autodidact è l’occasione per apprezzare la serenità raggiunta, finalmente, a 52 anni: <<Quando ero giovane, speravo di morire prima di invecchiare. Oggi, a questa età, posso solo dire che è una figata>>. Una piccola svista in The long goodbye è compensata dal coro della folla che continua, comunque, a cantare, ricevendo un cenno divertito di ringraziamento da Billy. Zowie, non dedicata a David Bowie ma un tributo al grande artista come tiene a precisare, rappresenta il brano di chiusura del primo set: <<Tra poco tornerò sul palco per la seconda parte, riservata alla colonna sonora del momento in cui avete perso la verginità, di quella volta in cui vi siete innamorati e di quando, invece, vi hanno spezzato il cuore>>.

La successiva sezione è, infatti, il tripudio dei brani più celebri degli Smashing Pumpinks. Si parte con Wound, per poi riconoscere subito le prime note di Thirty-Three, scesa direttamente dal cielo stellato di Mellon Collie and the Infinite Sadness. Occhi lucidi, commozione, abbracci in Tonight, Tonight e 1979, inni del ricordo dell’adolescenza, del vivere in equilibrio su un filo, tra una festa e l’altra, tra jeans e polvere, nella convinzione, nell’illusione che tutto quello non potesse avere fine. Una toccante versione di To Sheila sfuma negli accordi inconfondibili di Wish you were here dei Pink Floyd, mentre Disarm, che attendevo forse più di ogni altro brano, risuona tra il bianco e il nero dei tasti del pianoforte, come colonna sonora di rapporti burrascosi, di sorrisi che spezzano il fiato, di ferite e di demoni con il coltello fra i denti che passano da un cuore all’altro, da un’interiorità all’altra.

<<Questo è l’ultimo brano…poi dobbiamo salutarci>> – dichiara Corgan – <<Ma come fate a dire no! Non andate a lavorare domani?! Wow che bella nazione!… Invece io devo rientrare. Mi aspettano l’hotel e anche un po’ di droga>> – ride (sì, è stato capace anche di ridere!).

Today è il capolavoro che suggella e chiude una performance ricca di emozioni, indiscusso talento, conferme ma anche soprese e nuove scoperte su questo gigante della musica internazionale. La prova e riprova di essere, con altissima probabilità, il più geniale songwriter della sua epoca. L’interazione con i suoi sostenitori, da non dare mai per scontata. L’abbandono, in parte, di quell’aria autoreferenziale di cui si era circondato durante il corso della carriera. Il cinismo che diventa ironia. La dimostrazione che, nel tempo, grazie alla catarsi e all’effetto liberatorio della musica e della vita, l’inquietudine può trasformarsi in ispirazione, in motori artistici, in nuovi inizi. Certi spettri possono essere ammansiti, domati o semplicemente accettati per apprezzare l’oggi, il più bel giorno mai conosciuto.

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda

Foto: Luca Ortolani

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Pinguini Tattici Nucleari @ Parma_Music_Park

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• Pinguini Tattici Nucleari •

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Parma Music Park (Parma) // 29 Giugno 2019

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John Butler Trio @ Acieloaperto

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• John Butler Trio •

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 Acieloaperto

Rocca Malatestiana (Cesena) // 29 Giugno 2019

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Se dovessi immaginare il falò ideale in spiaggia, di notte, cullata dalla brezza marina e dal suono delle chitarre, penserei alla compagnia di Ben Harper, Jack Johnson, John Butler e se proprio volessi aspirare alla perfezione anche Eddie Vedder, per l’accompagnamento all’ukulele. E se tre quarti degli artisti nominati sono entrati nella collezione dei miei ascolti già da bambina/adolescente, John Butler ha fatto breccia nel mio cuore musicale non molto tempo fa, camminando lungo i sentieri invisibili del mare, lungo quelle rotte irrazionali che conducono a qualcosa che ha a che fare con il destino. Un pomeriggio estivo, un tramonto e il video di Ocean, il gioiello acustico per cui è diventato celebre in tutto il mondo. <<Benvenuta in questo fantastico mondo!>>– mi era stato detto. Quell’aria da busker, surfista, skater, uomo senza guinzaglio. Quella terra da cui proviene, l’Australia, anticamente selvaggia, un po’ come lui e il suo talento innato per la dodici corde.

Dalle rive del Pacifico si vola alla suggestiva venue della Rocca Malatestiana di Cesena in occasione del festival A Cielo Aperto, dove nella serata del 29 giugno, l’artista con la sua straordinaria band, i The John Butler Trio, ha omaggiato il nuovo lavoro in studio, Home, pubblicato il 28 settembre 2018. Un caloroso applauso, illuminato dalle sfumature rossastre del sole che sta calando, accoglie i protagonisti che salgono sul palco addirittura qualche minuto prima dell’orario previsto. La chitarra slide è pronta, si inizia. Wade in the water, Tahitian blue e Running away fanno da portavoce all’ultimo album, impreziosite da una sapiente resa live.

<<Buonasera! Innanzitutto mi scuso perché non so una parola di italiano >> ammette, imbarazzato, John – <<sono davvero contento di essere qui assieme a dei grandissimi professionisti: Elena Stone alle tastiere (e alla fisarmonica, che chicca!), Terapai Richmond alla batteria e Owen “OJ” Newcomb al basso>>. Una presentazione doverosa, più che di rito, dato che pochi mesi fa Byron Luiters e Grant Gerathy, storici componenti del gruppo, hanno deciso di ritirarsi per qualche tempo dalle scene per seguire altre aspirazioni e per dedicarsi alle proprie famiglie.

L’atmosfera si scalda e i fan acclamano con entusiasmo Betterman, brano estratto da Three (2001), e Blame it on me che viene caratterizzata, all’inizio, dagli effetti distorti della voce per poi sfociare nel primo vero assolo del set. Riff complessi e articolati, dita velocissime che scorrono sulla paletta delle tante chitarre che appaiono sulla scena, lo slide metallico indossato come fosse un anello magico capace di dipingere le note di nuovi, fantasmagorici colori.

<<Il prossimo brano si intitola Faith. Non so se si può parlare di fede in tempi come questi ma ho bisogno di credere che ci sia qualcosa. C’è chi crede in un tizio bianco, vecchio con la barba, chi in quello grasso e pelato…c’è chi crede negli alberi…o nei funghetti allucinogeni! Io penso molto semplicemente che tutti dovremmo credere nella pace. Tutti dovremmo vivere in pace>>. La traccia numero sette di Home è un’emozionante commistione di folk, rock e cantautorato classico, interpretata con gli occhi rivolti al cielo. Una delle chiavi di lettura fondamentali per sfogliare l’eterogeneo libro discografico dei The John Butler Trio è proprio “commistione”. Pickapart rimanda a sonorità tra l’alternative e il grunge, il testo è uno spoken velocissimo, scandito, di cui non viene persa nemmeno una sillaba. L’acustica è talmente agile, attiva, reattiva che, talvolta, sembra trasformarsi nella sua versione elettrica. La band, poi, non sbaglia un colpo: le tastiere è come se si moltiplicassero e il groove della parte ritmica batte a ritmo costante, coinvolgente, così deciso da far ballare tutti a tempo.

Rimasto da solo sul palco, Butler si siede abbracciando il fidato strumento. È chiaro: è il momento di Ocean. In un religioso silenzio, in più di dieci minuti di performance strumentale, ci si ritrova catapultati su una spiaggia dorata, sconfinata, ad osservare le onde infrangersi. Ammirare, fra quelle onde, l’impresa dei surfisti nel rimanere in equilibrio o vederli cadere, aguzzando lo sguardo per ritrovarli tra i flutti. Un saliscendi infinito in cui sono contenute tutte le stagioni, tutti i momenti della giornata: il sole che sorge dalle acque, i tramonti, le notti stellate, la luna all’orizzonte. Un oceano di vibrazioni, di emozioni e di applausi, allo scoccare dell’ultima nota.

C’è spazio anche per il banjo e per le tinte country-hoedown di Better than, Don’t wanna see your face e Ragged mile che anticipano il canonico sipario: <<Questo è l’ultimo brano. E non dite di no eh… .Ho detto no!>>. Tuttavia, una canzone che si intitola We want more non sarebbe potuto essere il pezzo di chiusura.

Con il sorriso stampato in faccia e con aria divertita e compiaciuta, il musicista australiano riappare in scena in solitaria: <<Sono cambiate molte cose in questi anni. Sono diventato padre. E quando diventi padre, soprattutto all’inizio, ti sembra uno di quegli avvenimenti per cui ti chiedi: “Sta succedendo davvero a me?”. Realizzi che è fantastico, un dono. E mia moglie è stata superlativa. Ha avuto trentotto ore di travaglio. Bene…dopo questa esperienza è mutato molto il mio modo di vedere la vita. Apprezzo ogni singolo secondo. E soprattutto non oso più lamentarmi…dopo le trentotto ore di travaglio!… Il prossimo brano è stato scritto per la mia famiglia>>. Peaches & cream ha una struttura doppia, è divisa in due parti: la prima, cucita addosso al vecchio “John”, è malinconica e dai toni grigi, la seconda che si spalanca al verso “You and your mum in front of me” prevede l’entrata di tutta la band per riempirsi di quella sensazione gioia che descrive, accordo dopo accordo.

Nella festa finale, la cui colonna sonora è affidata a Zebra, classico del primo album Sunrise over sea, e a Funky tonight, si accendono tutte le sfaccettature che rendono unica questa band: il funky (appunto), il raggae, il blues, il rock, l’hip hop, il folk sono combinati in una reazione chimica esplosiva. Per gioco, una palla incandescente immaginaria viene lanciata dal palco al pubblico che la afferra, divenendo protagonista di ognuno dei cori che si alzano all’unisono. Un saluto conclusivo che è, in realtà, un arrivederci a presto. Un abbraccio che si scioglie in sorrisi soddisfatti, in espressioni meravigliate davanti a tanto talento, tanta bravura ma anche a tanta dimostrazione di umanità. La speranza, la possibile “fede” che siano questi i momenti che legano indissolubilmente le persone, che permettono di sentirsi parte di un’unica grande sfera che balla a ritmo di assoli di chitarra e che canta per esprimersi con libertà, per farsi ascoltare. E se, in tema di fede, credessimo ancora nelle divinità greche e latine, il dio del mare e la dea della musica, una volta scesi a patti, avrebbero di sicuro scelto quest’uomo libero, quest’artista di nome John Butler come proprio rappresentante sulla terra.

 

SETLIST:

 

Wade in the Water
Tahitian Blue
Running Away
Betterman
Blame It On Me
Faith
Used to Get High
Pickapart
Ocean
Tell Me Why
Better Than
Just Call
Don’t Wanna See Your Face
Ragged Mile (Spirit Song)
Treat Yo Mama
We Want More

Encore

Peaches & cream
Zebra
Funky tonight

 [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda

Foto: Michele Morri

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Capo Plaza @ Parma_Music_Park

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• Capo Plaza •

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Parma Music Park (Parma) // 28 Giugno 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Mirko Fava[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15041,15044,15043,15046,15047,15045″][/vc_column][/vc_row]

Tarantino: l’arte di essere semplicemente sé stessi.

“Ciao Claudia sono Francesco Tarantino e il 5 marzo uscirà il mio primo singolo Una vita al var…”

Ecco come ho conosciuto Tarantino e la sua musica, era febbraio e mancavano pochi giorni all’uscita del suo primo singolo.

Da quel messaggio sono passati alcuni mesi e nel frattempo i singoli di questo giovane cantautore sono diventati due, visto che è da poco uscito Aurora con un bellissimo video (scritto e diretto dallo straordinario Duilio Scalici) che ha superato le 40.000 visualizzazioni in pochi giorni e che consiglio di guardare perché è un ottimo modo per dimenticare un attimo il modo in cui viviamo l’amore da adulti e tornare a vivere i sentimenti con quella spensieratezza infantile che crescendo abbandoniamo quasi automaticamente per fare spazio al calcolo dei rischi tentando di soffrire il meno possibile. Come se l’amore si basasse sulla matematica o la razionalità!

Nascono nuove canzoni ogni giorno e ogni giorno qualcuno decide di mettersi in gioco e tentare la strada della musica, poi c’è chi invece quella strada la percorre sin da quando era bambino perché con certe passioni probabilmente ci nasci, ma bisogna essere comunque bravi a tenerle vive e a non lasciare che la difficoltà e tutti gli ostacoli possibili lungo il cammino vadano ad intralciare un sogno, che per Tarantino è solo uno: fare musica, la sua musica.

Studio, sacrificio e dedizione ma soprattutto amore per quello che fa e per il modo in cui lo fa, rendono questo ragazzo uno degli emergenti di spicco dell’attuale scena musicale italiana. Lontano da ogni tipo di omologazione, Tarantino è semplicemente sé stesso ed è questa la sua chiave vincente.

Non c’è nessuno distacco tra la sua persona e il suo “personaggio”, non c’è un nome d’arte perché in realtà il suo nome racchiude tutto ciò che è, e non c’è nessun confine tra quello che sente e che poi decide di condividere attraverso le sue canzoni.

Non ha bisogno di inventare e inventarsi nulla. Oggi facciamo un salto a Palermo per conoscerlo meglio…

 

Tarantino: da chitarrista a compositore, da occupare un posto ai lati di un palco ad essere al centro della scena, da suonare a scrivere, qual è stato il momento in cui hai pensato di dare vita ad un tuo progetto personale?

Non ho mai avuto questo pensiero ero in un momento musicale della mia vita poco produttivo non suonavo con nessuno, il tutto è nato probabilmente per esigenza curativa, è stato un tentativo di auto salvataggio inconsapevole; non sapendo come reagire ad un determinato momento della vita, ho utilizzato la scrittura come sfogo personale. Ho iniziato buttando giù tutto quello che mi passava per la testa senza mai rileggere con attenzione quello che scrivevo come se non volessi guardare indietro; con il passare del tempo rileggevo e prendevo sempre più consapevolezza di non stare bene con me stesso. Allora decisi di prendere la chitarra e provare a cantare quelle frasi totalmente sconnesse tra loro che mi fecero ridere non poco, cosa che mi mancava da un po’…il foglio bianco mi ha fatto da compagna e mi ha tenuto lontano dalla persona di cui avrei avuto paura, guardandola allo specchio. Non mi sono mai soffermato a pensare come nasce una canzone (davvero) forse perché in parte può essere doloroso scoprire i punti deboli; con il tempo (poco tempo) la scrittura cambiava perché io cambiavo, a quel punto iniziai a prenderci gusto.

 

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Una vita al var” è stato il tuo singolo d’esordio e nel video ci sei anche tu nelle vesti di attore, il che fa pensare che tu sia una persona capace di mettersi in gioco in tutti i sensi, c’è un momento che ricordi particolarmente legato non solo alle riprese ma a tutta l’esperienza pre e post produzione del brano?

Nelle vesti di attore è stato in realtà proprio il “non recitare nessuna parte” che mi è venuto molto spontaneo, alla fine non ho fatto altro che esternare ciò che succede dentro le mura di casa e dentro la mia testa. Il momento più bello è stato a ridosso dell’uscita del primo singolo…tanta confusione mista a gioia ed ansia, insomma un altalena costante di pugni nello stomaco, sapevo che stavo per fare finalmente qualcosa che mi apparteneva ed esserci riuscito è tutt’ora una bellissima novità, di quelle novità di cui non bisogna mai abituarsi.

 

Dal tuo primo singolo al secondo appena uscito “Aurora” c’è una netta differenza per quanto riguarda i testi delle due canzoni. Con Aurora scopriamo un altro Tarantino, una sorta di versione “romantica” dettata da quel sentimento intorno al quale ruota praticamente tutto… l’amore. Com’è nata Aurora e com’è stato mettere nero su bianco pensieri così intimi?

Aurora è nata poco prima delle luci dell’alba in una delle notti passate a fumare e pensare a tutto tranne che trovare il modo di far riposare la mia testa, mi trovavo in un luogo per me molto intimo della Sicilia orientale vicino Modica, ricordo che non le prime “luci del mattino” (titolo che avevo inizialmente scelto) maturò dentro qualcosa; amare è una delle sfide più belle che possiamo avere ma accettarla non è ugualmente facile, ritornare bambini con l’innocenza negli occhi ed il cuore libero anche solo per qualche ora durante la giornata sia una magia che va sempre ricercata per poter amare anche se stessi. Era la prima volta che scrivevo un brano così intimo e sinceramente non pensavo di riuscirci, è stato come darsi uno schiaffo in faccia infatti non ero proprio felice mentre la scrivevo ma probabilmente mi ha aiutato a capire meglio cosa ho dentro e cosa mi manca.

 

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Stai lavorando all’uscita del tuo primo disco, ti immaginavi così a trent’anni o avevi altre aspirazioni/sogni da bambino?

Ho sempre rincorso la musica e lavorato facendo qualsiasi tipo di lavoro per alimentare e portare avanti questa passione che sin da piccolo avevo; a tre anni mi trovarono davanti la cassa dello stereo (alta quanto me allora) a tenere il tempo con il piede su un brano di Zucchero “Solo e una sana consapevole libidine, salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”; uno dei sogni più vivi che avevo da piccolo legati all’amore verso la storia e il mondo degli Egizi era poter diventare Archeologo, amavo inventare storie avventurose e andare alla scoperta di qualcosa che ancora fosse sepolta.

 

Ultima domanda a proposito di sognare in grande, su quale palco ti piacerebbe suonare?

Devo dirti la verità, non ho mai pensato su quale palco mi piacerebbe trovarmi, ma tra il mio batterista e suo papà tempo fa nacque una sorta di scommessa: “Se riuscite a suonare a San Siro giuro che vengo a montare e smontare il palco”…adesso io non garantisco la stabilità dell’impianto nel caso accadesse, ma ci proveremo soltanto per vincere la scommessa.

 

Ognuno di noi possiede un dono e quello di Tarantino risiede semplicemente tra le pagine bianche che prendono vita attraverso la sua penna e la capacità di creare musica in maniera del tutto genuina e pura, tanto da arrivare in maniera delicata ma allo stesso tempo prepotente al cuore di chi ascolta.

E arrivare al cuore di chi ascolta non è da tutti, ma lui riesce benissimo.

Claudia Venuti

Parma Music Park • Capo Plaza, Pinguini Tattici Nucleari!

Parma Music Park

Capo Plaza, Pinguini Tattici Nucleari

Ancora appuntamenti di peso al Parma Musica Park, presso la Villa del Fulcino di San Polo di Torrile. Venerdì 28 Capo Plaza e sabato 29 i Pinguini Tattici Nucleari. I biglietti sono tutti in prevendita sul circuito Ticket One, online e nei punti vendita.

Capo Plaza suonerà dal vivo venerdì 28 giugno con “20”, il suo primo album, pubblicato nel 2018 e insignito con due dischi di platino: un bel traguardo per il giovane rapper salernitano reduce anche da un tour europeo – cosa non particolarmente comune per un artista italiano – che si è concluso con un sold out all’Alcatraz di Milano. Ingresso 23 euro più diritti di prevendita.

Sabato 29 giugno i Pinguini Tattici Nucleari, con il nuovo disco uscito a marzo “Fuori dall’Hype. Giovanissimi, con oltre 20 milioni di streaming e più di 7 milioni di visualizzazioni su Youtube, Pinguini Tattici Nucleari sono una delle band più interessanti di questi ultimi anni. L’album è anticipato – tra gli altri – dal singolo Verdura, che ha superato il milione di ascolti su Spotify in poco più di un mese. Ingresso 20,7 euro compreso di prevendita.

L’ultimo appuntamento del mese, domenica 30, sarà con la Fiera del Mistero, evento dedicato all’esoterismo e alla magia, per la prima volta nel parmense. Ingresso 7 euro più diritti di prevendita.

COME ARRIVARE al Parma Music Park:

Località San Polo di Torrile

via B. Buozzi, 3, 43056 Torrile (Parma)

GOOGLE MAPS

Indicazioni qui:  http://bit.ly/2ULOMo8

BUS

Per raggiungere San Polo di Torrile in autobus da Parma puoi scaricare gli orari degli autobus delle linee Tep al seguente link: http://www.tep.pr.it/download_colorno_5.aspx

TRENO

La stazione di San Polo di Torrile si trova sulla linea Parma  – Brescia e dista meno di 1 km dal Parma Music Park, circa 10 minuti a piedi. È la prima fermata in treno da Parma, circa 10 minuti di treno. Ulteriori informazioni le puoi trovare su:  http://www.trenord.it/it/home.aspx

AUTO
– Dal centro città: percorrendo Via Trento – Via San Leonardo e Via Colorno in direzione Colorno Casalmaggiore Mantova, passare l’abitato di San Polo fino alla zona industriale, girare a destra nei pressi della farmaceutica Glaxo Smith Kline. Seguire poi le indicazioni segnaletiche del Festival.

– dall’AUTOSTRADA A1 (da Bologna o da Milano): uscita PARMA. Prendere la direzione Colorno Casalmaggiore Mantova, passare l’abitato di San Polo fino alla zona industriale, girare a destra nei pressi della farmaceutica Glaxo Smith Kline. Seguire poi le indicazioni segnaletiche del Festival.

Deejay Time @ Romagna_Shopping_Valley

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• Deejay Time •

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• Albertino • Fargetta • Molella • Prezioso •

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Romagna Shopping Valley (Savignano sul Rubicone) // 28 Giugno 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

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