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Tre Domande a: Kety Fusco

Come e quando è nato questo progetto?

Il progetto Kety Fusco nasce da una storia che comincia prestissimo. Ho messo le mani sull’arpa a sei anni, a nove ho fatto la mia prima esibizione pubblica, a undici sono entrata in conservatorio e ho concluso il mio percorso accademico a venticinque. Sono cresciuta nella disciplina della musica classica, studiando ore e ore ogni giorno: un percorso che mi ha dato rigore, tecnica e resistenza, ma che a un certo punto mi ha lasciato una domanda fondamentale — come può l’arpa parlare il linguaggio del presente senza perdere la sua anima?
Questa domanda ha preso forma quando mi sono trasferita in Svizzera, al Conservatorio della Svizzera Italiana, dove ho concluso il mio secondo Master of Arts in Music Performance. In quegli anni ho seguito anche un corso di improvvisazione libera: per me è stato come aprire una finestra. Ho capito che l’arpa poteva uscire dal suo ruolo tradizionale e diventare gesto, corpo, respiro, materia sonora. Per il mio progetto di laurea ho scelto di presentare The Crown of Ariadne di R. Murray Schafer, un brano in cui l’arpista è al tempo stesso strumentista e percussionista: si pizzicano e si colpiscono le corde, si usano oggetti, si cammina tra campanelli e crotali. Lo studio di questo pezzo è stato per me una rivelazione: non dovevo più solo “eseguire” l’arpa, potevo trasformarla. Finito il Master ho acquistato la mia prima arpa elettrica. Non volevo insegnare: volevo vivere di concerti. Ma il conservatorio non mi aveva preparata a questo: non mi aveva insegnato come costruire un curriculum artistico, come propormi, come trasformare la tecnica in un progetto di vita. Ho dovuto imparare tutto da zero. Così ho iniziato a sperimentare con pedali, microfoni a contatto, tecniche preparate ed elettronica. Fino ad allora avevo ascoltato soltanto classica e contemporanea: mi sono immersa nel resto del mondo musicale con curiosità e ostinazione.
La vera svolta è arrivata quando i Peter Kernel, band svizzera molto nota a livello europeo, mi hanno invitata in tour. Nei lunghi viaggi in furgone tra una data e l’altra ho cominciato a scrivere le mie prime composizioni. È stato lì che ho capito qual era la mia strada: viaggiare, vivere di palco, suonare la mia musica con l’arpa elettrica, costruire un linguaggio personale. Da quell’energia è nato il mio primo album, DAZED (pubblicato in piena pandemia con Sugar Music): un disco che considero un vero esperimento, un primo manifesto sonoro. In DAZED volevo che l’arpa cantasse, perché io non canto e perché lo strumento è spesso relegato a un ruolo decorativo — “da aperitivo” o da “sala da tè”. Io invece volevo che fosse una frontwoman, con una voce riconoscibile. La produzione era digitale, e il contrasto tra l’arpa e l’elettronica mi sembrava la chiave per darle una nuova vita. DAZED è stato anche un modo per uscire da una bolla: dopo anni passati a studiare otto, nove ore al giorno in conservatorio, ero arrivata a vivere nell’ansia e nella paura della mia stessa ombra. Nonostante sia uscito in un momento complicato, quell’album mi ha portata a suonare oltre 200 concerti in tre anni, dimostrando che quell’estetica aveva senso, e funzionava davvero davanti al pubblico. La mia ricerca è continuata. Ho sviluppato un sistema di sustain per arpa (grazie al programma SUISA Get Going), ho ampliato le tecniche estese (corde preparate, e-bow, oggetti), e ho pubblicato un lavoro che definisco un album sperimentale- concept, intitolato The Harp – Chapter I. È una composizione di 19 minuti, costruita a partire dalla scomposizione fisica dell’arpa: ho lavorato separatamente su legno, metallo e corde di budello, trasformandoli in voci autonome per poi ricomporle. Le piattaforme digitali non lo hanno nemmeno riconosciuto come album, perché “troppo corto”, ma per me lo era eccome: un’opera compatta, radicale, volutamente estrema. Quando Iggy Pop lo ha scelto e presentato alla BBC, è stato un punto di svolta: la conferma che l’arpa poteva dialogare con mondi culturali diversi, senza dover chiedere il permesso. Parallelamente ho creato una libreria digitale con 400 suoni di arpa preparata, capaci di sembrare tutto tranne che un’arpa: un archivio di possibilità che continuo a esplorare.Tutto questo percorso confluisce oggi in BOHÈME (A Tree in a Field Records, 19 settembre 2025). È un lavoro che nasce dall’idea di libertà radicale: libertà dai ruoli, dai generi, dalle aspettative su cosa “dovrebbe” fare un’arpista. In BOHÈME l’arpa torna a cantare, ma all’interno di una cornice che definirei di elettronica organica: non artificiale, perché ogni suono elettronico è intrecciato con la fisicità dello strumento, con campioni, gesti percussivi e visuali generati con l’AI. È un dialogo tra il mio lato accademico e la mia urgenza di sconfinare, un viaggio che unisce materia acustica ed elaborazione digitale. 
Ho continuato a sperimentare portando l’arpa anche in una nuova dimensione: l’acqua. Questa ricerca sonora è nata durante la colonna sonora del documentario Wider Than the Sky di Valerio Jalongo, realizzata insieme a Daniela Pes. Ognuna di noi ha composto una parte della colonna sonora: io con la mia musica, lei con la sua. Gran parte del mio lavoro è stato registrato con l’arpa immersa parzialmente in acqua: questi suoni sono confluiti anche in Hi, this is the Harp, il brano di apertura di BOHÈME. Un paradosso affascinante: chi lo ascolta mi dice sempre “ma dov’è l’arpa?”, quando in realtà è solo arpa, trasformata dal suo incontro con un nuovo elemento.
Se devo riassumere tutto questo percorso in una frase: il progetto Kety Fusco è nato quando ho smesso di chiedere all’arpa cosa potevo farci, e ho iniziato a chiederle cosa potevamo diventare insieme. Dalla bambina di nove anni sul suo primo palco, alla donna che oggi porta BOHÈME nel mondo, il filo conduttore è sempre lo stesso: spingere i limiti dello strumento per trovare una verità sonora che parli al presente.

Cosa vorresti far arrivare a chi ti ascolta?

È una bella domanda, davvero. Perché io in realtà non ho mai fatto musica pensando a cosa avrebbero voluto sentire gli altri. Ho sempre fatto musica pensando a me stessa, per puro egoismo, perché ne avevo bisogno. Per me la musica non è mai stata “prodotta per il pubblico”: è sempre stata una questione di sopravvivenza personale. Paradossalmente, la musica è condivisione, ma nel mio caso nasce prima come necessità intima. Ho l’arpa in mano da quando sono bambina, e ormai non so più chi sono senza questo strumento. Non potrei fare altro nella vita, non ho un piano B. Non potrei desiderare nient’altro nella vita, ho tutto quello che voglio, ma questo tutto passa dall’arpa.
A un certo punto ho deciso di condividere la mia musica perché dovevo vivere di questo mestiere. La condivisione per me è stata la parte più difficile: esporsi, aprire la propria intimità sonora, accettare che ciò che nasce per un bisogno personale arrivi ad altre persone. Io amo tantissimo suonare, amo tantissimo i concerti, amo l’energia del pubblico, ma questa esposizione non è mai stata “facile”. E forse la domanda giusta sarebbe: cosa vorrei far arrivare a chi mi ascolta e cosa vorrei che mi arrivasse da chi mi ascolta. Perché per me è vitale quello che ricevo dal pubblico. È vitale sentire che con la sola arpa, con le mie dita, con il mio tocco e la mia creatività, riesco a generare qualcosa che tocca davvero la vita delle persone. Come quella signora anziana che mi ha detto che è stata felice di ascoltare la mia musica prima di morire. O quella ragazza in Kenya che è scoppiata a piangere perché le aveva ricordato suo padre che non c’era più. O quella donna incinta di nove mesi, al termine, che nonostante tutto è venuta al mio concerto. Sono cose che mi lasciano senza parole. Mi chiedo anch’io come sia possibile che la musica generi questo amore, questa energia, questa collettività. Per quanto io sia una persona estremamente complessa, che spesso non si capisce nemmeno da sola, vorrei che le persone che mi ascoltano – lo dico in modo egoista – continuassero a darmi quello che mi stanno dando. Perché è quello che mi tiene viva, che mi fa capire che vale la pena.
Se devo provare a dare una risposta più tecnica, allora sì, vorrei che arrivasse anche l’idea che l’arpa possa finalmente essere sdoganata, svecchiata. So che non succederà in pochi anni: ci vorranno decenni prima che sia normale vedere un’arpa accanto a basso e batteria, o al Festival di Sanremo. Ma qualcuno deve iniziare. Io ho iniziato, altri miei colleghi lo stanno facendo in modi diversi. Non è una cosa immediata. Magari fra 80 anni sarà normalissimo, e nessuno dirà più “esiste ancora chi suona l’arpa?”.

Progetti futuri?

Voglio portare l’arpa dove non c’è mai stata, metterla in posti che non hanno nulla a che fare con lei, farla incontrare con mondi che nessuno si aspetta. Mi piacerebbe fare ogni volta un abbinamento diverso: arpa e hip-hop, arpa e trap, arpa e techno… senza paura di sembrare fuori posto. Penso a FKA Twigs, a Nils Frahm, a Rosalía, a Jacob Collier, a Jeff Mills… ognuno di loro aprirebbe una porta diversa. Non so cosa verrebbe fuori, ma è proprio questo il punto: rischiare, sporcarsi, sorprendere. Non è solo un capriccio. Io mi inserisco in una tradizione che ha già provato a rompere le regole: penso al Fluxus, a John Cage, a chi ha ribaltato le convenzioni sonore, e anche a chi con l’arpa ci ha già fatto cose fuori dagli schemi, come Zeena Parkins, Dorothy Ashby o Alice Coltrane. Io prendo quella eredità e provo a portarla oggi in spazi nuovi. Perché alla fine il punto è semplice: non voglio che l’arpa sia “bella”. Voglio che sia necessaria.

Disturbed @ Royal Arena

As September closes in on October, the weather was uncommonly sunny as I pulled into Copenhagen’s Royal Arena for the first stop of The Sickness 25th Anniversary tour fromNu Metal legends, Disturbed with heavyweight support from the legendary Megadeth.

What can I say about Megadeth that has not been recounted numerous times before. Dave Mustain is Megadeth. The announcement earlier this year that their next album and tour would be their last was a bit of a shock. Dave’s voice is not as it once was so maybe bowing out in style is a good idea, unlike some other legends that keep flogging a dead vocal cord horse (cough, Axel, cough Rose) It was a pleasure to hear that Dave was on good form.

So, it’s important we get all the Megadeth goodness while we can and Dave and crew hit the stage with a slick, tight, no nonsense one hour set that kicked off with Hanger 18,  had some deep cuts and a lot of classic bangers such as Symphony of Destruction, Peace Sells and to wrap it all up the always awesome Holy Wars. Poignant considering the times we live in.

Poignant considering the political undercurrents Disturbed lead man David Draiman has been embroiled in in recent months. The ever-present question of separating the art from the artist something this reviewer most definitely had at the front of mind in attending this concert. 

Politics to the side, Disturbed hit the stage to manic rapturous fans with Draiman a commanding stage presence in a show that did not skimp on the theatrics like pyro. Draiman rolled onto stage all wrapped up like some balding Hannibal Lecter and straight away this was a very different performance from the lean Megadeth set. With The Sickness songs playing a large part of the setlist the concert was split into two parts with the first part leaning into The Sickness, and the second part a mix of greatest hits. We had a dip into the new with recent songs I Will Not Break and Indestructible and with classics Ten Thousand Fists. Disturbed are also known for doing some covers and the excellent version of Simon and Garfunkel’s The Sound of Silence, a highlight of the night. Their version of Genesis’ Land of Confusion less appealing to my ears. 

As we wrapped up the night with fan fav and nu metal classic Inside the Fire we exited into a crisp Danish Autumn night with another banger of a gig under our belts. 

Volbeat @ Jyske Bank Boxen

Volbeat hit Herning, Denmark’s Jyske Bank Boksen Arena tonight with their Greatest of All Tour. First off, I have to say, this was my first time at this venue, and I loved it. Super organized with great staff. I hope to see more gigs at this impressive arena in the future.

Opening act Witch Fever. Gotta admit, I knew very little about this band going into tonight, but the female-fronted Manchester crew instantly drew me in with an energetic performance driven by lead singer Amy. A mixture of haunting moments punctuated by grunge and punk choruses. Count me in. I’m looking forward to exploring more of this band’s catalog.

After a brief break, we then had the mighty Bush take the stage. I must admit, as a teenager in 1994, Sixteen Stone is one of those albums I always go back to. Razorblade Suitcase was also a seminal album for me, though to a lesser extent. Since then, their output has been very hit or miss. With a new album in tow, Gavin Rossdale and the gang performed a 50-minute set featuring a mix of new songs and some very good old hits like Machinehead, Glycerine, and Comedown. Highlights included a walk into the crowd by Gavin and an a cappella version of Swallowed. A very tight set, and I really hope they have a headline gig soon to play for diehard fans, because, as Gavin noted during the interlude, there were a lot of yellow shirts in the crowd — or something to that effect. Most people were here tonight for Volbeat.

Let it be written, let it be done. Volbeat burst onto the stage with Devil’s Bleeding Crown. From there, it was a scattershot of old and new. To be honest, I’ve always thought that Volbeat was a bit cookie-cutter — preferable to the autotuned, AI-generated music that floods the airwaves these days, but still… a bit meh. You might be surprised to hear me say that I had a lot of fun. Super tight playing, catchy riffs, and booming choruses are always good in an arena setting, and the fans got what they wanted. With lead singer Michael Poulsen leading the charge with his distinct lyrics (that weirdly remind me of late ‘90s Cher), the band played songs from the new album, like In The Barn of the Goat Giving Birth to Satan’s Spawn in a Dying World of Doom, as well as old hits like Lola Montez. Did it blow me away with originality? No. But sometimes that’s okay. Nothing like a good fist-pumping sing-along to send you home with a smile — and on that metric, job done.

Salmo @ Fiera Milano Live

Milano, 6 Settembre 2025

Sabato sera la Fiera Milano Live si è trasformata in un universo parallelo firmato Salmo. Il “Lebonski Park”, il mega evento ideato dal rapper sardo, è andato ben oltre il concetto di concerto: è stato un viaggio immersivo tra musica, spettacolo, energia e follia creativa.

Sin dal pomeriggio, i fan sono stati accolti in un vero e proprio parco a tema, con giostre, autoscontri, ruota panoramica, toro meccanico, street food e aree relax. Un’ambientazione a metà tra luna park e ranch postmoderno, che ha ricreato l’immaginario visivo del suo ultimo album, “Ranch”.

Uno show in tre atti e una scaletta da brividi

Alle 21 in punto, dopo i live di Dante e Shari, Salmo è salito sul palco aprendo il concerto con la potente On Fire, seguita da una sequenza serrata di brani nuovi e storici. Lo spettacolo è stato suddiviso in tre atti, ognuno con un’identità visiva e musicale distinta: dai pezzi tratti da Ranch alle hit esplosive come 90MIN, Il Cielo Nella Stanza e Russell Crowe.

Ospiti a sorpresa e momenti iconici

A rendere il tutto ancora più memorabile, una sfilza di ospiti speciali che hanno infiammato il pubblico: da Fabri Fibra e Noyz Narcos, a Zucchero, passando per Lazza, Kaos, Centomilacarie, Nitro e Luca Agnelli. In particolare, il duetto con Kaos su Bye Bye ha regalato uno dei momenti più intensi della serata, tra emozione e rispetto generazionale.

Un finale esplosivo e un assaggio di futuro

Nel gran finale, Salmo ha sorpreso tutti con la presentazione in anteprima del nuovo singolo Flashback, un brano che fonde elettronica e liriche introspettive e che promette di diventare un nuovo cult. L’evento si è chiuso con un DJ set ad alta tensione curato da 2P, che ha trasformato l’arena in una gigantesca pista da ballo.

Il Lebonski Park non è stato solo un concerto: è stato un manifesto artistico, una celebrazione collettiva dell’identità musicale e visiva di Salmo. Uno spettacolo dove ogni dettaglio (dalla scenografia alla scaletta, dagli ospiti all’energia del pubblico) ha funzionato alla perfezione.

Con questo evento, Salmo ha dimostrato ancora una volta di essere uno degli artisti più originali e visionari del panorama musicale italiano. E se questo è solo l’inizio del tour, non resta che aspettare la prossima tappa con ancora più aspettative.

Matt Berninger @ Store VEGA

It’s a mild September evening in Copenhagen and tonight Matt Berninger performs in a sold-out Store VEGA, full but still pleasantly liveable.

What shall we expect from this concert?
It’s not the first time that I happen to go and see prominent frontmen of iconic bands take the stage solo, but somehow the flavour was always different: Chris Cornell, Eddie Vedder, Billy Corgan played intimate, stripped down semi-acoustic shows, mostly covering the hits of their main bands while seeding their setlist of solo material, some with more to say than others.
How will it be with Matt, with two solo albums on his shoulders that flirt a lot with the soundscape of The National but at the same time are a completely different matter? Will there be room for covers? And if so, will we feel the absence of the twins couples or will this confirm that’s the voice that makes the band? Keep on reading to find the answers…

The evening is opened by the lovely Ronboy performing solid songs coated by her velvety voice. A nice appetiser ahead of the main course.

The stage is very minimalistic, just the instruments – a four piece band – and a vintage looking blue floor lamp, something to toy with in between songs.

The concert opens with three songs straight from the newest album, Get Sunk, and it’s clear that solo or with the band, the mood on stage is of physical involvement with the music, with the lyrics and with the crowd. From the very opening No Love, Matt crouches at the edge of the stage, leaning towards the first rows of public, taking my fellow photographer Christian a bit off guard when he hugged him in an impromptu interpretation of the verses “With careful hugs / And kisses off the cheek”, or, in this case, on the camera.

The second song is already one of the reasons I really wanted to be at the show tonight: Frozen Oranges. I cannot really explain the feeling of listening to an album for the first time and being captured by a song. It popped over all the others and even during distracted listenings, that’s the one that always catches my attention. The live rendition is equally captivating and precise as on the record, with the added value of the moves and gestures that underline the meaning of the lyrics.

And here’s the magic of seeing Matt Berninger on stage, with or without The National: he embodies the songs, he interprets them with moves, dances and continuously painting figures in the air with his (impossible to grab in an isolated picture) elegant hands.

The songs flows easily one after the other, with room for a few words here and there by Matt to help getting more insights on what we’re about to listen to, like sliding into the skin that keeps the words and the feelings tight together.
There’s room also for a good dose of irony, like when introducing All for Nothing he started with “and here’s another optimistic…” and stopping there with a smile realising that “optimistic” and whatever else about one of his songs couldn’t fit the same sentence.

Hits from Serpentine PrisonOne More Second was one of the highest points of the concert in my opinion –alternate to Get Sunk played in its entirety and finally we get to the moment that should answer our questions. It’s time for two covers of The National, two immensely beautiful songs that melt also the coldest of the hearts: Gospel and Terrible Love.
The short answer is: it’s not the frontman that makes the band when it comes to Matt Berninger and the National.
The more articulate answer is that the re-arrangement for Gospel was a bit cold, flat, it missed the roundness and warmth of when it’s played with its original band, proving that The National are a full bodied music machine. Also the answer of the crowd was… I’d say standard. Not necessarily lukewarm, but not that screaming and cheering over the top of the lungs.
That to me was one of the best indicators of the evening, proving that Matt Berninger can deliver a concert with his own original material and people are there to see him, not just waiting and hoping for songs of his other band.

The main set closes with Bonnet of Pins and here we have our good old Matt-the-nightmare-of-security in full fashion, jumping the pit fence and venturing into the crowd.
It’s a collective embrace, the hugs he gave us all evening long with his warm voice are returned tenfolds by the dancing bodies around him.

A short encore of three songs closes the evening.
“We had a great time” Matt says before tuning in Inland Ocean.
“We too!” someone screams from the crowd. Couldn’t agree more.

Double Infinity

Double Infinity, il nuovo album di quelli che dieci anni fa erano i promettenti esponenti dell’indie folk americano e ora sono gli affermati e poppeggianti Big Thief, è una potenziale compilation di canzoni da inserire in una commedia romantica degli anni ’90 sul senso della vita e lo smarrimento dei giovani con Ethan Hawke. Ascoltando Words si può facilmente intravedere Winona Ryder che monta i suoi collage documentaristici e, senza muovere alcuna critica a Reality Bites (alias Giovani, carini e disoccupati), che è un film da non perdere con scelte musicali impeccabili, forse era lecito aspettarsi qualcosa di più da un disco che non è una colonna sonora. Le nove tracce che compongono Double Infinity, tuttavia, fanno proprio l’effetto di una colonna sonora regalando un piacevole sottofondo che, come un pianista di pianobar, non ci disturberà. 

Dopo i successi dell’ultima decade, dalla giovanile e fortemente alternative Masterpiece alla delicata e dolente Simulation swarm, si dava per scontata una conferma del trio/quartetto newyorkese che ha invece tradito le aspettative facendo una netta inversione a u nel suo percorso artistico. Ad onor del vero, questo lavoro in studio contiene alcune canzoni buone come l’inaugurale Incomprehensible, da ascoltare sorseggiando un tè quando fuori infuria la tempesta, che porta una ventata di dolce new wave nel repertorio del gruppo o la coppia finale composta da Happy with you (dal testo anaforico, si potrebbe dire per essere gentili e sorvolare sul fatto che in totale conterà venti parole spalmate su quattro minuti, ma caratterizzata da un’andatura che ricorda i Cure di Inbetween days e da una linea di basso di pregevole fattura) e How could I have known che richiama chiaramente le sonorità britanniche degli anni ’60 e si fa notare per i piacevoli cori country che accompagnano gli incisi. Ciò nonostante, l’album ha due, non trascurabili, punti deboli. Uno è la mancanza di soluzioni compositive la cui conseguenza diretta è la ripetitività dei brani, spesso simili tra loro e con una struttura pressoché immutabile che prevede un paio di strofe, altrettanti ritornelli e un finale strumentale con un assolo non trascendentale. L’altro è quel suono, fastidiosamente ultraraffinato e stucchevole, che si sente in quasi tutte le produzioni moderne e che avvolge anche questo lavoro. 

Mi sono chiesto a lungo come avrei potuto rendere, in modo allegorico, le sensazioni che provo ascoltando questo disco finché non ho capito che la risposta si trova nella città dove è stato concepito e registrato: la grande mela, la città che non dorme mai, Gotham City, New York. Ecco, dunque, la folgorazione di cui avevo bisogno: Double Infinity è come un quartiere di Manhattan dopo la gentrificazione, dove i piccoli caffè letterari frequentati da personaggi bohemien hanno lasciato il posto all’ennesimo starbucks pieno di hipster, dove il CBGB è morto e al posto di una piccola hamburgheria con la porticina verde fosforescente c’è lo sportello automatico di una banca. Allo stesso modo, il sound dei Big Thief si è ripulito, probabilmente un po’ troppo, si sentono meno le chitarre ed è tutto arrotondato e privo di mordente. E si potrebbe fare un discorso analogo riguardo ai testi, un cocktail di filosofia spicciola, delusioni amorose, aeroplani persi e storie di vita quotidiana che non riesce a lasciare il segno. 

In definitiva, non si può dire che Double Infinity sia terribile o inascoltabile (Metal machine music lo è, ma non vuol dire); è un disco di facile ascolto, un disco che non può non piacere, e forse è proprio questo il suo problema.   

acieloaperto 2025 • Superstition

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10 Luglio • Wolfmother + Dirty Honey

Foto di Isabella Monti

17 Luglio • Marco Castello

Foto Di Isabella Monti

1 Agosto – Manu Chao

Foto di Lucia Adele Nanni

14 Agosto • Ivreatronic

Foto di Lucia Adele Nanni

23 Agosto • Joan Thiele

Foto di Lucia Adele Nanni

24 Agosto • Okgiorgio

Foto di Lucia Adele Nanni

29 Agosto • Franz Ferdinand

Foto di Lucia Adele Nanni

30 Agosto • Lucio Corsi

Foto di Lucia Adele Nanni

THE ZEN CIRCUS: “UN MILIONE DI ANNI” NUOVO SINGOLO E VIDEO

THE ZEN CIRCUS  ESCE OGGI 28 AGOSTO “UN MILIONE DI ANNI” IL NUOVO SINGOLO E VIDEO Terzo estratto dall’album “IL MALE” in uscita il 26 settembre Sold-out lo storico raduno Villa Inferno al Vidia Club di Cesena: annunciata una seconda data, il 27 settembre Multilink “Un milione di anni”: https://orcd.co/thezencircus-unmilionedianni “Un milione di anni” è il nuovo singolo e video di THE ZEN CIRCUS, disponibile dalle 12:00 di oggi, giovedì 28 agosto, su tutte le piattaforme digitali e terzo estratto da “Il Male”, il loro prossimo attesissimo album, già in preorder, in uscita in formato digitale il 25 settembre e formato fisico il 26 settembre, per Carosello Records. Link al videoclip ufficiale di “Un milione di anni” su YouTube: https://youtu.be/fE3MXIWNd4Y Una ballad rock che esprime l’essenza del linguaggio musicale del Circo Zen, attraversata da una profondità emotiva che cresce nel dialogo tra chitarra e voce fino a esplodere in un’intensità corale che rimanda alla tradizione dei grandi songwriter.  The Zen Circus presentano il brano“Cosa potrebbero capire di noi gli archeologi di un futuro lontanissimo, scavando fino a trovare i nostri resti? Fra un milione di anni l’essere umano proverà ancora dolore? Esisteremo ancora? Sarà finita l’epoca manicheista del Bene contro il Male? Di queste e tante altre cose parla questa canzone. E del fatto che comunque andrà, magari non su questo pianeta, ma la vita ci sarà ancora, e sarà bellissima. Di questo siamo certi.” Gli Zen Circus hanno costruito un percorso in continua crescita, diventando un punto di riferimento del rock italiano con oltre venticinque anni di carriera, migliaia di concerti, un nutrito pubblico transgenerazionale, dodici album alle spalle, di cui gli ultimi sei entrati nella Top Ten delle classifiche ufficiali di vendita, la partecipazione tra i big al Festival di Sanremo 2019 e un romanzo anti-biografico edito da Mondadori, che ha conquistato i lettori e le classifiche stilate dai maggiori quotidiani nazionali. Il ritorno della band, con l’uscita del tredicesimo album ormai alle porte, continua ad essere segnato da importanti novità. La prima è l’ottava edizione dello storico raduno degli Zen, “Villa Inferno”, in programma il 26 settembre al Vidia Club di Cesena, andato già sold out e a cui, vista la grande richiesta, si aggiunge una seconda data il 27 settembre. Per entrambi gli eventi l’ingresso sarà riservato esclusivamente a chi avrà acquistato online la musicassetta “Il Male – Villa Inferno Edition”, diversa per ciascuna giornata e non interscambiabile, da ritirare al Vidia Club presentando la conferma d’ordine. La seconda riguarda il tour, organizzato da Locusta, che a pochi giorni dall’annuncio ha registrato il tutto-esaurito in prevendita nelle date di Padova e Bologna, ora raddoppiate. THE ZEN CIRCUS – TOUR 202528 novembre – Padova, Hall (sold out)29 novembre – Padova, Hall (nuova data)03 dicembre – Milano, Alcatraz04 dicembre – Torino, OGR Torino05 dicembre – Firenze, Teatro Cartiere Carrara11 dicembre – Roma, Atlantico12 dicembre – Bologna, Estragon (sold out)13 dicembre – Bologna, Estragon (nuova data)26 dicembre – Molfetta (BA), Eremo27 dicembre – Senigallia (AN), Mamamia28 dicembre – Napoli, Duel29 dicembre – Perugia, UrbanI biglietti sono disponibili su https://www.thezencircus.it e sui circuiti di prevendita di TicketOne e DICE. “Il Male”, anticipato dai singoli “È solo un momento” e “Miao”, arriva a tre anni dal precedente lavoro ed è stato annunciato con un’originale televendita diffusa sui loro canali social: una pillola video che oltre a comunicare l’arrivo del nuovo disco, invita a chiamare il numero (+39) 02 401 365 89, attraverso il quale saranno svelate diverse sorprese fino all’uscita dell’album. Link al videoclip ufficiale di “È solo un momento”https://www.youtube.com/watch?v=oHEVUw2gByY
Link al videoclip ufficiale di “Miao”https://youtu.be/EX_-YcIAvCs  Link acquisto online musicassetta “Il Male – Villa Inferno Edition”:https://store.sonymusic.it/products/il-male-mc-black-escl-store-sony
THE ZEN CIRCUS – “UN MILIONE DI ANNI” Crediti del brano: Testo: Andrea AppinoMusica: The Zen Circus (Andrea Appino, Gian Paolo Cuccuru, Massimiliano Schiavelli) e Fabrizio “Thegeometra” PagniProduzione artistica: The Zen CircusRegistrato e mixato da Andrea Appino e The Zen Circus presso Iceforeveryone Studio di Livorno. Finalizzato da Andrea Appino, Marco Gorini e The Zen Circus presso Starwave Studio di Pontedera (PI). Masterizzato da Christian Wright presso Abbey Road Studios di Londra. Appino: voce, chitarreUfo: basso, coriKarim Qqru: batteria, cori Francesco “Il Maestro” Pellegrini: chitarre, cori Crediti del video: Produced by A71 StudiosDirected by Asia J. Lanni x Mòndeis Co-Director: Francesca BaniDOP: Sergio BagnoliCamera Op: Francesco Mancusi Edit: Asia J. LanniColor: Sergio Bagnoli Thanks to Boris Pimenov, Sartoria Caronte Etichetta: Carosello RecordsEdizioni musicali: ©Carosello C.E.M.E.D. S.r.l., Sony Music Publishing (Italy) S.r.l.