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Ex-Otago e Indimenticabile Festival: l’intervista

Continua il nostro viaggio in compagnia dei protagonisti dell’Indimenticabile Festival che si terrà il 12 e 13 Luglio 2019 Bologna Sonic Park.

Una prima edizione nata per celebrare il movimento nato fuori dal circuito delle grandi etichette discografiche e dai talent televisivi, cresciuto tra concerti in piccoli club, sostenuto dal mondo social e arrivato alle grandi platee e all’attenzione dei media nazionali partendo dal basso.

Dopo l’intervista ai direttori artistici, a fare un altro pezzo di strada assieme a noi verso il 12 e il 13 luglio ci sono oggi gli Ex-Otago, un gruppo che dai circuiti indipendenti si è ormai fatto conoscere anche dal grande pubblico, specialmente dopo la partecipazione a Sanremo di quest’anno con Solo una canzone.

 

Bologna Sonic Park

Bologna Sonic Park in preparazione

Fotografia di Luigi Rizzato

 

Ciao Ragazzi! Premetto che ci siamo incontrati diverse volte e siete anche una delle prime band che abbiamo fotografato quando ancora non eravamo testata ma eravamo solo una minuscola webzine composta da due persone. Noi di VEZ vi sentiamo quindi molto vicini nonostante abitiamo sulle riviere opposte. Potete quindi raccontarci qual è la cosa che amate di più di Genova, che vi lega a quella città così da farla sentire “familiare” anche a noi?

Genova da sempre è una città che accoglie e con le sue bellezze artistiche e culinarie non può che conquistarti e farti sentire a casa! Noi con Genova abbiamo un rapporto quasi viscerale, che emerge in ogni nostro disco, è una città che ti lascia il segno nel bene e nel male e che ti porti sempre dietro ovunque tu vada.

 

 

DSC 6412

 

Un Concerto per Genova

RDS Stadium Genova, 2018

 

La vostra musica e i vostri testi sono raffinati e “alti” ma al tempo stesso immediati. Come nascono le vostre canzoni? 

Le nostre canzoni nascono piano piano, ci piace dare questa immagine: Hai presente i Lego? Montare e smontare una casetta, un castello, un intero paese. Ecco, per noi ogni canzone è un momento di gioco da una parte e un cantiere dall’altra. Come prima cosa io scrivo i pezzi, dopodiché mi riunisco con tutti gli altri componenti della band per rivederli tutti insieme e pensare alla musica da costruirci intorno. Ogni pezzo ha una sua storia, per alcuni pezzi ci basta un pomeriggio, altri invece li teniamo in un cassetto e dopo un po’ di tempo prendono forma, ma alle volte non come erano state concepite. Così capita che il ritornello di una canzone diventi il verso di un’altra. CI fa piacere che i nostri testi vengano percepiti come “immediati” quando in realtà c’è molto lavoro dietro.

 

Che ne pensate dell’uso e forse abuso che si fa della parola “indie” negli ultimi anni? Pensate che ci sia ridondanza e ripetizione a livello di temi e melodie oppure trovate che i recenti sviluppi abbiano favorito una certa dose di innovazione?

In generale sia io che gli altri componenti della band non amiamo molto le etichette, sulla parola ”indie” ti posso dire però , abuso o non abuso a parte, che è stata l’elemento chiave per portare una grande dose di innovazione nella musica italiana. Negli anni 2000 quando noi facevamo già questo genere, spesso le persone ci guardavano come degli alieni perché noi dicevamo di fare “pop” ma all’epoca il pop erano solo artisti come Eros, Giorgia e via dicendo. Da lì è nata la parola indie e siamo contenti che più di dieci anni dopo le carte in tavola siano cambiate, perché anche grazie a questo concetto, oggi sotto la parola “pop” possono essere incluse tante realtà musicali differenti. Non percepiamo una ripetizione a livello di temi e melodie anche perché, come ti ho detto prima, noi non vediamo artisti “indie”,”trap” o “rock” ma vediamo il panorama musicale italiano come un qualcosa di molto vasto e aperto a tanti generi diversi insieme.

 

 

10b

 

L’Indimenticabile Festival è al suo primo anno e l’attesa è tanta. Cosa vi aspettate da questo Festival e dal pubblico emiliano-romagnolo? 

Saliremo ancora più carichi del solito, con una gran voglia di divertirci e far divertire per il primo anno di questo bellissimo Festival. In più la l’Emilia-Romagna è tra le nostre regioni preferite, soprattutto per il cibo e la simpatia delle persone. Per questo ci aspettiamo dal pubblico emiliano-romagnolo un grandissimo affetto e tanta voglia di divertirsi tutti insieme! Aspettatevi anche qualche salto tra la folla! Noi siamo dei grandi sostenitori del contatto fisico: Andare in mezzo al pubblico, creare unione, sentire l’energia ci piace tantissimo.

 

Noi vi auguriamo il meglio e non vediamo l’ora di rivedervi!

 

Intervista di Sara Alice Ceccarelli

Foto di Alessio Bertelloni

 

Unaltrofestival 2019 @ Magnolia

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• Unaltrofestival 2019 •

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Anna Calvi
Julia Jacklin
Videoclub
Eugenia Post Meridiem

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Magnolia (Milano) // 02 Luglio 2019

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ANNA CALVI

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JULIA JACKLIN

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VIDEOCLUB

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EUGENIA POST MERIDIEM

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Grazie a Comcerto e Noisyroad

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Billy Corgan @ Spilla 2019

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• Billy Corgan •

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 Spilla 2019

Corte Mole Vanvitelliana (Ancona) // 30 Giugno 2019

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Sono le pareti pentagonali della Mole Vanvitelliana di Ancona ad ospitare, allo Spilla Festival, la penultima data del tour di Billy Corgan nel nostro paese. Un’isola architettonica costruita all’interno del porto, nel 1733, per adempiere a molteplici funzioni: lazzaretto di sanità pubblica, fortificazione a difesa del porto, deposito merci, protezione della banchina dalle onde. Un’eterogeneità di scopi a cui ho collegato, con un volo pindarico di immaginazione e nel tempo, tutti quegli spazi pubblici e/o privati da cui, nel periodo aureo degli anni Novanta, nascevano idee e rivoluzioni. Scantinati, garage, palestre dei licei, locali underground erano teatro di aggregazione, condivisione, ricerca di personalità attraverso un unico e potentissimo strumento: la musica.

Quelle sono le origini degli Smashing Pumpinks, band che ha consacrato Corgan come icona del rock mondiale e band dalla quale, oggi, di tanto in tanto, si congeda per omaggiare la sua carriera solista e, in particolare, il disco Ogilala, pubblicato nel 2017.

Ad accogliere l’artista c’è un parterre adulto e nostalgico di 1500 persone che, dopo l’apertura di Katie Cole, cantautrice country/rock australiana nonché bassista degli Smashing Pumpinks tra il 2015 e il 2016, acclama il protagonista con gran fermento. Ecco apparire sul palco William Patrick Corgan, avvolto nella sua aurea oscura, con una mise completamente nera e con una vistosa spilla sul colletto, come un amuleto a proteggere la voce. Lo show si apre con brani inediti, suonati in acustico, accompagnati solamente dalla cinque corde stellata e dal pianoforte. Una scelta coraggiosa, consapevole, volta a sottolineare l’impronta intimista che caratterizza il presente del musicista. Una scelta che, però, non stupisce i fan più esperti che commentano: <<Che cosa ti aspetti da uno che, al Firenze Rocks con gli Smashing, nonostante avesse soltanto 75 minuti a disposizione ha proposto due outtake di Zeitgeist (Francesco non potevo non citarti) >>. Dopo il duetto con Katie Cole in Buffalo Boy e Dance Hall, Corgan si scioglie un po’, ammira la bellezza della location, inizia a dialogare con il pubblico. Sedutosi al pianoforte, spiega: <<Questa è una canzone dedicata a mio figlio. Come nelle mie, anche nelle sue vene scorre sangue di origine in parte italiana>> – e conclude, scherzando – << Sapete che non è sempre così facile…!>>.

La solennità torna a far da padrona. La meravigliosa Aeronaut è eseguita in modo impeccabile. Esplode la vocalità accorata, toccante, a tratti nasale, disperatamente acida, acuta, da sempre suo tratto distintivo e elemento preponderante nei pezzi estratti da Ogilala che si susseguono, uno dopo l’altro. Half-life of an Autodidact è l’occasione per apprezzare la serenità raggiunta, finalmente, a 52 anni: <<Quando ero giovane, speravo di morire prima di invecchiare. Oggi, a questa età, posso solo dire che è una figata>>. Una piccola svista in The long goodbye è compensata dal coro della folla che continua, comunque, a cantare, ricevendo un cenno divertito di ringraziamento da Billy. Zowie, non dedicata a David Bowie ma un tributo al grande artista come tiene a precisare, rappresenta il brano di chiusura del primo set: <<Tra poco tornerò sul palco per la seconda parte, riservata alla colonna sonora del momento in cui avete perso la verginità, di quella volta in cui vi siete innamorati e di quando, invece, vi hanno spezzato il cuore>>.

La successiva sezione è, infatti, il tripudio dei brani più celebri degli Smashing Pumpinks. Si parte con Wound, per poi riconoscere subito le prime note di Thirty-Three, scesa direttamente dal cielo stellato di Mellon Collie and the Infinite Sadness. Occhi lucidi, commozione, abbracci in Tonight, Tonight e 1979, inni del ricordo dell’adolescenza, del vivere in equilibrio su un filo, tra una festa e l’altra, tra jeans e polvere, nella convinzione, nell’illusione che tutto quello non potesse avere fine. Una toccante versione di To Sheila sfuma negli accordi inconfondibili di Wish you were here dei Pink Floyd, mentre Disarm, che attendevo forse più di ogni altro brano, risuona tra il bianco e il nero dei tasti del pianoforte, come colonna sonora di rapporti burrascosi, di sorrisi che spezzano il fiato, di ferite e di demoni con il coltello fra i denti che passano da un cuore all’altro, da un’interiorità all’altra.

<<Questo è l’ultimo brano…poi dobbiamo salutarci>> – dichiara Corgan – <<Ma come fate a dire no! Non andate a lavorare domani?! Wow che bella nazione!… Invece io devo rientrare. Mi aspettano l’hotel e anche un po’ di droga>> – ride (sì, è stato capace anche di ridere!).

Today è il capolavoro che suggella e chiude una performance ricca di emozioni, indiscusso talento, conferme ma anche soprese e nuove scoperte su questo gigante della musica internazionale. La prova e riprova di essere, con altissima probabilità, il più geniale songwriter della sua epoca. L’interazione con i suoi sostenitori, da non dare mai per scontata. L’abbandono, in parte, di quell’aria autoreferenziale di cui si era circondato durante il corso della carriera. Il cinismo che diventa ironia. La dimostrazione che, nel tempo, grazie alla catarsi e all’effetto liberatorio della musica e della vita, l’inquietudine può trasformarsi in ispirazione, in motori artistici, in nuovi inizi. Certi spettri possono essere ammansiti, domati o semplicemente accettati per apprezzare l’oggi, il più bel giorno mai conosciuto.

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda

Foto: Luca Ortolani

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Pinguini Tattici Nucleari @ Parma_Music_Park

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• Pinguini Tattici Nucleari •

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Parma Music Park (Parma) // 29 Giugno 2019

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John Butler Trio @ Acieloaperto

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• John Butler Trio •

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 Acieloaperto

Rocca Malatestiana (Cesena) // 29 Giugno 2019

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Se dovessi immaginare il falò ideale in spiaggia, di notte, cullata dalla brezza marina e dal suono delle chitarre, penserei alla compagnia di Ben Harper, Jack Johnson, John Butler e se proprio volessi aspirare alla perfezione anche Eddie Vedder, per l’accompagnamento all’ukulele. E se tre quarti degli artisti nominati sono entrati nella collezione dei miei ascolti già da bambina/adolescente, John Butler ha fatto breccia nel mio cuore musicale non molto tempo fa, camminando lungo i sentieri invisibili del mare, lungo quelle rotte irrazionali che conducono a qualcosa che ha a che fare con il destino. Un pomeriggio estivo, un tramonto e il video di Ocean, il gioiello acustico per cui è diventato celebre in tutto il mondo. <<Benvenuta in questo fantastico mondo!>>– mi era stato detto. Quell’aria da busker, surfista, skater, uomo senza guinzaglio. Quella terra da cui proviene, l’Australia, anticamente selvaggia, un po’ come lui e il suo talento innato per la dodici corde.

Dalle rive del Pacifico si vola alla suggestiva venue della Rocca Malatestiana di Cesena in occasione del festival A Cielo Aperto, dove nella serata del 29 giugno, l’artista con la sua straordinaria band, i The John Butler Trio, ha omaggiato il nuovo lavoro in studio, Home, pubblicato il 28 settembre 2018. Un caloroso applauso, illuminato dalle sfumature rossastre del sole che sta calando, accoglie i protagonisti che salgono sul palco addirittura qualche minuto prima dell’orario previsto. La chitarra slide è pronta, si inizia. Wade in the water, Tahitian blue e Running away fanno da portavoce all’ultimo album, impreziosite da una sapiente resa live.

<<Buonasera! Innanzitutto mi scuso perché non so una parola di italiano >> ammette, imbarazzato, John – <<sono davvero contento di essere qui assieme a dei grandissimi professionisti: Elena Stone alle tastiere (e alla fisarmonica, che chicca!), Terapai Richmond alla batteria e Owen “OJ” Newcomb al basso>>. Una presentazione doverosa, più che di rito, dato che pochi mesi fa Byron Luiters e Grant Gerathy, storici componenti del gruppo, hanno deciso di ritirarsi per qualche tempo dalle scene per seguire altre aspirazioni e per dedicarsi alle proprie famiglie.

L’atmosfera si scalda e i fan acclamano con entusiasmo Betterman, brano estratto da Three (2001), e Blame it on me che viene caratterizzata, all’inizio, dagli effetti distorti della voce per poi sfociare nel primo vero assolo del set. Riff complessi e articolati, dita velocissime che scorrono sulla paletta delle tante chitarre che appaiono sulla scena, lo slide metallico indossato come fosse un anello magico capace di dipingere le note di nuovi, fantasmagorici colori.

<<Il prossimo brano si intitola Faith. Non so se si può parlare di fede in tempi come questi ma ho bisogno di credere che ci sia qualcosa. C’è chi crede in un tizio bianco, vecchio con la barba, chi in quello grasso e pelato…c’è chi crede negli alberi…o nei funghetti allucinogeni! Io penso molto semplicemente che tutti dovremmo credere nella pace. Tutti dovremmo vivere in pace>>. La traccia numero sette di Home è un’emozionante commistione di folk, rock e cantautorato classico, interpretata con gli occhi rivolti al cielo. Una delle chiavi di lettura fondamentali per sfogliare l’eterogeneo libro discografico dei The John Butler Trio è proprio “commistione”. Pickapart rimanda a sonorità tra l’alternative e il grunge, il testo è uno spoken velocissimo, scandito, di cui non viene persa nemmeno una sillaba. L’acustica è talmente agile, attiva, reattiva che, talvolta, sembra trasformarsi nella sua versione elettrica. La band, poi, non sbaglia un colpo: le tastiere è come se si moltiplicassero e il groove della parte ritmica batte a ritmo costante, coinvolgente, così deciso da far ballare tutti a tempo.

Rimasto da solo sul palco, Butler si siede abbracciando il fidato strumento. È chiaro: è il momento di Ocean. In un religioso silenzio, in più di dieci minuti di performance strumentale, ci si ritrova catapultati su una spiaggia dorata, sconfinata, ad osservare le onde infrangersi. Ammirare, fra quelle onde, l’impresa dei surfisti nel rimanere in equilibrio o vederli cadere, aguzzando lo sguardo per ritrovarli tra i flutti. Un saliscendi infinito in cui sono contenute tutte le stagioni, tutti i momenti della giornata: il sole che sorge dalle acque, i tramonti, le notti stellate, la luna all’orizzonte. Un oceano di vibrazioni, di emozioni e di applausi, allo scoccare dell’ultima nota.

C’è spazio anche per il banjo e per le tinte country-hoedown di Better than, Don’t wanna see your face e Ragged mile che anticipano il canonico sipario: <<Questo è l’ultimo brano. E non dite di no eh… .Ho detto no!>>. Tuttavia, una canzone che si intitola We want more non sarebbe potuto essere il pezzo di chiusura.

Con il sorriso stampato in faccia e con aria divertita e compiaciuta, il musicista australiano riappare in scena in solitaria: <<Sono cambiate molte cose in questi anni. Sono diventato padre. E quando diventi padre, soprattutto all’inizio, ti sembra uno di quegli avvenimenti per cui ti chiedi: “Sta succedendo davvero a me?”. Realizzi che è fantastico, un dono. E mia moglie è stata superlativa. Ha avuto trentotto ore di travaglio. Bene…dopo questa esperienza è mutato molto il mio modo di vedere la vita. Apprezzo ogni singolo secondo. E soprattutto non oso più lamentarmi…dopo le trentotto ore di travaglio!… Il prossimo brano è stato scritto per la mia famiglia>>. Peaches & cream ha una struttura doppia, è divisa in due parti: la prima, cucita addosso al vecchio “John”, è malinconica e dai toni grigi, la seconda che si spalanca al verso “You and your mum in front of me” prevede l’entrata di tutta la band per riempirsi di quella sensazione gioia che descrive, accordo dopo accordo.

Nella festa finale, la cui colonna sonora è affidata a Zebra, classico del primo album Sunrise over sea, e a Funky tonight, si accendono tutte le sfaccettature che rendono unica questa band: il funky (appunto), il raggae, il blues, il rock, l’hip hop, il folk sono combinati in una reazione chimica esplosiva. Per gioco, una palla incandescente immaginaria viene lanciata dal palco al pubblico che la afferra, divenendo protagonista di ognuno dei cori che si alzano all’unisono. Un saluto conclusivo che è, in realtà, un arrivederci a presto. Un abbraccio che si scioglie in sorrisi soddisfatti, in espressioni meravigliate davanti a tanto talento, tanta bravura ma anche a tanta dimostrazione di umanità. La speranza, la possibile “fede” che siano questi i momenti che legano indissolubilmente le persone, che permettono di sentirsi parte di un’unica grande sfera che balla a ritmo di assoli di chitarra e che canta per esprimersi con libertà, per farsi ascoltare. E se, in tema di fede, credessimo ancora nelle divinità greche e latine, il dio del mare e la dea della musica, una volta scesi a patti, avrebbero di sicuro scelto quest’uomo libero, quest’artista di nome John Butler come proprio rappresentante sulla terra.

 

SETLIST:

 

Wade in the Water
Tahitian Blue
Running Away
Betterman
Blame It On Me
Faith
Used to Get High
Pickapart
Ocean
Tell Me Why
Better Than
Just Call
Don’t Wanna See Your Face
Ragged Mile (Spirit Song)
Treat Yo Mama
We Want More

Encore

Peaches & cream
Zebra
Funky tonight

 [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda

Foto: Michele Morri

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Capo Plaza @ Parma_Music_Park

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• Capo Plaza •

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Parma Music Park (Parma) // 28 Giugno 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Mirko Fava[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15041,15044,15043,15046,15047,15045″][/vc_column][/vc_row]

Tarantino: l’arte di essere semplicemente sé stessi.

“Ciao Claudia sono Francesco Tarantino e il 5 marzo uscirà il mio primo singolo Una vita al var…”

Ecco come ho conosciuto Tarantino e la sua musica, era febbraio e mancavano pochi giorni all’uscita del suo primo singolo.

Da quel messaggio sono passati alcuni mesi e nel frattempo i singoli di questo giovane cantautore sono diventati due, visto che è da poco uscito Aurora con un bellissimo video (scritto e diretto dallo straordinario Duilio Scalici) che ha superato le 40.000 visualizzazioni in pochi giorni e che consiglio di guardare perché è un ottimo modo per dimenticare un attimo il modo in cui viviamo l’amore da adulti e tornare a vivere i sentimenti con quella spensieratezza infantile che crescendo abbandoniamo quasi automaticamente per fare spazio al calcolo dei rischi tentando di soffrire il meno possibile. Come se l’amore si basasse sulla matematica o la razionalità!

Nascono nuove canzoni ogni giorno e ogni giorno qualcuno decide di mettersi in gioco e tentare la strada della musica, poi c’è chi invece quella strada la percorre sin da quando era bambino perché con certe passioni probabilmente ci nasci, ma bisogna essere comunque bravi a tenerle vive e a non lasciare che la difficoltà e tutti gli ostacoli possibili lungo il cammino vadano ad intralciare un sogno, che per Tarantino è solo uno: fare musica, la sua musica.

Studio, sacrificio e dedizione ma soprattutto amore per quello che fa e per il modo in cui lo fa, rendono questo ragazzo uno degli emergenti di spicco dell’attuale scena musicale italiana. Lontano da ogni tipo di omologazione, Tarantino è semplicemente sé stesso ed è questa la sua chiave vincente.

Non c’è nessuno distacco tra la sua persona e il suo “personaggio”, non c’è un nome d’arte perché in realtà il suo nome racchiude tutto ciò che è, e non c’è nessun confine tra quello che sente e che poi decide di condividere attraverso le sue canzoni.

Non ha bisogno di inventare e inventarsi nulla. Oggi facciamo un salto a Palermo per conoscerlo meglio…

 

Tarantino: da chitarrista a compositore, da occupare un posto ai lati di un palco ad essere al centro della scena, da suonare a scrivere, qual è stato il momento in cui hai pensato di dare vita ad un tuo progetto personale?

Non ho mai avuto questo pensiero ero in un momento musicale della mia vita poco produttivo non suonavo con nessuno, il tutto è nato probabilmente per esigenza curativa, è stato un tentativo di auto salvataggio inconsapevole; non sapendo come reagire ad un determinato momento della vita, ho utilizzato la scrittura come sfogo personale. Ho iniziato buttando giù tutto quello che mi passava per la testa senza mai rileggere con attenzione quello che scrivevo come se non volessi guardare indietro; con il passare del tempo rileggevo e prendevo sempre più consapevolezza di non stare bene con me stesso. Allora decisi di prendere la chitarra e provare a cantare quelle frasi totalmente sconnesse tra loro che mi fecero ridere non poco, cosa che mi mancava da un po’…il foglio bianco mi ha fatto da compagna e mi ha tenuto lontano dalla persona di cui avrei avuto paura, guardandola allo specchio. Non mi sono mai soffermato a pensare come nasce una canzone (davvero) forse perché in parte può essere doloroso scoprire i punti deboli; con il tempo (poco tempo) la scrittura cambiava perché io cambiavo, a quel punto iniziai a prenderci gusto.

 

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Una vita al var” è stato il tuo singolo d’esordio e nel video ci sei anche tu nelle vesti di attore, il che fa pensare che tu sia una persona capace di mettersi in gioco in tutti i sensi, c’è un momento che ricordi particolarmente legato non solo alle riprese ma a tutta l’esperienza pre e post produzione del brano?

Nelle vesti di attore è stato in realtà proprio il “non recitare nessuna parte” che mi è venuto molto spontaneo, alla fine non ho fatto altro che esternare ciò che succede dentro le mura di casa e dentro la mia testa. Il momento più bello è stato a ridosso dell’uscita del primo singolo…tanta confusione mista a gioia ed ansia, insomma un altalena costante di pugni nello stomaco, sapevo che stavo per fare finalmente qualcosa che mi apparteneva ed esserci riuscito è tutt’ora una bellissima novità, di quelle novità di cui non bisogna mai abituarsi.

 

Dal tuo primo singolo al secondo appena uscito “Aurora” c’è una netta differenza per quanto riguarda i testi delle due canzoni. Con Aurora scopriamo un altro Tarantino, una sorta di versione “romantica” dettata da quel sentimento intorno al quale ruota praticamente tutto… l’amore. Com’è nata Aurora e com’è stato mettere nero su bianco pensieri così intimi?

Aurora è nata poco prima delle luci dell’alba in una delle notti passate a fumare e pensare a tutto tranne che trovare il modo di far riposare la mia testa, mi trovavo in un luogo per me molto intimo della Sicilia orientale vicino Modica, ricordo che non le prime “luci del mattino” (titolo che avevo inizialmente scelto) maturò dentro qualcosa; amare è una delle sfide più belle che possiamo avere ma accettarla non è ugualmente facile, ritornare bambini con l’innocenza negli occhi ed il cuore libero anche solo per qualche ora durante la giornata sia una magia che va sempre ricercata per poter amare anche se stessi. Era la prima volta che scrivevo un brano così intimo e sinceramente non pensavo di riuscirci, è stato come darsi uno schiaffo in faccia infatti non ero proprio felice mentre la scrivevo ma probabilmente mi ha aiutato a capire meglio cosa ho dentro e cosa mi manca.

 

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Stai lavorando all’uscita del tuo primo disco, ti immaginavi così a trent’anni o avevi altre aspirazioni/sogni da bambino?

Ho sempre rincorso la musica e lavorato facendo qualsiasi tipo di lavoro per alimentare e portare avanti questa passione che sin da piccolo avevo; a tre anni mi trovarono davanti la cassa dello stereo (alta quanto me allora) a tenere il tempo con il piede su un brano di Zucchero “Solo e una sana consapevole libidine, salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica”; uno dei sogni più vivi che avevo da piccolo legati all’amore verso la storia e il mondo degli Egizi era poter diventare Archeologo, amavo inventare storie avventurose e andare alla scoperta di qualcosa che ancora fosse sepolta.

 

Ultima domanda a proposito di sognare in grande, su quale palco ti piacerebbe suonare?

Devo dirti la verità, non ho mai pensato su quale palco mi piacerebbe trovarmi, ma tra il mio batterista e suo papà tempo fa nacque una sorta di scommessa: “Se riuscite a suonare a San Siro giuro che vengo a montare e smontare il palco”…adesso io non garantisco la stabilità dell’impianto nel caso accadesse, ma ci proveremo soltanto per vincere la scommessa.

 

Ognuno di noi possiede un dono e quello di Tarantino risiede semplicemente tra le pagine bianche che prendono vita attraverso la sua penna e la capacità di creare musica in maniera del tutto genuina e pura, tanto da arrivare in maniera delicata ma allo stesso tempo prepotente al cuore di chi ascolta.

E arrivare al cuore di chi ascolta non è da tutti, ma lui riesce benissimo.

Claudia Venuti

Parma Music Park • Capo Plaza, Pinguini Tattici Nucleari!

Parma Music Park

Capo Plaza, Pinguini Tattici Nucleari

Ancora appuntamenti di peso al Parma Musica Park, presso la Villa del Fulcino di San Polo di Torrile. Venerdì 28 Capo Plaza e sabato 29 i Pinguini Tattici Nucleari. I biglietti sono tutti in prevendita sul circuito Ticket One, online e nei punti vendita.

Capo Plaza suonerà dal vivo venerdì 28 giugno con “20”, il suo primo album, pubblicato nel 2018 e insignito con due dischi di platino: un bel traguardo per il giovane rapper salernitano reduce anche da un tour europeo – cosa non particolarmente comune per un artista italiano – che si è concluso con un sold out all’Alcatraz di Milano. Ingresso 23 euro più diritti di prevendita.

Sabato 29 giugno i Pinguini Tattici Nucleari, con il nuovo disco uscito a marzo “Fuori dall’Hype. Giovanissimi, con oltre 20 milioni di streaming e più di 7 milioni di visualizzazioni su Youtube, Pinguini Tattici Nucleari sono una delle band più interessanti di questi ultimi anni. L’album è anticipato – tra gli altri – dal singolo Verdura, che ha superato il milione di ascolti su Spotify in poco più di un mese. Ingresso 20,7 euro compreso di prevendita.

L’ultimo appuntamento del mese, domenica 30, sarà con la Fiera del Mistero, evento dedicato all’esoterismo e alla magia, per la prima volta nel parmense. Ingresso 7 euro più diritti di prevendita.

COME ARRIVARE al Parma Music Park:

Località San Polo di Torrile

via B. Buozzi, 3, 43056 Torrile (Parma)

GOOGLE MAPS

Indicazioni qui:  http://bit.ly/2ULOMo8

BUS

Per raggiungere San Polo di Torrile in autobus da Parma puoi scaricare gli orari degli autobus delle linee Tep al seguente link: http://www.tep.pr.it/download_colorno_5.aspx

TRENO

La stazione di San Polo di Torrile si trova sulla linea Parma  – Brescia e dista meno di 1 km dal Parma Music Park, circa 10 minuti a piedi. È la prima fermata in treno da Parma, circa 10 minuti di treno. Ulteriori informazioni le puoi trovare su:  http://www.trenord.it/it/home.aspx

AUTO
– Dal centro città: percorrendo Via Trento – Via San Leonardo e Via Colorno in direzione Colorno Casalmaggiore Mantova, passare l’abitato di San Polo fino alla zona industriale, girare a destra nei pressi della farmaceutica Glaxo Smith Kline. Seguire poi le indicazioni segnaletiche del Festival.

– dall’AUTOSTRADA A1 (da Bologna o da Milano): uscita PARMA. Prendere la direzione Colorno Casalmaggiore Mantova, passare l’abitato di San Polo fino alla zona industriale, girare a destra nei pressi della farmaceutica Glaxo Smith Kline. Seguire poi le indicazioni segnaletiche del Festival.

Deejay Time @ Romagna_Shopping_Valley

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• Deejay Time •

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• Albertino • Fargetta • Molella • Prezioso •

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Romagna Shopping Valley (Savignano sul Rubicone) // 28 Giugno 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

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Diario di una Band – Capitolo Sette

 

“Non vivo la crisi di mezza età dove “dimezza” va tutto attaccato

Voglio essere superato, come una bianchina dalla super auto

Come la cantina dal tuo superattico

Come la mia rima quando fugge l’attimo

Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo

Superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene”

 

Caparezza

 

Che sia la forza di un concetto, la vita presa di petto, un desiderio, un sospetto

Che sia la forza di mille comete, continuare a bere di gusto dopo aver sedato la sete

Che sia toccare per davvero la luna, quando anche le stelle prima o poi ci porteranno fortuna

Che sia un fiume in piena alla luce dell’alba, in mezzo al casino gestire la calma, col peso di piuma

sfiorare la calca, combattere il male con un colpo d’anca

Che sia la birra gelata dopo il lavoro serrato, il dovere gestito con tocco fatato, un tocco di fino, un

gol su punizione, colpendo la porta e il tifoso nel cuore

Che sia prospettiva e rimprovero onesto, l’immensità sacra nella vittoria di un gesto

Che sia una montagna all’occhio profana, scalare la vita con rabbia puttana, una roccia che fa da

scalino alla notte, il whisky perfetto proteggendolo in botte

Che sia lo sviluppo di una pace maggiore, quando l’universo si presenta come il vero Signore

Che sia marmellata sbordante sul pane, il sospiro finale sul punto di atterrare

Che sia un ballo stupido ma pieno di vita, gli applausi che fanno bruciare le dita, come fiori di luce

sparati da un mitra, bello come Marco Pantani in salita

Che sia un viaggio lungo e non scarno di ostacoli, afferrare la curiosità con mille tentacoli,

custodire i segreti del vino e degli acini, il sacrificio perenne della schiena degli asini

Che sia un’esistenza colorata di rosso, del tramonto, del sangue, debellare il “non posso”

Che sia un passo veloce, spedito e raggiante, che sia comunicare con tutte le piante, una corsa

infinita sull’otto volante, una risata da lacrime dal frastuono incessante

Che sia non avere buttato via il tempo, l’aver costruito mantenendo il fermento, anche quando ero

spento, anche quando dalla finestra vedevo solo cemento, quando la paura superava l’intento,

quando ho scelto un animo attento, quando ho deciso di comandare il vento

Che sia frustrazione quando si fallisce il bersaglio, cadere e ogni volta e fomentare il bagaglio,

magari curare il dettaglio, credere a un abbaglio e godere dello sbaglio se placherà il travaglio

Che sia legittima intesa, che sia una guida tenace e distesa, lontano da offesa, offesa verso il

pensiero totale, lontano dallo sporco inconcepibile del mare

Che sia un’abbuffata di more nel bosco, una voce mai udita che però riconosco, un’ossessione erotica dal profilo un po’ losco

Che sia leggiadria della mano sul manico, di basso, di chitarra, soppiantare il rammarico, un cannone di musica perennemente carico, incrociare lo sguardo dopo l’attesa sul valico, che sia un onesto “ragazzi ora niente panico”

Che sia lo scorrere di mille immagini, di ponti, di corde, distruzione degli argini

Che sia il più schietto vagabondare, l’arte dell’ozio unita a quella di amare, un colpo di sole che fa tentennare, l’onda perfetta su cui ricominciare

Che sia un ritrovo, un patto, un incontro cercato, ritrovare la strada su cui si è camminato, ritrovare lo spirito di un nonno ormai andato, far brillare il suo sguardo ancor determinato

Che sia finire la storia di chi non c’è riuscito, stringer mano alla vita ed accettarne l’invito, il patrimonio invisibile di chi l’ha capito, la libertà reticente di chi non può aver finito

Che sia la nuvola che soddisfi ogni mia sete, che sia il fuoco che sorregga le scelte mie incomplete, che sia la spinta verso il vuoto, che l’acquario dove nuoto, non accontentarsi della sufficienza, che sia un matrimonio con la determinazione e con la pazienza.

 

 

La speranza, come un compartimento stagno deve essere sempre presente, come un nucleo operativo centralizzato che coordina le scelte artistiche e non. Fare i conti con i propositi ha velature abbastanza paradossali, il gratificante sentore iniziale, la chimica che interagisce sul corpo dando sventagliate di compiacimento e soddisfazione, per poi elaborare l’idea e pensare in mezzo secondo a come sviluppare il proposito all’atto pratico. Sicuramente scrivere canzoni può avere il rovescio buono della medaglia, non essendoci una legge scritta e immacolata su come comporre brani.

Si può mettere in mostra la propria vena anarchica, partendo dal testo, da un soggetto, da una storia, da un giro di chitarra, da un po’ quello che si vuole. E la noia resta davvero alla larga quando si cerca una corrente sempre nuova per fare musica, stimolante e utile anche al fine personale di crescita artistica e perché no umana. Reinventarsi nella forma e nel colore come dicevano i Litfiba, perché è questo fare musica, reinventarsi, stupire se stessi, impressionare se stessi è la chiave di lettura per catturare l’ascoltatore ed il lettore.

Insomma abbiamo passato la vita a credere che si potesse colorare solo dentro alle righe, non uscire dai margini e vedere le sbavature come una proiezione di errore imprescindibile. Non voglio lazzo e non voglio neanche confini, sia in termini artistici che in termini esistenziali. “Combattere” la vita con la curiosità e la necessità fottutamente accesa nello scoprire cosa c’è oltre la montagna è la presa di posizione più romantica e interessante che un singolo individuo può regalarsi.

Significa vivere, non accontentarsi, migliorare chi si ha vicino e migliorarsi.

 

Vasco Bartowski Abbondanza

 

Luciano Ligabue, l’amore e il “tenere botta”

Oggi sono chiamata a raccontare, da brava VEZ, la storia del mio cantante del cuore e ho deciso di sentirmi libera di esprimere tutto quello che per me ha significato e se necessario, condividere anche parti di me che non tutti sanno.

È una catarsi e la voglio fare così, sulla testata che ho contribuito a fondare e della quale sono orgogliosa, come lo sono dei collaboratori che giorno dopo giorno regalano un pezzo del loro cuore a questa piccola ma tanto #LoVez realtà.

E se dovesse essere oltremodo necessario, utilizzerò anche quel gergo emiliano-romagnolo che CI appartiene. Appartiene a noi figli della pianura, della bassa, della riviera, della terra dei partigiani, che ancora non abbiamo perso la voglia di ridere e sorridere dei guai (grazie Vasco eh ndr).

È il 1990 e ho dieci anni. Anni ancora abbastanza semplici dove tutto si risolveva attorno alla scuola, il nuoto, i libri, il cinema, Freddy Mercury e Franco Battiato. In classe con me c’è la mia più grande amica d’infanzia, Susanna, che come nella maggior parte dei casi poi ho perso lungo il meraviglioso cammino che è la vita di un adolescente medio. Ha con sé una musicassetta bianca, non ricordo se originale o taroccata. Qualcuno ricorda il walkman della Sony con le cuffie tonde unite dal cerchietto di metallo?

Quel giorno ho fatto conoscenza con Luciano Ligabue. Lo Zio, come lo chiamo da quella volta, e l’album è l’omonimo Ligabue, bianco, con pezzi di testo e un sole azzurro disegnato sulla copertina.

 

 

LIGABUE

 

 

 

Per questo album ho deciso di appuntare sulla mia bacheca magica dei ricordi la canzone Marlon Brando è sempre lui perché <<quel fascio di luce che parte dal proiettore e dal maggiolone>> mi ha sempre fatto pensare ad una serata holliwoodiana dove sentirmi anche io un po’ una star.

Dal 1991 al 1994 vivo i miei felici anni delle medie. Fanno davvero cagare per tutti gli anni delle medie, dove puzzi, non si capisce talvolta se crescerai tendente al brutto, accettabile o addirittura un figo e dove l’abbigliamento è un mix di dubbio gusto tra un’infanzia in fase di abbandono e un’adolescenza non ancora ben interiorizzata. Ad ogni modo, sempre nerdissima e coerente, ho il mio nuoto, i miei libri e il mio cinema in supersconto grazie al DLF (figlia di un ferroviere, eh eh).

E ho la mia musica.

In questo periodo escono tre album dello Zio Lambrusco Rose Coltelli & Pop Corn, Sopravvissuti e Sopravviventi e A che ora è la fine del mondo?

Lo so che Urlando contro il Cielo è la preferita di molti, ma non voglio appuntare sull’immaginaria bacheca quell’energico brano e lascio spazio a Sarà un bel souvenir per il primo album, perché trovo che la frase <<peccato soltanto che ci sarà il tempo in cui dovremo dire adesso è meglio riposare>> riassuma perfettamente la paura della morte che ho da che ne ho memoria.

 

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Con Sopravvissuti e Sopravviventi invece arriva la prima vera canzone che mi ha fatto ridere: Lo zoo e qui. In questo album del 1993 di chicche ce ne sono diverse ma questa canzone rappresenta in strofe le domande esistenziali che già a undici anni mi pongo: perché sono qui? Perché si suppone che io mi debba vestire di rosa, pizzi e merletti? Perché devo giocare con le bambole? Perché devo andare in Chiesa?

Insomma, PERCHE?

Risale a questo momento infatti la decisione di staccarmi dalla Chiesa e di non frequentare il catechismo per la cresima. Ed è da questo momento che mi rendo conto che le persone hanno la necessità di etichettarti per riuscire a trovarti uno spazio nella loro vita e forma mentis.

E se non sei etichettabile, allora non esisti. Succede, sopra ogni cosa durante l’adolescenza.

Per me invece le aggregazioni obbligate e il “perché lo fanno tutti” non hanno senso e <<il cavallo da soma, la scimmia da spalla>> e la mandria di animali improbabili elencati da Ligabue rappresentano la società. Quasi come se non ci fosse bisogno di andare allo zoo per vederli, basta scendere in strada. Grazie Zio, e grazie a quei sopravviventi.

Nel 1994 capisco che effettivamente ai concerti di Ligabue avrei potuto spaccarmi ammerda e sudarmi anche le unghie dei piedi. Fremo dalla voglia di andare ad un concerto dello Zio e sono consapevole che imparare a memoria A che ora è la fine del mondo? mi avrebbe permesso di scannarmi alla transenna come un drago di Game of Thrones. Quindi lo faccio, imparo tutto a memoria e attendo quel giorno, che poi sarà a Pesaro solo due anni dopo.

Il 1995 è l’anno del botto di Ligabue con Buon Compleanno Elvis o almeno così dicono. In realtà per me non è così. Quel botto nel mio piccolo cuore di tredicenne l’aveva già fatto quando avevo ancora il grembiulino.

È Leggero a farmi sentire bene. È leggero che mi dice <<Leggero, nel vestito migliore, nella testa un po’ di sole ed in bocca una canzone>> e quindi si, va tutto bene. Un inno a quella leggerezza che è molto lontana dalla superficialità ma necessariamente vicina al cuore svuotato dopo una lunga battaglia e che decide di volersi riempire di nuovo delle piccole cose che portano felicità.

<<E ti attacchi alla vita che hai>> mentre alla fine di ogni concerto, lo Zio presenta la propria band sulle ultime note di questo meraviglioso inno alla vita.

Trascorrono 4 anni prima che Ligabue faccia uscire un nuovo attesissimo album dopo il clamoroso successo di Buon Compleanno Elvis, e c’è da chiedersi se non sia perché incapace di produrre un qualcosa di tale caratura o perché appunto per la qualità ci vuole tempo.

 

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Nel 1999 esce Miss Mondo e la critica si divide.

C’è chi lo considera un capolavoro denso di significato, chi lo distrugge come un’accozzaglia di insensatezza e chi lo ignora. Da questo momento nasce la spaccatura tra coloro che si definiscono “veri fan” e quelli come me, che invece abbracciano il cambiamento nella sonorità e si lasciano accompagnare da Luciano verso il nuovo millennio con la consapevolezza che il cambiamento in fondo è positivo.

Questa diattriba che ancora oggi procede ha in sé una religiosità che è facilmente accomunabile allo Scisma d’occidente tra ortodossi e cattolici, o tra gli sciiti e i sunniti dei paesi arabi. Da sempre indifferente a tutto questo, riassumo questo momento di velata crisi del fan club con un avete sdrinato tre quarti di palle.

Nel 1999 dicevamo esce Miss Mondo.

Nel 1999 ho 17 anni e muore una persona che assieme a mio padre, mia madre e ai miei nonni materni ha contribuito a crescermi. La perdita di mia zia paterna ha contribuito a scavare quel buco nero, divenuto ormai voragine, aperto da mio nonno quando avevo 5 anni e ampliato successivamente dalla scomparsa di mia nonna, solo 3 anni prima di mia zia.

Questo album lo temo e lo amo.

Apre ferite e poi le cicatrizza.

Solleva il velo della mia apparente durezza e mi si avvicina dolcemente con sei braccia che mi stringono. E mi sento sola e in compagnia. Vuota e piena.

Questo album rappresenta quello che ero, che sono e che tento di essere. Il riassunto di tutto l’album è quella meravigliosa Sulla mia strada che con umiltà ci sprona a vivere a modo nostro, nel bene e nel male. Ricordandoci di sorridere.

Decisamente la canzone di Ligabue che preferisco. Quella che ha scritto per quelli come me, i sopravvissuti.

Questo è il modo in cui Luciano Ligabue mi ha detto che non sarei mai più stata completamente sola ed è così che compare all’improvviso alla radio nel momento preciso del bisogno.

Ligabue c’era nel 2002 con Fuori come va? Il settimo album in studio nonché primo album del nuovo millennio dove in qualche modo tenta di tornare alle origini del proprio sound preparando così la strada al fatidico 2005 e all’uscita dell’album Nome e Cognome. Album che viene anticipato dalla data del 10 settembre al Campovolo, all’epoca primato europeo del numero di partecipanti per un concerto tenuto da un solo artista.

 

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Ligabue c’era appunto anche nel 2005 quando ho preso coscienza di avere necessità di un supporto psicologico per affrontare una realtà solitaria che per tanto tempo avevo tentato di nascondere a me stessa, raccontandomi costantemente che bastasse colmarla con tanta musica e concerti, libri, film e il mio amore per gli animali.

Realtà che però se tenti di nascondere torna a galla sempre più prepotente e quello che ti manca, le persone care che non ci sono più, devono servirti per costruire rapporti nuovi e solidi e non per vivere nel passato.

Realtà che, come dice lui <<è più forte di me, in questo gioco d’amore si può solo guardare come va a finire>> ed impegnarsi ogni giorno per migliorarla.

E se la critica mossagli dei tre accordi in croce che si ripetono è vera e lo dice lui per primo con il testo di In Pieno Rock’n’Roll <<gli accordi migliori sono sempre quei tre>>, Luciano Ligabue ha comunque la capacità di farti coraggio in mille modi differenti, con un infinito dizionario di emozioni e parole che sembrano inanellarsi senza ripetizioni.

Arrivederci, mostro! (2010), Mondovisione (2013), Made in Italy (2016) e Start (2019) sono gli ultimi album dell’artista, che oltre ai 12 lavori in studio dei quali fanno parte, vanno a comporre un più ampio spettro di attività che passa dal cinema alla scrittura, dalle raccolte agli album live.

Ligabue è stato un compagno di vita e continuerà ad esserlo.

E lo vorrò con me quando avrò di nuovo l’occasione di poter diventare madre.

 

Sono qui per l’amore, e per tutto il rumore che vuoi

E i brandelli di cielo che dipendono solo da noi,

per quel po’ di sollievo che ti strappano dall’ombelico,

per gli occhiali buttati, per l’orgoglio spedito,

con la sponda di ghiaia che alla prima alluvione va giù

ed un nome e cognome che comunque resiste di più.

Sono qui per l’amore per riempire col secchio il tuo mare,

con la barca di carta, che non vuole affondare.

 

 

IMG 5615

 

Testo di Sara Alice Ceccarelli

Foto di Luca Ortolani

 

Calcutta @ Rock_in_Roma

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• Calcutta •

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Rock in Roma (Roma) // 27 Giugno 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Matteo Cassoni

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