Skip to main content

Subsonica: sogniamo, perché c’è sempre qualcosa in più

I Subsonica sono tornati. Lo hanno fatto percorrendo strade che seguono curve dorate, come i contorni del numero Otto, scelto come titolo del loro ultimo album. Una cifra, un simbolo denso di significati. Uno fra tutti, la continuità.

I cinque musicisti di Torino, dopo oltre due anni di esperienze da solisti, si sono ritrovati per scrivere un nuovo capitolo della loro ultra ventennale carriera come band. Le solide radici affondate negli anni Novanta, la consapevolezza del mutamento dei tempi, lo sguardo attento all’attualità, la volontà di esprimersi con il loro linguaggio, la musica. Passato e presente che convergono in un unico, spettacolare tour, in giro per l’Italia.

Abbiamo parlato di questo e di tanto altro con Samuel, che ci ha svelato il segreto grazie al quale il microchip emozionale dei Subsonica è ancora così ricettivo e in costante evoluzione.

 

IMGL4524

 

Si sta per concludere il fortunato tour che promuove Otto, il vostro ultimo lavoro in studio. Che cosa racchiude questo titolo, oltre al significato prettamente matematico?

Il primo spunto ci è venuto pensando al fatto che questo è il nostro ottavo album. In più, l’otto è un numero pieno di simboli. Se girato in orizzontale, indica l’infinito, quindi il tempo che crea un ciclo su se stesso. In qualche modo, i Subsonica fanno parte di questo immaginario… è molto tempo che siamo insieme e abbiamo assistito allo scorrere di vari cicli della musica. Per alcune culture orientali, l’otto è il numero della ricerca dell’equilibrio, con il suo nucleo centrale e i due cerchi laterali. Anche questo aspetto sembra raccontare l’esigenza di un gruppo come il nostro, composto da cinque teste pensanti, di forte carattere e che necessitano di un equilibrio fra loro. Tutta questa serie di ispirazioni e scintille ci ha fatto propendere alla scelta del titolo.

 

Il 18 gennaio è uscito sulle piattaforme Vevo e Youtube il video di Punto Critico, brano che descrive realisticamente “questi anni senza titolo”. Quanto la musica può essere o può tornare ad essere uno strumento di denuncia e di comunicazione oggi?

La musica è sempre stata un veicolo di comunicazione e di racconto. Ciò che cambia sono le esigenze della società e di chi ascolta la musica. È cambiato anche il modo di ascoltarla. Quando noi abbiamo iniziato, si incideva su vinile, adesso si ascolta in streaming. Cambiano le modalità attraverso cui gli uomini usano la musica, che rimane però sempre un linguaggio fondamentale. In questo momento, stiamo assistendo ad una costruzione e ricostruzione di nuove forme di linguaggio. Ad esempio, il rap o la trap hanno riportato al centro dell’attenzione la parola. Perciò, per certi versi, di fronte a un passaggio epocale, la gente sta ritornando ai concerti, le sale diventano sempre più piccole e il pubblico sempre più numeroso. Molte realtà musicali approdano a stadi e palazzetti in tempi brevissimi. È in corso un processo di enorme cambiamento musicale.

 

IMGL4408

 

Bottiglie rotte è stato il singolo che ha anticipato Otto. È ispirato dagli effetti deformanti e narcisistici che caratterizzano l’era social. Qual è il vostro rapporto con l’evoluzione tecnologica e dei media? Voi che siete stati i primi musicisti in Italia ad aprire un sito internet, nei primi anni duemila…

Sì, noi siamo stati il primo gruppo ad avere un sito legato alla musica e siamo stati, forse, tra i primi al mondo a registrare in mp3. Tra noi c’è un ingegnere informatico che, in quei periodi, si stava laureando e aveva in mano tutte le nuove onde della tecnologia. Il supporto mp3 era in fase di studio e costruzione, proprio a cura di uno dei suoi professori. Oggi, ovviamente, i nativi “duemila” sono nati già immersi in questo alfabeto di comunicazione e hanno una lucidità, una rapidità e una leggerezza nell’utilizzo superiore a tutti quelli venuti prima. Ma questo fa parte della storia del mondo: tutti quelli che vengono dopo si avvalgono degli strumenti scoperti dai propri genitori o fratelli maggiori per poi reinventarli al meglio. Nel testo di Bottiglie rotte non è contenuto un giudizio. C’è un racconto del presente. Un presente composto da tanti palcoscenici infilati nelle tasche di ognuno di noi e nei nostri telefoni. Abbiamo ormai a disposizione un vero e proprio palcoscenico, per farci vedere da chiunque. C’è chi lo utilizza in maniera più intelligente e chi invece sembra “buttarsi un po’ via”. E anche quello fa parte della naturale andamento del mondo.

 

Fin dagli esordi, la vostra attitudine è stata sempre fortemente innovativa, puntando sui suoni elettronici e sulla cultura delle basse frequenze. Dopo oltre vent’anni di carriera, che sfumature assume oggi il verbo “sperimentare”?

Sperimentare è l’unica forma di comunicazione e di linguaggio che conosciamo. La sperimentazione ci dà la possibilità di continuare a sperare perché nella ricerca si ha comunque la speranza di trovare qualcosa. Quindi, da sempre siamo stati ricercatori e sperimentatori di nuove tecnologie, dallo studio, alla scrittura, all’utilizzo della lingua italiana, per arrivare fino al live. Oggi, per primi, suoniamo su un palco completamente in movimento, mai utilizzato in Italia. Ogni sua parte si muove insieme a noi, lasciando un po’ tutti a bocca aperta. È uno spettacolo molto ambizioso e che, fortunatamente, siamo riusciti a amalgamare insieme alla musica. Quando si costruiscono delle scenografie così ricche, si corre il rischio di nascondere quella che è la parte fondamentale del concerto, la musica. Invece la peculiarità del nostro tour è proprio la capacità di trasportare la musica in uno scenario imponente.

 

Gli spettacoli, infatti, hanno un potente impatto visivo, oltre che sonoro. Le cinque pedane che si muovono sul palco è come se rappresentassero ognuno di voi. Come è cambiato il ruolo di ogni componente della band nel tempo? Come siete “posizionati” oggi?

Oggi siamo posizionati tutti in linea, come avviene nell’ultima parte del concerto. Nella costruzione di questo spettacolo, abbiamo tenuto conto proprio del fatto che i Subsonica sono una vera band: dei caratteri molto forti e la necessità di ognuno di compiere un proprio gesto creativo. Due cose che ci hanno messo sempre un po’ in difficoltà ma che ci hanno sempre dato linfa vitale, tanto da essere uno dei gruppi più longevi con la stessa formazione in Italia. Nel momento in cui vedi il palco, vedi anche questo racconto. Non un solo palco, ma cinque, ognuno con il proprio carattere, con il proprio movimento, con i propri video, le proprie luci e immagini. E i Subsonica sono questo: cinque elementi che potrebbero vivere musicalmente da soli, ma che suonano insieme al di là delle difficoltà e con il desiderio di mediazione. Abbiamo compreso come imbrigliare e canalizzare le nostre personalità, rendendole complementari in una fonte inesauribile di ispirazione.

 

IMGL4425

 

Sono sempre stata affascinata dal rito della costruzione della setlist. Avete più di un centinaio di brani in repertorio… In che modo li avete scelti per la scaletta?

Diventa sempre più complicato, con otto dischi e con più di un centinaio di canzoni, appunto. Due ore di concerto si sviluppano, più o meno, su una ventina di brani… Quindi sì, è difficile! Poi tra il pubblico c’è chi si affeziona più a un pezzo rispetto a un altro, oltre a quelli esaltati da tutti. Noi, avendo fatto anche i dj e arrivando dal periodo storico in cui i dj erano le rockstar, ci approcciamo alle scalette con questo meccanismo. Un meccanismo legato alla danza e al movimento fisico. Si parte con un’onda inziale, poi una breve pausa, poi una ripresa, poi un’altra piccola pausa e il finale in crescendo. Al concerto dei Subsonica non vai solo ad ascoltare musica o a cantare delle canzoni, vai anche a ballare e vivere fisicamente il live. Ed è proprio il nostro pubblico a richiedere questo.

 

Ospite e compagno di viaggio in tournée è Willie Peyote, con cui avete collaborato per la realizzazione del singolo L’incubo. Come nasce questo featuring?

Le nostre collaborazioni nascono da un incontro umano, prima che musicale. Tra di esse, è rarissimo trovare un contatto dettato da ragioni puramente di marketing o di interesse. Prima abbiamo la necessità di conoscerci e di apprezzarci l’uno con l’altro. Per quanto riguarda Willie, abbiamo assistito al suo percorso e alla sua crescita, essendo anche lui di Torino. Ci sono molti punti in comune, che derivano anche dal fatto che si è un po’ formato con la nostra musica. Ci siamo resi conto che oggi, con Willie, sembrava di rivedere i Subsonica degli inizi. Non tanto per il tipo di musica o per le cose che dice, ma per il tipo di affezione che il pubblico crea attorno a lui. Quell’affezione di riconoscimento non relativo alla gratitudine ma a una questione di identificazione, in lui e nella sua musica. Stesso meccanismo che avevamo vissuto noi, sulla nostra pelle, negli anni Novanta. È nata da lì la curiosità. Ci siamo incontrati, gli abbiamo fatto sentire una canzone che avevo scritto e avevo lasciato fuori dal mio album solista – tra l’altro questa è una notizia inedita (ride) – e lui l’ha riadattata, piacendogli molto, secondo il suo stile musicale. Ha modellato la sua parte e il tutto è stato riarrangiato in stile Subsonica. È venuto spontaneo, finito il suo tour, chiedergli di venire con noi. Nello spettacolo è stato creato uno spazio per lui, dove facciamo L’incubo, a cui segue I cani, un suo brano suonato da noi, e Radioestensioni, una canzone del nostro primo disco. Gli abbiamo chiesto di riscriverne una parte e Willie ha accettato con grande emozione perché quell’album è stato una delle sue più grandi ispirazioni. Tutto quadra, insomma!

 

IMG 0113

 

Il vostro tour è partito con l’European reeBot 2018, toccando nove città europee per poi approdare in Italia con l’8 Tour. Qual è un aspetto dei concerti all’estero che vi manca quando suonate in Italia e qual è un aspetto dell’Italia che vi manca quando siete all’estero.

All’estero suoniamo in spazi più ridotti, nei club. E i club sono i luoghi in cui noi siamo nati, abbiamo ascoltato la musica e abbiamo costruito la musica che volevamo fare. È il posto in cui vai solamente con gli strumenti e con la tua musica. L’essere innamorati dei club rimarrà sempre nel DNA dei Subsonica. In Italia, invece, riempiamo spazi più ampi con la necessità di costruire un vero e proprio spettacolo. È un altro tipo di attitudine, molto bella anche questa e in cui ci stiamo divertendo, portando in giro uno spettacolo così entusiasmante. È come se diventasse tutto più teatrale, ecco. Ovviamente, in Italia, è tutto più emozionante, per il calore del pubblico… un pubblico esperto, che conosce la musica, che ama la tua musica e che rivolta sul palco una quantità esorbitante di energia. Ecco, siamo fortunati ad avere molti fans che vivono all’estero e che ci permettono di suonare in Europa, facendo esperienza della sua diversità e bellezza. E siamo fortunati a poter tornare in Italia e realizzare uno spettacolo come quello dell’8 Tour.

 

IMG 0174

 

Per concludere, prendo in prestito una delle canzoni a cui sono più affezionata. In un contesto come quello attuale, che cosa sogna Aurora?

Più si va avanti e più è difficile sognare… Aurora sogna l’abbiamo scritta quando i nostri sogni stavano prendendo forma. Vedevamo che, in qualche modo, ce la stavamo facendo. Il personaggio di Aurora era una figura alla ricerca di una realizzazione, che non si riconosceva nella società e che si sentiva diversa. Sentiva di più e doveva raccontare qualcosa di più. Oggi, la situazione è invariata. Perché quando vivi la tua vita, percependo che il mondo attorno non ti rappresenta e avendo la necessità di costruire un tuo alfabeto, sei un’Aurora.  E Aurora oggi racconterebbe qualcosa di diverso, sicuramente… Ma la matrice e il meccanismo che fa diventare una persona qualunque un’Aurora è il non aderire a quello che si ha intorno e pensare che, forse, c’è qualcosa in più da scoprire.

 

Testo di Laura Faccenda

Foto di Luca Ortolani

Foto di copertina di Chiara Mirelli

 

Trail Of Dead @ Covo_Club

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• …And You Will Know Us By The Trail Of Dead •

 

+ Oaks For Rent

 

Covo Club (Bologna) // 23 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie ad Hub Music Factory

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Carlo Vergani

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11636,11642,11640,11649,11651,11639,11643,11638,11644,11641,11645,11650,11646,11648,11647″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Oaks For Rent

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11634,11626,11627,11633,11628,11629,11630,11631,11632,11635″][/vc_column][/vc_row]

Buckcherry @ Rock Planet

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Buckcherry •

 

 +

Adelitas Way

KLOGR

 

Rock Planet Club (Pinarella di Cervia) // 23 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

SETLIST:

 

HLAH

IT’S A PARTY

SOMEBODY F’D W ME

ROSE

LIT UP

SAY FUCK IT

BACKDOWN

EVERYTHING

2 DRUNK

SORRY

BENT

GLUTTONY

CRAZY BITCH

***OUT OF LINE***

***RIDIN***

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie ad Hub Music Factory[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 

Foto: Mattia Celli

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11677,11675,11676,11657,11668,11658,11672,11659,11660,11661,11673,11662,11663,11670,11664,11665,11666,11667,11680,11671,11674,11678,11669,11679″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 

Adelitas Way

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11685,11681,11684,11682,11686,11683″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 

KLOGR

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11687,11688,11689,11692,11690,11691″][/vc_column][/vc_row]

Telekinesis “Effluxion” (Merge Records, 2019)

Dieci anni fa, nel 2009, un giovanotto di nome Michael Benjamin Lerner pubblicava un album intitolato Telekinesis! sotto lo pseudonimo, appunto, di Telekinesis. Era un album fresco, un indie pop interessante, fortemente influenzato dalle sonorità di quei Death Cab for Cutie di cui il suo mentore, amico e produttore Chris Walla faceva parte, ma che lasciava intravedere un potenziale notevole.

Dieci anni e altri tre album dopo, arriva Effluxion, quinta prova in studio della one man band Telekinesis, in cui Michael Lerner suona, balla e canta di tutto e di più, dalla sua amata batteria al trombone ai campanacci da mucca.

In questi anni abbiamo avuto il piacere di seguire l’evoluzione di questo talentuoso ragazzo dai modi gentili e l’abbiamo visto passare dagli esordi indie rock all’esplorazione e ricerca in uno spazio fatto di synth come nel penultimo lavoro Ad Infinitum del 2015. Con Effluxion invece, ritroviamo quelle sonorità pop familiari, riff di chitarra confortevoli, che suonano inequivocabilmente Telekinesis senza però risultare ripetitive.

 

DSC 0666 1

Telekinesis @ Sonic Boom Records – Seattle, WA (2011)

 

La prima metà dell’album ha dei rimandi fortemente beatlesiani: nella cadenza della traccia di apertura Effluxion così come nella ritmica di Like Nothing ritroviamo degli elementi di pop molto classico, ma emergono anche una maturità ed una pacatezza compositiva che rendono l’ascolto facile e contemporaneamente intrigante.

Queste sonorità piacevolmente senza tempo persistono in Running Like a River fino ad arrivare a Set a Course. Qui, a metà canzone, l’album ha una svolta: Michael sembra ricordarsi di essere anche e soprattutto un batterista ed ecco che potente e preciso arriva a mettere il suo marchio di fabbrica al resto dell’album, portandolo in quel territorio di power pop ed indie rock che rendono i suoi lavori così accattivanti.

Da How Did I Get Rid of Sunlight? fino a A Place in the Sun non potrete fare a meno di sbattere un piede o muovere la testa per tenere il ritmo: batteria e chitarra entrano nelle orecchie e vanno a stimolare il nostro sistema nervoso provocando questa reazione tanto involontaria quanto liberatoria e spensierata.

Out for Blood chiude l’album con un ulteriore cambio di atmosfera rispetto alle tracce che l’hanno preceduta, con le tastiere a scandire il ritmo e a dare una sferzata di ossessività che si sposa alla perfezione con l’urgenza del testo.

Effluxion si esaurisce in 31 minuti di piacere per le orecchie e di svago per la mente, avvincente nei suoi cambi di ritmo e così compatto da non poter fare a meno di ascoltarlo un’altra volta ancora.

 

Telekinesis

Effluxion

Merge Records, 2019

 

Testo e foto: Francesca Garattoni

Bring Me The Horizon “Amo” (RCA Records, 2019)

Quando pensiamo ai Bring Me The Horizon la prima cosa che viene in mente è un camaleonte. Si tratta di una band in grado di stupire e di cambiare per stare al passo con i tempi e non soccombere in un mondo, come quello della musica, in continua evoluzione.

La band dei cinque di Sheffield, formatasi nel 2004, ha iniziato la propria carriera influenzata dalle tendenze grindcore ed emo tipiche del periodo, successivamente sono passati al nu metal per poi approdare, con gli ultimi album, ad un alternative rock e ad un metal influenzato dal pop.

Ma nel 2019 hanno deciso di stupire tutti. Il 25 gennaio è uscito Amo il loro sesto album, un lavoro di difficile catalogazione perché al suo interno troviamo generi completamente diversi.

Nei suoi testi la band continua a trattare le tematiche che le stanno più a cuore come l’isolamento, la depressione e il nichilismo: tutte problematiche che caratterizzano la società moderna ma lo fa in un modo completamente nuovo.

Ascoltando le tredici tracce che compongono Amo ci ritroviamo quasi spiazzati dai continui cambi di genere.

Il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è stato Mantra, una delle canzoni più hard rock del disco.

Mantra è una parola, o una frase, che secondo le filosofie orientali è in grado di migliorare la condizione dell’uomo, ma la canzone in realtà è una riflessione sull’amore e sulla religione, sul darsi completamente e sul fidarsi incondizionatamente di qualcuno.

La traccia seguente Nihilist Blues non ha nulla a che fare con il rock: è un pezzo puramente elettronico che però strizza l’occhio alla dance anni ’90.

Ma i Bring Me The Horizon non si sono fermati qui. Abbiamo il nu metal di Wonderful Life, l’alternative rock con un pizzico di blues di In The Dark, le influenze tecno di Ouch, qualcosa di punk in Sugar Honey Ice & Tea. In un album così sperimentale non poteva mancare una traccia influenzata dal genere più in voga in questo momento: la trap. Ebbene si i BMTH si sono lanciati anche in questo filone con Why You Gotta Kick Me When I’m Down? e il risultato è sorprendente. Rap, trap e rock si fondono in questa canzone che è una critica a tutti quelli che desiderano solo il peggio per gli altri.

Nella canzone Heavy Metal, a cui ha preso parte anche il beatboxer Rahzel, i Bring Me The Horizon rispondono in anticipo alle critiche che colpiranno l’album proprio a causa del loro cambio di genere: ma questo a loro non importa.

Ascoltando questo album ci saranno sicuramente due scuole di pensiero: da una parte ci saranno i difensori dei BMTH che sosterranno che con Amo hanno raggiunto una maturità artistica che permette loro di spaziare da un genere all’altro. Dall’altra parte della barricata invece troveremo gli haters che li accuseranno di essersi venduti per cavalcare la moda del momento.

Ma non basta avere dei bei vestiti per essere alla moda… bisogna anche saperli portare e ascoltando Amo ci siamo resi conto che i BMTH sono riusciti a sentirsi a loro agio con tutti i generi e gli stili con cui hanno deciso di sperimentare.

 

Bring Me The Horizon

Amo

RCA Records, 2019

 

Laura Losi

While She Sleeps @ Zona Roveri

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• While She Sleeps •

 

S O  W H A T ?
EU ALBUM RELEASE TOUR

+

Stray From The Path

Trash Boat

LANDMVRKS

 

Zona Roveri (Bologna) // 17 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Hellfire Booking Agency[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11532,11530,11531,11521,11526,11528,11518,11529,11522,11519,11523,11520,11516,11527,11515,11524,11517,11525″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

 

Stray From The Path

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11511,11507,11510,11509,11508,11512,11506,11514,11513″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

 

Trash Boat

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11499,11501,11505,11502,11503,11497,11504,11500,11498″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

 

Landmvrks

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11489,11490,11494,11491,11495,11492,11493,11496,11488″][/vc_column][/vc_row]

Nomadi @ Teatro Tenda

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Nomadi •

 

NomadIncontro – 2° Premio Augusto Daolio

 

Teatro Tenda – Novellara (Re) // 16 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Era il 2007. Avevo 16 anni quando mi facevo accompagnare dai miei genitori, armato di una delle prime compattine, al mio primissimo concerto.

Quel concerto era dei Nomadi ed è inutile che vi dica qual è stato il risultato di quelle fotografie.

Nonostante abbia assistito ad un’altra decina di live del gruppo, per vari motivi, non sono mai riuscito ad essere presente al Nomadincontro di Novellara.

Questo evento che si svolge tutti gli anni nel paese di Augusto Daolio, a ridosso del giorno del suo compleanno, rappresenta il momento più significativo in cui ricordare l’indimenticato cantante.

Ad aprire la giornata sono quattro artisti emergenti: Marco Sorana, Gianpaolo Scaiano, Vincenzo Greco e Sabrina Dolci. Tutti propongono un paio di brani a testa e vengono applauditi rumorosamente dal pubblico; d’altronde il Popolo Nomade è una grande famiglia e fa sentire tutti a casa.

Subito dopo è il turno di Pierdavide Carone con i Dear Jack che pescano carte da entrambi i repertori fino ad arrivare alla canzone Caramelle, esclusa dall’ultimo Festival di Sanremo.

Prima dei Nomadi c’è spazio per la solidarietà, tema da sempre caro al gruppo.
Vengono assegnate due borse di studio per la ricerca dall’associazione Augusto Per La Vita, fondata da Rosanna Fantuzzi, compagna di Daolio.

Poco dopo le 16.00 comincia il concerto.

È la prima volta che sento dal vivo Yuri Cilloni, da due anni nuovo cantante della band, e rimango piacevolmente stupito.

La sua voce si alterna a quella più rock e graffiante di Massimo Vecchi per ripercorrere 56 anni di storia nomade.

Dopo qualche canzone ecco un’inaspettata interruzione: Valerio Staffelli sale sul palco. In tutto questo tempo non ha mai trovato un motivo per dare il Tapiro d’Oro a Beppe Carletti, quindi decide di assegnarli il famigerato premio per la carriera.

Lo show può riprendere. Si canta e ci si emoziona soprattutto quando arriva il momento de Il Vecchio e il Bambino seguito da Auschwitz.

Un pubblico multigenerazionale quello di questa serata, con nonni e nipoti che durante il ritornello di Io Voglio Vivere si fa influenzare dall’aria carnevalesca e riempie il cielo del tendone lanciando coriandoli. Il colpo d’occhio è bellissimo.

Come di consueto prima della chiusura del concerto con l’intramontabile Io Vagabondo, vengono letti tutti gli striscioni lasciati sul palco dai numerosi fan club.

Quello che funziona per un gruppo così longevo forse più delle loro canzoni, che restano sempre attuali, è il fatto che sul palco riescano ancora a divertirsi come all’inzio.

Sempre Nomadi

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo e Foto: Mirko Fava

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11556,11557,11558,11559,11560,11561,11562,11563,11564,11565,11566,11567,11568,11569,11570″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Pierdavide Carone & Dear Jack

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11547,11551,11554,11548,11555,11549,11550,11552,11553″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Sabrina Dolci

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11546,11544,11545″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Vincenzo Greco

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11541,11542,11543″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Gianpaolo Scaiano

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11538,11539,11540″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Marco Sorana

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11535,11537,11536″][/vc_column][/vc_row]

P.O.D. @ Rock Planet

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• P.O.D. •

 

 +

Alien Ant Farm

’68

 

Rock Planet Club (Pinarella di Cervia) // 16 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Finalmente sabato sera rimetto piede dopo un’infinità di tempo al Rock Planet Club di Pinarella di Cervia, forse l’ultimo vero rock club nei dintorni di Rimini, dove si possano godere ancora live performance alla vecchi maniera e ascoltare dj set che non propongano le solite scalette commerciali.

Il locale è già animato al mio arrivo e le pareti trasudano calore e umidità. La transenna è già occupata e il primo dei tre gruppi di stasera sta per iniziare la propria performance: parlo dei ’68.

Sconosciuti o quasi alla maggior parte dei presenti, ma pronti a entusiasmare e diventare, da stasera, già il gruppo preferito di molti, entrano Josh Scogin, ex leader dei Chariot (chitarra e voce) e Nikko Tamada (batteria) a presentare i brani del loro ultimo disco uscito nel 2017, “Two Parts Viper”. Si sono formati solo 6 anni fa, ma sembrano affiatati come se cavalcassero palchi insieme da una vita.

Josh ha una carica ed un carisma trascinanti e si muove come una molla sullo stretto palco del Rock Planet. Dalla chitarra escono suoni invertebrati, tutto senza scaletta, come gli viene; gli basta fissare Nikko negli occhi e via, sputano fuori un pezzo dopo l’altro in una performance di punk rock coi fiocchi: diretta, incessamte, dannatamente convincente.

Dopo un noise rock del genere, la scaletta degli Alien Ant Farm ci sembra quasi muscia chill out.

L’alternative rock di Dryden Mitchell (voce) deve sicuramente la sua fama al brano che li rese famosi, nonché cover del grande Michael Jackson, Smooth Criminal, che lasciano come “dulcis in fundo”; prima scaldano il pubblico con These Days e Movies, due brani ascoltati in radio ben 16 anni fa, ma che sono talmente orecchiabili che non possono che farci passare al meglio il tempo in attesa degli scatenatissimi P.O.D..

Comincia ad essere tardi e Sonny Sandoval (voce) sale sul palco alle 23.45 e saluta a mani giunte il suo amato pubblico. Anzi, la sua “familia”, così ci chiamerà per tutto il resto della serata.

E cosi noi ci siamo sentiti per tutto il tempo durante questo caldo, caldissimo concerto. Non solo per la temperatura che fa colare di sudore noi e loro, ma in primis per la sensazione di essere davvero una famiglia riunita dopo così tanto tempo.

Si perchè i P.O.D. hanno cavalcato il loro successo a cavallo degli anni 2000 e ci hanno fatto pogare  sedicenni con le loro BOOM e Rock the party, che stasera ci sparano fuori per prime.

Anche se hanno cambiato batterista e forse abbandonato il vecchio caro nu-metal per un rock un po’ meno aggressivo, Sonny , Marcos Curiel (chitarra) e Traa Daniels (basso) stasera ci dimostrano che non sono cambiati di una virgola: Sonny è una bomba umana che salta, si dimena col microfono in mano e non perde occasione per saltare dal palco fin dentro la folla.

A metà concerto anche io entro nella mischia e dopo un paio di pezzi mi ritrovo abbracciata a Sonny a urlare il testo di Murderer love insieme a lui. Beh… che dire: posso chiudere qui il racconto, perché chi come me ama il rock, non solo ascoltandolo in piedi appoggiato al muro, ma sudando dentro il pogo e preferisce arrivare casa con la gola in fiamme e le ossa tutte rotte, non può desiderare nulla di meglio di un live così.

 

Valentina Bellini

SETLIST:

Boom

Rock the Party (Off the Hook)

Will You

Panic Attack

Rockin’ With the Best

Soundboy Killa

Always Southern California

Circles

Satellite

Southtown

Murdered Love

Youth of the Nation

Beautiful

Alive

Listening for the Silence

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie ad Hub Music Factory[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 

Foto: Valentina Bellini

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11582,11581,11580,11588,11584,11583,11590,11585,11586,11587,11589″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 

Alien Ant Farm

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11592,11593,11594,11595,11596,11597,11598,11599,11600″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text] 

’68

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11605,11609,11602,11603,11601,11604,11606,11607,11608,11610″][/vc_column][/vc_row]

Le Butcherettes “bi/MENTAL” (Rise Records, 2019)

 

Le Butcherettes sono un gruppo punk rock al femminile fondato nel 2007 da Teri Gender Bender.

Il gruppo, originario del Messico, non sente tanto le influenze centroamericane ma bensì quelle del vicino Texas, attirando agli esordi l’attenzione di Omar Rodriguez-Lopez degli At The Drive In con un garage punk elettrizzante.

A distanza di quattro anni dall’ultimo A Raw Youth, Le Butcherettes tornano con un nuovo disco dal titolo bi/MENTAL. Prodotto per la prima volta senza Omar Rodriguez-Lopez a cui hanno preferito Jerry Harrison (Violent Femmes, Crash Test Dummies, Live, No Doubts), la band abbandona ulteriormente i suoni punk in favore di atmosfere più noisy.

La canzone di apertura Spider/WAVES si arricchisce nei cori della voce di Jello Biafra dei Dead Kennedys; nel disco partecipano anche la cantante e attrice cilena Mon Laferte e la punk rocker Alice Bag.

Le canzoni di Teri Gender Bender prendono l’ascoltatore e non lo lasciano più come succede con il brano Strong/ENOUGH, con il suo mix perfetto di pop e soul.

struggle/STRUGGLE è uno di quei brani che dimostra come la band sia cresciuta negli anni, da un classico e rude garage rock ad un rock più maturo e moderno, sperimentando anche con nuove sonorità come in Little/MOUSE.

Concettualmente, l’album può essere interpretato uno sfogo personale della cantante riguardo al difficile rapporto con la madre affetta da bipolarismo: l’esternazione di sentimenti a lungo repressi si sente in brani come in/THE END, che sottolinea come un difficile rapporto madre/figlia possa arrivare anche al punto di nascondersi dalla persona che ti ha donato la vita.

Mother/HOLDS è forse il momento più alto del disco, ma anche il più triste, con le urla strazianti della cantante che esprimono la sofferenza che l’ha accompagnata in tutti questi anni.

Nel brano /BREATH, chiusura del disco, si è così confusi dal bipolarismo di sentimenti che caratterizza l’intero album che si accarezza persino l’idea di liberarsi della propria esistenza seppellendosi nel mare.

Teri Gender Bender però è un animo battagliero, come si può vedere anche dalla copertina del disco: con questi tredici brani di bi/MENTAL non si arrende, lotta e ad ogni ascolto dell’album sconfigge i propri demoni. E noi con lei.

 

Le Butcherettes

bi/MENTAL

Rise Records, 2019

 

Carlo Vergani

Riccardo Sinigallia @ Rework Club

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Riccardo Sinigallia •

 

 C I A O  C U O R E  T O U R

 

Rework Club (Perugia) // 15 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Quella appena trascorsa, oltre ad essere la seconda settimana di febbraio, è stata, con molta probabilità, anche la seconda settimana più impegnativa degli ultimi anni.

Per qualche congiunzione astrale o strana energia, ho percepito tutto in modo amplificato: impegni quotidiani, emozioni ritrovate, riflessioni costanti sull’esistenza. E tanta stanchezza, compresa.

<< Quindi tu stasera prendi la macchina e vai da sola a Perugia? >> – mi ha detto, sorpresa, la mia collega, venerdì, prima che mi lasciassi la porta dell’ufficio alle spalle, accennando un con la testa. Perché ci sono strade che senti il bisogno di percorrere. Luoghi in cui devi essere. Concerti a cui desideri fortemente partecipare, nonostante tutto, nonostante tutti.

Il luogo in questione è il Rework Club di Perugia, dove sono entrata tanto presto da vederlo riempire, persona dopo persona, da tutto il pubblico arrivato per la penultima data del Ciao Cuore Tour di Riccardo Sinigallia.

Un pubblico con delle caratteristiche precise, quello dell’artista romano: pacato, discreto, educato, attento. Degli ascoltatori che, sicuramente, conoscono non solo il suo profilo di cantante ma anche quello di autore, arrangiatore, compositore, produttore.

Chi lo segue, sa che cosa significano i nomi Tiromancino, Max Gazzè, Niccolò Fabi, ma sa anche meglio, e a memoria, le canzoni dei suoi quattro album, la connessione con i suoi videoclip, le collaborazioni in ambito cinematografico.

Chi lo ama, sa che Riccardo Sinigallia porta tutto ciò sul palco, quando sale con lo sguardo timido, il sorriso emozionato e le mani giunte, sulle note dell’intro di So delle cose che so, brano con cui si apre l’ultimo lavoro in studio.

Accanto a lui, Laura Arzilli, sua moglie, al basso (in complementarietà anche cromatica, nel colore della maglia di lei e delle tinte verde acqua della chitarra del marito), Francesco Valente alle cinque corde, Andrea Pesce alle testiere e Ivo Parlati alla batteria.

Dietro di lui, una scenografia in continua evoluzione: proiettate sugli schermi, lancette VU METER, dapprima analogiche, poi digitali, vibrano ai colpi di suoni concreti, fisici, naturali e meno elettronici di quanto si potesse immaginare.

Protagonista è il cuore che prende la forma dell’organo anatomico, pulsante in ogni arteria, per sciogliersi nei contorni colorati del disegno stilizzato, universalmente riconosciuto.

È cantato, celebrato all’unisono nella titletrack e in A cuor leggero, preceduto da una clip estratta dal film Non essere cattivo, di Claudio Caligari, di cui è la colonna sonora.

Luci soffuse illuminano, uno dopo l’altro, i personaggi raccontati nei brani. Coloro che non emergono e a cui Sinigallia confessa di essere così legato. Appare il Backliner, “comunuque fuori moda, mentre un’altra notte vola”. Le donne di destra, che si rintanano nei bagni e nella loro tristezza, “quando non escono la sera”.

C’è anche Dudù, con la sua pelle scura e l’amore per il ballo. Lo stesso amore per la danza che porta in scena la figlia di Riccardo, la bambina ritratta sulla copertina di Ciao cuore, con un balletto scatenato che termina con un passo a due assieme al padre.

Frangenti dinamici, nei quali l’artista si lascia andare trasportato dal calore del pubblico, si alternano a momenti di raccolta intensità: Se potessi incontrarti ancora, Niente mi fai come mi fai tu e Amici nel tempo sono eseguite al pianoforte, con un accompagnamento ridotto all’essenziale e la forza delle parole a riempire gli spazi e i silenzi.

Passato e presente del cantautore convergono, poi, un un attimo, o meglio ne La descrizione di un attimo, le cui note giungono come una rivincita, come una sorpresa, come un regalo per tutti noi.

Alla presentazione della band, seguono frasi di profondo riconoscimento per chi, negli anni, ha continuato a seguirlo, ad ascoltarlo, a rispecchiarsi nella sua musica e a capire la sua attitudine, così vera, di colui che suona a testa in giù.

Perché di Riccardo Sinigallia, oltre che l’indiscusso e confermato talento, è impossibile non apprezzare l’umiltà, l’umanità. La capacità di esprimere l’arte delle emozioni, la possibilità di cadere, rialzarsi e ricominciare.

Per Una rigenerazione, “scoprendo dentro al palmo della mano, un’altra immagine del nostro cuore”.

 

Grazie a 1Day[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda

Foto: Simone Asciutti

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11455,11467,11465,11472,11456,11466,11457,11458,11471,11462,11470,11463,11461,11464,11468,11469,11460,11473″][/vc_column][/vc_row]

Sister Act – Il musical divino. Una storia d’amicizia

Prima dello spettacolo (qui di seguito il report di questa bellissima esperienza) ho avuto il piacere di incontrare Annalisa Missieri, il presidente della compagnia.

Abbiamo preso posto sui divanetti del teatro e abbiamo fatto quattro chiacchiere per capire come  è nata la compagnia e come mai hanno scelto proprio Sister Act per festeggiare i loro 10 anni di attività.

Questa compagnia si auto produce ( ha pochissime sponsorizzazioni) e tutto quello che vediamo sul palco è frutto del duro impegno e della passione di chi ha deciso di credere in questo progetto iniziato nel lontano 2008…

 

Il 2018 è stato un anno molto importante perché avete festeggiato il vostro decimo compleanno. Com’è nata questa compagnia?

Siamo nati nel 2008 in una parrocchia piacentina (quella del quartiere Besurica), però fin da subito abbiamo voluto progredire e quindi ci siamo costituiti come compagnia e associazione. Abbiamo cominciato a formarci, a studiare e a uscire dall’anonimato. E quindi a fare musical ispirati ai musical di Broadway.

 

Siete una compagnia molto variegata vero?

Siamo in 54 di varia età, abbiamo due minorenni e poi arriviamo fino ai sessantenni. C’è un nucleo storico, quello di 10 anni fa. Anche quello però era stato costituito tramite provini e poi man mano, quando c’è una nuova produzione facciamo delle nuove selezioni per ricercare gli interpreti. C’è anche chi chiede di entrare senza avere particolari velleità artistiche che però vuole dare una mano per gli aspetti tecnici. Queste persone quindi non fanno i provini ma si mettono a disposizione per il dietro le quinte che è importante come quello che si vede in scena.

 

Siete passati da Legally Blonde a Sister Act. Qual è stato il motivo di questa scelta?

Si tratta di un musical ispirato al famosissimo film del ’92 che piaceva un po’ a tutti. Il nostro regista, Mario Caldini, lo voleva da tempo ma non c’erano i diritti e quindi abbiamo dovuto aspettare che si liberassero. Non appena si è presentata l’occasione ci siamo buttati e abbiamo colto questa opportunità perché è una storia bellissima e coinvolgente. A noi piacciono i musical corali perché siamo in tantissimi, in prevalenza siamo donne, e questa era l’opera che andava bene per noi.

 

A quale versione del musical fate riferimento?

Noi utilizziamo una  traduzione italiana ovviamente. Il nostro regista ha scelto la versione del 2011 di Broadway perché ha all’interno anche dei brani che non erano presenti nelle versioni successive e quindi era un po’ più completo rispetto alle altre versioni.

Abbiamo una band dal vivo che deve tradurre i brani orchestrali in brani fattibili per una band. E’ più di un anno che lavoriamo a questo progetto. Facciamo prove settimanali, a volte anche due volte a settimana. Prima proviamo separati: ballerini, cantanti, band. Poi da un certo punto iniziamo a provare tutti insieme assemblando i vari pezzi. E da li iniziamo a vedere emergere lo spettacolo.

 

Avete ottenuto un grande successo e infatti avete dovuto raddoppiare le date…

Eravamo partiti con due date pensando che fossero sufficienti. Noi abbiamo due cast e in questo modo avremmo dato la possibilità ad entrambi di esibirsi. Poi la domanda è stata talmente alta che abbiamo aggiunto la terza data e da pochissimo la quarta, che sta andando via velocemente.

Grazie ad Annalisa Missieri e alla compagnia I Viaggiattori per la disponibilità.

Saluto tutti ed entro in platea pronta a vedere il mio primo musical. Felice nel vedere che chi crede nell’arte e nel teatro riesca ad avere la possibilità, grazie all’impegno e al duro lavoro, di avere la soddisfazione di recitare in un’arena senza neanche un posto vuoto.

 

E’ un sabato sera di febbraio quello che è generalmente considerato il mese più triste dell’anno, ma nonostante questo a Piacenza c’è una strana agitazione e i parcheggi sono più pieni del solito.

Questo è merito della compagnia made in Piacenza I Viaggiattori, che ha deciso di mettere in scena il musical Sister Act, con la regia di Dario Caldini.

Dopo il successo ottenuto a Salsomaggiore Terme e le due date sold out al Teatro Nuovo di Milano la compagnia ha deciso di tornare a giocare in casa e di replicare lo spettacolo con quattro date al Politeama (inizialmente erano solo due ma, visto il successo ottenuto, hanno deciso raddoppiarle).

Prendo posto in platea, con l’agitazione che mi accompagna ogni volta che provo una nuova esperienza. Nonostante io ami i musical non ho mai avuto occasione di vederne uno dal vivo e quindi non so bene cosa aspettarmi.

Qualche minuto dopo le ventuno, le luci si abbassano e una voce ci annuncia che lo spettacolo sta per iniziare.

Veniamo trasportati in un locale di Philadelphia dove una cantante di colore Deloris Van Cartier, sta per esibirsi. Capiamo fin da subito con chi abbiamo a che fare, una donna ambiziosa che vuole essere come Donna Summer: il suo sogno è infatti quello di esibirsi con un vestito bianco di palette e una pelliccia candida.

 

DSC 0082 1

 

Passa solo qualche minuto e apprendiamo la prima lezione di vita che questo musical ci vuole insegnare: le cose non vanno sempre come vogliamo noi.

La donna infatti assiste per sbaglio ad un omicidio commesso dal suo amante e quindi è costretta a chiedere aiuto alla polizia per nascondersi.

Eddie Umidino, il poliziotto che si occupa del suo caso, conoscendo bene la donna decide di portarla nell’unico posto in cui i sicari non andrebbero mai a cercarla: un convento.

 

DSC 0186

 

Ed è qui che inizia il bello. Facciamo conoscenza con le suore che vivono nel monastero, la madre superiora, che non vede di buon occhio l’arrivo della cantante, Suor Maria Roberta giovane novizia che non ha ancora capito quale sarà la sua strada, Suor Maria Patrizia l’ottimista e Suor Maria Lazzara la burbera amante del rap.

Ed è qui che l’esplosiva Deloris Van Cartier diventa la bomba Suor Maria Claretta riuscendo ad entrare fin da subito nel cuore di tutte le altre sorelle.

L’abito monacale non basta a nascondere l’essenza della protagonista che aiuterà le altre suore a capire chi sono davvero e lo farà attraverso la musica.

Quando le monache iniziano a proporre le loro messe rock il pubblico impazzisce, gli applausi spesso partono prima che le canzoni finiscano. Tutti sono conquistati dalla bravura degli attori sul palco ma soprattutto dalla timbrica  delle “suore”.

 

DSC 0228

 

DSC 0349

 

Gloria Enchill, che interpreta Deloris, ha una voce calda e potente in grado di catturare l’attenzione dello spettatore fin dalle prime note. E quando verso la fine dello spettacolo la timida Maria Roberta, impersonata da Elisa Del Corso, canta il suo assolo, quello in cui acquista la consapevolezza di chi vuole davvero essere nella vita, il pubblico impazzisce scatenando un fragoroso applauso mentre Elisa sta ancora cantando.

Le scenografie sono semplici, facili da cambiare per permettere in modo agile i repentini cambi di scena e di abito. Ma funzionano alla grande perché non tolgono spazio ai veri protagonisti di questo show benedetto da Dio: gli attori ma sopratutto la musica (rigorosamente dal vivo visto che dietro le quinte c’è una band).

E’ lei la vera protagonista di questo spettacolo, una musica che prende il cuore e ti scalda l’anima.

 

DSC 0490

 

Ognuno in questo spettacolo capirà qual è il suo posto nel mondo proprio grazie alle canzoni. Si tratta di una storia sull’accettazione, l’inclusione ma sopratutto l’amicizia, una storia vecchia ma tuttavia senza tempo, capace di unire generazioni. Deloris, trova le sue sorelle, capisce che avere qualcuno accanto è più importante della fama se non hai nessuno con cui condividerla, anche se alla fine coronerà il suo sogno di essere come Donna Summer.

Suon Maria Roberta troverà la sua voce e avrà il coraggio di dire finalmente no, di lottare per le sue idee e questo grazie a un paio di trasgressivi stivali di vernice rossa che simboleggiano il suo legame con Deloris.

Persino la Madre Superiora, le cui canzoni sono quelle più lente di tutto lo spettacolo, alla fine si ammorbidirà e accetterà i cambiamenti che Suor Maria Claretta ha introdotto nel convento, prendendo parte all’ultima canzone che è una celebrazione dell’amore e dell’amicizia.

 

DSC 0839

 

DSC 0817

 

Quando le luci si sono alzate al termine dello spettacolo mi sono guardata un po’ intorno e mi sono accorta che il pubblico era estremamente variegato: bambini, ragazzi, anziani, gente distinta e chi era pronto per andare a ballare.

Questo è il potere della musica, del teatro e dell’arte: unire tutti. Perché quando le luci si spengono e ognuno è seduto al proprio posto siamo tutti uguali, non ci sono differenze, perché tutti siamo rapiti dalla magia di quello che accade sul palco.

E mentre tornavo alla macchina, parcheggiata lontanissimo dal teatro, mi sentivo più leggera e più felice e, stranamente, sentivo anche meno freddo del solito mentre canticchiavo a bassa voce fammi volare. 

 

Laura Losi

Tra rap e letteratura: Tenebra è la notte di Murubutu

Tenebra è la notte: ed altri racconti di buio e crepuscoli è il nuovo concept album di Murubutu.

Il titolo, che strizza l’occhio al capolavoro di Francis Ford Fitzgerald Tenera è la notte, ci fa capire in modo chiaro sia qual è il filo conduttore del cd che qual è la caratteristica principale di questo rapper intellettuale.

Murubutu è una mosca bianca nel panorama musicale internazionale e ci propone un nuovo modo di fare musica rap.

Dimenticatevi di quegli artisti arrabbiati che a suon di parolacce criticano la società. Ci troviamo di fronte ad un uomo che trae spunto per le sue canzoni dalla letteratura e dalla filosofia.

Tutti i brani che ci troviamo ad ascoltare nella sua nuova fatica sono un omaggio ai grandi narratori e pensatori del passato.

Il tema principale è la notte. E’ lei la regina dell’opera: quando il sole cede il passo alla luna il mondo cambia faccia. Le persone, la natura e le sensazioni mutano e tutto assume una nuova prospettiva.

E’ di notte che tutti diventiamo più fragili e ci lasciamo andare a considerazioni più profonde, è con il buio che mettiamo a nudo la nostra anima e affidiamo alla luna e alle stelle i nostri pensieri.

Murubutu, insegnante di filosofia e storia, è l’inventore di un nuovo genere musicale: il rap didattico. In un’epoca, come quella in cui viviamo, in cui sembra che la cultura e la musica, quella in grado di dire cose importanti, siano destinate a soccombere Murubutu è un faro nella notte.

Kafka, Dostoevskij e Wordsworth non solo incontrano il rap ma anche la mitologia greca e il cinema. Il rap di Murubutu non è una polemica asettica alla società ma arriva a toccare corde più profonde, più alte e va a fondersi con i testi che hanno fatto la storia della letteratura mondiale.

E’ una dimostrazione chiara di come la musica possa diventare uno strumento di crescita culturale in grado di rendere la letteratura accessibile a tutti.

Ogni canzone è una racconto (una storia d’amore, una riflessione sulla guerra, una lotta interiore) e ogni “favola” ci parla andando a toccare le corde giuste, quelle in grado di farci riflettere.

Murubuntu in questa sua missione non è da solo. Accanto a lui sono scese in campo alcune delle voci più riconoscibili e famose del panorama italiano come Caparezza, Willie Peyote, Dj West e Mezzosangue.

Musicalmente parlando si tratta di un rap impreziosito dall’incontro con altri generi musicali come il pop e persino il blues. Suoni caldi che si sposano alla perfezione con i testi che rimangono però sempre in primo piano.

Si tratta di uno storytebler incredibile. Wordsworth, la canzone a cui ha preso parte Caparezza, è un esempio emblematico di quante citazioni e di quante cose si possano dire in poco meno di 5 minuti.

Il beat martellante ti entra in testa e le voci dei cantanti ci guidano attraverso le sensazioni che il poeta prova osservando la luna, sentendosi piccolo, mentre vengono chiamati in giudizio altri personaggi come Vitruvio, Friedrich, Schelling, Artemide e Anubi.

Murubutu è un’artista che tutti, almeno una volta, dovrebbero ascoltare. Anche chi, come la sottoscritta, non ama il rap ne rimarrà stregato e si perderà nella profondità dei sui rap-conti.

L’album uscirà il primo febbraio e credetemi vale la pena ascoltarlo…magari quando cala la notte per godere appieno delle suggestioni che quei 16 pezzi vi regaleranno.

 

Tracklist

01. Nyx – Introduzione
02. Buio
03. La vita dopo la notte
04. L’uomo senza sonno
05. La stella e il marinaio
06. Wordsworth
07. La notte di San Lorenzo
08. Le notti bianche
09. Ancora buonanotte
10. Occhiali da luna
11. La notte di San Bartolomeo
12. Franz e Milena
13. Omega Man
14. Tenebra è la notte
15. Nyx – Conclusione

 

Laura Losi