Dal 2017 VEZ Magazine occupa il proprio posticino online.
E da quella data ho iniziato a leggere sempre più attentamente le webzine e qualsiasi tipo di magazine ci fosse online.
La qualità del lavoro in molti casi è davvero alta ed avendo collaborato con molte di queste durante il mio lavoro di Ufficio Stampa ho notato anche una grande professionalità.
Per questo motivo noi di VEZ abbiamo deciso di dare a questi magazine un giusto spazio sulle nostre pagine, per raccontarsi e farci sentire ancora più partecipi di questo meraviglioso mondo che è la musica.
Oggi abbiamo incontrato Raffaele Rossi e Alessandro Gennari che ci hanno aperto le porte del bellissimo End of A Century.
Buona lettura!
1) Quando avete fondato End of a Century e da che idea è nata?
End of a Century è nato nel 2013, prima su piattaforma free e poi dal 2017 con un proprio dominio e un sito strutturato. Il nome è ispirato a una canzone dei Blur, “End of a Century” appunto – per la mia grande passione verso il Britpop e in particolare per Damon Albarn e Graham Coxon. L’idea iniziale era quella di far arrivare le nuove sonorità di USA e UK al pubblico italiano (rimane ancora oggi il focus di EOAC), come fanno webzine più settoriali come Indie For Bunnies oppure Indie-Rock.it. Poi ho deciso di ampliare il target trattando anche musica italiana e altri generi come metal, elettronica e rock in generale (ma anche rap e trap) riuscendo così a coinvolgere alcuni amici appassionati di musica.
2) In quanti siete nello Staff e da quale realtà provenite? Nel senso, qual è il vostro lavoro?
Nello staff ci sono io, Raffaele, che sono editore e redattore: gestisco le mail, i rapporti con il pubblico e con i promoter, curo i social, gli articoli e mi dedico alla musica live. Decido tutto ciò che va sopra End of a Century. Dopo aver lavorato tra uffici stampa e altre situazioni extra musicali, ho intrapreso per passione questo percorso che ormai è diventato il mio lavoro stabile. Alessandro dirige Pianeta Scherma e lavora in ambito giornalistico sportivo; Michele è un appassionato di musica italiana e lavora stabilmente in redazioni sportive; Edoardo commenta la Superbike su Sky e adora la musica pesante; Gianluca è doppiatore e bartender, grande esperto di sonorità oltreoceano; Renato è l’unico vero giornalista tra noi, milanista e di stanza ad Amsterdam per lavoro. Eccoci!
3) Quali sono le cose che EOAC ti ha “regalato” in termini di soddisfazione e gratificazione? Puoi raccontarmi qualche evento o qualche grande opportunità che vi è stata proposta o qualche realtà alla quale avete partecipato?
Parliamo di un evento fresco, quest’anno siamo finiti nel backstage del Concertone del Primo Maggio a Roma, il più grande evento gratuito d’Europa. Emozione tanta ma ancor di più la curiosità. Ci siamo mischiati così ai professionisti, quelli veri. Sempre quest’anno siamo media partner di due importanti festival, uno del nord e uno del sud Italia: il Sexto ‘Nplugged a Sesto Al Reghena, in Friuli (con un cast internazionale: Billy Corgan, Sharon Van Etten, Michael Kiwanuka e Ex:Re) e il Mish Mash in Sicilia con un cast completamente italiano (Nada, Pinguini Tattici Nucleari, Eugenio In Via Di Gioia, Nitro). Direi non male dai. La gratificazione arriva ogni giorno che un ufficio stampa o un promoter ci nota, ci ringrazia e ci dà fiducia con un accredito, vuol dire che stiamo facendo bene il nostro lavoro ma la strada da percorrere è sempre lunghissima!
4) Da quando siete “su piazza” ci sono degli aneddoti divertenti che vi sono successi? Se è si quali?
Un aneddoto divertente ricorrente rimane sempre quello di fare lo spelling del nome del sito ogni qual volta siamo a conferenze o presenziamo a concerti – End of a Century non è proprio un nome facilmente orecchiabile come Rolling Stone o Rockol. Molte volte arrivano messaggi privati sui social tipo “fate suonare questo brano a questo artista” e questa cosa ci fa sorridere e ci ricordiamo che alla fine questo lavoro si fa per il pubblico molte volte lasciato spaesato dai silenzi dei promoter.
5) Ci sono invece stati momenti un pochino bui durante questa attività?
Ci sono sempre momenti bui, dei periodi in cui sembra che nulla vada bene tra visite, pubblico e richieste non accettate. Poi passano e si risale pian piano. È anche il brivido di questo lavoro, fatto costantemente di alti e bassi. Poi ti ricordi che stai facendo tutto questo unicamente per la musica e vai avanti.
6) Com’è il rapporto con i tuoi colleghi giornalisti, con le webzine e le testate?
Tranquillo e di stima, leggo tantissime webzine perché mi piacciono i vari approfondimenti che ognuno dei giornalisti e appassionati riesce a dare a uno specifico argomento. Penso che in ogni ambito, in particolare in quello musicale, ci sia sempre da imparare. Non è facile lavorare nella musica e ogni giorno bisogna andare a cercarsi la notizia, è un mondo molto molto settoriale, un po’ stantio e va aiutato come meglio si riesce.
7) Che cosa ti auguri per il futuro?
Mi auguro che End of a Century diventi un punto di riferimento per chiunque si avvicini per la prima volta alla musica. Spero possa crescere ogni giorno di più e negli anni diventare un colosso senza mai perdere il brio e la voglia di far conoscere nuove sonorità al pubblico. Mi auguro nuove partnership per gli anni a venire per concerti e festival e che il nostro lavoro venga sempre più riconosciuto e valorizzato nella enorme giungla del web.
Le campiture monocrome, acide, sgargianti. Il regolare vibrare, scotersi, agitarsi di cubi, parallelepipedi, piramidi. Il beat che scandisce il ritmo, disciplina e regola l’arrangiamento, ipnotizza il videogiocatore. Vectronom è quanto di più lisergico ci si possa immaginare, un quadro di Mondrian in costante fluire, un piano sequenza astratto di Nicolas Winding Refn, la traduzione, in forme e colori tangibili, di un concerto di Skrillex.
Sulle prime, nonostante un tutorial piuttosto esplicativo, ci si lascia sopraffare, confusi, smarriti, disorientati e quasi intimoriti da un’art design così razionalmente cacofonico, misuratissimo sul piano visivo, con linee nette e cromatismi contrastanti, caotico sotto il profilo prettamente sonoro, dove gli strumenti tendono a fagocitarsi tra loro, componendo motivi progressivamente sempre più complessi.
Se il cardine è la musica elettronica, Vectronom si spinge sino alla chiptune, all’ambient, alla goa trance per scoprire i limiti dell’utente, per sfidarlo a scoprire il meccanismo, il singolo suono che cela la soluzione dell’enigma di turno.
L’opera sinestetica di Ludopium, team di sviluppo con base operativa a Colonia, è difatti in tutto e per tutto un puzzle game, un intricato rompicapo in cui guidare un cubo verso l’uscita, evitando burroni, superando le trappole, eludendo altre forme geometriche il cui tocco vi costringerà anzitempo al game over.
Se l’abilità con il pad richiesta è estremamente limitata, è sufficiente armeggiare con la croce direzionale per compiere tutte le operazioni richieste, è fondamentale sviluppare il senso del ritmo, unico appiglio a cui aggrapparsi per svincolarsi dall’infinito susseguirsi di fallimenti a cui sarete destinati, eventualità che il più delle volte vi costringerà a ricominciare lo schema di turno da capo, fortunatamente un po’ più esperti, consapevoli di esservi avvicinati almeno di un passo al successo.
È certamente questione di provare e riprovare, sia perché sulle prime non è volutamente dato sapere come reagiranno gli oggetti e le forme geometriche che incontrerete per strada, sia perché alcune trappole sono inizialmente celate all’occhio.
Non è solo questione di pratica e materia grigia, comunque fondamentale per comprendere il funzionamento dei meccanismi che dovrete aggirare o sfruttare per raggiungere piattaforme sopraelevate o situate al di là di un burrone. Come anticipato, in Vectronom la musica è il principale strumento per sopravvivere. Solo muovendosi a ritmo anticiperete le mosse degli avversari, saboterete le trappole, verrete premiati con un punteggio soddisfacente alla fine del livello di turno.
L’intima connessione che lega beat, colori, forme geometriche e movimenti delle dita, induce il videogiocatore in un profondo stato di trance, una spirale ossessiva fatta di ultime partite in cui si finisce per vedere la musica e sentire sulla pelle i differenti cromatismi che dipingono le ambientazioni.
L’inspiegabile sinestesia di Vectronom è la più grande particolarità di un titolo che convince ulteriormente grazie ad un level design che si rinnova di continuo, costantemente rinvigorito da nuovi ostacoli e oggetti con cui interagire che variano la formula di partenza e propongono al videogiocatore sfide sempre nuove.
La piccola creatura di Ludopium è disponibile sia su PC che su Nintendo Switch. Per entrambe le versioni è consigliabile munirsi di un buon paio di cuffie e di giocare in un ambiente quanto più buio possibile. Correte il rischio di passare più tempo del dovuto davanti ai quadri digitali ed interattivi offerti da Vectronom, ma sarà un’esperienza che difficilmente dimenticherete.
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+
Amon Amarth
Testament
Lacuna Coil
Coc
Eluveitie
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Bologna Sonic Park (Bologna) // 27 Giugno 2019
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Eravamo 20mila, ieri sera, stagliati su ogni centimetro dell’Arena Parco Nord di Bologna, per quella che, evidentemente, sarebbe stata per tutti un’attesissima riunione di famiglia.
Gli Slipknot tornano in Italia dopo 3 anni, reduci da un periodo tutt’altro che facile e noi, nel pit, sul prato, attaccati alle transenne, siamo qui per farci sentire, per dimostrare quanto dobbiamo ai loro album, alla loro eclettica e catartica carriera.
Perché sì, i 40 gradi dell’incandescente giornata di ieri (a disposizione di tutti, gratuitamente, free refill di acqua, iniziativa atta a ridurre la produzione di plastica) non sono bastati per demolire la carica del pubblico del Bologna Sonic Park, ospite dell’Arena dalle 13 della mattina, orario d’inizio del festival aperto dai Black Peaks seguiti da Eluveitie, Corrosion Of Conformity, Lacuna Coil, Testament, e Amon Amarth.
Ma gli headliner, gli Slipknot, hanno intenzione ripagarci completamente della torrida attesa. Nonostante il loro anomalo ritardo sulla scaletta, con l’intro 515 e People = Shit la loro entrata in scena è così spettacolare che ci è tutto immediatamente chiaro: il sole doveva tramontare completamente per rendere giustizia al design del palco, di una potenza visiva in piena linea con la maturità artistica che la band dell’Iowa ha acquisito in questi 20 anni di onorato servizio al metal.
Entrando corre Corey Taylor, amatissimo frontman della band, corre per quel palco, ce lo vuole mostrare tutto, nei suoi tre piani ricoperti interamente da schermi e neon, completando una scenografia che, con (sic) ci trasporta in un laboratorio dove gli esperimenti sulla psicotica mente umana sono all’ordine del giorno.
Perché, ogni volta, si tratta proprio di questo: quando gli otto entrano in scena, con le loro maschere ispirate ai classici dell’horror, è un viaggio nella psiche che, vorticando tra eros e thanatos, lega il pubblico e la band in un abbraccio collettivo dove ognuno, nello sputare fuori il proprio lato oscuro, non si sentirà mai solo, mai abbandonato.
Dal canto suo, la band di Des Moines ci assicura uno show tutt’altro che affaticato da tanti anni di concerti. La performance è frizzante, fresca. Non sono invecchiati di un giorno quei ragazzi dell’Iowa, o meglio, lo sono, ma la tempra che li contraddistingue non ci delude, nemmeno questa volta. Corey Taylor, nonostante il recente intervento alle ginocchia, è davvero in forma e, dopo anni, continua ad utilizzare la voce con la padronanza ed il timbro che c’ha fatto innamorare di lui.
<<Siete la nostra famiglia>> ci grida Corey, dopo averci presentato alcuni brani da We Are Not Your Kind, l’imminente nuovo album in uscita <<una grande famiglia e non importa se nelle nostre vene non scorre lo stesso sangue, siamo tutti accomunati da questo grande amore per la musica. Siamo una famiglia, amici miei>>.
L’aria che si respira nell’Arena non mente, siamo sempre noi, quelli di 20 anni fa che sfoggiano le magliette consumate del tour di Slipknot l’omonimo primo album della band. Siamo cresciuti, siamo nostalgici, ora ci portiamo dietro i figli, le nuove leve da crescere a pane e Duality.
Non si resiste al desiderio di buttarsi in quel groviglio di rituali di appartenenza che caratterizzano il metal, costellando di tanti, seppur ordinatissimi, circle pit. E dove il pit non poga è commovente notare quanto i cellulari, vera piaga della musica dal vivo delle ultime generazioni, vengano lasciato negli zaini, mentre i nostri occhi ed i nostri corpi siano gli unici strumenti presi in considerazione per partecipare alla festa.
E che festa.
SCALETTA:
(515) / People = Shit
(sic)
Get This
Unsainted
Disasterpiece
Before I Forget
The Heretic Anthem
Psychosocial
The Devil in I
Prosthetics
Vermilion
Custer
Sulfur
All Out Life
Duality
Spit It Out
Surfacing
Valentina Gessaroli
Foto per gentile concessione di Bologna Sonic Park
<< Non era una di quelle persone di cui ti chiedi se è felice, quello. Lui era Novecento, e basta. Non ti veniva da pensare che c’entrasse qualcosa con la felicità, o col dolore. Sembrava al di là di tutto, sembrava intoccabile. Lui e la sua musica: il resto non contava >>
– Novecento, Alessandro Baricco
Questa è un’intervista a cui tengo in modo particolare. I Fast Animals and Slow Kids sono una band che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere più approfonditamente un paio di anni fa, attraverso i loro dischi e qualche domanda che feci ad Aimone, Alessandro, Jacopo e Alessio durante il tour di Forse non è la felicità. È stato bello incontrarli, di nuovo, oggi, poco dopo la pubblicazione del loro quarto album, Animali notturni, uscito lo scorso 10 maggio. Tante curiosità ed esperienze da raccontare. Trasformazioni, come quelle che scorrono e si susseguono in Novecento, traccia che chiude il disco. Un numero che ho ricollegato, oltre al secolo, al libro omonimo di Alessandro Baricco, incentrato proprio sul profondo legame tra uomo e musica. Una ragione esistenziale, la luce inconfondibile che ho visto accendersi negli occhi di questi artisti. Li ringrazio, ancora una volta. E lascio che siano loro a dare il titolo alla nostra chiacchierata.
Partiamo da Animali Notturni, il vostro ultimo album. Quali caratteristiche umane hanno questi animali? Chi sono?
Aimone: Si parla di Animali Notturni ma quello che intendiamo, chi intendiamo è la persona, l’uomo…e le caratteristiche umane principali sono due. Caratteristiche opposte ma che sono presenti, assieme, in ognuno di noi. Quindi capita che, nella stessa sera, puoi essere una persona estremamente superficiale, distaccato, che non riflette e non ragiona…anzi misragiona, cercando proprio di non utilizzare la testa e poco dopo…o il giorno dopo…una persona riflessiva, chiusa in se stessa e che non ferma mail il cervello. Alla base dell’album c’è questa idea dualistica dell’animale notturno inteso come quello che esce la sera e si spacca a merda, non ricordandosi come sia fatto…e il totale contrario…cioè quello che si ricorda bene come è fatto e anzi non si piace, si chiede cosa sta sbagliando e che cosa può migliorare.
Sulla copertina appaiono insegne al neon, in contrasto con la notte. Quale edificio o locale potrebbero illuminare?
Aimone: Pensavamo più che altro agli hotel scrausi. Hotel che hanno caratterizzato dieci anni di concerti…da quando sono diventati hotel. All’inizio non c’era niente che avesse a che fare con un hotel o motel. Già il passaggio all’insegna è stata una tappa importante: scoprire che non fossero divani o furgoni. Al di là di questo, se c’è un immaginario a cui ricollegare le insegne è proprio quello della strada, del furgone, dell’unione rafforzata anche da queste esperienze. Esistono ormai poche band in Italia con un percorso così lungo di concerti. Sono un po’ animali estinti. Abbiamo intrapreso un cammino particolare che ci ha fatto sperimentare un contatto profondo con i chilometri, con posti assurdi, persi così tanto nel nulla che ti chiedi: << Siamo ancora in Italia? >>. Molta della nostra poetica è connessa ai chilometri, alcuni pezzi sono stati scritti in tour. E il nuovo disco è ampiamente influenzato dal driving rock americano. Quei pezzi che ascolti guidando lungo le strade deserte. Sei tu, la musica e il paesaggio intorno. E magari qualche insegna.
Il disco ha un respiro più “aperto” rispetto ai precedenti…
Aimone: Più aperto significa “più pop”…? È il nuovo modo del 2019 per dire pop…? (ride)
No aspetta, mi spiego…Con “aperto”, intendo un disco in cui si contemplano addirittura le parole “cuore” e “amore”, impensabili nei precedenti. Ho notato, però, una tendenza a riscoprire un sentimento o una persona dopo averne sperimentato la perdita.
Aimone: Madonna! Sono pienamente d’accordo con te. Al 100%. Ma ci conoscevamo noi prima? (ride) Quindi posso farti una domanda io ora. Invertiamoci ti prego. Ok torniamo seri. È assolutamente così. Riguardo al discorso di aperto, chiuso…All’esterno è sembrata quasi una rivoluzione. In realtà, non è cambiato un cazzo. Abbiamo sempre continuato a raccontare la quotidianità, le nostre giornate. Il musicista non è solo musicista. È una persona e vive una sua emotività.
Alessio: Quotidianità ed emotività che cambiano per fortuna, di giorno in giorno!
Aimone: Esatto. Ci sono le due anime che dicevamo prima. Vissute, spezzate in mezzo, ma sicuramente autentiche. Proprio in funzione delle rivoluzioni che accadono in questi frangenti, abbiamo pensato di togliere ogni sorta di maschera, finzione…in senso buono. Abbiamo voluto che nella nostra musica fossero evidenti gli step degli ultimi anni. Lanciare la nostra vita nella nostra musica, come sempre. Dunque questo disco si è trovato a raccontare un nuovo mondo, anche lessicale, dialettico. E lo dici “cuore”, lo dici “amore”. Cazzo. Sono parole che utilizzi davvero. Tuttavia, nel momento in cui si va a creare “arte”, c’è sempre quella stupida, infondata paura di esprimersi, di essere male interpretati. Soprattutto oggi, con tutta la merda che gira…dici “cuore”, allora sei it pop. È un attimo che sei lì dentro…e tutti in crisi con questa cosa qua. Ma il modo peggiore per reagire a un contesto che non ti piace è autocensurarsi e mettersi nella posizione della non libertà. La nostra posizione è l’opposto. Anzi ci sentiamo ancora più liberi, ancora più puri. L’apertura è massima coscienza, ecco.
E quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente ispirato anche in questa concezione musicale. Il giorno dell’uscita dell’album, sulla foto che avete pubblicato, è apparsa una dedica ai Rem e Bruce Springsteen…
Aimone: Ecco, mi ricollego al discorso di poco fa. Uno può chiedere: << Quali sono le tue ispirazioni? >>. Risposta: << Rem e Bruce Springsteen >>. Allora, cazzo, fallo davvero! Suona in quel modo! Provaci! Con qualche anno di esperienza alle spalle, abbiamo anche imparato a conoscere il suono, a studiarlo, più scientificamente quasi… Abbiamo gli strumenti per avvicinarci a quello che sogniamo. Allora proviamoci. Per una volta, davvero. Artisticamente si tende sempre a fare un passo indietro. Ma perché? Chi dice che è troppo…Poi se non mi riesce, almeno ho tentato! È matematico, magari, che non ti riuscirà: sono i Rem e Bruce Springsteen…Do vai? Però tendi a quella cosa lì e ti impegni per avvicinarti il più possibile a quello che per te è il sogno musicale.
Alessandro: Soprattutto “Do vai?” è bellissimo, Aimo (ride).
La registrazione del disco a Milano è stata influenzata da questa ricerca sul suono? Vi è mancata la casa sul Lago Trasimeno che ha visto nascere i precedenti lavori?
La registrazione del disco a Milano è dipesa anche da una componente emozionale. Abbiamo scritto e registrato tre dischi nella stessa casa, nello stesso modo. Andarci una quarta volta avrebbe avuto senso? Oggi so benissimo come cucina Alessio. So benissimo come si riduce una casa tra persone che non puliscono mai. Ma abbiamo voluto cercare nuovi stimoli. Abbiamo fatto i musicisti per avere una vita incasinata, per essere sempre un po’ nella merda. Se ti crei un orticello e coltivi soltanto quello…prima o poi finisce la fiamma, finisce la voglia di arrivare e convincere qualcuno. E decadi. Questa è una cosa da evitare. Il musicista deve stare sull’orlo del baratro, sempre e comunque. Quindi ci siamo detti: << Ok ragazzi, ci piace fare dischi così? >>. << Si ci piace. Continueremo a pensare a quel posto come il posto della nostra vita…eppure…proviamo una cosa nuova! Usciamo! >>. Sullo stesso slancio, abbiamo provato cinque produttori e siamo finiti con Matteo Cantaluppi, il produttore dei Thegiornalisti ragà! Visto così può sembrare che essendo passati sotto Warner, la stessa Warner ha imposto il produttore.
Alessio: Invece no! Siamo arrivati da loro che avevamo già fatto tutte le scelte.
Aimone: Ammetto che, in termini comunicativi, abbiamo scatenato un po’ un casino con l’unione di FASK + WARNER + MATTEO CANTALUPPI. Che cazzo è successo? Cortocircuito completo.
Alessandro: La scelta fatta ha reso semplicemente giustizia alle canzoni, così come erano state pensate.
Aimone: Ecco, l’unico obiettivo che ci siamo prefissati è la realizzazione dei nostri brani così come ce li avevamo in testa. Tendere a una pulizia sonora messa in conto già durante la scrittura del disco. Come è sempre avvenuto poi negli anni… solo che, andando avanti, i cambiamenti di etichette o di riferimento non sempre vengono compresi e non sempre si ha il tempo di spiegarli (in realtà non ce ne frega nemmeno niente di spiegarli…). A prescindere da ciò… io dico sempre che i Fask sono un po’ anomali in questo periodo storico e uno dei motivi di questa anomalia è che son dieci anni che fanno come cazzo vogliono. E con questa base è difficile spostare degli artisti dal loro punto di vista. Noi continuiamo a comporre in quattro, come a diciassette anni, alle superiori. Quindi oggi, qualsiasi interlocutore con cui ci confrontiamo trova una band molto coesa, molto granitica sia a livello di pensiero che di composizione. Tutti i passaggi e i vari step sono delle scelte che imputiamo a noi stessi, essendo molto coscienti di quello che accade e di come lo stiamo facendo accadere. Secondo la nostra prospettiva, non è cambiato mai nulla: andiamo a registrare nella maniera con cui vogliamo registrarlo, provando tanti suoni, ottenendo quello migliore e più vicino a quello che volevamo. È un processo lineare, dritto e in funzione dell’aspetto più importante: la musica.
Mi ricollego alla musica… anche la musica è un po’ un animale notturno? Si sottolinea sempre un sentimento dicotomico di amore e odio rispetto ad essa. Vedi canzoni come Odio suonare o le “note che non sopporto più” di Un’altra ancora…
Aimone: La musica rovina…. Aspetta, come la imposto questa. Allora… abbiamo trovato una via per definire noi stessi come persone, per sentirci meglio, per dare una risposta ai problemi esistenziali…e per crearcene una valanga dietro. La musica è qualcosa che ti prende come uno tsunami…e prende insieme a te tutto quello che hai intorno. Noi siamo diventati musica, parte di ferro del nostro furgone. In questo processo, viene coinvolto chiunque sia accanto a noi. Le relazioni, le amicizie, gli amori sono completamente devastati dallo tsunami musicale che ci ha mangiato dentro. Quindi, alcune mattine, ti alzi e pensi: << Stiamo sbagliando qualcosa? C’è davvero solo la musica e un concerto è più importante della tua stessa salute? >>. La risposta gira sempre attorno al fatto che la soddisfazione che ti dà la musica non arriverà mai da nient’altro…ma allo stesso tempo è impossibile non percepire l’energia che prosciuga. Nella musica dai te stesso, ti stai spiegando e stai anche cercando di convincere gli altri con le tue opinioni. È più vicino alla politica… un politico fallito che vuole trovare il suo spazio nel mondo…e urla e parla e canta e sgomita… C’è un sottofondo drammatico, ecco. E non molto normale…perché non è normale che un essere umano si metta lì a suonare, a farsi vedere, a farsi notare…. non è normale! C’è qualcosa che non funziona (ride). Per me, ogni concerto, è un po’ come chiedere a una ragazza: << Ti vuoi mettere con me? >>. Metti in campo tutto te stesso.
In Hybris cantavate Combattere per l’incertezza, in Alaska vi chiedevate Come reagire al presente, ora a chiudere il disco c’è Novecento con il suo sguardo fiducioso e con il suo brindisi al futuro. Quali sono state le tappe di questo cammino? O è stata più una svolta?
Aimone: Io credo che sia più una speranza, ragazzi (ride). Ci ho provato dai. Lasciatemi stare, fatemi sperare. Riflettiamo così tanto sulle nostre esistenze che forse, a un certo punto, anche una botta di ottimismo ci vuole. Quella canzone parla di cambiamenti coscienziosi, basati su una serie di ragionamenti precedenti. Non stravolgimenti. Trasformazioni in base all’età. Io ho trentuno anni…Ognuno di noi sta vivendo un passaggio da una vita musicale ad un’altra, dall’incoscienza alla coscienza di suonare solo per suonare. Sapere che non c’è futuro in questo, è una via senza futuro. Mia nonna diceva: << Se la cima è aguzza, il culo non ce lo posi >>. Io ci credo. Quindi, quel brano è un’esortazione a non vedere tutto questo come un qualcosa che svanirà e basta…ma come un arricchimento che porterà a un altro passaggio, a nuove fasi, diverse ma non per forza negative. Il brindisi al futuro è davvero un invito a continuare così, perché in termini emotivi stiamo facendo la cosa giusta, stiamo assecondando noi stessi e stiamo esaudendo il sogno che avevamo da bambini. Quella frase tipo: << Voglio fare l’astronauta >>. E poi lo fai.
Ultima domanda. Ad oggi, qual è il demone che vi fa più compagnia e qual è il demone che vi spaventa di più?
Aimone: Ah questa è personale…iniziate voi dai…
Alessio: Il demone del fallimento credo…
Aimone: Ma che demone è… quello lo devi accogliere…io ho già una stanza preparata per quello (ride)! Io, ad esempio, ho paura del demone di diventare un essere senz’anima. Di iniziare a vivere la musica come un lavoro, lontana da me stesso. Vale lo stesso per i rapporti…viverli in funzione di… di una posizione sociale, del potere, dei soldi. Questa è una paura che ho da sempre, di perdere l’umanità. Il mio vero demone è il timore di diventare io il demone senza cuore.
Alessio: Wow! Questa è pesante… Il demone Aimone!
Aimone: Ho una band scema!
Jacopo: L’altro giorno, mentre portavo mia figlia all’asilo, ho pensato alla morte. Mi è balenato in testa: << Se oggi morissi, mia figlia non mi ricorderebbe >>. La persona più importante della mia vita, non mi ricorderebbe. Questo mi fa davvero paura.
Aimone: La chiusura del cerchio con la morte. Evviva! Queste sono le riflessioni della nostra band. E la morale è: << NON FATE MAI RIFLETTERE I FASK >>. Deve essere questo il titolo dell’intervista. Più domande sul perché ci chiamiamo così. Per quanto riguarda le domande esistenziali…Beh lì, apri una porta verso l’inferno.
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Questa calda estate 2019 porta con se tante novità.
Una novità importante è proprio Indimenticabile Festival che si terrà il 12 e il 13 luglio nella ormai nota cornice dell’Arena Parco Nord di Bologna, già teatro di grandi concerti e palcoscenico di artisti internazionali.
Il 12 luglio sarà la Serata degli Ex-Otago, Gazzelle, Eugenio in via di Gioia, Postino, le Larve e Cecco e Cipo, mentre il 13 luglio calcheranno il palco Gemitaiz, Coma_Cose, Ghemon, Ketama126, Masamasa e Puertonico.
Abbiamo fatto qualche domanda a Marcello e Roberto, i direttori artistici di questo bellissimo festival per conoscerli meglio e per sapere qualcosa di più di questo Festival che tanto attendiamo.
1) Quest’anno a Bologna si terrà la prima edizione di un Festival che ha tutte le carte in regola per diventare un punto di ritrovo e un appuntamento fisso per gli amanti della nuova scena musicale italiana fatta di tanti artisti che hanno contribuito in maniera importante alla sua formazione. Com’è nata questa collaborazione tra di voi e da quale realtà venite, insomma il vostro background.
Indimenticabile è un festival di 2 giorni inserito all’interno di Bologna Sonic Park, una rassegna che occuperà per gran parte del mese di Luglio la storica Arena Parco Nord. E’ il primo anno che Vertigo organizza una rassegna a Bologna. Ci è sembrato doveroso, in un cartellone con grandi nomi Italiani e Internazionali (Salmo, Afterhours, Greta Van Fleet, Weezer), dare spazio a quella nuova scena musicale Italiana che si è imposta negli ultimi anni nel nostro paese. Così è nata l’idea di Indimenticabile. Un festival “nel festival” che celebra la nuova musica Italiana.
2) La scelta del nome da dare a questo progetto è collegata all’ormai famosissima parola INDIe o semplicemente dalla volontà di rendere indimenticabile quello che poi effettivamente sarà “Indimenticabile”?
In effetti l’assonanza tradisce un po’ l’ormai diffusa tendenza a giocare con la parola indie e tutto sommato non ci dispiace. L’idea originale, però, è nata durante la visione di un film: il Pianista di Polanski. A un certo punto Adrien Brody dice languido a Emilia Fox: “mi creda, conoscerla in quel modo è stato meraviglioso”, “davvero?”, “sì, è stato… indimenticabile”. Ecco, la volontà è che il festival possa essere un’esperienza meravigliosa, un’opportunità per conoscere persone, amanti dello stesso genere musicale, delle stesse passioni. Insomma… un’esperienza indimenticabile 😉
3) Gli artisti che si alterneranno sul palco nelle due giornate del 12 e 13 luglio, hanno una sorta di denominatore comune: sono partiti da zero e hanno fatto leva sui social per diffondere la loro musica ottenendo grandissimi risultati. Quanto è cambiato il modo di fare musica negli anni e quanto ad oggi avere un buon profilo su una piattaforma online è più importante dell’avere una grande etichetta discografica alle spalle?
Diciamo che a Indimenticabile Festival si celebra un po’ anche quello: la rinascita di una scena musicale genuina, non dopata, sgorgata naturalmente e apprezzata altrettanto naturalmente. Sicuramente è l’avvento dello streaming ad aver rivoluzionato totalmente il mercato musicale; ha sovvertito gli equilibri e ha fatto un threesome perfetto con le piattaforme di video sharing e i social networks. Le armi sono queste e alcune piccole crew di giovani in gambissima, le hanno sapute usare alla perfezione; mi riferisco a quelle piccole etichette-movimenti che negli ultimi anni sono cresciute a tal punto da sedersi allo stesso tavolo delle major, hanno spiegato loro come si fa ed effettivamente hanno rilanciato un settore i cui toni erano eufemisticamente grigi.
4) Siete partner dell’Indie Pride che si terrà proprio a Bologna il 22 giugno ed è sicuramente una risposta importante al periodo che stiamo vivendo per allontanare ogni forma di discriminazione e razzismo. La musica ha un ruolo fondamentale in questo. Qual è il messaggio che l’INDIMENTICABILE FESTIVAL vuole lanciare facendo da supporto a questa bellissima iniziativa targata Indie Pride?
Nella musica e con la musica non c’è, non ci deve essere e mai ci sarà posto per le discriminazioni di ogni tipo. Così sarà a Indimenticabile, e così deve essere in ogni angolo di mondo. Questo è il messaggio, semplice e limpido, e per questo siamo felici di avere Indie pride come partner. 5) Per concludere, cosa vi augurate per questo INDIMENTICABILE e per i prossimi a venire? Ci auguriamo che ogni singola persona presente viva un’esperienza serena, si senta a proprio agio, si diverta, si senta libera, possa conoscere altre persone, perchè no, possa innamorarsi, possa limonare, anche senza innamorarsi, possa lasciare fuori dal Festival i piccoli o grandi problemi quotidiani per vivere un esperienza immersiva fatta di buona musica, buon cibo, bella gente e “good vibes”!
Appuntamento quindi il 12 e il 13 luglio con tanta energia positiva e belle situazioni.
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Rock Planet Club (Pinarella Di Cervia) // 25 Giugno 2019
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Ferrara Sotto Le Stelle
Cortile Castello Estense (Ferrara) // 25 Giugno 2019
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Carlo Vergani
Quest’anno VEZ Magazine è media partner ufficiale del Goa Boa Festival 2019 che si terrà come sempre a Genova nella bellissima cornice del Porto Antico.
Assieme all’organizzazione del Goa Boa Festival abbiamo pensato a voi, mitici lettori di VEZ Magazine!
In palio ci sono due biglietti per due differenti serate del Festival!
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Percuotere la mente
Corte degli Agostiniani (Rimini) // 24 Giugno 2019
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Ferrara Sotto Le Stelle
Cortile Castello Estense (Ferrara) // 24 Giugno 2019
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