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Pixies @ Paladozza + Officine Grandi Riparazioni

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• Pixies •

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+
Blood Red Shoes

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Paladozza (Bologna) // 11 Ottobre 2019

OGR – Officine Grandi Riparazioni (Torino) // 12 Ottobre 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Ho avuto la fortuna di recensire, esattamente un mese fa, l’ultimo lavoro dei Pixies e l’immagine, costante, che l’album mi evocava era quella di una delirante, divertente, cinica e isterica festa del liceo, vent’anni dopo.
Ecco, sabato sera sono stato invitato a quella festa.

Torino ha sempre amato la scena underground e negli anni novanta è stata una città seminale per band seminali. Sotto la Mole suonavano i Sonic Youth e si ascoltava musica in luoghi improbabili, come Zona Castalia, sotto una chiesa del centro storico, o i Docks Dora, magazzini costruiti nel 1912.
Le OGR (Officine Grandi Riparazioni), un complesso industriale di fine ottocento nel cuore della città, sono una location di rara bellezza e hanno aggiunto un qualcosa di magico allo spettacolo offerto dai Pixies, sabato sera.

La serata è stata aperta dagli inglesi Blood Red Shoes, al secolo Laura-Mary CartereSteven Ansell, power duo accompagnati per il tour da tastiere e basso. La band si ispira a Queens of the Stone Age, Fugazi, Nirvana e, ovviamente, Pixies, e risulta quindi perfettamente in linea con quello che sarà il piatto forte della serata.

Black Francis e soci salgono sul palco alle dieci in punto. Al basso, con l’immancabile rosa a decorare lo strumento, c’è, dal 2013, Paz Lenchantin, polistrumentista che vanta collaborazioni con Maynard James Keenan e Billy Corgan. Alla chitarra e coppola Joey Santiago, capace di stregare il pubblico con entrambi gli strumenti, mentre David Lovering ha le redini delle ritmiche del gruppo.
L’inizio è fulminante e programmatico: i quattro folletti inanellano un pezzo dopo l’altro senza sosta, senza dialogo, senza una pausa per applaudire. E’ un’onda che si alza sotto il pubblico e che ci porta tutti nel loro assurdo mondo. Sono in ottima forma, e lo dimostra la scaletta schizofrenica che propongono: dalla nuovissima St. Nazaire si passa all’isterica Rock Music per finire alla delirante Isla de Incanta. Ecco, il concerto è una continua altalena tra carezze e pugni allo stomaco, tra pogo e ciondolante college rock. È un gioco di salite e discese, di ritmi che si alternano, di linee di basso che emergono all’improvviso dal caos. La prima pausa, per un cambio chitarra, la si vede al minuto quarantacinque.
E io sono già a pezzi. Perché i Pixies hanno rievocato quello spirito torinese anni Novanta, e il pubblico, lo stesso di allora, di diverso ha solo il conto in banca e l’ora della sveglia. Fedeli ai riti e alle tradizioni, una massa di quarantenni ha rotto l’indugio, e alle prime note di Caribou è iniziato un primo pogo a trenta metri dal palco. In transenna era iniziato alla seconda canzone.
Colpa di Charles Michael Kittridge Thompson IV che riesce a essere carismatico senza quasi muoversi, usando la voce come quinto strumento, mescolando cantato a urlato, inserendo versi e risate.
Sul palco ci sono solo loro, pochissima scenografia, le luci, scelta geniale, sono poste dietro la band. Il risultato è duplice: da una parte gli artisti vengono proiettati sulle pareti delle officine, costruite con mattoni e ferro, tetto in vetro, e sembrano ombre di automi impazziti, l’altro è quella di avere i musicisti spesso in controluce, come silhouettes, su sfondo fumo. Curiosa metafora per una band che non ha mai raggiunto il successo che avrebbe meritato, ma che da tutti i grandi artisti di fine secolo scorso è stata citata e idolatrata.
La scaletta è impressionante, i Pixies suonano 37 brani in due ore esatte, hanno un motore incredibile, un ritmo infernale. E hanno anche gusto e mestiere perché i brani del loro ultimo disco, Beneath the Eyrie, motivo per cui sono in tour, sono sparsi nella setlist con astuzia. Alla fine però, ventiquattro canzoni saranno pescate dai primi tre album della band, per far felici noi nostalgici, pogatori, quarantenni.
Un ultimo pensiero. Assistere a un concerto di una band così longeva, che ha pubblicato il primo album nel 1986 e che propone una scaletta così varia, concede il lusso di ammirare, nell’arco di centoventi minuti, tutto l’arco espositivo, dal seme al frutto, dai primi lavori a quelli pubblicati il mese precedente. Si notano le differenze, di esposizione e interpretazione, e anche così, inevitabilmente, il concerto diventa viaggio, ricordo, ballo del liceo vent’anni dopo.
Per una sera, per due ore, è stato davvero piacevole rivivere quella sensazione di concerto essenziale, in cui la sola cosa che conta, perché in fondo l’unica presente, è la musica. C’è poco culto della rockstar, non ci sono visual, non maxischermi, nessuna distrazione. Il trucco non c’è, questi la magia la fanno con due chitarre, un basso, una batteria.
Oh, sono Pixies.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo (Torino): Andrea Riscossa

Foto (Bologna): Luca Ortolani

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Blood Red Shoes

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Grazie a: Dna Concerti

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Static-X @ Rock Planet

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• Static-X •

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Wisconsin Death Trip 20° anniversary
+
Wednesday 13
Soil
Dope

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Rock Planet (Cervia) // 12 Ottobre 2019

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Foto: Luca Ortolani

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Wednesday 13

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Soil

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Dope

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Grazie a: Hub Music Factory

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Toothgrinder “I AM” (Spinefarm Records, 2019)

Mascelle serrate e denti digrignanti

 

La notte non porta sempre consiglio, alcune volte provoca forti attacchi di bruxismo, soprattutto in periodi stressanti o in condizioni patologiche di abuso di sostanze eccitanti (fumo, alcool, droghe, caffeina). 

I Toothgrinder volevano comunicare questo con la scelta del loro nome: un metal graffiante, velenoso, virulento; un’offensiva al nostro sistema nervoso, con uno stile che ci getta in un mondo fatto di growl, batterie incalzanti e assoli allucinogeni.

Nel 2010 cinque ragazzi in una high school del New Jersey decidono di metter su una band per urlare il loro disagio generazionale, e nel giro di un anno esce il loro primo EP Turning of the Tides, seguito da altri due EP prima di arrivare alla svolta, nel 2016 con l’album Nocturnal Masquerade e nel 2017 con Phantom Amour.

I brani con cui hanno esordito sono colmi di scream e di testi duri, puro posthardcore, per subire una trasmutazione con l’avvento dell’età adulta e della consapevolezza di sé. 

Come un fiume nasce dalla fonte e affronta anse tortuose e rapide improvvise prima di sfociare nel mare, questa band ha acquisito una maturità stilistica che ha permesso di sfruttare questo genere musicale non solo per comunicare rabbia e frustrazione, ma soprattutto per trasmettere una visione di cambiamento e di crescita passando gradualmente a toni più pacati, più melodici, senza però modificare la loro natura metalcore.

Questa trasformazione li ha portati alla produzione di I AM, un album complesso, composto da undici brani che sembrano ripercorrere i vari stadi della loro evoluzione. 

Il frontman Justin Matthews lo ha definito come un viaggio per l’accettazione di sé, un percorso ad ostacoli, costellato di errori, di scelte sbagliate, di cattive abitudini nelle quali riversare il disprezzo e la disillusione adolescenziale.

Le intenzioni sono chiare sin dal primo brano, The Silence of a Sleeping WASP. Le doti vocali del cantante ci trasportano nella loro visione di progressive metal, fatta di growl mista a passaggi melodici delicati accompagnati da un sottofondo musicale fortemente posthardcore.

La dolcezza della voce di Justin è straziante nei brani ohmymy e My favorite Hurt, ed unisce testi intimi che parlano di solitudine, di dolore ma anche di amore. Con un timbro che, in alcuni passaggi e soprattutto nel terzo brano, scade nel pop,  riprende lo stile heavy sul ritornello con assolo di chitarra a dir poco sbalorditivo: una bivalenza che ricorda molto Corey Taylor (Slipknot e Stone Sour), unito ad uno stile molto Deftones. 

L’album continua alternando pezzi melodici a brani dalle sonorità coriacee. Una montagna russa di emozioni dove si passa dalle lacrime al pogo sanguinolento, come per The New Punk Rock e too soft for the scene, TOO MEAN FOR THE GREEN, pezzi ritmicamente metalcore, caratterizzati da  growl e headbanging a volontà. 

Gli ultimi due brani (Can Ü Live Today? e The Fire of June) sono un ritorno alle loro origini, un progressive metal che sfocia nel nu metal, come per ribadire il forte attaccamento allo stile con cui sono nati. Si cresce, si cambia, ma quel che siamo stati non ci abbandona mai. 

I AM è l’ultimo pezzo dell’album. Scelta tattica del gruppo, forse, visto che in esso risiede il senso più profondo di tutto il loro lavoro. Il testo incarna un mantra, “io sono…”, che spinge a far pace con il passato, con gli errori commessi; porta a concedere un’ulteriore possibilità a noi stessi, imparando dalle debolezze a essere più forti. Quello di cui abbiamo bisogno risiede già dentro noi, dobbiamo solo trovare un modo per riscoprirlo. Tutti possiamo raggiungere il riscatto emotivo che meritiamo solo attraverso l’amore (Love will conquer all). 

Attraverso uno stile musicale notevole e mutevole l’album trabocca di tutte le emozioni umanamente concepibili, una catarsi personale coinvolgente che dona speranza e sano metalcore spaccatimpani.

 

Toothgrinder

I AM

Spinefarm Records, 2019

 

Marta Annesi

 

The Devil Wears Prada “The Act” (Solid State Records, 2019)

Sacro & Profano

 

Mai giudicare un libro dalla copertina, sia in senso metaforico, che in senso pratico.
The Devil Wear Prada, gruppo originario di Dayton, in Ohio, hanno l’aspetto tipico dei metallari ribelli: capelli lunghi, tatuaggi, abiti neri, rabbia che sprizza da tutti i pori. Eppure, sono uno dei maggiori esponenti del Christian metal. Ferventi cristiani, hanno intitolato un loro album 8:18 come riferimento ad un passo biblico della Lettera ai Romani di Paolo di Tasso.

La scelta del nome è nata come una cantonata: ispirati dal titolo del libro dell’autrice statunitense Lauren Weisberger, volevano comunicare un messaggio anti-materialistico, peccato però che ne abbiano frainteso completamente il senso. Una volta scoperto di aver preso un granchio, si sono però rifiutati di cambiare nome decidendo di creare un nuovo significato dietro al nome della loro band.

Formatisi nel 2005, hanno subito riscosso successo sia nell’ambiente del metal cristiano che nella scena metal in generale, fondendo due mondi apparentemente sconnessi, portando la dottrina cristiana all’interno dei loro testi e usando questi insegnamenti per combattere la depressione e lo scoraggiamento verso la vita.

(Certo è che se mia nonna, durante la messa domenicale, trovasse questi quattro tipacci coi capelli lunghi e pieni di tatuaggi intenti a cantare Osanna rimarrebbe un pochino sconvolta)

Dopo sei album registrati in studio, un live e due EP all’attivo, tornano con un album nuovo, The Act. Sperimentale, innovativo, molto diverso dal loro stile primitivo. Non si parla solo di crescita personale dei componenti e del loro modo di intendere la musica: qui troviamo una voglia di intraprendere strade nuove, di cimentarsi in un nuovo progetto allontanandosi dalla comfort zone del metalcore per addentrarsi in uno stile più melodico. E non solo nella composizione musicale: i testi presenti in questo nuovo album sono poetici, profondi, trasformandosi più in una lettura di poesia con aggiunta di growl e assoli di chitarra. 

La presenza di due voci, quella scream di Mike Hranica e quella melodica di Jeremy DePoyster (che imbraccia anche la chitarra ritmica) riescono a comunicare la bivalenza del gruppo.

L’album è il risultato di una sovrapposizioni di generi: hardcore punk, heavy e nu metal fusi insieme da passaggi electronic che producono in alcuni brani una sorta di electronicore melodico.

Il primo singolo, Lines Of Your Hands, mantiene le solide radici metalcore a livello di sonorità, ma il testo è una disperata preghiera, una richiesta di attenzioni e di amore verso qualcuno che si sta allontanando. La dolcezza delle parole in forte contrapposizione con l’uso dello scream e del growl tende quasi a mettere a disagio, come in generale per le band metal: non si capisce mai se stiano parlando di amore o di omicidio.

L’album tocca la delicata tematica della depressione con Chemical, chiamata così in quanto per alcuni questo stato mentale è derivato da uno scompenso chimico a livello cerebrale. Il testo e la melodia sono delicatissimi e colpiscono nelle zone più intime dell’anima: una descrizione dettagliata della depressione, come star seduti a fissare il soffitto senza trovare una motivazione sufficiente che ci faccia alzare dal letto, congelati, immobili, quando anche urlare non aiuta. Accusare una voragine nel petto e nella testa, e sentirsi ripetere che è solo chimica. Di certo non ci fa star bene, è una bugia che preferiamo raccontarci, ma mentire non ci preserva dalla sensazione di avere una belva che ci divora dall’interno. 

La loro cristianità si fa notare in Please Say No, brano contro l’abuso di droga, e in un certo senso contro ogni forma di abuso, mentale e fisico. Musicalmente presenta una base  elettronica soft, con aggiunta di chitarra e batteria, ma come classico di questo album, la canzone si fonde tra poesia e preghiera, intramezzata da picchi scream che creano un’ambiente particolare in cui sguazzare.

La bivalenza di questo gruppo lascia interdetti: si passa da una preghiera ad un potente attacco metalcore in The Thread, dove si parla della voglia di cambiare e della sensazione di non poterlo fare, come se fossimo tutti intrappolati dentro stereotipi che noi stessi creiamo. La fusione tra le voci scream e melodica è un’esperienza mistica.

Come moderni Colombo alla scoperta delle Americhe, sono riusciti ad attraccare su terre a loro sconosciute, si sono messi in gioco, producendo un album fuori dai loro schemi, abbattendo lo stereotipo stesso del metallaro.

(Però io il metal cristiano non lo capisco. Ogni volta che ne sento parlare nella mia testa parte sempre l’intro dell’ Ave Maria di Schubert versione metal, con tanto di batterie che scendono magicamente sull’altare, statue che prendono fuoco, fonti battesimali che si prosciugano e crocifissi che si capovolgono)

 

The Devil Wears Prada

The Act

Solid State Records, 2019

 

Marta Annesi

 

Sleepwait “Sagittarius A*” (Self Released, 2019)

L’Album de Loin

 

XII secolo, Francia.
Il poeta e trovatore Jaufré Rudel regala al mondo uno dei primi componimenti su un topos che arriverà intatto, per forza evocativa e diffusione di esperienza, fino ai nostri giorni. Lui lo chiama L’Amour de Loin, ovvero L’Amore di Lontano, quello che un quattordicenne qualunque esperimenta a settembre, quando deve separarsi dalla conquista estiva, sfortunatamente domiciliata in altra regione.

La lontananza, in amore, è un’arma ben affilata. E’ una sana palestra per l’esplorazione del sentimento nella sua essenza, ripulito e alleggerito dal peso di quotidianità, dispiaceri, fatiche. L’assenza è meditazione, la negazione diventa sublimazione.

Partiamo da qui, per parlare di un altro tipo di esperienza, nato e vissuto in e con lontananza. Un progetto che prende vita nel 2015, quando un biologo evoluzionista, Filippo Bravi, e un ingegnere meccanico, Mauro Chiulli, si trovano, rispondendo a un annuncio sul web. Inizia una collaborazione a distanza, di Udine il primo, a Bologna il secondo, che vede i Nostri lavorare al loro primo disco per quattro lunghi anni. La lontananza tra i due però è solo geografica. Hanno un terreno comune, che non ha fisicità e che si nutre di passioni e culture condivise e che è possibile rendere materico, con devozione, con lavoro, con volontà. La stessa forza che Rudel profuse nel raccontare quell’amore lontano, che lui raggiungerà partecipando alla II crociata (e, ovviamente, morendo tra le braccia dell’amata, ça va sans dire).

Qui non ci sono crociate, ma un lavoro ben confezionato, con strumenti e liriche coerenti rispetto ai riferimenti citati dagli Sleepwait nella presentazione dell’album, Tool, Mastodon, Alice in Chains. Ecco, questo disco ha il pregio di essere figlio di quel gusto, di quelle linee matematiche e quell’iconografia musicale. Ha però il difetto di essere in qualche modo chiuso in confini fin troppo definiti. Le prime due tracce ci introducono molto bene in questa strana dicotomia interna, perché se per un lato, per come è stato costruito, questo disco è un piccolo miracolo, dall’altro è a fuoco da subito. Sia chiaro, può essere un pregio, ma il gioco dei riferimenti è fin troppo palese, io amo l’ellissi.

La terza traccia è già la title track, e ci regala una fotografia piuttosto precisa di quello che poi è l’humus cui attinge l’intero lavoro: richiami alle ritmiche dei Tool, anche a livello di cambi e passaggi all’interno dello stesso pezzo. Un sapiente gioco di altalena tra l’aggro e il progressive, giocando sulle sfumature, arpeggi che sono promesse non mantenute e liquidissimi giri di basso. Il cantato passa dalla litania al gridato, giocando a nascondino tra livelli ed emotività. Maynard James Keenan docet. 

Poi accade che gli Sleepwait, dichiarati gli intenti e messe le carte in tavola, inizino a sciogliersi, come fosse un live. Curioso per un lavoro in remoto, però la mia pancia dice che le tre tracce successive, da Virgilio a Istanbul, sono le più interessanti, perché hanno più variazioni, perché sembrano aprire il ventaglio di citazioni. Giuro, ci ho sentito Tyler Bates della colonna sonora di 300.

Il lavoro prosegue poi tornando sui binari cari a Tool, A Perfect Circle, Kyuss. Il disco si appesantisce nella costruzione dei brani, forse si avvita sull’esposizione. Questo però spiega anche perché lavori come Fear Inoculum difficilmente verranno scelti per accompagnarvi in ascensore. Salvo non siate in un condominio di Ballardiana memoria.

Scrivere a distanza un album è impresa ardua, soprattutto per un’opera prima. Ai due autori il merito di aver impiegato il giusto tempo e la necessaria pazienza per confezionare un album con riferimenti chiari e di indiscutibile coerenza. La qualità c’è, si sente, si ascolta, si vede anche, nel gioco di immagini che evocano i testi. 

 

Sleepwait

Sagittarius A*

Self Released, 2019

 

Andrea Riscossa

 

Motorpsycho @ Latteria Molloy

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• Motorpsycho •

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Latteria Molloy (Brescia) // 11 Ottobre 2019

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Foto: Massimiliano Mattiello

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Grazie a: Vertigo

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Marlene Kuntz @ Afterlife Live Club

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• Marlene Kuntz •

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30 : 20 : 10 MKTour

Afterlife Live Club (Perugia)  // 11 Ottobre 2019

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Venerdì 11 ottobre all’Afterlife Live Club di Perugia c’è stato uno spettacolo grandioso. 

I Marlene Kuntz avevano posticipato il tour per i loro trent’anni di attività a causa di un’acuta tendinite che aveva colpito il batterista Luca Bergia ma sono tornati più potenti che mai. 

Descrivere un live dei Marlene non è facile. Si potrebbe racchiudere il tutto in due parole: “Emozione Marlene”, perché per ciascuno che è li a guardarli, le sensazioni implodono diverse e immense, ad ogni canzone e ad ogni nota. 

Quando salgono sul palco sono avvolti in luci blu. Qualche secondo e iniziano, senza parlare, con il set acustico: un vero successo. 

Lieve, come la voce di Cristiano Godano, apre il concerto, accompagnata da proiezioni che persisteranno per tutto il live: un secondo spettacolo a tutti gli effetti che segue in modo eccelso ogni canzone. Si continua con Ti Giro Intorno e con le immagini di un violino che prende poi vita nelle mani di Davide Arneodo. Notte, La lira di Narciso e Osja Amore Mio, associata alla rappresentazione di un cuore dalle vene nere, come colme di inchiostro. Segue Bella Ciao introdotta dalle parole di Godano “si tratta di resistere a questa deriva pericolosa”; il pezzo abbraccia e sorprende con i controcanti del poliedrico Arneodo. Il live prosegue con L’artista e Sapore di Miele durante cui Riccardo Tesio passa al basso e Luca “Lagash” Saporiti si dedica alle percussioni a mano. Poi Fantasmi, dove le proiezioni ci stupiscono con l’arrivo improvviso di uno scheletro danzante. E per concludere Musa, poesia e canzone d’amore. La gente è in visibilio per questo set acustico, di una inaspettata potenza e intimità. 

Durante la pausa, in attesa della parte live elettrica ci si guarda un po’ intorno. Il pubblico è diversificato: dagli “affezionati” ai più giovani fan, tutti pronti a immergersi nell’emozione Marlene. 

 

Il set elettrico inizia: L’odio Migliore, L’Abitudine, Le Putte con cui si salta e balla già dalle parole “grande cerimonia”. Infinità, Una Canzone Arresa, Questo e Altro, Ineluttabile, Lamento dello Sbronzo, In Delirio (il delirio vero e proprio) e Un Sollievo che, come dice Godano, “di sollievo non ha un cazzo: è una canzone cupa”. Le canzoni si susseguono e il gruppo è inarrestabile e instancabile. Impressioni di Settembre (cover della PFM), Il Genio (L’Importanza di Essere Oscar Wilde), La Canzone che Scrivo per Te, Bellezza e A Fior di Pelle. 

I Marlene Kuntz escono dalla scena ma rientrano pochi minuti dopo per concludere il live con Nuotando nell’Aria e Sonica. Il suono caratteristico e immancabile della bacchetta poggiata sulle corde e percossa con lo slide manda tutti fuori di testa. Siamo esaltati, rapiti, trascinati e quando i Marlene si interrompono e sospendono il brano, l’attesa sembra infinita. “Sonica, so so so sonica” la gente continua a cantare. 

La chiusura è CATARTICA. 

Tutti applaudono. Godano e Tesio scendono dal palco. Le persone si avvicinano lentamente e con rispetto tendono la mano all’emozione Marlene. Non vi resta che andarli a sperimentare.

 

Grazie a FleischVertigo

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Cecilia Guerra

Foto: Simone Asciutti

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Achille Lauro @ Estragon

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• Achille Lauro •

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 Rolls Royce Tour 2019

Estragon (Bologna) // 10 Ottobre 2019

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Foto: Luca Ortolani

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Grazie a: Parole e Dintorni | Friends and Partners

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Nick Cave and the Bad Seeds “Ghosteen” (Ghosteen/Bad Seed Ltd., 2019)

Se il termine resilienza è uno dei più abusati nel linguaggio corrente, e spesso anche nella narrativa afferente al rock, mai è stato più calzante, per contro, nel caso di Nick Cave.

L’eterno Nick Cave del dolore di vivere, della lotta alle dipendenze, il Nick Cave che suo malgrado pochi anni fa ha incontrato il vero dolore e più terribile, lancinante ed irrimediabile come quello della perdita di un figlio, era riuscito a tradurre la disperazione nel capolavoro precedente, Skeleton Tree.

E se le tracce di Skeleton Tree, già comunque scritte al momento della morte del figlio (precipitato da una scogliera di Brighton nel 2015 all’età di quindici anni) una volta riadattate sono state il mesto e silenzioso grido di dolore (ossimoro voluto) a seguito di quella sconvolgente perdita, Ghosteen pare essere l’elaborazione di quel lutto. Talmente aulica e magnificente, l’ultimo lavoro del poeta australiano-britannico d’adozione, diventa difficile anche da descrivere e recensire, perché tocca corde, nodi emotivi più o meno irrisolti che tutti abbiamo.

Lo stesso titolo, Ghosteen, allude neanche tanto velatamente ad un giovane uomo che si è fatto fantasma.

Alla vigilia dell’uscita del disco, Nick Cave ha descritto questo lavoro come un punto di arrivo nella propria maturità artistica: “Il primo album sono i bambini, il secondo i genitori. Ghosteen è uno spirito migrante”. 

Sembra esserci un filo conduttore tra le atmosfere di Skeleton Tree e Ghosteen, con quei pezzi con pochissima batteria ed atmosfere evanescenti, quasi lunari, ma questo album riesce ad essere, comunque — e qui sta l’incredibile abilità di Nick Cave — un’ulteriore novità.

Apre Spinning Song, per poi virare su una meravigliosa Bright Horses, che richiama Mermaids di Push the Sky Away, passando, tra le altre, dalle ipnotiche Leviathan e Ghosteen, fino all’ultima traccia, Hollywood: più di quattordici minuti di grido disperato ma sommesso, in cui si racconta, come in una novella straziante, come se si fosse davanti ad un camino, la perdita di un figlio invocando talvolta la propria — “I’m waiting for my time to come”, con il basso che, nel sottolineare la cupezza dell’atmosfera, diventa quasi marziale. In questo lavoro Nick osa, anche vocalmente, spingendosi su falsetti piuttosto inediti (ma non per questo meno riusciti) e il violino di Warren Ellis cede talvolta il proprio ruolo usuale al pianoforte e tastiere.

Nick Cave non è un artista facile e meno che mai lo è questo lavoro, ma è l’artista che riesce a toccare le corde più profonde, qualora un animo sia predisposto all’ascolto.

La sensazione è simile a quella che si prova ad un suo live, pur senza l’impeto dei live degli ultimi anni, dove il contatto con il pubblico è voluto, cercato, fisico, necessario. Durante queste messe in cui Cave assume il ruolo di ieratico celebrante in chiave dark, spesso gruppi di fan vengono invitati sul palco ed abbracciati, persi per mano, toccati un po’ come chi, dopo avere affrontato la più tremenda delle perdite, deve sincerarsi di avere sempre, così fisicamente presente, chi è in grado di raccogliere quel dolore così meravigliosamente sublimato. Speriamo succeda molto presto, perché assistere ad un live di Nick Cave è una esperienza quasi mistica. E noi no, non ti lasciamo, Mr. Cave.

The King is back.

 

Nick Cave and the Bad Seeds

Ghosteen

Ghosteen/Bad Seed Ltd., 2019

 

Katia Goldoni

 

Marlene Kuntz @ Vidia Club

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• Marlene Kuntz •

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30 : 20 : 10 MKTour

Vidia Club (Cesena)  // 5 Ottobre 2019

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Sperduto nella frazione di San Vittore, in provincia di Cesena, il Vidia Club è rimasto uno degli ultimi baluardi della notte alternativa romagnola. Un luogo che rievoca gli anni del liceo al ritmo di Mr. Brightside dei Killers e i sabati sera a pogare in compagnia dei System of a Down. Un luogo dove ritorno, dopo cinque anni, per ritrovare le stesse mura nere e le luci soffuse, che stasera ospiteranno il tour dei Marlene Kuntz per celebrare i loro trent’anni di carriera.

Sul palco buio solo una scritta: Marlene Kuntz 302010 MK2.

La band apre la prima parte del concerto, in acustico e costituita dai brani più intimi ed introspettivi del suo repertorio, con Lieve, la canzone che fece innamorare Giovanni Ferretti dei CCCP dei Marlene e di cui i loro stessi, reciprocamente, sono grandi ammiratori.

Sullo schermo dietro al palco scorrono proiezioni che completano come metafore il testo delle canzoni e sull’immagine di un uomo che si perde in fondo all’immobile rosso, Cristiano Godano racconta la vicenda del poeta Osip Mandel’stam, scomodo alle autorità russe e per questo costretto alla prigionia nei Gulag. La moglie Nadia, per paura che i suoi scritti venissero persi e distrutti dalla polizia russa, li imparò tutti a memoria: la forza di questo tragico amore lo spinse a scrivere Osja Amore Mio. Appaiono alcune parole russe rosse, tra cui vremia, ovvero tempo.
“Forse tornerai e io non ci sarò più, se mi senti dimmi dove sei, sono io, Nadia, e tu dove sei?”. Un cuore si sfalda in foglie, scende la neve bianca.
La gente urla entusiasta nel conoscere il significato profondo della canzone: il momento più intenso della serata.

“Poeti, intellettuali, pensatori danno fastidio ai regimi. Bisogna stare un pò attenti. Questa è Bella Ciao”. Così Godano introduce l’esecuzione del brano, uscito ad Aprile in collaborazione con Skin per la manifestazione di Riace, piena di struggente compassione e dignità. Si respira un certo senso di appartenenza e di comunità tra il pubblico, affezionato alla band da trent’anni. A metà del brano, scendono delicati alcuni petali rossi dietro alle loro spalle, “un fiore morto per la libertà”. 

“Ora Riccardo Tesio, prende il basso” dice Cristiano. Così, incalzante e sensuale, inizia Sapore di miele. Lagash, Luca Saporiti e Davide Arneodo impugnano i tamburelli. Il pubblico è sovreccitato e batte le mani. Il miele cola alle pareti, l’immagine di una bocca rossa è sovrapposta. “Dammi il tuo nettare”.

Uno scheletro danzante accompagna l’esecuzione di Fantasmi. “Se un fantasma ce l’hai sai ti potrebbe venire a dire che questa canzone non riguarda altri riguarda te”, il brano ha tutta la disperazione di chi è stato tradito e deve difendersi.
“E’ una canzone d’amore, si intitola Musa” annuncia Cristiano. Musa rapisce il pubblico nel ritornello, “perché tu sai come farmi uscire da me, dalla gabbia dorata della mia lucidità; e non voglio sapere quando, come e perché questa meraviglia alla sua fine arriverà”. La fine arriva e fa da protagonista uno scambio prolungato di chitarre tra Cristiano Godano e Riccardo Tesio. Pura Estasi.
Fantasmi e Musa sigillano la prima parte acustica del concerto, toccante e romantico.

La seconda parte del concerto è dedicata al ventennale del disco Ho ucciso Paranoia, le cui canzoni sono eseguite tutte, tranne Il Naufragio, nell’ordine della tracklist.
“Ho preso Paranoia, la mia concubina cocciuta. E l’ho accoppata, giuro, come di schianto.”
Inizia con L’Odio Migliore la seconda parte del concerto in elettrico. E’ cambiato tutto, e come le chiama Godano, sono iniziate “le bordate”.

Seguono L’Abitudine, Le Putte, L’Infinità e Una Canzone Attesa. Durante il riff magnetico di Questo e Altro, “certe cose son da fare, una è detta eliminare”, la gente si scatena tra cori di devozione e spinte nell’ebbrezza del pogo.

“Trenta fottuti anni. Trent’anni di amicizia e di combattere insieme. Qui, abbiamo suonato i nostri primi concerti. Siamo ancora qua e siete ancora qua e tutto ciò è fantastico”.

Nella seconda parte del concerto le immagini sullo schermo si fanno astratte. Luci e colori si susseguono al ritmo incalzante del rock alternativo dei Marlene. Il pubblico in coro chiede Il Lamento dello Sbronzo e alla fine del brano Cristiano commenta con un “suoniamo bene perché l’atmosfera è fantastica”.
La cover di Impressioni di Settembre dei PFM e La Canzone che Scrivo per Te, disco d’oro nel 2000 che vanta la collaborazione con Skin degli Skunk Anansie, riportano all’intimità della prima parte.

“Sono stati mesi di disagio, credo molti possano condividere. Bisogna continuare ad essere concentrati e attenti e la bellezza potrebbe contribuire, non da sola, a salvare il mondo”. Il cantante annuncia così La Bellezza e il ritornello “Noi cerchiamo la bellezza ovunque” viene enfatizzato dalla dalla perfezione del violino suonato da Davide Arneodo.

Sonica è l’ultimo brano del concerto. Il mondo crolla in pezzi sullo schermo e sembra incorporare la nostalgia già presente del pubblico per la fine dello spettacolo.
Le luci si spengono.
I Marlene rientrano sul palco e la gente urla ancora dopo queste tre ore di concerto da brividi.
Le persone a bordo palco toccano le mani di Cristiano, Riccardo, Luca, Davide e Luca per non lasciarli andare. Ed è li tra quelle mani sudate e gli abbracci spontanei che sopravvive il sodalizio amoroso tra i Marlene Kuntz e il suo pubblico devoto da trent’anni.

 

Grazie a FleischVertigo

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Testo: Giulia Illari 

Foto: Siddharta Mancini

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Jennifer Gentle “Jennifer Gentle” (La Tempesta International, 2019)

La band Jennifer Gentle, progetto musicale di Marco Fasolo, vanta una storia musicale e professionale molto complessa, fatta di saliscendi e di cambi di formazione frequenti a cui si aggiungono le recenti esperienze di Fasolo come produttore per band del calibro di Verdena, Bud Spencer Blues Explosion e I Hate My Village. Queste ultime possono essere considerate il valore aggiunto di questo lavoro, il quale sembra porsi come il manifesto di una maturità cercata e quindi finalmente conquistata.

Jennifer Gentle è un disco corposo, sia per quantità di materiale – 17 tracce per un’ora piena di musica – che per complessità di struttura sonora, nonché concettuale: accompagna l’ascoltatore in un viaggio fatto di molti mondi musicali diversi. Ad un certo punto forse lo abbandona, tradisce le sue aspettative, lo fa sentire smarrito, gli lascia addosso un senso di incompiutezza, lo respinge quasi. Gli chiede scusa, lo riconquista, per poi schiaffeggiarlo ancora.

Questo album è un lavoro contraddistinto da una triplice natura: sono di genere ethereal wave i primi due brani, un’intro intitolata Oscuro e Just Because, il primo vero e proprio brano dell’album; dopodiché, da Beautiful Girl in poi, ci si sposta in uno spazio ritmico completamente differente. Si ha come la sensazione di entrare letteralmente in un club della Swinging London e lo stesso avviene per il brano immediatamente seguente, Love you Joe.

Con Temptation, invece, il gioco comincia a farsi un po’ più intricato: si assiste ad una vera e propria dichiarazione di intenti musicali, di una band i cui musicisti prediligono gli strumenti, la ricerca e la costruzione del sound, forse a discapito dei testi. Il ritmo del brano è martellante, ti fa dondolare su e giù la testa, oscillare il piede di una gamba accavallata; al contempo è come se questo sound, ben connotato nei suoi stilemi di genere – British Rock degli anni ’60 – fosse soffocato da una nebbia grunge, che eleva il tutto quasi a metafora. È come se ci fosse una cupa minaccia da temere, pronta a mettere in discussione le atmosfere spensierate che risiedono alla base del brano.

Guilty, il singolo che nei mesi passati ha anticipato l’arrivo dell’album, segna un cambio di atmosfera: il sapore si fa decisamente più giocoso e il tutto è impreziosito da un gradevole giro di basso, so fucking groovy.

Arriva poi la traccia Argento, breve e solo strumentale, che fa da spartiacque tra la prima metà dell’album e la seconda. Da qui in poi le due nature, da un lato quella dreamy e dall’altro quella tamburelleggiante da british invasion, si intrecceranno per un po’ fino poi ad arrestarsi bruscamente con le tracce What in the World, More Than Ever e My Inner Self. Il tono da qui in poi si fa più esistenzialista, a tratti angosciante.

Tutto questo corredo sottolinea un album dall’identità molto sfaccettata, dotato di molte anime e non si fa in tempo a pensarlo che tutta la parte finale dell’album si pone come un concreto omaggio alla tradizione musicale per film, propria a questa band. In questa dimensione si viene accompagnati dolcemente: è Swine Herd, con la sua lunghissima coda, a svolgere infatti questo compito e a lasciarci il tempo di apprezzare la parte finale del lavoro. 

Tirando le somme, questo disco si presenta ben strutturato in ogni sua singola unità, eccezionalmente suonato, ma in conclusione disconnesso e frammentario nel racconto di se stesso, come distratto da mille piccoli e grandi stimoli circostanti.

 

Jennifer Gentle

Jennifer Gentle

Bianca Dischi/Artist First, 2019

 

Bruna Di Giacomo

 

I Boschi Bruciano “Ci Pesava” (Bianca Dischi/Artist First, 2019)

Le paure di una generazione urlate al microfono

Ci Pesava: un titolo programmatico per dodici tracce che trasudano energia ed intensità.

Ci sono anima e cuore nel primo lavoro in studio della band alt-rock cuneese I Boschi Bruciano, uscito per Bianca Dischi/Artist First e destinato a seguire il solco già tracciato dai Fast Animals and Slow Kids oppure dai Ministri nella scena rock italiana.

Il perché del titolo ce lo spiega la stessa band su Instagram: tutte le canzoni parlano di cose che, in un modo o nell’altro, a loro pesavano. Da qui nasce l’esigenza di raccontarsi, finendo però, in qualche modo, a raccontare anche un’intera generazione disillusa e spaventata da un futuro sempre più incerto.  

Gli onori di casa fatti li hanno fatti i singoli Odio e Pretese, pubblicati tra il 2018 e il 2019 e che già ci avevano presentato il mood intenso del disco. Tuttavia, Ci Pesava esordisce con Grigio, traccia piuttosto malinconica dove gli strumenti entrano in scena uno alla volta e poi si fondono. Una sola frase viene ripetuta come un mantra e ci interroga: cosa resterà di noi, ora che il passato già sta sbiadendo? 

Si continua poi con altri pezzi dove la perdita di illusioni, le ansie per l’inizio della vita adulta e l’incertezza fanno quasi da padrone e tutte queste sensazioni vengono perfettamente sintetizzate nel ritornello di Mi Spegnerò, che recita “vivere è un po’ come lavorare di domenica”. Non c’è solo pessimismo, ma anche tanta voglia di reagire, come quella che viene urlata verso la fine di Jet Lag oppure in Università, perché in fin dei conti, questo vivere disincantati, non si riesce proprio ad accettarlo del tutto.

Ci Pesava quindi presenta agli ascoltatori due anime contrastanti. Una è governata dalla disillusione, condita con un po’ di rimpianto, ed è lei che serve ad imparare a perdere e smettere di credere alle favole – come la vita adulta ci richiederebbe. L’altra, invece, risulta più decisa e in grado prendere posizione, perché, visto che questa vita non è poi così difficile, tanto vale affrontarla di petto.

Infine, dopo quarantaquattro minuti, I Boschi Bruciano fanno un bilancio delle loro esperienze (ma sono davvero così diverse dalle nostre?) con L’ultimo Istante, canzone meno rock in senso stretto ma sicuramente una degna chiusura per un disco che scava a fondo e mette a nudo. 

Le voci dominano la musica per lasciare un ultimo messaggio.

Affrontare tutto, sempre, fino all’ultimo istante.

 

I Boschi Bruciano

Ci Pesava

Bianca Dischi/Artist First, 2019

 

Francesca Di Salvatore