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The Smashing Pumpkins: una storia d’amore

Il primo amore non si scorda mai e il mio primo amore, musicalmente parlando, sono The Smashing Pumpkins.

Il primo vero momento significativo della nostra storia è nel 1998 con la pubblicazione di Adore. Ad essere sincera, non ricordo esattamente il momento del colpo di fulmine che ha iniziato il tutto, forse non c’è nemmeno stato, forse è stato un lento convergere verso questo gruppo che in un momento storico in cui il grunge era allo sbaraglio per la morte di Kurt Cobain e il brit pop non era nelle mie corde, The Smashing Pumpkins erano coloro che avevano qualcosa da dirmi, in cui riuscivo a riconoscermi.

Che cosa, di preciso, mi affascinasse così tanto della loro musica, non riesco ancora a razionalizzarlo dopo più di vent’anni di ascolto: in primis furono le atmosfere gotiche, graffianti e rabbiose del singolo Ava Adore, ma poi fu la dolcezza e la malinconia delle storie raccontate in punta di dita sul pianoforte che mi fecero innamorare.

Adore nel 1998 fu un album innovativo, coraggioso nella scelta di sopperire con synths e drum machines al temporaneo allontanamento del batterista Jimmy Chamberlin – tranne che per un brano, la toccante For Martha, in cui la batteria viene affidata a quel Matt Cameron di Soundgarden e Pearl Jam come a sottolineare che dopotutto l’animo grunge che aveva avviato il gruppo non è stato del tutto archiviato come “passato”.

Già l’anno prima i Radiohead avevano fatto da apripista ad una svolta elettronica nella produzione di un gruppo rock e critici ed ascoltatori avevano accolto Ok Computer osannandolo, mentre Adore provocò frattura tra la band e i fan e tra i fan e la critica. Il coraggio, il genio visionario ed imprevedibile di Billy Corgan non fu capito da chi si aspettava un altro Mellon Collie and the Infinite Sadness, ma per chi come me in quegli anni viveva l’inquietudine della fine dell’adolescenza e l’ansia dell’ingresso nell’età adulta, fu un posto sicuro dove andarsi a rifugiare.

Innamorarsi di un gruppo nel momento più controverso della sua produzione mi ha permesso di approcciarmi a tutto quello che venne prima in modo più critico, forse con meno aspettative, anche se dopotutto, di che aspettative stiamo parlando? Prima di Adore The Smashing Pumpkins erano un gruppo grunge rock, diamante grezzo, dopo Adore una gemma scintillante dalle molteplici sfaccettature, un diamante però, purtroppo, classificabile VS1: inclusioni molto piccole ma pur sempre difetti, che alla lunga si sarebbero tramutati nel disastro e dissoluzione della band come l’abbiamo conosciuta fino al 2000.

Ma torniamo alla nostra storia d’amore: Adore è stato l’innamoramento, Machina l’attesa del ritrovarsi di quando si vive una relazione a distanza ed il primo sentore dell’aspettativa delusa.

Non sono passati neanche due anni da Adore e siamo di fronte ad un nuovo cambio di stile, una ricerca di un’identità difficile da trovare: “Amore mio, sei cambiato, non ti riconosco più”. Da una parte l’hard rock graffiante del primo singolo The Everlasting Gaze strizzava l’occhio a chi amava The Smashing Pumpkins di Tales of a Scorched Earth, il secondo singolo Stand Inside Your Love cercava (e ci riusciva) di abbracciare gli animi decadenti che avevano amato Adore, mentre con Try Try Try si cercava una svolta pop che non è mai per fortuna veramente arrivata. Il risultato? Un guazzabuglio non del tutto convincente. Lo disse la critica, lo sapevano i fan, lo sentiva anche il gruppo che nel frattempo aveva ritrovato Jimmy Chamberlin ma aveva sostituito la bassista fondatrice D’Arcy con Melissa Auf Der Maur delle Hole.

Cosa succede quando uno dei due nella coppia è confuso e non sa più cosa vuole? Amaramente, ci si lascia. In questo caso, l’occasione fu il tour di addio alle scene.

 

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Era il 27 Settembre 2000, al palazzetto di Casalecchio di Reno a Bologna. Era il primo vero concerto che andavo a vedere in macchina da sola. Il biglietto, comprato in un torrido pomeriggio estivo post maturità con la mia migliore amica del liceo, era la materializzazione di un’impetuosa presa di coscienza della nostra nuova condizione di adulti, persone che possono prendere decisioni seguendo le loro passioni per fare esperienze. Quella sera per me fu un’esperienza musicale e di vita: il concerto prima, il fatto di dovermi arrangiare a compilare un modulo di constatazione amichevole per essere rimasta coinvolta in un tamponamento a catena in tangenziale poi.

Di quel concerto porto nel cuore immagini sfocate, ancora non avevo l’abitudine di portarmi una qualche sorta di macchina fotografica con me per aiutarmi a ricordare, ma sul palco The Smashing Pumpkins erano come nelle foto dei booklet degli album: i lunghi abiti neri, la presenza magnetica di Billy Corgan, giovane pelato e schivo, le canzoni che amavo e che speravo di ascoltare, dai singoli mainstream fino ad un paio di oscuri pezzi tratti da Machina II… ma uno su tutti è il ricordo di quella notte, l’ultimo bacio tra due amanti, una memoria così intensa da essere quasi tangibile: un pianoforte a coda sul palco, un fascio di luce che illumina Billy Corgan, Blank Page con i suoi rimpianti, fantasmi, un addio struggente, la speranza di un futuro comunque ancora tutto da scrivere.

Da lì a poco il gruppo si sciolse, ci perdemmo di vista per non trascinare una storia finita, ma non era facile riempire il vuoto lasciato dalla consapevolezza che non ci sarebbero più stati nuovi album e nuovi tour de The Smashing Pumpkins. Certo, nuovi gruppi stavano attirando la mia attenzione e stuzzicando il mio gusto musicale, ma come ogni volta che una storia d’amore si chiude, ci si riduce a guardare indietro ai ricordi, in questo caso ai dischi passati, finché al dispiacere di un futuro che non ci sarà si sostituisce il conforto di quello che c’è stato.

È nei primi anni 2000 quindi che riscopro e creo un legame fortissimo con Siamese Dream facendone la colonna sonora della preparazione all’esame di Analisi I, uno di quei rari album che sono perfetti così come sono, nella loro interezza e allo stesso tempo a livello di singolo brano.

La stessa cosa non mi sento di poter dire invece di quello che per l’opinione pubblica è il loro capolavoro, Mellon Collie and the Infinite Sadness: un’opera magna di due ore di musica ma a cui a distanza di tanti anni e tanti ascolti fatico a trovare un senso, una coerenza stilistica o un percorso concettuale che mi porti dall’intro al pianoforte del primo disco attraverso il picco compositivo di Tonight Tonight alla rabbia di Bullet with Butterfly Wings, dal divertissement di We Only Come Out at Night alle nuances hardcore della già menzionata Tales of a Scorched Earth. Se The Smashing Pumpkins ed io ci fossimo conosciuti nel 1995 invece che nel 1998 e Mellon Collie fosse stato il nostro primo appuntamento, sarebbe stata una di quelle serate in cui parli tanto ma superficialmente di tutto, scattano delle scintille, ci sono baci appassionati, ma poi ci si perde, ci si distrae e qualcosa non porta al secondo appuntamento.

Ad ogni modo, come dicevamo all’inizio, il primo amore non si dimentica mai e nel tempo capita di incontrarsi di nuovo, una visione sfuggente dall’altro lato della strada, un passante con il suo profumo che ti risucchia nel passato. Questi momenti sono stati i tentativi non troppo brillanti di Billy Corgan di riaccendere l’interesse per il suo gruppo con Zeitgeist e Teargarden by Kaleidyscope, passaggi sfuggenti di un’ombra che accarezza la pelle. Mancava qualcosa, mancava qualcuno, mancava il tocco di James Iha, silenzioso quanto incisivo ingranaggio per rendere il meccanismo di nuovo perfetto come una volta.

E poi succede un giorno, il 18 Ottobre 2018 alla vigilia del mio compleanno, che i pianeti si riallineano e il destino riporta me e The Smashing Pumpkins nel luogo in cui ci siamo salutati per l’ultima volta. Sono passati 18 anni, io sono cambiata, loro sono cambiati. Ci ritroviamo per tre ore di concerto in cui mi è passata davanti agli occhi la mia vita da adulta fino ad ora: mi sono rivista diciottenne davanti allo stesso palco, sicura della mia scelta per i cinque anni a venire di studi universitari. Un ricordo flash del 2007, io che esco dal mio primo appartamento in cui ho vissuto da sola, nel cuore di Capitol Hill a Seattle, e vado al negozio di dischi proprio attraversata la strada a comprare una copia di Zeitgeist a scatola chiusa, spaventata e allo stesso emozionata come quando si riceve un messaggio dal tuo ex che non senti da anni, solo per renderti conto che aveva sbagliato numero o che l’edizione speciale dell’album che avevi preso dallo scaffale era, per errore, senza cd. E poi gli anni di ricerca, scientifica, musicale e di vita, attraverso lavori, concerti e persone, accompagnata da nuovi amori, alcuni passeggeri altri più duraturi, fino a convergere di nuovo nello stesso tempo e luogo, a Bologna.

Tre ore catartiche, che sono state un pugno nello stomaco e una carezza, che mi hanno fatto svegliare e capire perché, incrociando lo sguardo limpido degli occhi senza età di Billy Corgan, in questi anni i tanti concerti dei Pearl Jam, gruppo su cui ho trasferito il mio amore più per la loro città di provenienza che per la loro musica, non sono mai riusciti ad emozionarmi fino in fondo come invece riescono The Smashing Pumpkins su un palco: perché il mio cuore non era con loro, perché la mia identità musicale non è rappresentata dai buoni senza macchia e senza paura, ma da un ribelle spavaldo che non ha paura di urlare al mondo, di farsi amare ed odiare in egual misura ed intensità, che oggi sa chi è e si vuole bene per la persona che è diventata, lui a 52 anni, io a quasi 38.

Da quella sera The Smashing Pumpkins ed io abbiamo ricominciato a frequentarci e a vederci più spesso per festival e concerti, come amici ora, che hanno condiviso una profonda passione in gioventù ma che sono cresciuti e che possono guardare al presente, al passato e al futuro con l’affettuosa serenità di chi sa che il primo amore ti accompagnerà sempre.

 

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Testo e Foto di Francesca Garattoni

 

Jova Beach Party @ Rimini

Un po’ come si è chiesto Motta durante un’intervista di qualche giorno fa, anche io mi chiedo se le persone presenti stiano ascoltando o abbiano realmente mai ascoltato o letto le parole di Lorenzo Jovanotti Cherubini nelle sue canzoni.

Si perché le cose sono due: puoi non aver capito nulla o puoi non aver ascoltato, quel che è certo è che se non concordi difficilmente potrai trovarti a tuo agio qui, dove da padrona la fa l’ecologia.

Anche qui al Jova Beach Party di Rimini, il 10 luglio, troviamo un Jova che lotta per l’ambiente e che fa intervenire un astronauta in orbita con un dolce e commovente intervento che si riassume facilmente con la sua frase di commiato “il vero nemico non sono i poveri in difficoltà, ma è il cambiamento climatico”.

L’evento, non il concerto, consta in uno spazio ampio sulla spiaggia adiacente a Riminiterme che ospita ristoranti locali, Street Food e cibi anche per vegetariani e vegani.

All’entrata si percepisce subito l’aria di festa. Impalcature centrali e laterali contengono e regolano un parterre sold out già da diverso tempo, con scenografie “spaziali” e giochi di colori.

Durante il pomeriggio numerosi dj set e Jova che, tra le transenne centrali dove era stato allestito un piccolo palco “sposa” una fortunata coppia che non riesce a trattenere la gioia e fatica quasi a parlare. È come se un abbraccio facesse sentire tutti parte di un micromondo, un piccolo spicchio ritagliato dalla realtà dove finalmente puoi rilassarti.

E poi si entra nel vivo e si diverte lui per primo. Come sempre.

Tra canzoni riarrangiate, vecchie e nuove, e dj set sulle note dei suoi artisti preferiti come Fat Boy Slim, Blur, Bruno Mars, Nirvana, Avicii, Queen, Coldplay e Chemical Brothers tra gli altri, salgono sul palco anche dei vecchi amici.

Christian Ermeti e Elisa Fuchi campioni del mondo di danze Folk salgono sul palco assieme all’Orchestra Casadei e ci salutano solo dopo la rituale Romagna Mia cantata in coro come da tradizione (lo scorso live è stata altrettanto bella e sentita).

Guardando Jova sul palco possiamo definirlo un nuovo hippie, anche se somiglia tanto agli hippie dell’epoca dei miei genitori. L’hippie bello, serio, quello dei fiori nei fucili. Tra un inno all’Europa unita e un messaggio di speranza <<Bisogna dire sì ogni tanto. Non sempre no. No a tutto. Basta, diciamo di sì>> sale sul palco anche Luca Carboni, ospite graditissimo e nostro conterraneo (Bologna è casa, diciamolo).

Assieme riarrangiano Bella in chiave reggae e improvvisano la scaletta, diversa per ogni data del Jova Beach Party in giro per l’Italia.

Poi sul maxischermo appare Soldini <<Il mare è bellissimo perché da lì arrivano tante persone ed è necessario tenerlo pulito>>.

E così la serata, tra sensibilizzazione e musiche di tutti i paesi come il bellissimo Sirtaki, scivola via leggera in tre ore di live che è più uno show che un concerto e c’è stato un momento in cui avrei voluto guardare tutti noi sulla sabbia con gli occhi di Jova: chissà cosa avrà pensato osservandoci con gli occhi pieni di gioia e commozione?

 

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<< Mi sento il vostro babbo e non voglio essere pesante ma è davvero importante. Spero che la nostra generazione sia l’ultima che ha impattato così tanto questo pianeta. Le nuove generazioni ne sanno di più di noi, a scuola stanno facendo un ottimo. Lavoro di consapevolezza. Perché uno possa divertirsi senza sentirsi in colpa. Ultimamente capita che se uno parla di divertimento finisce quasi per sentirsi in colpa, perché usano la nostra rabbia come uno strumento per controllarci. Questo perché l’allegria non la controlli, la voglia di fare non la controlli, la pazzia non la controlli. I progetti non li controlli. E quindi abbiamo bisogno della musica di festeggiare, dell’estate e di sfogarci, perché se vogliamo avere degli obiettivi e l’obiettivo principale della nostra generazione è quello di un mondo a sempre minor impatto, fino a raggiungere il prima possibile l’impatto zero. E chi vi dice che è impossibile vi dice cazzate. Ma possiamo fare dei passi. Il primo passo e raccogliere i rifiuti non disperdere le plastiche e usarle sempre meno e riciclarle. Voglio ringraziare tutta la forza lavoro che appena ve ne andrete si metterà al lavoro per lasciarla meglio di come l’abbiamo trovata voglio ringraziare il WWF Italia, Corona, Coop e altre migliaia di persone. Oggi non so quanti siete qui davanti a me, ma la cosa importante è che ognuno di voi, se riesce, si porti via la spazzatura che ha prodotto e la butti nei posti appositi. Ora vi faccio un’altra canzone e poi ci salutiamo ma vi ringrazio molto, è stato molto emozionante con macchina che abbiamo messo insieme, è andata molto bene e speriamo che tutti per voi abbiano fatto un buon lavoro >>.

 

Amo chi usa la popolarità per giuste cause e Jovanotti si supera anno per anno. Forse un giorno arriverà nello spazio, come una stella che non smetterà mai di brillare.

 

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Testo di Sara Alice Ceccarelli

Foto di Mattia Celli

P0P al Goa Boa • Episodio I: Calcutta

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P0P al Goa Boa

 

Episodio I: Calcutta

– Indie, Eskimo e Acquagratis –

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Echo And The Bunnymen @ Percuotere_la_mente

• Echo and the Bunnymen •

Corte degli Agostiniani (Rimini) // 08 Luglio 2019

 

 

Perché gli anni Ottanta non smettono di tornare? Questa domanda mi gira in testa da un po’ e continua a ripetersi anche mentre aspetto che Echo and the Bunnymen salgano sul palco della Corte degli Agostiniani, a Rimini, in occasione della rassegna musicale Percuotere la Mente.
Il gruppo ha avuto un discreto successo tra il 1978 e per tutto il decennio successivo, con lembi di notorietà arrivati fino ai giorni nostri.

Qualcuno li avrà scoperti grazie ad una recente cover di Manuel Agnelli nel suo programma televisivo “Ossigeno”, altri invece se li ricorderanno per la presenza di uno dei loro pezzi più celebri, The Killing Moon, nella colonna sonora nel film culto Donnie Darko, altri ancora, quelli che negli anni Ottanta avevano vent’anni, perché sono stati uno dei gruppi più promettenti della scena inglese.

Nella serata dell’8 Luglio, a Rimini, hanno riempito l’arena estiva e dato vita ad uno spettacolo godibile, anche – e soprattutto – per l’ebrezza, vera o presunta non importa, di McCulloch. Il frontman del gruppo si colloca a metà strada tra Lou Reed e Jim Morrison.

E infatti, nella scaletta non mancano una cover di Roadhouse Blues dei Doors e un accenno sfumato di Walk on the Wild Side. A onore della cronaca, bisogna dire che Ian McCulloch non dimostra affatto gli anni che l’anagrafe gli attesta.

Il pubblico presente invece è variegato: ci sono i fan di prima generazione, ma non mancano nemmeno quelli come me, curiosi o appassionati della musica inglese di quegli anni, che hanno formato i propri gusti musicali a suon di Joy Division, Siouxsie and the Banshees o Bauhaus.

La band arriva da Liverpool, e della formazione originale rimangono solo due elementi: Ian McCulloch e Will Sergeant. Gli altri membri del gruppo presenti sul palco avranno trent’anni, più o meno.

Quindi, per quale motivo, così tante persone si stringono sotto il palco a cantare le loro canzoni, nonostante da tempo non esca qualcosa di nuovo? L’ultimo loro disco risale al 2014 e non ha fatto di certo gridare al miracolo e non può essere sufficiente il fatto che quella di Rimini sia l’unica data italiana.

Allora è vero che gli anni Ottanta stanno tornando? Probabilmente no. La mia sensazione è che il problema non siano tanto gli Ottanta, quanto il presente. Nessun periodo storico è stato così ossessionato dal passato come questo.

Stiamo vivendo una sorta di “retromania”, termine utilizzato Simon Reynolds per definire quell’innamoramento totale e assoluto per un passato più o meno recente. E proprio il fatto che si tratti di un passato recente, non reinventabile e che non lascia spazio a riscritture, è curioso.

Questo culto degli anni Ottanta, che si può trovare nella musica – Echo and the Bunnymen sono solo un esempio, il meno convenzionale, senza bisogno di scomodare altri gruppi ben più famosi e ingombranti – così come nelle serie TV, è legato alle nostre ossessioni.

Non è un caso che Stranger Things sia quello che di più vicino all’immaginario pop americano degli anni Ottanta si sia visto dai tempi di Donnie Darko. Quel periodo è stato l’età dell’oro, del benessere, ma anche l’inizio del declino. Oggi non esiste uno stile musicale così rappresentativo, come lo sia stato la new wave o il post punk, per gli anni Ottanta. La trap, forse?

La verità è che le tendenze scivolano veloci tra le dita e prima che possiamo accorgercene sono già state sostituite da qualcosa di nuovo. La realtà in cui viviamo è affollata di stili e noi, in tutta risposta, ci rifugiamo in questo passato recente di cui ancora possiamo avere memoria.

Gli ultimi tempi prima di Internet, l’ultimo decennio prima dell’invasione dell’informatica e della rete. Tutto era controllabile, gestibile, sicuro. Un piccolo Paradiso Terrestre, anche per quanto riguarda la produzione musicale.

La sensazione che ho, riguardo a questa retromania, è che rallenti ulteriormente l’arrivo di un “futuro” non meglio precisato: Lady Gaga si è ispirata a Madonna, Amy Winehouse ha ripreso gli stilemi del soul anni Sessanta, i nuovi indie indossano le magliette dei Joy Division. Mentre rimango in attesa di una tabula rasa per superare finalmente questi maledetti anni Ottanta, Echo and the Bunnyman partono subito con le grandi hit.

McCulloch e compagni hanno vissuto sulla propria pelle il post-punk e la new wave, ma solo con The Killing Moon hanno ottenuto il successo che meritavano. Per anni si sono occupati di alcuni progetti solisti fino a che non è arrivata l’inevitabile reunion. Così sono tornati, acclamati da una nuova generazione di discepoli.

Gli ultimi scampoli della loro carriera possono essere imputati alla retromania, anche se gli ultimi dischi, quelli degli anni Duemila, pur senza aggiungere niente di nuovo alla loro storia, sono comunque apprezzati dai fan. Per provare a spiegare l’affetto che il pubblico gli riserva, bisogna tirare in ballo anche la personalità di McCulloch: istrione, sopra le righe e carismatico.

Occhiali da sole anche di notte e giacca di pelle con 35°C, insieme alla sigaretta in bocca è la divisa di ordinanza, manco a dirlo, degli anni Ottanta. Quando arriva il momento, The Killing Moon fa inumidire gli occhi anche dei più insensibili. McCulloch può mostrare i muscoli o deprimersi ma risulta sempre perfetto per incarnare e raccontare la complessità di un gruppo come Echo and The Bunnymen.

Dopo le prime canzoni McCulloch fa alzare il pubblico, come si conviene a un concerto come questo, chiamandolo sotto al palco. Il quadro viene completato dal tocco decisivo, che non può mancare per completare l’affresco: l’uso dei sintetizzatori.

Quello che manca, forse, è un po’ di coraggio. Non sono i Depeche Mode che continuano a sfornare nuovo materiale, Echo and the Bunnymen stanno guardando al passato. Loro avevano le canzoni, la chitarra spettrale di Will Seargent, la sezione ritmica che funzionava come una macchina e avevano Ian McCulloch, che riusciva a camminare sul filo del rasoio, tra il punk e la poesia.

Decenni dopo sono ancora qui, in questo luogo misterioso e pieno di fan in visibilio.

 

Daniela Fabbri

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Subsonica @ Bologna_Sonic_Park

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• Subsonica •

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Bologna Sonic Park (Bologna) // 09 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Mattia Celli

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Vertigo | Reverse Agency

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Indimenticabile Festival: Cecco e Cipo e tutto l’amore che c’è

Un’altra tappa per l’Indimenticabile Festival sulle pagine di VEZ Magazine in compagnia di Cecco e Cipo, in line up il 12 luglio.

Un duo toscano dall’incredibile e scanzonata energia live, fresco di uscita del quarto disco in studio: un viaggio Straordinario intriso dell’allegria e della spensieratezza che da sempre caratterizza il duo ma con una scrittura più matura e consapevole.

Li abbiamo incontrati e abbiamo fatto loro qualche domanda.

Buona lettura!

 

 

 

Ciao ragazzi ben trovati! Sapete che durante il periodo di pausa dopo X Factor temevo di non rivedervi più? Vi ho trovato geniali dalla prima strofa. Come componete la vostra musica e i testi? Lo fate assieme oppure vi dividete?

Ciao anche a voi e a tutti i lettori di VEZ Magazine. Siamo molto contenti di essere tornati sulla scena per raccontarvi questo nostro nuovo disco, la cui storia è iniziata con nuovi stimoli, nuove persone, nuovi luoghi e nuovi suoni. La sola cosa che non è cambiata rispetto ai nostri precedenti lavori è proprio il metodo di scrittura originale dei pezzi: o Cipo o Cecco scrivono infatti come hanno sempre fatto, ovvero rigorosamente in sedi separate. Questo perché essendo noi due persone completamente diverse, la nostra totale intimità e solitudine nel lavoro ci permette di esprimere una scrittura molto più intima e personale, e che poi all’orecchio di un fan magari un po’ più esperto permette addirittura di riconoscere di chi è la mano in una determinata canzone.

 

Siete una ventata d’aria fresca. Le vostre canzoni mettono allegria e fanno sorridere da quanto sono realistiche. Per esempio quanto raccontato in Dovresti farci una canzone credo sia qualcosa che possa accomunare tanti artisti. Ci raccontate un aneddoto, magari anche due, che potrebbero essere spunti di canzoni?

Grazie mille per le belle parole! In realtà ci abbiamo pensato dopo al fatto che i temi narrati in Dovresti farci una canzone siano situazioni che potrebbero accomunare diversi artisti, ma appena ce ne siamo resi conto, beh, diciamo che la cosa ci ha fatto molto sorridere! Di aneddoti che potrebbero essere spunti di canzoni ce ne sono tantissimi e possono andare dai viaggi in furgone con la band verso le location dei concerti (anzi, forse è la maggior fonte di spunti per noi artisti!) al raccontare episodi accaduti durante la pratica dei nostri hobby preferiti (una pescata, una notte in tenda, la ricerca di un paninaro buono alle 4 del mattino, ecc.); quello che però abbiamo cercato di raccontare in Dovresti farci una canzone è nello specifico di esaudire il desiderio di parenti, amici, conoscenti e non, che abbiano espressamente fatto richiesta di far entrare un particolare avvenimento (che magari ha colpito più loro che noi) nel nostro repertorio.

 

Nel nuovo album si sentono nuove e intimiste melodie, dolci e delicate. Come in Decidi tu, dove anche la batteria sembra concorrere al premio dolcezza assieme alle vostre voci. Com’è cambiato il vostro stile negli anni? 

Sì, è un disco pieno d’amore, ma che ci possiamo fare? Ci è venuto così a questo giro. Ci sono canzoni molto dolci, accompagnate da una musica dolce, altre invece più improntate sul rock, a volte anche inglese, più da band, più elettriche, per fare ballare un po’, avevamo voglia di far ballare. E’ il nostro quarto disco, quindi forse, più maturo, per forza di cose, non perché sia più bello, ma perché siamo cresciuti noi. di sicuro oggi entriamo in studio con un’altra testa, e andiamo ai live con un’altra sicurezza, anche se siamo sempre comunque una band di scappati di casa e ne succede sempre una. a livello di suono, nei dischi precedenti si sentiva molto l’influenza dei nostri bengalini, tipo Rino, oggi, forse, stiamo trovando una strada più nostra, uno stile solo nostro, che è alla fine è quello che conta.

 

Ci siamo, L’Indimenticabile Festival è alle porte! Cosa vi aspettate dal pubblico e da questa opportunità?

Siamo molto orgogliosi e felici di partecipare all’indimenticabile, gran bella opportunità. Ci aspettiamo molta gente, anche se noi comunque suoneremo il pomeriggio, abbastanza presto, ma la cosa ci foga lo stesso, poi bologna è sempre estate una piazza fighissima. Non vediamo l’ora di suonare!

 

Sara Alice Ceccarelli

Weezer @ Bologna_Sonic_Park

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• Weezer •

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+

Royal Republic

SWMRS

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Bologna Sonic Park (Bologna) // 07 Luglio 2019

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Foto: Luca Ortolani

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Royal Republic

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SWMRS

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Wolfmother @ Rock Planet

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• Wolfmother •

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Rock Planet Club (Pinarella di Cervia) // 06 Luglio 2019

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Foto: Luca Ortolani

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SETLIST:

 

Scansione 29 giu 2019 10.34 pagina 2

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Barley Arts e Rock Planet

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Ligabue @ Stadio Dall’Ara

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• Ligabue •

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Start Tour 2019

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Stadio Renato Dall’Ara (Bologna) // 06 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Sabato 6 luglio allo Stadio Dall’Ara di Bologna è stato come ballare sulla scia temporale che mi ha riportata dritta al 1994 al mio primo concerto di Luciano Ligabue.

Cantante nazionalpopolare, Liga ci ha abituato ad una colonna sonora per ogni momento della nostra vita interpretando il cambiamento della società italiana.

Anche il più coraggioso dei suoi detrattori non potrà che confermare. O forse no.

In realtà è sempre molto figo sbeffeggiare un fan di Ligabue o affermare con un sorriso arrogante quanto questo cantante sia terribile e questo virile sport nel 2019 è addirittura arrivato al livello 5.0 con metodologie sempre più versatili.

Perchè da fastidio vederlo sul palco, tanto che c’è chi si prende la briga di scrivermi in privato per dirmi “non è più lo stesso” (classe 1960, 30 anni sui palchi, Guinnes dei Primati. Cosa vi sfugge?).

Puristi della musica, amanti degli orpelli linguistici e musicali, estimatori della “nicchia” che non vi siete mai fatti una ragione del suo seguito, lasciate che vi illumini.

Saper raccontare con semplicità e allegria la scarna realtà della nostra vita, ci fa ricordare quanto in verità siamo effettivamente lontani dai miti che vorremmo emulare.

Saper rimanere ancorati al reale per quanto possa sembrare “sempliciotto” perché “i contenuti sono sempre gli stessi” non è cosa da poco in un mondo che tende all’apparenza dimenticandosi della sostanza.

La vita vera e il conseguente racconto del reale smaschera costruzioni fantastiche e falsi miti ai quali ci raccontiamo di somigliare, ma che in realtà non ci appartengono e rispecchiano quanto di più lontanto ci possa essere a ciò che realmente siamo.

È il cinismo de “la realtà fa male” che è inaffrontabile quello che ci fa con così poca delicatezza far prendere le distanze da quello che invece ci rappresenta nella nostra interezza.

La realtà della provincia, gli amici del bar, il calcio, le botte nei denti. Il neorealismo italiano che ha caratterizzato decenni al cinema consacrando mostri sacri alla regia come Visconti, Rossellini e il nostrano Fellini.

Ed è lo stesso realismo che Ligabue ci racconta invitandoti a bere un caffè allo stadio. Ne abbiamo bevuti parecchi di caffè assieme a lui.

Alle 21:15 le luci si spengono e i maxischermi sul grande palco si accendono in un turbinio di luci.

Esaltati e un po’ commossi ci accorgiamo che come sempre stiamo compiendo un viaggio. Un viaggio chiamato “Live di Luciano Ligabue”.

Tra fan attempati come me, giovani e bambini, due ore di musica scivolano leggere tra le note di Tra palco e realtà, Marlon Brando, A che ora è la fine del mondo? e i nuovi singoli che vanno a comporre Start, il nuovo lavoro di Ligabue, uscito proprio nel 2019.

Non esente nemmeno l’attualità italiana vissuta attraverso il contest del <<quale metà dello stadio urla più forte?>> che non ha visto un vero vincitore perché come dice Luciano non importa vincere, perché a noi non importano le differenze che ci separano, ma quelle che ci uniscono.

Di concerti del rocker di Correggio ne ho visti qualcosa tipo …anta e Piccola stella senza cielo e Certe Notti mi hanno un po’ stufato (sorry) ma rimango comunque soddisfatta con la chiusa e i saluti finali sulle note dell’ormai leggendaria Urlando contro il cielo.

Un consiglio, Luciano: dedica più tempo a quelle chicche poco famose e nascoste alle quali, ingiustificatamente a parer mio, non dedichi abbastanza attenzione. Prima fra tutti Piccola città Eterna.

Come sempre grazie zio perché le serate in tua compagnia sono sempre speciali.

Grazie anche a Parole e Dintorni.

 

Testo: Sara Alice Ceccarelli

Foto: Mirko Fava

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I Viito: anima e cuore.

Ci sono cose che nascono e svaniscono in fretta e cose che invece, dal momento in cui prendono vita, non fanno altro che crescere giorno dopo giorno senza nessuna pretesa e senza la fretta di raggiungere un risultato immediato.

Credo che il segreto per fare in modo che tutto ciò che desideriamo arrivi a noi, non sia solo la determinazione e la giusta dose di ambizione, ma penso sia fondamentale la cura, l’attenzione minuziosa nei confronti di ciò che amiamo fare e il modo in cui decidiamo di metterci in gioco e portare avanti quello in cui crediamo, il tutto senza mai tralasciare un aspetto fondamentale: l’umiltà.

Se dovessi pensare qualcuno in grado di viaggiare su questa linea in perfetto equilibrio, penserei sicuramente a Vito e Giuseppe che insieme formano i Viito con due i, due lettere identiche, vicine, ma soprattutto due basi solide ed è proprio da quelle basi che circa un anno e mezzo fa è nato un progetto musicale che ho amato sin dal primo istante.

Colpo di fulmine.

Dopo l’uscita del primo singolo Bella come Roma (gennaio 2018) ho aspettato l’uscita del secondo, poi del terzo e del quarto fino ad arrivare al primo attesissimo album Troppo forte, ricco di tutta quella vita che spesso viviamo ma non riusciamo a descrivere perché guardarsi dentro a volte è un duro lavoro, tra attimi di nostalgia e altri di speranza, tra malinconia ed entusiasmo, tra voglia di superare il passato e concentrarsi sul presente… Una cosa è certa: nelle canzoni dei Viito regna l’amore in ogni sua forma, tempo e declinazione. Regna la voglia di raccontare la verità che per quanto a tratti possa far male è sicuramente una delle cose che ricerchiamo e di cui abbiamo più bisogno e regna la voglia di riuscire a trovare sempre e comunque un lato positivo.

Lontani dagli schemi e dalla banalità nel raccontarsi, questi due ragazzi con la loro musica sono una boccata d’aria fresca, un bel punto vivo, un angolo a parte in questa nuova scena musicale italiana e una volta entrati in contatto con così tanta energia, quell’angolo diventa automaticamente uno dei posti preferiti in cui rifugiarsi, una volta schiacciato play e dato il via alla riproduzione dei loro brani, tutto sembra prendere forma e diventare possibile. E’ possibile sentirsi leggeri e allo stesso tempo imparare a dare il giusto peso a persone ed avvenimenti.

Dalla capitale a Bolo Centrale, è stato un piacere per me realizzare questa intervista…

VIITO stefanobazzano 000724 e1562338276869

Torniamo un po’ indietro nel tempo, al principio di tutto quando eravate due studenti fuori sede che condividevano la stessa casa. Qual è stato il momento in cui avete deciso di unire le vostre passioni e diventare insieme i Viito? Un ricordo particolarmente bello di quel periodo? 

Inizialmente abbiamo cominciato a scrivere canzoni insieme per gioco. Pensavamo di poterle proporre a qualcuno anche solo come autori, non necessariamente cantarle e suonarle in prima persona. Il momento esatto in cui abbiamo deciso di essere i Viito è stato in una mattina di settembre 2016, quando Giuseppe ha proposto il nome del progetto a Vito. Pochi minuti dopo avevamo una pagina Facebook e un anno dopo un contratto discografico. Di quel periodo ricordiamo le nottate passate a curare le ferite di vecchie relazioni attraverso la musica; è stata un’autentica terapia.

Sembrate due persone caratterialmente all’opposto eppure traspare allo stesso tempo anche la vostra forte complicità, come se foste davvero fratelli. La cosa bella è che siete entrambi protagonisti di ciò che fate. Sempre. C’è stato un momento in cui avete pensato di mandare tutto all’aria e mollare la presa? E quant’è stato difficile credere fino in fondo in un progetto musicale come il vostro in questo panorama Indie-pop ormai ricco di nomi emergenti dove crearsi un proprio spazio non è poi così semplice. Lati positivi e negativi della vostra esperienza?!

Sembra banale dirlo ma il nostro rapporto è quanto più si avvicina a quello di due fratelli. Hai presente quando dici “ho un fratello che è l’opposto di me… ci rompiamo le palle a vicenda ma ci vorremo bene per la vita”? È così. In realtà abbiamo anche molte cose in comune, una su tutte: dare la massima priorità alla trasparenza e alla fiducia nei rapporti della vita, che siano personali o lavorativi. Insomma abbiamo una radice solida che ci tiene uniti, poi come in un albero i rami puntano in direzioni svariate, ma questo è un bene perché i frutti sono tanti e genuini. Non riusciremmo a smettere perché quello che facciamo nasce da una reale esigenza, anche per questo “non crederci” è sempre stata un’opzione che non esisteva.

Chi scrive tra i due?

Entrambi.

L’estate scorsa, proprio in questo periodo usciva “Compro Oro” uno dei singoli che ha anticipato l’uscita del vostro album d’esordio, quest’anno è arrivata “Bolo Centrale” seguita poco dopo da “Sistema solare” Qual è il bilancio di questi ultimi mesi? Quante e quali cose sono cambiate e in che modo siete cambiati voi?

Abbiamo cambiato città, abbiamo scritto tanto, per la prima volta abbiamo anche cancellato quello che avevamo scritto per riscriverlo da capo (è stata una novità per noi), abbiamo provato a migliorarci sotto ogni aspetto di questa passione-lavoro. E stato giustamente faticoso, ma anche bello. Siamo felici dei risultati e molto carichi per quello che verrà.

VIITO stefanobazzano 5288 e1562338368855

Tornando a Bolo Centrale, brano che sembra anche un po’ omaggiare la città che vi ha recentemente adottato dopo Roma, com’è nata l’idea di girare il video catturando attimi “di passaggio” proprio all’interno della stazione di Bologna Centrale? E’ un video semplice eppure d’impatto, lo definirei speciale perché estremamente vero. Quale messaggio volevate trasmettere?

Pochi giorni dopo l’uscita de brano abbiamo incontrato Olmo Parenti che, insieme a Marco Zannoni e Arturo Vicario, ha realizzato il video. Quando Olmo ci ha raccontato la sua idea abbiamo subito capito che era quella giusta, quella che interpretava a pieno lo spirito della canzone. L’unico messaggio che volevamo mandare, se di messaggio si stratta, è “osserva e assapora le cose piccole e autentiche che ti sono attorno perché sono le più preziose”.

Da quando vi ho scoperti ad oggi, ho visto crescere a dismisura la vostra fan- base eppure non è mai cambiato il vostro modo di interagire col pubblico che vi segue. Come vivete l’aspetto “social”? 

Cerchiamo di essere spontanei, questa cosa dei social la stiamo digerendo a piccoli passi… è un mondo che ti fagocita e distorce quello che sei con molta facilità. Ma c’è una parte bellissima di tutto questo: il rapporto diretto che abbiamo con chi ci segue con interesse. Stiamo diventando una specie di famiglia e in privato cerchiamo di rispondere sempre a tutti.

Dai Festival ai sold out nei club e date extra fino al nuovo tour “Mi farei arrestare”. Da 4 singoli ad un album che è andato davvero -Troppoforte- cosa state provando in questo momento in cui state “raccogliendo” e vedendo i frutti del vostro lavoro e della vostra passione? E tra ormai direi centinaia di palchi vissuti, ce n’è uno che ricordate o vi ha emozionato in particolar modo?

 A volte guardiamo le foto e i video dei nostri scorsi concerti e ancora ci emozioniamo come quando eravamo lì sul palco. Altre volte siamo con la testa proiettata sul futuro: scriviamo, progettiamo, sogniamo. La musica per noi è così, non si ferma, non si celebra più di tanto, ma scorre… come linfa, come sangue, è una cosa viva. Ci ricordiamo tutti i palchi come ci si ricorda di tutte le notti passate con un nuovo amore. Questo amore, tra noi e il nostro pubblico, è giovane e noi crediamo (speriamo) che durerà nel tempo.

E’ questo il bello dei Viito, riescono sempre a rendere tutto più magico, riescono a toccare tante anime e cuori perché è tutto ciò che hanno e che mostrano ed inevitabilmente tutto ciò che arriva in maniera talmente pura e diretta da non poterne fare a meno per star bene.

Il grande potere della musica.

Il loro grande potere.

Claudia Venuti

VezBuzz: i Sex Pistols e “the great rock’n’roll marketing”

Uno dei buzz più conosciuti della storia della musica è quello che vede protagonisti i Sex Pistols. Era il Giugno del 1977, le strade di Londra venivano addobbate per la grande festa del Giubileo della Regina Elisabetta II e i Sex Pistols pubblicavano il loro dissacrante singolo God Save the Queen.

Non si può però parlare dei Pistols senza tirare fuori il nome di Malcom McLaren, la grande mente che architettava ogni provocazione della band di Johnny Rotten, Sid Vicious e compagni. McLaren riuscirebbe a vendere qualsiasi cosa – anche il classico frigorifero agli eskimesi – grazie alla sua dialettica.

Gli viene naturale, è la cosa più facile del mondo per lui. Questo spiega tante cose, soprattutto come abbia fatto grazie ad un pionieristico lavoro di marketing, a far diventare famosa in tutto il mondo una band che, di fatto, non sapeva suonare.

Passato alla storia come manager del gruppo, questa definizione risulta comunque essere riduttiva per descrivere quello che è stato davvero McLaren: un curioso, spregiudicato, irriverente anticipatore di tendenze ma soprattutto il burattinaio che ha mosso i fili della grande “truffa del rock’n’roll”.

Sì, perché i Sex Pistols, una delle band simbolo del movimento punk, furono in realtà il primo gruppo creato a tavolino con uno scopo ben preciso: promuovere gli abiti creati dall’allora semi-sconosciuta stilista Vivienne Westwood, fidanzata di McLaren, venduti nel negozio “Sex”, da cui appunto presero il nome i Sex Pistols. Una enorme operazione di marketing, una delle più grosse del mondo della Musica.

Quello che riuscì a fare McLaren insieme ai suoi Pistols in quella serata di Giugno ha dell’incredibile.

God Save the Queen era uscita il 27 Maggio di quell’anno e in pochi giorni era diventata il pezzo che nessuna radio voleva passare, che le televisioni si affrettavano a censurare e che, fin dai primi versi, scandalizzava i ben pensanti. Addirittura alcuni negozi di dischi si rifiutavano di mettere in vendita il singolo, a causa del contenuto ritenuto oltraggioso.

In God Save the Queen, i Pistols si facevano beffe della sacra monarchia inglese paragonandola al regime fascista, anche se Johnny Rotten, cantante della band, dichiarò diversi anni dopo che “non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come quella perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati.”

Il pezzo originariamente doveva chiamarsi No Future, come ripetuto ossessivamente nel ritornello diventato poi un emblema del punk, ma McLaren decise di cambiarlo in God Save the Queen, proprio per la coincidenza della sua uscita con il Giubileo d’argento della regina.

God Save the Queen è l’inno del punk inglese, che in quel “no future, no future, no future for you” racchiude tutto il senso del movimento, che non è più solo una corrente musicale, ma una vera e propria sottocultura giovanile.

Il punk era arrivato a dare una vigorosissima spallata al mondo della musica rock e ad urlare parolacce nelle orecchie dell’imbolsita borghesia inglese, disinteressata ai problemi sociali ma sempre premurosa verso la propria Regina. Era la rivolta, l’elettricità, una musica che non voleva essere condizionata da niente ad eccezione di se stessa.

Nessun futuro, nessuna speranza per il sogno inglese, nessun desiderio: la generazione dei ragazzi della seconda metà degli anni Settanta nel Regno Unito poteva anche piantare i chiodi nella bara delle proprie illusioni e i Sex Pistols erano lì per ricordarglielo: il mondo non cambia, le cose non cambiano, tutto rimane uguale, quello che puoi fare è arrabbiarti e gridare.

Il punk era l’aperta e dichiarata contestazione di ogni regola e nessuno più dei Pistols riusciva a incarnare questo atteggiamento. La band nel giro di poche settimane collezionò contratti con case discografiche, firmati e stracciati alla velocità della luce, uno dopo l’altro.

McLaren però non è il tipo che si accontenta, serviva una delle sue inverosimili trovate per tenere sempre alto l’interesse generale sui Pistols. Probabilmente avrebbe desiderato che la sua band eseguisse God Save the Queen di fronte alla faccia impassibile di Sua Maestà, ma non potendolo fare si inventò qualcosa di diverso, ma altrettanto esplosivo.

Per promuovere il singolo venne organizzata un’operazione di marketing magistrale: il 9 Giugno 1977 McLaren noleggiò una barca, che ribattezzò “Queen Elizabeth River Boat”, ci fece salire sopra i Sex Pistols e la fece navigare sul Tamigi, fino ad arrivare di fronte al Palazzo di Westminster. Qui iniziarono a suonare, facendo inevitabilmente scalpore tra i presenti.

L’attitudine di un gruppo scalcinato e violento, come i Pistols, unita alla mente da agitatore di Malcom McLaren fecero il resto. Immaginate la scena: una chiatta scivola sul Tamigi, sopra i Pistols suonano – male – e urlano oscenità mentre a riva si festeggia il Giubileo. Lo sguardo allucinato di Lydon, le magliette strappate, il corteo di freak brutti, sporchi e cattivi di cui i Pistols si circondano.

La band è guardata a vista dalla polizia inglese, che ad un certo punto li accosta e sale a bordo. La festa in barca si interrompe tra gli insulti alla regina. Nel frattempo una rissa coinvolge Jah Wobble – amico dei Pistols e poi bassista nei PIL di Lydon – e un cameraman, così la barca viene fatta attraccare e undici persone vengono arrestate.

Il resto è storia: il giorno dopo i giornali riportano a caratteri cubitali l’evento scandalistico dei nuovi selvaggi del rock e God Save the Queen sale al secondo posto delle classifiche inglesi.

La leggenda vuole che in realtà fosse addirittura al primo, mai dichiarato perché l’industria radiofonica inglese cospirò contro il brano, censurandolo come poteva.

Nei giorni successivi il singolo venne poi bandito dalla radio della BBC e l’Independent Broadcasting Authority, un’associazione che controlla e regola le trasmissioni nel Regno Unito, vietò la messa in onda di qualsiasi sua esecuzione. Questo naturalmente non fece che alimentarne il mito, arrivato fino ai giorni nostri.

 

Daniela Fabbri

 

https://youtube.com/watch?v=tHrUleT8HTs

 

Skunk Anansie @ Bologna_Sonic_Park

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• Skunk Anansie •

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+ Allusinlove

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Bologna Sonic Park (Bologna) // 05 Luglio 2019

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Foto: Luca Ortolani

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Allusinlove

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