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The Comet Is Coming @ Acieloaperto

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• The Comet Is Coming •

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 Acieloaperto

Rocca Malatestiana (Cesena) // 13 Agosto 2020

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Max Gazzè @ Acieloaperto

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• Max Gazzè •

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 Acieloaperto

Rocca Malatestiana (Cesena) // 10 Agosto 2020

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Efterklang @ Sexto ‘Nplugged

Un magnifico riverbero

Piazza Castello (Sesto al Reghena) // 9 Agosto 2020

 

Vengo regolarmente a Sesto al Reghena per il Sexto ‘Nplugged dal 2007, quando esordii in Piazza Castello di fronte a sua immensità Antony and the Johnsons. L’ultima mia volta a queste latitudini è una ferita ancora aperta, leggasi Sharon Van Etten, annullato per maltempo mentre parcheggiavo la macchina con il mio bel biglietto in mano. Il virus mi aveva precluso l’ennesima serata con il mio grande amore Chan, ma non può piovere per sempre, giusto? Ed ecco che i miracoli (perché di questo si tratta) a volte accadono e in piena emergenza pronte tre serate tre per palati fini, perché il pubblico di Sexto oramai ha aspettative che vanno dall’alto in su.

Stasera per me è una primizia, dopo un lungo inseguimento, perché finalmente vedrò il mio gruppo musicale danese preferito (e uno potrebbe dire “sai che concorrenza”, al che io risponderei “e gli Aqua dove li metti?”), ovvero gli Efterklang.

Premettiamo subito che parliamo di un concerto CLAMOROSO.

Cla – mo – ro – so, ve lo sillabo, qualora non fosse passato il messaggio.

In tutta sincerità confesso che mi aspettavo molto, per la caratura della band in primis, poi perché si presentava in formazione a sette, che ha sempre un suo fascino, e perché adoro la loro capacità di cambiarsi d’abito con una disinvoltura e naturalezza fuori dall’ordinario, propria delle grandi band.

Ecco, visto che si parla di abiti, vorrei mi fosse concessa una piccola digressione su Caspar Clausen, voce degli Efterklang e da stasera mio nuovo spirito guida. Si presenta sul palco con un calice di vino bianco, capelli biondi fuori taglio, come un frontman dei Bee Hive senza il doppio colore, una fronte enorme, un abbigliamento che meriterebbe un trattato a parte, total white, camicia abbondante nelle maniche, pantalone fuori moda alto in vita, sandalo forato di dubbissimo gusto (mise che sarebbe stata perfetta nelle commedie anni ’80, nelle scene all’interno delle discoteche, quando ci sono le comparse che ballano in maniera imbarazzante con le braccia lungo i fianchi, spero di aver reso l’idea). Semplicemente perfetto. Ciliegina sulla torta una sorta di bipolarità del nostro che sono riuscito a gestire solo dopo alcuni brani, in quanto mi soffermavo rapito a guardarlo passare in tempo zero dal trasporto del canto al fissare immobile persone a caso nelle prime file, e sorridere loro, con quell’espressione come dire, alla Mariano Giusti per capirsi, il personaggio lievemente eccentrico che Guzzanti interpretava in Boris. Se ce l’avete presente bene, altrimenti non è che posso fare tutto io.

Ad ogni modo un’ora e mezza circa farcita di bellezza, così tanta che si fatica a contenerla in un semplice live report, perché l’iniziale Monument, o Vi Er Uendelig (noi siamo eterni, come ci traduce Caspar), quasi una ninna nanna, piuttosto che The Colour Not Of Love erano state già capaci di irradiare e riempire di magia la piazza, tutta, compresi i vuoti dei distanziamenti, e abbracciare e abbracciarci, sotto la stessa luna, sotto lo stesso campanile che sovrasta il palco.

Una scaletta che attinge principalmente da Piramida e dall’ultimo Altid Sammen, che alterna brani in lingua inglese a brani in danese, e per quei strani, sovrannaturali, inspiegabili meccanismi che solo la musica dal vivo sa creare, sulle note Hold Mine Hænder, tutto il pubblico diventa d’incanto connazionale dei sette sul palco, e per alcuni dolci minuti un canone delicato e sognante tra palco e platea rende più di qualche occhio lucido (eccomi).

Sedna apre i numerosi encore, a cui fa seguito una Black Summer arricchita da una coda di sfacciata bellezza (Siv Øyunn Kjenstad, sappi che sei una meraviglia dietro a quella batteria, ed hai una voce celestiale, e meglio se mi fermo). A questo punto del concerto la famosa quarta parete è stata già abbattuta da tempo, sulle note di The Ghost, Caspar Clausen si siede a bordo palco, a due metri dalla platea, gli si affianca il basso (e il baffetto) di Rasmus Stolberg, il pubblico si alza in piedi e parte un convinto battimani a tempo, si avverte palpabile la sensazione che in condizioni “normali” tutto il pubblico sarebbe già da tempo sotto il palco, a ballare e a cantare, ma non si può, non ancora, per cui “se Maometto non va alla montagna…”, ecco che Alike mette i titoli di coda, con i sette che, uno strumento a testa (tra i quali i cucchiaini e una diamonica), totalmente in acustico, scendono dal palco, percorrono con molto rispetto il periplo di piazza Castello, e voglio pensare che non sia stato un caso che le ultime parole cantate in questa serata indimenticabile siano state queste:

The days are gone and the game was fun
The path was wrong, but it gave us hope
The more we found, the more we grew
Upon the truth, upon the truth
And it made us feel alike

 

Alberto Adustini

Neck Deep: di ritorno a febbraio!

Hellfire Booking presenta:

 

Neck Deep
https://neckdeepuk.com/

 

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Con tutta quest’afa schiacciante, è ora di portare una ventata fresca: Hellfire Booking ed Erocks Production sono felici di annunciare i Neck Deep!

Da piccolo progetto indipendente a uno dei gruppi più esplosivi della scena pop punk degli ultimi anni, i Neck Deep hanno sbaragliato tutto quello sul loro percorso. Quattro album, un’infinità di tappe al Warped Tour, la propria app, tour con colossi come i blink 182 e quattro premi alle spalle, i giovani gallesi sono pronti a stravolgere nuovamente tutta l’Europa.

Il quintetto di Wrexham verrà a trovarci per la prima volta da gennaio 2019, per un’unica tappa sconvolgente presso i Magazzini Generali di Milano. Venite anche voi a saltare sotto il palco!

4 FEBBRAIO | MAGAZZINI GENERALI, MILANO
Evento FB:
 https://www.facebook.com/events/421293205440896/

Prevendite: online a partire dalle 11:00del 5 agosto, https://bit.ly/2XhRRLH

 

Per informazioni:

www.hellfirebooking.com
info@hellfirebooking.com

Calibro 35 @ Acieloaperto

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• Calibro 35 •

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 Acieloaperto

Rocca Malatestiana (Cesena) // 01 Agosto 2020

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L’atmosfera è strana, diversa.
Siamo seduti e siamo pronti. Non possiamo stare vicini ma, dopo mesi di attesa, abbiamo un palco davanti.
È quasi irreale da quanto è bello.

22.00

Ci siamo. La platea è piena; sì, piena, perché il concerto è sold out e le distanze che ci separano sono riempite dalla voglia di ognuno di noi di tornare a vivere la tanto agognata dimensione live. Da fotografa di concerti ricomincio da qui perché, caso vuole, l’ultimo concerto fotografato prima del lockdown è stato proprio quello dei Calibro 35, al Locomotiv di Bologna, durante il primo tour del nuovo disco, Momentum, uscito per Record Kicks lo scorso gennaio.

Gabrielli e soci salgono sul palco e il film ha inizio.

Come se la puntina girasse sul 33 giri di Momentum, Glory-Fake-Nation sancisce l’inizio del nostro ritorno alla musica dal vivo e la batteria di Rondanini scandisce una marcia incalzante che ci guida alla scoperta di una scaletta pressoché perfetta.

Eccoci, Stan Lee fa il suo ingresso. Siamo in una Milano a mano armata soul, che strizza l’occhio alla modernità, ma anche un po’ ai ghetti di Brooklyn.
Il disco prosegue con la terza traccia, Death of Storytelling, sognante, vibrante, perfetta.

Continua l’inseguimento con lui, IL pezzo: SuperStudio. Forse il più amato di Decade (2018), arriva preciso e tagliente come il piombo di una calibro 9, per poi lasciare spazio al funk, quello puro, che ti entra dentro. Qui la sezione ritmica fa godere e, se non stai attento,quella sedia (che, diciamocelo, sta un po’ stretta) diventa il tuo dancefloor sulle note di CLBR35, che si specchia con il suo lato A e il funk-rock spaziale di Bandits, verso la fine della scaletta.  

Ma torniamo a noi e alle atmosfere un po’ noir di Automata e Tom Down, che ci trasportano in un romanzo di Raymond Chandler, dove l’investigatore privato dei romanzi hard-boiled degli anni ’30 sbircia attraverso la veneziana del suo ufficio, mentre in un vicolo lercio di China Town si sta consumando l’ennesimo, efferato, delitto.

A questo punto la macchina da presa torna negli anni ’70 e l’occhio di bue insegue un’auto spinta a folle velocità, in mirabolanti progressioni funk-jazz con botta e risposta tra il basso di Cavina e l’hammond di Gabrielli, che ci catapultano nei B-movies tanto amati da Tarantino. 

Dopo la godibilissima Thrust Force e Universe siamo a metà scaletta e l’atmosfera si fa fumosa. Come al cinema, siamo tutti incollati alla sedia, in attesa del colpo di scena… che arriva, eccome se arriva. 

Come? Con una chicca dall’ultimo album Momentum, Fail it till you make it, con quella batteria leggermente indietro che ti trascina, ti coinvolge e ti sconvolge, per poi incalzare e lasciare spazio all’assolo del sax di Gabrielli. Travolgente.

Non poteva che seguire 4×4 (sì, sono di parte, adoro questo pezzo); qui il protagonista del nostro film si muove come un gatto all’ombra dei lampioni di una città distopica, per poi precipitare nel vortice delle chitarre di Martellotta.

S.P.A.C.E. e il flauto traverso di quel genio di Gabrielli ci fanno tornare negli anni ’70; siamo ormai ai 3/4 della scaletta e Black Moon omaggia la meravigliosa luna che c’è in cielo questa sera, a far da cornice a questo concerto così tanto atteso dagli amanti del genere e dagli amanti della musica in generale perché, ragazzi, non so se fino a qui l’abbiate capito, ma stiamo parlando di Musica con la M maiuscola, grazie anche alla magistrale produzione ad opera di Tommaso Colliva.

Finalmente arriva lo space western di Bandits on Mars e noi balliamo, ormai inebriati dal funk che ha intriso ogni molecola del nostro corpo e, a seguire, il ritmo sincopato di Ungwana da S.P.A.C.E. (2015), il quinto album in studio del gruppo. 

Con One nation under a format, il cui titolo omaggia George Clinton e i suoi Funkadelic, e Trafelato, arriviamo alla fine di questo viaggio.

Ci manca un po’ Travelers, ma non gliene facciamo una colpa perché dopo i primi saluti arriva, come un regalo sotto l’albero, la Giulia che sfreccia in Bovisa, tra gli applausi e i sorrisi del pubblico. 

Titoli di coda, il film si chiude.

Il merch va a ruba e mi lascio soffiare sotto al naso l’ultima copia del vinile di Decade (argh!). 
Niente panico, c’è quella dolce musicassetta snobbata dai più, che mi chiama.
È mia e Gabrielli ci lascia il suo autografo sopra.

A quando il prossimo?

 

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Testo e Foto: Isabella Monti

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Fontaines D.C. “A Hero’s Death” (Partisan Records, 2020)

Post Punk, Poesia e Spontaneità

 

Un tizio con una camicia british.

Un viso pulito da ragazzo della porta accanto.

Un paesaggio marittimo, molto malinconico.

Poi l’attacco.

“Life ain’t always empty”, ripetuta per svariate volte.

Questo l’inizio del video (registrato a distanza poi assemblato) di A Hero’s Death, brano che dà il nome al nuovo lavoro dei Fontaines D.C..

Un mantra vitale, con la voce chiara e malinconica (e la poesia) di Grian Chatten che ci spinge a buttarci nella vita, senza rimandare a domani. Disintossicarci da un passato per riuscire a vivere nella sincerità ci porterà alla vera felicità.

Questo il manifesto del gruppo. 

La sincerità e la vitalità. Il loro intento di non piegarsi al rock moderno commerciale, ma di appagare il loro bisogno di esprimere emozioni e sentimenti in linea con l’ideologia post-punk e retro nostalgica.

Nel 2017 esplode il fenomeno Fointanes D.C., dall’Irlanda esportano la loro visione musicale incentrando il loro primo lavoro sulla realtà di downtown Dublino.

In questo nuovo album troviamo una ricerca più attenta alla comunicazione, un’urgenza comunicativa. Paura del futuro, speranza e disillusione si confondono tra i vari brani dell’album, portando dell’ascoltatore un tumulto di emozioni.

I Don’t Belong, si apre con riff di chitarra molto reali, accompagnati dall’entrata a scaglioni del basso e della batteria, per testimoniare la paura del futuro, la voglia di autonomia e la speranza (o il desiderio) di non essere catalogati, inglobati in una società che non li rispecchia.

Musicalmente influenzati da vari generi e da vari artisti, riescono a creare la loro visione di musica generando brani molto diversi tra loro, sia in sonorità che nei testi.

Il poeta-cantante si focalizza su temi moderni come in Televised Mind, dall’intro post punk con un potente giro di basso, dove mette in guardia l’ascoltatore dal pericolo della TV e della commercializzazione della vita degli artisti. Non ha bisogno di urlare per esprimere la sua contrarietà verso i social media moderni, il suo modo di esprimersi è disilluso, quasi nostalgico, come in Love Is The Main Thing, dove sembra stia ripetendo solo un vecchio slogan in cui nessuno crede più. Più che un’affermazione si tramuta in domanda, graffiante e dolorosa grazie al talento dei musicisti, dal basso alla batteria passando per le chitarre così finemente distorte. 

Il disagio esistenziale contagia Oh Such A Spring, che racconta una giovinezza scivolata via troppo presto. You Said, quinto pezzo dell’album richiama le sonorità dei Sonic Youth, cantati da Liam Gallagher.

La vera natura di questo gruppo la troviamo in Living in America, chitarre su di giri, e un cantato profondo, basso, tonalità che strisciano sotto pelle fino a far vibrare l’anima.

L’emotività profonda in Sunny e No, ultimi due brani dell’album, pezzi capaci di strappare quel che resta della nostra benamata anima.

Il loro lavoro è davvero ottimo, ogni brano ha vita propria, sonorità che richiamano svariati stili ed artisti (dai Sonic Youth, al malessere dei Joy Division, alla drammaticità de The Smiths, alla leggerezza de The Strokes) creando un loro personalissimo stile.

Un album utile per tante cose: pensare, piangere, scopare.

CONSIGLIATISSIMO.

 

Fontaines D.C.

A Hero’s Death

Partisan Records

 

Marta Annesi

Contare la Musica: 6

Inedia. 

Etimologicamente il termine è composto dalla desinenza in -, privativa, ed – edia, mangiare, (edibile, per fare un esempio, ha la medesima radice). Nei dizionari il primo significato riportato è relativo alla mancanza di alimentazione, ovviamente, ma come spesso accade molte parole hanno più sfumature e nel nostro caso inedia assume anche un’accezione più figurata, spirituale, uno stato d’animo simile, anzi superiore alla noia, al tedio. Mi piace pensare che l’inedia, in quest’ultimo senso, si manifesti quando cessiamo di alimentare la nostra persona, interiormente, al di fuori ovviamente della banale routine scandita dalla colazione, dal pranzo, dalla cena e spuntini vari.

Avevo iniziato a buttar giù queste righe lo scorso venerdì 17 aprile, impulsivamente quasi, in un impeto di reazione allo stato mentale in cui mi trovavo, ovvero schiacciato in maniera allarmante dalla serialità che avevano assunto le mie giornate. Un andazzo che iniziava a gravare in maniera difficilmente sostenibile, sfociato in quello che per quanto mi riguarda è il segnale di allarme massimo: non sapere che musica ascoltare.

Oltre quaranta giorni di smartworking ormai sul groppone costituivano un fardello di tutto rispetto, inutile nascondersi, e sebbene tutto si può dire delle mie giornate tranne che si somiglino, sono parimenti inscritte in una sorta di macro routine che, alla lunga, può lasciare scorie (ad ogni modo, quanto bello è il termine parimenti?). Intendiamoci, il problema non era (è) lo smartworking, forse più grande invenzione dell’uomo dopo il pile, quanto piuttosto il dover rimanere chiusi in casa. Che non venga frainteso.

Quindi mi trovavo a scorrere Spotify, ignorando volutamente le playlist indie, gym, relax, e altri vili tentativi di spersonalizzarmi, preso dallo sconforto perché nulla pareva soddisfare le mie esigenze contingenti, quando è spuntata, in maniera del tutto inaspettata, la sagoma in controluce, china sul pianoforte, di un ragazzotto inglese a cui voglio un bene dell’anima, Keaton Henson. La copertina era quella di Impromptu On A Theme From Six Lethargies (Mahogany Sessions).

Ora non vi tedierò (non stavolta) sul mio amore di lunga data per questo straordinario, unico artista, però dopo aver fatto play per sentire questa inedita improvvisazione (impromptu appunto) tratta dal suo ultimo disco dello scorso anno Six Lethargies ed essere travolto letteralmente da cotanta magnificenza, ho ricevuto quella che in ambito religioso si potrebbe definire rivelazione, manifestatasi sotto forma di numero (no, non il 42): il numero 6.

Il 6, che è numero malvagio, pratico, oblungo, idoneo e scarsamente totiente, è anche il numero di lettere che compone la parola inedia e il numero di lettere che compone sia Keaton che Henson, che ha composto finora sei dischi, l’ultimo dei quali, Six Lethargies, contiene per l’appunto sei brani (ma dai???). 

Ora, che ci crediate o no, e sempre vi siate ripresi da questa serie di pazzesche, non volute, coincidenze, per molti anni, oltre venti, ho giocato a calcio. Non me la cavavo male, ma il punto è un altro: da un punto della mia carriera in avanti ho chiesto (e quasi sempre ottenuto) ai miei allenatori di farmi giocare con il numero 6, sebbene facessi l’attaccante o all’occorrenza il centrocampista. Perché? È presto detto: era il numero di maglia di Youri Raffi Djorkaeff, che militava nell’amalapazzainteramala. Il suddetto Djorkaeff, nell’anno del Signore 1997, in data 5/1 (che sommati, fatalità…), giorno nel quale la mia dolcissima madre festeggiava *****nta anni, realizzava un indimenticabile gol in rovesciata, che mi segnò a tal punto dallo spingermi, in pieno spirito d’emulazione e nel pieno dei miei quindici anni (le cui cifre sommate…), a voler giocare sempre col quel numero sulla schiena.

Concluso il momento amarcord non ho potuto non pensare che nell’ambito che più mi interessa, quello musicale, il sei ricorre in maniera quasi stucchevole, con rispetto parlando. Perché? 

È presto detto, e badate bene, questa è solo una selezione, tarata sui miei gusti, altrimenti potremmo fare le ore piccole. 

Bene, sei sono le tracce contenute in Spiderland degli Slint, il miglior disco di tutti i tempi. Sì, quello della copertina in bianco e nero dei ragazzetti in ammollo. Miglior disco di tutti i tempi. Segnatelo. E non poteva essere altrimenti. Ma sei sono le gemme incastonate in quel diadema che risponde al nome di Whatever You Love, You Are, dei Dirty Three, se avete voglia di un po’ di musica strumentale fatta da chitarra, batteria e dal violino ribelle di Warren Ellis. Se invece quello che cercate è una buona dose di malinconia, se volete dilaniarvi il cuore con uno dei dischi più struggenti mai concepiti, fiondatevi con tutte le dovute cautele su Down Colorful Hill dei Red House Painters, che si snoda su sei malinconiche pennellate.

Sulla distanza delle sei tracce è anche un altro dei miei dischi da isola deserta, quel Rusty, unico disco dei meravigliosi Rodan, se al post rock degli Slint volete aggiungere un pizzico di math. La progressione Rodan – Slint non può non continuare che con i June of 44, il cui Tropics and Meridians consta di esattamente sei tracce, tra le quali quella Anisette che rimane una delle migliori canzoni post/math rock mai scritte. Vediamo, chi manca all’appello? Ah già i For Carnation. Qual è il loro disco migliore? Beh, direi Marshmallow, così su due piedi, anche se l’omonimo The For Carnation, con quel miracolo di Emp Man’s Blues in apertura (all’inizio sentirete poco, poi il volume sale, abbiate pazienza), non è da meno. Vabbè, possiamo prenderli entrambi, hanno sei canzoni ciascuna. Che poi se parliamo di post rock, non possiamo prescindere dai ragazzotti di Chicago, i Tortoise, cervellotici quanto basta, non sempre centratissimi, ma quel loro Millions Now Living Will Never Die è un signor disco (grazie @fourgreatpoints per la segnalazione). Oltre che a contenere ovviamente sei brani. E ad avere un titolo di sei parole poi.

Seguendo un ordine diacronico, abbandonati quindi gli anni ’90 ed entrati in pompa magna negli anni ’00, quelli che più di tutti, nell’ultima “infornata” hanno saputo raccogliere l’eredità di mostri sacri quali Mogwai o Godspeed You! Black Emperor, rimanendo appunto in ambito post, ritengo siano gli Explosions In The Sky. Per cui credo sia giusto onorarli con la chiusa di questo divertissement, che per dirla alla V, vira verso il verboso: So Long, Lonesome, sesto (e ultimo ovviamente) brano di All of a Sudden I Miss Everyone.

Perché mai come nel mio caso risulta vero: sei quello che ascolti.

 

 

Alberto Adustini

PIERO PELÙ, TOSCA, GIANNI MAROCCOLO e OMAR PEDRINI sono i primi ospiti annunciati del MEI 2020

ANNUNCIATI I PRIMI OSPITI DEL

 

MEI 2020

in programma il 2, 3 e 4 OTTOBRE A FAENZA (RAVENNA)

 

 

PIERO PELÙ, TOSCA, GIANNI MAROCCOLO e OMAR PEDRINI

 

Questi i primi premi assegnati

 

A PIERO PELÙ

PREMIO PER I 40 ANNI DI CARRIERA

per aver portato il rock alternative italiano ai vertici delle classifiche

 

A TOSCA

PREMIO NILLA PIZZI DEI GIORNALISTI ROMAGNOLI

come miglior artista in gara al 70^ Festival di Sanremo

 

A GIANNI MAROCCOLO

PREMIO PER I 40 ANNI DI CARRIERA

per la ricerca, lo spirito innovativo e la voglia di sperimentare con il rock

 

A OMAR PEDRINI

TARGA PER I 25 ANNI DI“2020 SPEEDBALL”

 

Fra gli artisti presenti anche il cantautore TOZ ANTONIO PIRETTI

per festeggiare la chiusura del suo TOUR EUROPEO IN BICI “Not only a currency”

oltre 6mila chilometri attraverso 16 Paesi dell’Unione Europea

 

 

Annunciati i primi artisti che saranno ospiti del MEI – Meeting Etichette Indipendenti, la più importante rassegna della musica indipendente italiana, che si svolgerà dal 2 al 4 ottobre a Faenza (RA).

 

Sabato 3 ottobre sarà presente PIERO PELÙ per ritirare il Premio per i suoi 40 anni di carriera, un omaggio per aver portato il rock alternative italiano ai vertici delle classifiche, legando sempre la sua musica a un forte impegno civile e sociale. Il rocker toscano, che quest’anno ha partecipato per la prima volta al Festival di Sanremo con il brano “Gigante” e ha pubblicato il nuovo album di inediti “Pugili fragili”,festeggerà con uno speciale concerto in acustico in Piazza del Popolo.

 

Lo stesso giorno, ospite della rassegna sarà TOSCA, che riceverà il Premio Nilla Pizzi come miglior artista in gara al 70^ Festival di Sanremo, secondo i voti espressi dai giornalisti musicali romagnoli coordinati da Enrico Spada (OASport e OAPlus). L’eclettica artista, che quest’anno ha già collezionato una serie di importanti riconoscimenti(il premio Giancarlo Bigazzi vinto al Festival di Sanremo, le due Targhe Tenco come miglior interprete di canzoni e come miglior canzone singola e il Nastro d’Argento come protagonista dell’anno ‘per la sua performance nel documentario finalista Il Suono della Voce’), si esibirà in concerto al Teatro Masini.

 

Domenica 4 ottobre sarà premiato per i suoi 40 anni di carriera anche GIANNI MAROCCOLO, compositore, bassista, produttore artistico e fondatore dei Litfiba e dei C.S.I. Il riconoscimento è dedicato al suo percorso artistico, da sempre legato alla ricerca, all’innovazione e alla sperimentazione senza compromessi. Ad accompagnarlo in concerto in Piazza del Popolo, ci sarà Stefano “EDDA”Rampoldi, con cui ha inciso l’album Noio; volevam suonar.” durante il lockdown. L’ex frontman dei Ritmo Tribale ha inoltre collaborato all’ultimo disco solista di Gianni Maroccolo “Alone vol. IV” e al precedente“Alone vol. I”.

Sul palco di Piazza del Popolo, sempre domenica, salirà anche OMAR PEDRINI, che riceverà la Targa per i 25 anni di “2020 Speedball”, quinto album deiTimoria, che anticipava in tempi non sospetti il tema della realtà virtuale e si è rivelato profetico per i temi ecologici trattati, oggi più attuali che mai. Il cantautore si esibirà dal vivo e presenterà il libro di cui ha curato la prefazione “L’OSTERIA DEL PALCO. Storie gastromusicali di musicisti on the road(Polaris Editore) insieme all’autrice Francesca Amodio.

 

Sarà inoltre ospite della rassegna il cantautore italo-canadese TOZ ANTONIO PIRETTI, che il 14 giugno è partito da Ratzeburg (Germania) per il suo tour in bici “Not Only A Currency”: una serie di house concert in 16 dei 19 paesi dell’Unione Europea accomunati dalla stessa valuta, che terminerà a fine settembre in Grecia. Al MEI 2020, l’artista festeggerà la fine di questa avventura internazionale raccontando al pubblico la sua esperienza ed esibendosi dal vivo.

 

Ma sono ancora tanti gli appuntamenti che animeranno il MEI 2020 in questa speciale edizione che celebra i 25 anni di rassegna.

 

Venerdì 2 Ottobre, in Piazza del Popolo, è in programma il concerto “Buon Compleanno Castellina”, un omaggio al Maestro Castellina per il centenario della sua nascita. L’Orchestra Castellina-Pasi, l’unica orchestra da ballo italiana ad aver conquistato due dischi d’oro, presenterà al pubblico i successi di ieri e di oggi.

 

Sabato 3 ottobre, al Teatro Masini, si terrà la 4aedizione del PREMIO DEI PREMI, contest ideato da Giordano Sangiorgi e diretto da Enrico Deregibus in cui si confrontano i vincitori dei concorsi intitolati a storici artisti scomparsi.

 

Lo stesso giorno si terrà la finale del contest“ARRANGIAMI! 100 ANNI PER IL FUTURO”organizzato dal MEI con il Gruppo Editoriale Bixio, che vedrà esibirsi i 3 artisti più votati fra gli 8 semifinalisti che saranno annunciati il 15 settembre a Roma, nel corso dell’evento Face2Face.

 

Sabato 3 e domenica 4 ottobre, presso il Palazzo delle Esposizioni di Faenza, si terrà la 2^ FIERA DEL DISCO DI FAENZA, organizzata da Music Day Roma e MEI: un ampio parterre standistico con decine di espositori provenienti da tutta Italia proporrà una ricca offerta di dischi in vinile, cd, poster, riviste, oggettistica e memorabilia.

Tornerà inoltre il FORUM DEL GIORNALISMO MUSICALE, ideato da Giordano Sangiorgi e diretto da Enrico Deregibus, due giornate di incontri, assemblee e seminari che ogni anno chiamano a raccolta decine di giornalisti del settore. In questo contesto, sabato 3 ottobre, si terrà l’8a edizione della TARGA MEI MUSICLETTER, il premio nazionale dedicato al giornalismo musicale sul web, ideato e organizzato da Luca D’Ambrosio (Musicletter.it) con la collaborazione di Giordano Sangiorgi. Come da tradizione saranno premiati il Miglior sito collettivo” e il “Miglior blog personale” di informazione musicale e culturale del 2020, mentre il Premio speciale – Targa Mei Musicletter quest’anno andrà al “Miglior distributore discografico”.

 

Non mancherà la cerimonia di consegna di uno dei più importanti riconoscimenti del MEI, il PIVI 2020 – Premio Italiano Videoclip Indipendente, che premierà il miglior videoclip indipendente dell’anno. Durante questa edizione sarà inoltre assegnato ilPremio Speciale #FattoeVistoinCasa alla migliore opera video realizzata durante il lockdown. Le iscrizioni sono aperte fino al 31 luglio.

 

Prorogate fino al 30 agosto le iscrizioni a MEI SUPERSTAGE, il contest gratuito rivolto agli emergenti under 30 con in palio l’esibizione sul palco del MEI 2020. Il concorso è realizzato in collaborazione con AudioCoop (Coordinamento Etichette Discografiche Indipendenti), AIA (Associazione Artisti Indipendenti) e Rete dei Festival (network nazionale dei contest).

 

A settembre saranno annunciati i vincitori del premioPIMI – Miglior Artista Indipendente dell’anno, del premio Giovani Mei – Exitwell e del premio Migliore Band Emergente dell’anno.

 

Il MEI quest’anno non sarà solo protagonista nelle piazze di Faenza, ma anche sul web: ExtraMeiWeb è il nuovo format creato per poter raggiungere tutti i fan della manifestazione anche in questo periodo di distanziamento. Sui canali social del Mei e sul sito, saranno infatti disponibili contenuti esclusivi.

 

L’edizione MEI 2020 sarà dedicata al cantante Giuseppe “TITTA” Tittarelli, “il più indipendente degli indipendenti”, scomparso a luglio di quest’anno.

 

Fin dalla prima storica edizione, il MEI, la manifestazione fondata e diretta da Giordano Sangiorgi, è stata la piattaforma di lancio della nuova scena indipendente italiana con artisti che sono diventati pilastri della musica in Italia (tra gli altriDiodato, Afterhours, Bluvertigo, Marlene Kuntz, CSI, Pitura Freska, Baustelle, Caparezza, Negramaro, Brunori Sas, Perturbazione, Marta sui Tubi, Offlaga Disco Pax, e tantissimi altri ) e ha premiato emergenti oggi considerati punte di diamante della nuova scena artistica del nostro Paese (comeErmal Meta, Fulminacci, Lo Stato Sociale, Ghali, I Cani, Canova, Calcutta, Zibba, Mirkoeilcane, Le Luci della Centrale Elettrica, Motta, Colapesce, Cosmo e tanti altri). Tanti sono stati anche gli artisti che hanno mosso i loro primi passi proprio al MEI, come ad esempio Daniele Silvestri che nel 1997 allestì un suo stand espositivo e più recentemente iManeskin, che al MEI di Faenza hanno realizzato una delle loro primissime esibizioni fuori da Roma.

 

Durante i suoi 25 anni di attività il MEI, con le sue edizioni ufficiali insieme alle tante edizioni speciali (a Bari, Roma e in altre città), ha registrato un totale di 1 milione di presenze, la partecipazione di 10milaartisti e band dal vivo, 5mila realtà musicali coinvolte in expo e convegni e 1000 giornalisti (più di 100 dal resto d’Europa) che hanno parlato del MEI contribuendo a renderla la più importante vetrina della nuova e nuovissima musica italiana.

 

Anche quest’anno il MEI trasformerà Faenza per tre giorni in una vera e propria città della musicacon concerti, presentazioni musicali e letterarie, convegni e mostre, affiancati da una parte espositiva rivolta agli operatori della filiera musicale con l’obiettivo di sostenere la crescita e la diffusione di una cultura musicale indie ed emergente. Verranno premiate le migliori realtà indie italiane grazie al circuito di AudioCoop, che rappresenta circa 200 piccole etichette discografiche indipendenti italiane, e saranno presenti, unico caso in Italia, i vincitori di oltre 100 festival e contest per emergenti provenienti da tutta la penisola e selezionati dalla Rete dei Festival,insieme ai loro artisti legati al circuito di AIA – Artisti Italiani Associati, presieduto da Renato Marengo, storico partner del MEI con Classic Rock on Air.

 

Il MEI 2020 si svolge grazie a: Regione Emilia – Romagna, Comune di Faenza, Camera di Commercio di Ravenna, Unione della Romagna Faentina, BCC (Banca di Credito Cooperativo Ravennate Forlivese & Imolese), IF Imola Faenza Tourism Company, ANG (Agenzia Nazionale per i Giovani).

 

Media partner: Rai Radio 1, Rai Radio Live, OAPlus, Radio Bruno e ExitWell.

 

www.meiweb.it

www.facebook.com/MeetingDegliIndipendenti/www.instagram.com/mei_meeting/

www.twitter.com/MEI_Meeting

 

Achille Lauro “1990” (Elektra Records, 2020)

Cosa aspettarsi quando non si sa cosa aspettarsi 

 

Ho 21 anni. Sono nata nel 1999 e, come canta Fulminacci, anche io sono di fine millennio. Faccio parte quindi di quella generazione di confine a cavallo tra i veri ‘90s Kids, che gli anni ’90 e la loro musica li hanno vissuti davvero e non tramite serate revival nei locali, e la Generazione Z che si sta prendendo il proprio spazio nel mondo a suon di Tik Tok, mentre il mio primo pensiero quando sento questa parola continua ad essere l’iconico brano di Ke$ha del 2009. 

C’è qualcuno che meglio di me saprebbe parlare del significato, dell’impatto degli anni ’90? Sicuramente sì.

E in effetti qualcuno di recente l’ha fatto. 

Quel qualcuno è Achille Lauro.

Anticipato ad ottobre dall’omonimo singolo, che già aveva lasciato presagire un progetto irriverente e fuori da qualsiasi schema, 1990 è un album strano, ma in senso buono. Non è esattamente quello che ci si aspettava a giudicare dalla promozione sui social, ma d’altronde stiamo pur sempre parlando di quell’artista che a febbraio, sul palco dell’Ariston, ha fatto giocare tutto il pubblico al totoperformance. In effetti, qualsiasi tipo di aspettativa era superflua. Bisognava solo ascoltare e lasciarsi stupire o, eventualmente, restare delusi.

Ci era stato presentato come un disco di sette canzoni, sette hit che hanno fatto la storia della musica dance rivisitate in chiave “Lauro”, che ormai sta diventando un vero e proprio marchio di fabbrica. Si aggiunge la collaborazione con altri sette artisti che non potrebbero essere più diversi tra loro. Una commistione di pop, dance, rap e trap che va da Ghali a Capo Plaza, da Annalisa a Massimo Pericolo. 

Quello che più colpisce di 1990 è il modo in cui è stato impostato: non è una semplice raccolta di cover, come ad esempio è stato fatto l’anno scorso con Faber Nostrum, l’album che raccoglieva una serie di canzoni di Fabrizio De André reinterpretate da alcuni nomi della scena indie italiana. Qui, di fatto, si è verificato il contrario, unendo alle basi riarrangiate di alcuni grandi successi degli anni ’90 dei testi completamente diversi ma che nel complesso si adattano bene, ovviamente con pezzi meglio riusciti di altri, come accade in qualsiasi esperimento. 

Paradossalmente, le migliori uscite sono state proprio quelle più azzardate e meno scontate: Blu, che dell’originale ha giusto il titolo simile e vagamente la base, per poi essere stata trasformata in una ballad (tra tantissime virgolette) sullo stile malinconico di Zucchero e Sweet Dreams, in collaborazione con Annalisa che mai avrei immaginato in queste vesti. 

Insomma, una mossa intelligente da parte di Achille Lauro, perché così dribbla in modo intelligente e creativo l’annoso confronto con gli originali, proprio perché non c’è nemmeno l’intenzione mettersi a confronto, anzi, al massimo vuole omaggiarli, come dimostrano i featuring con Alexia in You and Me o con gli Eiffel 65 in Blu. 

Ma come per tutto ciò che fa Lauro, non si può parlare di questo album solo dal punto di vista musicale. 1990 è un vero e proprio racconto autobiografico, dove le canzoni sono inframezzate dalla narrazione di un passato che è tutto meno che roseo ma che lo stesso performer non ha mai nascosto al pubblico. “Questa è come una testimonianza”, dice con quella voce roca, un po’ da poeta maledetto, all’inizio di 3 Ore a Notte. 

Quella stessa voce da poeta maledetto che usa anche in Ave O Maria e che insieme alla (s)vestizione di San Francesco a Sanremo probabilmente costituirebbero gli estremi per una scomunica…

In definitiva, ci ritroveremo a ballare queste canzoni alle serate dance tra 20 o 25 anni, come effettivamente sta succedendo alle loro iconiche versioni-madre? Onestamente non credo, ma del resto non è con questo album che un personaggio come Achille Lauro mirerebbe all’immortalità.

Però, con la loro costante sovrapposizione tra passato e presente che strizza l’occhio prima ad una generazione e poi all’altra grazie a riferimenti anacronistici e decisamente poco ‘90s, sicuramente le balleremo adesso e ci divertiremo pure un sacco, come già ci aveva dimostrato tra una Rolls Royce e un Bam Bam Twist.

Ma soprattutto 1990 farà parlare di sé e del suo autore. 

Tanto, tantissimo, sia bene che male e a volte anche contemporaneamente. 

Proprio come per i poeti maledetti. 

 

Achille Lauro

1990

Elektra Records

 

Francesca Di Salvatore

SALMO: grande successo per il concerto in mare al largo della baia di Arbatax

RED BULL PRESENTS

RED VALLEY SEA PARTY

 

Nella baia di Arbatax con Salmo e Ghali

un successo incredibile

per un evento senza precedenti

 

Un palco sul mare, 180 barche intorno e uno spettacolo strepitoso che ha regalato una serata unica a tutti i presenti, nel pieno rispetto dell’ambiente e della sicurezza.

 

Red Valley Sea Party, manifestazione musicale organizzata da Red Valley Festival insieme a Red Bull, Lebonski Agency e la Regione Sardegna, è andato in scena lo scorso sabato al largo della baia di Porto Frailis ad Arbatax ed è stato un successo incredibile, per un evento senza precedenti in Italia.

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A partire dalle 15
, la baia di Porto Frailis – tra le più suggestive del Mediterraneo – ha iniziato ad accogliere le imbarcazioni prenotate per l’evento (sold out da giorni), tra gommoni, velieri e barche passeggeri provenienti da tutti i porti vicini dell’Ogliastra, pronti a sentire dal vivo, dopo tanti mesi di attesa, i propri artisti preferiti.

 

A riscaldare l’atmosfera dal primo pomeriggio ci ha pensato il dj set di Radiolina, seguito poi alle 17.30 dallo show “Mamacita”, con Max Brigante di Radio 105 in consolle e tre ballerine che si muovevano alla perfezione su ritmi latini e r’n’b.

 

Alle 18.30 il “secret guest” dell’evento ha calcato il palco della “Lady Ship”: si tratta del rapper milanese Ghali, che per circa mezz’ora ha fatto cantare i partecipanti sulle note delle sue hit più famose, tra “Cara Italia”, “Happy Days” e la canzone dell’estate “Good Times”, concedendo anche qualche richiesta al pubblico in estasi sui gommoni in prima fila.

 

Alle 19 il padrone di casa ha preso possesso del palco galleggiante e ha salutato la sua terra sotto “90 minuti” di applausi: Salmo, re indiscusso della serata, ha fatto letteralmente saltare i presenti sulle barche tra un dj set di stampo UK garage e un’esibizione con alcune tra le sue canzoni più famose, come “Russell Crowe”, “1984”, “Perdonami”, “Ho Paura Di Uscire” e l’inaspettata “The Island”, brano composto nel 2013 in onore della sua Sardegna e cantato pochissime volte dal vivo.

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Il pubblico ha risposto benissimo alle rime del rapper sardo, cantando ogni pezzo sino al gran finale che ha visto esibirsi insieme Salmo e Ghali sulle note di “Boogieman”, il super singolo del rapper milanese uscito a gennaio 2020 ft Salmo.

 

Al tramonto è calato anche il sipario e tutte le imbarcazioni hanno fatto rientro in porto, restituendo la splendida baia alla natura e lasciando un bellissimo ricordo nel cuore di tutti i partecipanti.

 

Are You Real? “Consequence”

Registrato durante il lockdown, Consequence è il nuovo singolo del musicista veneziano Are You Real?. Si tratta di una rilettura, molto intima e personale, del brano della band elettronica tedesca The Notwist. Il brano è accompagnato da un videoclip, realizzato dallo stesso musicista.

“Ho cercato l’anima del brano” racconta Andrea, titolare del progetto. “L’ho spogliato dell’elettronica per tirarne fuori tutta la dolcezza e la malinconia. Ho usato solo un pianoforte e dei synth. Per me è un brano visionario, per questo ho realizzato anche un videoclip, che mostrasse le immagini che avevo in testa mentre cantavo. Credo che questo lavoro anticipi le sonorità del mio prossimo disco. Artisti come Apparat, Soap&Skin e gli stessi Notwist stanno influenzando la mia musica. Il prossimo disco sarà molto diverso da tutto quello che ho fatto finora, e questa canzone ne è il primo piccolo assaggio.”

Il brano, disponibile su tutte le piattaforme dal 17 luglio, sarà anche in free download.

 

 

Free download qui

 

Are You Real?

Consequence

Beautiful Losers Records

 

Redazione

Protomartyr “Ultimate Success Today” (Domino Records, 2020)

Appena sotto resilienza/resiliente, nella speciale classifica di termini italiani che mi creano sentimenti poco amichevoli verso l’umanità tutta, si colloca divisivo.

Saltando a piè pari i contesti nei quali in tempi più o meno recenti mi è capitato di veder utilizzata la parola sopra citata, ho fatto questa scoperta sulla mia pelle: il fatto che una band abbia un cantante con una voce che ondeggia, barcolla meglio, tra il parlato che sovente diventa biascicato e il cantato che non di rado sconfina nello stonato, un’attitudine sul palco più adatta ad un netturbino in strada, alle 4 del mattino, in novembre, sotto la pioggia, aggiungiamoci una chitarra che mena fendenti acidi e nervosi senza sosta ed una sezione ritmica che strizza l’occhio diciamo ai Fall per dirne uno per tutti (insomma, tutte peculiarità che adoro e trovo quasi imprescindibili per poter ascrivere un gruppo alla mia cerchia di “band di culto”), ebbene, tutto questo ben di dio in un solo gruppo, e scopro che un sacco di gente non li apprezza. In alcuni casi arriva addirittura a detestarli proprio. Follia!

Si scherza ovviamente, ma la situazione sopra descritta si confà perfettamente al mio rapporto con i Protomartyr, quartetto di Detroit, giunti al quinto album in studio e che personalmente ho iniziato ad amare relativamente tardi, in occasione di quel Relatives in Descent, anno di grazia 2017, che è uno dei dischi che di rado mi stanco di ascoltare.

Amore dicevamo che però non si è affatto trasformato in un flirt estivo, al contrario, ma si è consolidato con l’EP Consolation (uscito in collaborazione con l’ex Breeders Kelley Deal) e che con quest’ultimo Ultimate Success Today è diventato una storia d’amore che non vedo come possa interrompersi.

Ora che ho scoperto da subito le carte e che non ho più spazio per bluff e doppi giochi, non ci giro attorno e direi che non sia sbagliato affermare che il succo, il nucleo di questo Ultimate Success Today non si discosti di molto dal suo predecessore, quantomeno nelle intenzioni, ampliandone però l’area di movimento, e non per una mera questione di incremento della strumentazione utilizzata; dopo nemmeno un minuto infatti dell’apertura affidata al singolo Day Without End compare un sax, ad aumentare il senso di tensione e sospensione di un brano di per sé già poco piantato a terra, che si spegne d’improvviso, quasi inatteso. 

I Am You Now ci riporta il Joe Casey (il cantante NdA) sermoneggiante di Here Is The Thing, mentre la chitarra di Gregg Ahee disegna incubi metropolitani su tappeti ritmici secchi e sincopati (vedasi anche la seguente The Aphorist) che risultano essere il vero marchio di fabbrica dei quattro.

Ascoltate Michigan Hammers per avere chiaro un compendio di come non si dovrebbe (pff…) cantare su di un disco, se siete di quelli che si trovano a proprio agio principalmente coi “poeti laureati”, io mi tengo stretto le esplosioni allucinate di Tranquilizer, il valzer drogato di Bridge & Crown, la dilatata coda, criptica e fatalista di Worm In Heaven (I exist, I did, I was here, I was, or never was recita il finale ), al quale si accompagna un video altrettanto allucinato, che merita 4.31 minuti del vostro tempo.

È un disco sconsigliato a quelli dal palato fino, a chi non ha ancora avuto il coraggio di affrontare i propri incubi peggiori, ai tecnofili (passatemelo come neologismo per piacere), a coloro alla ricerca di decorazioni, ornamenti e finiture di classe, ai canonici, agli amanti del reggaeton.

E se non rientrate in alcuna di queste categorie ed allo stesso tempo non vi siete innamorati di questo Ultimate Success Today, beh, de gustibus non est disputandum.

Divisivi si diceva…

 

Protomartyr

Ultimate Success Today

Domino Records

 

Alberto Adustini