VERDENA • 20 th Anniversary Edition (1999-2019)
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Sabato 7 settembre 2019 ore 21
Cold Fest III
c/o Life Club – Viale Regina Margherita 111 Rimini
Live:
Undertheskin (POL) – Kill Your Boyfriend (IT) – Cirque d’Ess (IT) – Disco Death (IT)
Aftershow djset
Quattro live e sei dj per il Cold Fest III, appuntamento per gli appassionati new wave.
Per chi non avesse avuto modo di partecipare alla serata di sabato 11 maggio de Cold Fest II, una nuova occasione questo sabato 7 settembre a Rimini.
Il Cold Fest propone il suo terzo appuntamento sempre al Life Club, dopo il successo e l’entusiasmo del pubblico espresso fortemente tra i social e passaparola.
Cold Fest si ispira alla scena musicale underground di forte ispirazione wave e dark anni 80 e contemporanea aprendosi anche allo psych rock, shoegaze e synth punk e rispettando sempre la formula, anche in questo sabato suoneranno quattro band, di cui tre italiane e una estera.
La line-up: per la prima volta in Italia i polacchi Undertheskin (post-punk, dark shoegaze), le band italiane con mood internazionale Kill Your Boyfriend (shoegaze/ post-punk), Cirque d’Ess (ritual wave), Disco Death (metal dark).
Timeline band
ore 21:30 – Disco Death
ore 22:15 – Cirq d’Ess
ore 23:00 – Kill Your Boyfriend
ore 23:45 – Undertheskin
Al termine dei concerti si ballerà, tra atmosfere dall’Aleph allo Slego, dal Velvet al… Cold Fest con i djs Gianluca Cecchini, Andrea Gowasabi, Miss Lucifer, Marta, Matteo Bosi, Luca D’Altri, per attraversare gli 80’,90’ fino ai nostri giorni con New Wave, Dark, Shoegaze, Electro, Synth.
Gli ideatori sono i gruppi organizzatori Psychedelic Vampire, Musincanta, Black Room, BatBox, Wave, tutti uniti da un fil rouge di esperienza e conoscenza acquisite negli anni nel proporre on stage band nazionali e internazionali e dalla passione della ricerca musicale attraverso la radio.
Reportage fotografico a cura di Matteo Bosi. Tecnico-audio a cura di Luca Silvagni.
Alla cassa: €12 incluso un drink
Informazioni e aggiornamenti su evento Facebook
https://www.facebook.com/events/400057244118461/
Infotel +329 0909716
https://www.facebook.com/coldfest/
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L’estate sta volgendo al termine, portandosi via la tipica voglia di far baldoria, inneggiando ad una vita gioiosa e senza pensieri.
Le giornate si accorciano, l’inverno è alle porte e con esso il malessere tipico del ritorno alla vita quotidiana: clima perfetto per l’uscita del nuovo disco dei Grayscale, che tornano con Nella Vita, titolo tutto italiano per questo quintetto pop punk americano.
Musicalmente nati nel 2011, a distanza di quattro anni esce il loro primo EP, Change, ma l’anno del debutto ufficiale è senza dubbio il 2017, con l’album Adornement per Fearless Recording.
I Grayscale sono una miscela di emozione pura e grezza, con elementi del rock alternativo, radici punk ben assestate, e una combinazione di hip hop moderno.
Attraverso la musica ci restituiscono un’immagine emotiva in scala di grigi, iniziando dal nero della depressione, passando per il grigio della consapevolezza e arrivando al bianco candido della redenzione di sé stessi.
I Grayscale sono reali come le nubi, come la pioggia.
Sono reali come la sofferenza, come la perdita.
Parlano di morte, di amore tossico, di depressione, di droga e di sesso.
Con Nella Vita realizzano un album molto pop rock punk, con il quale riescono a comunicare dolore e disperazione con un ritmo orecchiabile e ritornelli indie. Canticchiando queste canzoni si finisce con l’empatizzare con le tematiche tragiche descritte nei testi.
La morte conclamata, in In Violet, primo singolo che accompagna l’uscita del disco, è un brano molto personale, come ammette il frontman del gruppo, il quale, durante un periodo tormentato, ha pensato al suo funerale dove avrebbe voluto che tutti i presenti fossero vestiti di viola, cantando e sorridendo alla vita. Fa riflettere su come noi occidentali consideriamo la morte come fine del percorso, un evento negativo. Con questo pezzo invece, i Grayscale ci propongono una nuova chiave di lettura, un’interpretazione della morte non come l’epilogo, ma piuttosto come un’esperienza di rinascita e un presupposto per gioire della vita stessa che è stata.
L’insieme di circostanze complesse che ci propina la vita prosegue in Painkiller Weather, dove si affronta una complicata storia di amore e droga, arduo conflitto amoroso tra sentimento e dipendenza. Questo pezzo descrive quanto sia penoso e complicato essere impotente di fronte alla distruzione pacata della propria amata e quanto questo conduca alla disintegrazione di sé stessi.
“Temptations won, yeah, they always won” – neanche l’amore può nulla davanti all’assuefazione dal eroina.
La tematica dell’amore malato è toccata anche in Baby Blue, dove viene decantato un sentimento depredato dall’oscurità intensa della malinconia che spazza via tutte le emozioni. Tutto intorno è annebbiato da un disagio talmente radicato che rende vuota e insignificante ogni sensazione.
I loro riff pop punk descrivono in modo schietto la depressione e la solitudine in Old friends, una ritmata ballata che colpisce nel profondo. Tutti noi ci siamo sentiti sbagliati, privi di importanza e senza futuro almeno una volta: indossare una maschera sorridente quando l’anima invece sta cadendo lentamente a pezzi, quando vorresti solo bussare alla porta di qualcuno sotto la pioggia per parlare, quando l’unico modo che hai per uscirne è confidarti e invece rimani solo, seduto sul tuo letto, colmo di odio verso te stesso.
Nella Vita è un viaggio catartico, una collezione di brani che rappresentano una cronaca di vita, di esperienze dei componenti del quintetto, con cui ci accompagnano nella scoperta della rinascita. Ascoltare questo album è esplorare la caverna umida e cupa che è in noi, il posto più nascosto che celiamo al mondo, entrare nelle viscere di noi stessi e riuscire ad uscirne più forti di prima.
Come scrive Chuck Palahniuk nel suo romanzo Fight Club “È solo dopo che hai perso tutto che sei libero di fare qualsiasi cosa”: solo arrivando a toccare il fondo possiamo darci la spinta per risalire, solo entrando a contatto con la solitudine e la disperazione possiamo tornare a risplendere.
Grayscale
Nella Vita
Fearless Records, 2019
Marta Annesi
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[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda
Foto: Luca Ortolani
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La Rappresentante Di Lista
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Foto: Luca Ortolani
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Anni novanta, Torino
Una Opel Corsa rossa percorre strade lastricate di pavé, umido di nebbia. Si è appena concluso un dialogo quasi ritualizzato tra due postadolescenti, universitari per vocazione, amici, e molto, anche se di gusti musicali assai lontani. Uno, il sottoscritto, ha abbracciato il grunge, ha già pianto i suoi primi martiri e ha definito i confini delle sue esplorazioni artistiche. L’altro, chiamiamolo Elmer per rispetto della privacy, è il Babbo Natale del mio subconscio musicale. Lui esplora, insaziabile golosone culturale, e poi pontifica. Ah, quanto pontificava. C’era terreno comune, anche perché i generi, allora, si incrociavano, si imbastardivano, si mescolavano in modo programmatico. Erano gli anni in cui in quella Opel si passava dai Primus a Ummagumma, dai Fishbone a Vitalogy. E poi Elmer si bloccava quando arrivavano loro. E si blocca ancora adesso, come i cani di Up davanti a uno scoiattolo, quando qualcuno cita i Tool. Il suo sguardosi perde all’orizzonte, la bocca pende di lato, a trattenere un ricordo appeso all’acquolina. Il suo neurone preposto all’estasi musicale è entrato in forte sintonia con quello dedicato alla goduria culturale. Si, perché Elmer è affascinato dalla cultura, quella alta, quella che segna un solco tra chi la comprende e chi no. Quella che anche Maynard James Keenan, cantante dei Tool, usa come uno scudo e come uno strumento, e che, inevitabilmente, sottintende un discreto livello di misantropia. Elmer vede nei Tool non un poeta-vate, vede l’incarnazione, o meglio l’unione, un po’ pornografica e un po’ magniloquente, tra una musica potente, violenta, stridente e testi e citazioni alte, a volte altissime.
Da Jung a Fibonacci, i substrati culturali nei loro testi sono tanti quanti i cambi di ritmo. La ricchezza di riferimenti, unita alla sovrabbondanza musicale e alla continua ibridazione di generi e stili, sono i tratti che definiscono la loro essenza.
Per questo l’acquolina. Per questo Elmer si bloccava.
I fan dei Tool sono un esercito, per numero e compattezza. Sono devoti ai mille echi e alle reminiscenze generate dalle cattedrali sonore dai quattro californiani.
E hanno atteso tredici anni.
Fear Inoculum è il quinto lavoro in studio, il quinto in quasi trent’anni di carriera e arriva dopo un’era geologica, se pensiamo in termini musicali e di mercato. L’hype generato da quello che, probabilmente, sarà un successo mondiale rischia di inquinare un giudizio sereno e oggettivo su questo lavoro.
Non si critica la parusia, la si ammira in estasi silenziosa.
Magari con le cuffie.
Premessa: le tracce sono sette. Tutte superano abbondantemente i dieci minuti, tranne Chocolate Chip Trip, delirio strumentale. Siamo quindi davanti a un’opera complessa, da comprendere col tempo, da gustare con la dovuta e rispettosa attenzione.
L’album inizia con la title track, ed è subito distillato di Tool, nel coro:
Exhale, expel
Recast my tale
Weave my allegorical elegy
L’elegia greca prevedeva che gli spettatori fossero esortati dall’io narrante a immedesimarsi. E’ una overture in cui si cita la mitosi. È il manifesto di un ritorno, sono le chiavi per decifrare quanto accadrà successivamente. Ma è anche un rassicurante primo capitolo di una saga che rimane coerente con il proprio passato.
Pneuma è la seconda traccia e nuovamente siamo davanti a richiami arcaici e alti. Il soffio vitale, profetico nella tradizione ebraica, è qui usato per destarci, per svegliarci dal sonno della mente. Magari durato tredici anni. Il pezzo è lento, trascinato, quasi recitato, sembra accompagnare il lento incedere del Maynard-vate nella caverna di platonica memoria, per liberarci dal mondo delle ombre e rivelarci il Vero.
La triade dei tre pezzi successivi (sia chiaro, mia personale interpretazione), è il fallimento dell’invocazione precedente, una lenta presa di coscienza dell’impossibilità di vittoria per il guerriero/uomo. Siamo dalle parti dello stoicismo, in Invincible, terzo brano. Prosegue il tema (anche musicale, i due pezzi sono quasi gemelli) in Descending, ma la consapevolezza della nostra debolezza è ormai dato di fatto, si prega:
Mitigate our ruin
Call us all to arms and order
Ma arriva la follia di Culling Voices, in cui noi stessi siamo gli artefici dell’inganno in cui viviamo. Follia che ci porterà alla consapevolezza del trucco, abile e mirabile, autoindotto e autocastrante. È 7empest, ultimo pezzo, che ci lascia con la promessa che la tempesta arriverà, sia essa ekpýrosis stoica, fatta di fuoco e rigenerazione, sia essa apocalisse e fine del tempo.
Non c’è messaggio salvifico, c’è una traccia iniziale che è labile e serpeggia tra richiami e labirinti caleidoscopici.
È la meraviglia di trovarsi di fronte a un testo, meglio un ipertesto, profondo e dalle molteplici letture. E non solo. I Tool suonano immagini, cantano universi paralleli, montano musica. Sono dissonanti armonie, sono ordine dalla frizione. È un’opera enciclopedica, analitica, che parte da una costruzione estremamente razionale e iniziatica per arrivare a sentimenti ombelicali. Come un caro e vecchio film di Kubrick.
Lasciate che i Tool vi portino via e vi elevino, ne vale la pena. Altrimenti potreste aspettare altri tredici anni.
Tool
Fear Inoculum
RCA Records, 2019
Andrea Riscossa
IRIS: A Space Opera by Justice – è questo il titolo dell’esordio sul grande schermo del duo francese composto da Gaspard Augè e Xavier de Rosnay, adattamento dello spettacolo dal vivo Woman Worldwide da parte dei due registi Andrè Chemetoff e Armand Beraud.
I Justice non hanno bisogno di presentazioni: sulle scene dal 2005 hanno composto moltissime canzoni di grande successo che tutti più o meno consapevolmente abbiamo ballato almeno una volta.
Il film, diviso in due parti, inizia come un vero e proprio documentario dove Gaspard e Xavier spiegano la decisione di andare controcorrente: in un mondo musicale, infatti, dove gli artisti cercano sempre di più il contatto con il pubblico, loro lo eliminano completamente dando una nuova dimensione al loro live.

Nella prima parte i due protagonisti spiegano il perché di alcune scelte, raccontando la difficoltà della realizzazione alternandosi alle voci dei due registi e di alcuni addetti ai lavori, tra cui il vero protagonista di questo film, Vincent Lerisson, il tecnico luci che ha seguito tutto il loro Woman World Tour e che a tutti gli effetti potrebbe essere considerato il terzo membro della band.
Ma perché A space Opera?
Il film è concepito come un’esperienza sensoriale, con incastri di immagini perfetti: alle immagini del live si alternano quelle del cosmo, con pianeti e costellazioni che creano una vera opera d’arte.
«Dovrebbe essere proiettato su una cupola mentre uno sdraiato sull’erba lo guarda.»

Safe and Sound dà inizio al live. Le atmosfere del film sono decisamente anni ’80, le luci perfette di Vincent danzano attorno al duo francese creando veri paesaggi fatti di geometrie perfette e colori, tutto molto ipnotico.
I due DJ, grazie alla superficie riflettente del pavimento, sembrano sospesi nello spazio, le luci che rimbalzano creano distorsioni visive che normalmente avrebbero bisogno di effetti di postproduzione, ma qui è tutto in presa diretta.
Le inquadrature decentrate e le carrellate creano dinamismo e non fanno assolutamente sentire la mancanza del pubblico.

Genesis, Stress, Love S.O.S., We Are Your Friends: i Justice lanciano bombe in successione. Heavy Metal è l’episodio che ho apprezzato di più, dove le luci stroboscopie diventano le protagoniste, sicuramente più nel loro stile.
Una traccia dietro l’altra, in un mix che ti prende, ti mescola e ti lancia a forte velocità in un tunnel fatto di luce.
Tuttavia, terminata la visione del film, sono uscito dalla multisala in cui è stato proiettato convinto che il contesto migliore per apprezzarlo e rendere giustizia alla musica della band sarebbe di guardarlo proiettato non su una cupola, ma ballando con un cocktail in mano ed il naso all’in su con lo sguardo perso nel cosmo.
Grazie a Spin Go
Testo di Luca Ortolani
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<< Sono anni che sono in giro e queste saranno le ultime date di un tour che in realtà non si è mai fermato da almeno tre anni, come non si è mai fermata la mia voglia di cambiare idea sulle cose. Da quando sono partito è cambiato quasi tutto e un po’ come la vita una persona passa il tempo a viaggiare per tornare al punto di partenza. Per questo dopo questo tour mi fermerò per un po’. Per tornare bambino consapevole di tutto quello che è successo. L’esperienza di questi anni mi ha aiutato a capire questo, a cercare di essere adulto, forte e fragile nello stesso tempo e a capire quando il silenzio si fa musica. Ci vediamo in giro, sarà un tour bellissimo e faremo tanto rumore. Se no che gusto c’è >>.
Una promessa mantenuta, quella di Motta che, Sabato 24 agosto, in occasione dell’ultima data del Tra chi vince e chi perde tour, di rumore ne ha fatto tanto, e forte e intenso, sul palco del MAMAMIA di Senigallia. Una location che, per noi ragazzi marchigiani nati fra gli anni Ottanta e Novanta, ha sempre quel fascino malinconico delle serate adolescenziali, degli autobus organizzati con gli amici, dell’apertura estiva, del volume della sala rock, dall’alba che spunta sui finestrini in autostrada.
Ricordi che sembrano prendere forma, in note e parole, nel brano La fine dei vent’anni con cui l’artista pisano saluta il pubblico, pizzicando delicatamente le corde della sua chitarra. È l’album omonimo, uscito nel 2016, insieme a Vivere o Morire, del 2018, a scandire le tappe di un vero e proprio viaggio fatto di sogni, cambiamenti, chilometri in giro per l’Italia, perdite e conquiste. Un viaggio imprescindibile da due elementi: dietro di lui, la band, con la quale Motta confessa sempre di avere un legame fraterno; davanti a lui, i suoi fan.
<< Avete fatto bene a venire stasera >> – dichiara, dopo aver eseguito Quello che siamo diventati e Di quello che passa la felicità – << È stato un tour incredibile. Per l’ultima data, ho voglia di parlare un po’ con voi. Mi vedrete sorridere… Strano no? Anche la convinzione che Motta non sorride mai…È sbagliata… O meglio… È parzialmente sbagliata >>.
Alla performance interpretativa e vocale impeccabile, sempre più e contraddistinta da un’impronta cantautoriale matura, si alternano aneddoti e racconti che permettono di addentrarsi intimamente nella genesi e nei versi delle canzoni. Mio padre era comunista è il momento per sottolineare che non ci si dovrebbe mai vergognare di avere un pensiero di sinistra, anche in un periodo storico come questo. Chissà dove sarai si trasforma nella dimostrazione che alcune storie d’amore possono finire male ma possono anche finire malissimo. Prima o poi ci passerà riecheggia l’immagine di Francesco seduto alla batteria dei Pan del Diavolo, qualche anno fa: <<Stavo suonando con questo gruppo che probabilmente non conoscerete, quando mi sono messo una mano tra i capelli e ho pensato: “E se un giorno dovessi diventare pelato? È un’idea che mi ha sempre terrorizzato. Oggi, dopo tutto quello che è successo, dopo gli stravolgimenti, la musica che è diventata il mio lavoro e la pausa necessaria per scrivere un nuovo disco, sono più tranquillo però. Perché so che voi ci sareste comunque, anche se dovessi diventare pelato >>.
L’esperienza di Sanremo è rivissuta nell’introduzione di Dov’è l’Italia. Oltre all’invito a non scoraggiarsi e credere fermamente nei propri valori, dimostrandosi più intelligenti di determinati soggetti pur non sentendosi rappresentati, il brano presentato all’Ariston contiene una dichiarazione d’amore per i musicisti che lo accompagnano. <<Non ve l’ho detto mai, ragazzi…ma mi siete mancati un casino su quel palco >> – confida il cantante.
Non possiamo che dargli ragione. La coesione, l’intesa, l’empatia create grazie all’energia di Cesare Petulicchio alla batteria, il ritmo di Federico Camici al basso, la maestria di Giorgio Maria Condemi alla chitarra sono reagenti fondamentali nell’ “effetto Motta”. Le corde del violoncello di Carmine Iuvone e l’accompagnamento alle tastiere di Matteo Scanicchio sono stati il valore aggiunto negli arrangiamenti di questo tour, in equilibrio fra la dimensione del teatro e quella cinematografica da colonna sonora.
La prima parte è incorniciata dall’intimità delle luci soffuse e dei dolci accordi di Mi parli di te, dedica al padre e consiglio spassionato a tutti i presenti di non aspettare troppo a dire quello che si ha nel cuore. Il set finale è inaugurato da una perla inaspettata, Abbiamo vinto un’altra guerra (“questa non la facciamo mai”), per esplodere nei timpani di Roma stasera e nella psichedelia di Ed è quasi come essere felice.
È proprio con questo brano che si apriva il precedente tour di Motta e il suo ultimo lavoro in studio che contiene, nel titolo, il destino e la scelta suprema dell’uomo. Ed è in questa inversione tra inizio e fine che si rintraccia, secondo me, la nuova e cresciuta consapevolezza dell’artista, la capacità di rivivere un percorso osservandolo da angolature differenti, da punti di partenza e di arrivo mai uguali ma sempre intrisi di significato.
Una consapevolezza che porta con sé la promessa onesta ed estremamente umana di tornare solo quando avrà qualcosa di importante da dire e da scrivere. Una consapevolezza che colloca in una posizione precisa e previlegiata tutti quelli che si trovano tra chi vince e chi perde: in quello spazio, sopra e sotto il palco, c’è lui, ci siamo noi, ci sono tutti coloro che, grazie alla musica, condividono la propria solitudine e riescono, in qualche modo, a sentirsi meno soli. Insieme.
SETLIST:
La fine dei vent’anni
Quello che siamo diventati
Di quello che passa la felicità
Se continuiamo a correre
Mio padre era comunista
Vivere o morire
Sei bella davvero
Chissà dove sarai
Prima o poi ci passerà
Cambio la faccia
La nostra ultima canzone
Dov’è l’Italia La prima volta
Fango (Criminal Jokers)
Mi parli di te
Abbiamo vinto un’altra guerra
Roma stasera
Ed è quasi come essere felice
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda
Foto: Lucia Bolletta
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Mange tak til Morten Rygaard og Train
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[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Elisa Hassert
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie ad Hellfire Booking Agency
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The Last Confidence
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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Quella che si è appena conclusa è stata una delle edizioni di Festambiente più belle di sempre. Ogni sera, i visitatori che hanno deciso di trascorrere parte del loro tempo nella cittadella ecologica di Legambiente Onlus sono stati moltissimi. Chi decide di venire a Festambiente lo fa non solo per ascoltare buona musica ma anche e soprattutto perché condivide con noi la ferma convinzione che per salvare il clima e il Pianeta sia necessario passare attraverso un’azione collettiva che deve partire dal basso e vedere tutti protagonisti, nessuno escluso. E ciò non può che riempirci di orgoglio.
Di momenti significativi in questa edizione ce ne sono stati davvero moltissimi. Dalle testimonianze delle ONG che hanno preso parte a due diversi incontri ai numerosi interventi di amministrazioni locali e privati che hanno dimostrato che invertire la rotta è davvero possibile e che la nostra Italia è costellata di esempi positivi da valorizzare e mettere in rete per riuscire a fare sistema.
Festambiente ha ancora una volta confermato di essere un megafono di grande valore attraverso il quale veicolare il messaggio ambientalista ad un numero molto elevato di persone e l’idea di realizzare il primo palco #SALVAILCLIMA è nata proprio in questa ottica: riuscire per mezzo della musica e degli artisti che si sono esibiti nel nostro festival di far arrivare il messaggio di #Legambienteil più lontano possibile.
E così è stato.
Per questo, ringraziamo Daniele Silvestri per essere stato il primo artista ad esibirsi in un #Concertoperilclima di Legambiente, i suoi compagni di palco Diodato e Mirkoeilcane, ma anche The Zen Circus con Giorgio Canali, Max Gazzè, Carmen Consoli e Alpha Blondy. A tutti loro deve andare una grande parte di merito di un successo straordinario di cui tutti dobbiamo andare fieri.
Un ringraziamento speciale infine ai volontari che da tutta Italia ci hanno raggiunti in Maremma per essere parte di questo meraviglioso ingranaggio. Senza di loro non sarebbe stato possibile realizzare tutto questo e mettere a segno un ennesimo successo che da oggi dovrà essere capitalizzato e avrà il compito di rappresentare una cruciale spinta propulsiva per il prossimo futuro.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435921124{margin-top: 20px !important;margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]
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[/vc_column_text][vc_empty_space][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Michele Morri
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