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Le stagioni degli American Authors

Il 1 febbraio è uscito Seasons, il terzo album degli American Authors.

Con questo nuovo lavoro la band, capitanata da Zac Barnett, si discosta notevolmente dalle sue opere precedenti: eravamo abituati a canzoni ritmate dalle sonorità rock-folk, con banjo e mandolini di accompagnamento, ma questa volta i newyorkesi ci hanno spiazzato.

Ci presentano dieci canzoni che non solo sono un mix di stili diversi, ma la cosa che più colpisce sono i toni. Gli American Authors erano sinonimo di sonorità allegre e spesso ballabili, invece in Seasons ci troviamo ad ascoltare brani più riflessivi, a tratti cupi.

Si tratta di un cambio di rotta che era già balzato all’orecchio con i singoli che avevano anticipato l’uscita dell’album, canzoni come Deep Water, Say Amen e Neighborhood.

È come se la band stesse cercando un ritorno alla spiritualità e alla religiosità, una ricerca di valori più profondi. In Neighborhood, ad esempio, si sono avvalsi dell’aiuto di Bear Rinehart, cantante dei Needtobreathe, band dalla forte impronta cristiana; in Deep Water abbiamo l’Harlem Gospel Choir che sostiene Zac nel ritornello. 

Non mancano tuttavia le canzoni che ricordano la produzione precedente e che strizzano l’occhio ai brani che li hanno resi famosi: Can’t Stop Me Now, Bring It On Home, e soprattutto I Wanna Go Out sono quelli che più ricordano gli American Authors che ci hanno fatto cantare con brani come I’m Born To Run e Best Day of My Life. E’ qui che troviamo l’esplosione di energia e le melodie che ti catturano fin dalla prima nota, gli elementi che ci hanno fatto amare i primi due cd della band.

Ma la sperimentazione musicale dell’album non si ferma qui: abbiamo un brano quasi hip hop, Calm me down, che nonostante si discosti dal loro genere tradizionale, in Seasons trova il suo spazio ideale senza stonare o risultare fuori luogo.

Anche se personalmente non amo i brani eccessivamente cupi, credo che gli American Authors siano riusciti a trovare un equilibrio perfetto sperimentando nuovi generi e cambiando l’impronta delle loro canzoni, seppur rimanendo fedeli a se stessi: non si sono snaturati e questo è decisamente un punto a favore dell’album.

Le ultime due canzoni, Before I Go e soprattutto Real Place, sono forse due tra le più belle ballate che la band abbia mai scritto, soprattutto dal punto di vista dei testi.

Al primo ascolto forse Seasons potrebbe sembrare un po’ sotto tono rispetto ai lavori che lo hanno preceduto, ma credo che non ci si debba fermare qui. L’album è variegato, è vero, e di difficile catalogazione, ma la sperimentazione e i cambi di genere funzionano. Magari non ce ne si innamora al primo ascolto, come era successo con What We Live For, però queste canzoni riescono a catturarti e ad entrarti nel cuore.

 

American Authors

Seasons

Universal Island Records

 

Laura Losi

Kiko Loureiro @ Campus Industry Music

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• Kiko Loureiro •

 

+ Avelion

Campus Industry Music (Parma) // 12 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text][/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Una goduria per le orecchie!

Sono queste le parole giuste per descrivere quello che è andato in scena ieri sera al Campus Industry Music di Parma.

A fare gli onori di casa ci pensano gli Avelion, formazione power metal parmigiana, che accolgono i primi ospiti del Campus scatenando tutta la loro energia.

Quando poi sale sul palco il trio capitanato da Kiko Loureiro si capisce subito che si farà sul serio. L’attuale chitarrista dei Megadeth comincia con i virtuosismi che ci accompagneranno per tutto il concerto.

Felipe Andreoli al basso e Bruno Valverde alla batteria non ci stanno a fare i comprimari e sfoderano tutta la loro abilità nei rispettivi assoli.

La tecnica mostruosa dei tre musicisti si fonde perfettamente in brani metal ed in sonorità più tipicamente brasiliane.

Le quasi due ore di concerto passano quasi senza accorgersene, restando estasiati dall’abilità della sezione ritmica e venendo catturati dalle melodie che escono dalla chitarra di Kiko.

 

 

Testo e Foto: Mirko Fava

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Avelion

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Kiko Loureiro arriva in Italia!

Kiko Loureiro è arrivato in Italia! Il chitarrista brasiliano di Angra e Megadeth è in giro per l’Europa con il suo tour da solista. Nel nostro paese, dopo aver toccato Roma e Milano, passerà dal Campus Industry Music di Parma il prossimo 12 febbraio.

Kiko Loureiro inizia a suonare la chitarra acustica a 11 anni, passando poco dopo alla chitarra elettrica.

A 21 anni Kiko Loureiro entra a far parte degli Angra, gruppo power metal di San Paolo, con cui ha pubblicato otto album in studio, tre cd live e due DVD live.

Nel 2005 pubblica il suo primo album da solista No Gravity, a cui sono succeduti Universo inverso (2007), Fullblast (2009) e Sounds of Innocence (2012).

Insieme a Chris Adler, già batterista dei Lamb of God, nel 2015 entra a far parte dei Megadeth. Con la band americana ha registrato l’album Dystopia, il quindicesimo in studio del gruppo.

Dopo aver vinto numerosi sondaggi come “Best Guitarist” ed essere apparso su copertine di riviste di settore, tra cui Cover Guitarra, Guitar & Bass, e Young Guitar, nel 2017 è stato il primo musicista brasiliano a vincere un Grammy Award suonando in un gruppo rock/heavy metal.

Considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione, porterà sul palco un mix di metal e sonorità brasiliane, accompagnato dalla sezione ritmica degli Angra: Felipe Andreoli al basso e Bruno Valverde alla batteria.

Ad aprire il concerto troveremo gli Avelion, che VEZ Magazine ha già avuto piacere di conoscere lo scorso 5 settembre a Festareggio. La band power metal parmigiana lo scorso anno è stata in tour con gli Angra, ma questa volta giocherà in casa.

Al Campus Industry Music si preannuncia, quindi, una serata all’insegna del metal!

Subsonica @ Unipol_Arena

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• Subsonica •

8  T o u r

 

Unipol Arena (Bologna) // 11 Febbraio 2019

 

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Grazie a Vertigo e Studios Online[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11227,11235,11220,11242,11230,11231,11241,11240,11233,11234,11225,11239,11218,11232,11223,11236,11224,11226,11228,11229,11221,11237,11222,11238,11217,11245,11219″][/vc_column][/vc_row]

Death Cab for Cutie @ VEGA, Copenhagen

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• Death Cab for Cutie •

Thank You For Today tour

 

VEGA (Copenhagen, DK) // 10 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]È domenica, fuori piove da una settimana e sebbene il mio istinto mi spinga verso il divano, mi metto in macchina con due ore e mezza di strada davanti a me verso Copenhagen e verso i Death Cab for Cutie.

Il concerto si tiene nel blasonatissimo VEGA, locale della capitale danese di cui ho sempre sentito parlare ma che non avevo ancora avuto l’occasione di vedere con i miei occhi.

La sala grande è al primo piano di un edificio grigio, squadrato, con un’aria da periferia di città comunista pre-caduta del muro, atmosfera che in un certo qual modo si respira anche all’interno salendo le scale con i pavimenti chiari, la boiserie a listelli e il corrimano da palazzone anni ’50-’60: chiunque ha una zia o una nonna che vive in un condominio del genere e sa a cosa mi sto riferendo. Varcate le porte di quella che sembrava un’ambientazione al limite del modernariato insipido, la meraviglia di una sala tutta in legno, balconata intarsiata e lampadari vintage. Per dirla con le parole di Ben Gibbard, leader della band, “sembra di suonare dentro un pezzo di arredamento molto costoso”. 

Ad intrattenere il pubblico prima dei Death Cab, salgono sul palco The Beths, neozelandesi che fanno un rock tranquillo e carino, perfettamente adatto a distrarre il pubblico per una buona mezz’ora dalla noia dell’attesa.

Il palco si svuota dal guazzabuglio di strumenti che era per il set de The Beths per lasciare un ampio spazio circondato dalle postazioni per i cinque membri del gruppo: batteria, basso, microfono, chitarra, tastiere e un pianoforte. Un allestimento essenziale, come essenziali sono le luci che illuminano il concerto per tutta la sua durata: semplici, pulite, per non togliere attenzione alla musica.

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_empty_space][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_single_image image=”11259″ img_size=”full” alignment=”center”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_empty_space][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Le 21:00 spaccate: I Dreamt We Spoke Again, tratta dall’ultimo Thank You For Today apre le danze.

Una delle prime cose che noto sono i segni del tempo addosso a tutti i membri del gruppo, eccetto Ben Gibbard: lui non solo non sembra affatto scalfito dagli anni di carriera e da una vita in tour, ma è pure migliorato! Sarà forse il fatto che non sta fermo un secondo, si muove, corre avanti e indietro sul palco, saltella, sembra che il suo corpo non riesca a contenere la musica che ha dentro.

Le canzoni scivolano una dopo l’altra senza il minimo attrito. Come un meccanismo ben oliato, la band sul palco infila brani dall’ultimo disco sapientemente integrati in una scaletta che copre la loro intera produzione discografica. Passiamo attraverso Kintsugi, Narrow Stairs, Transatlanticism, andando indietro nel tempo fino addirittura a quella perla che è Photobooth, tratta da The Forbidden Love EP del 2000, uno dei primi segnali che nel Pacific Northwest, sotto alle ceneri del grunge, ancora ardeva una fiammella di speranza musicale.

Se con i brani da Thank You For Today il pubblico è timido e rispettosamente silenzioso, con le hit storiche come What Sarah Said, o I Will Possess Your Heart la sala si riempie di cori improvvisati, talvolta stonati, espressione di una partecipazione genuina ed incontenibile come l’energia sprigionata sul palco.

Soul Meets Body chiude la parte principale del concerto e mi ritrovo a pensare, ascoltandola, quanto i Death Cab for Cutie attraverso la freschezza delle loro composizioni, cantino un aspetto di Seattle diverso, rispetto a quello che è giunto a noi attraverso il grunge.

Nelle canzoni dei Death Cab for Cutie, c’è la freschezza della vita all’aria aperta, i boschi, il sole brillante che si specchia nel blu del Pudget Sound, l’attitudine filo hipster di una città che vuole togliersi di dosso la nomea di essere grigia triste e piovosa, cantata per anni in ballate cupe, disagio generazionale e rock ribelle chiuso in piccoli locali scarsamente illuminati.

Ben Gibbard rientra in scena da solo, chitarra acustica in mano, ed è il momento per, a proposito di leggerezza e solarità, I Will Follow You Into The Dark, delicata, malinconica ballata.

Anche il resto della band ritorna sul palco e c’è ancora tempo per altri tre pezzi prima di congedarsi da un pubblico estremamente caloroso per essere scandinavo.

Transatlanticism chiude con il suo crescendo travolgente un impeccabile concerto durato due ore.

Fuori piove ancora, ma adesso, con la musica dei Death Cab nelle orecchie e nel cuore, non mi importa più: chiudo gli occhi e faccio finta di essere a Seattle.

 

Testo: Francesca Garattoni

Foto: Joseph Miller

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_single_image image=”11260″ img_size=”full” alignment=”center”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_empty_space][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_single_image image=”11261″ img_size=”full” alignment=”center”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_empty_space][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_single_image image=”11263″ img_size=”full” alignment=”center”][/vc_column][/vc_row]

Be Forest @ Bradipop

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• Be Forest •

Bradipop (Rimini) // 09 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]L’atmosfera magica dei Be Forest.

Una batteria minimale suonata in piedi, a scandire ritmi essenziali e precisi, una chitarra sospesa che amalgama il tutto alla perfezione una linea di basso pulita il tutto accompagnato da una voce gentile ed eterea, questa è la miscela vincente dei Be Forest, band pesarese al loro terzo disco, Knocturne.

È la terza data del loro nuovo tour e noi li incontriamo, al Bradipop di Rimini.

Ahinoi! Puntuali si sale sul palco alle 00.00 (..) dove il trio ha suonato impeccabilmente per un’ora davanti ad un pubblico attento, trasportandolo nelle loro atmosfere cupe ed eteree, il loro è uno shoegaze, che strizza molto l’occhiolino ai primi The cure, con moltissime atmosfere dark e wave, segnate da basso plettrato e spesso distorto e da chitarre invase dal delay che avvolgono l’ascoltatore e lo lanciano in un viaggio lontano.

Quei suoni che hanno segnato l’epoca di Joy Division e My Bloody Valentine sono qui perfettamente reinterpretati da Costanza, Nicola ed Erica ed è innegabile che ora la band sia una delle più interessanti da qualche anno e non solo; infatti la band ha già avuto occasione di fare un tour europeo ed è in procinto di partire per un tour americano fra la fine di Marzo egli inizi di Aprile.

L’eleganza e la bellezza dei loro suoni, è qualcosa di cui andare fieri.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto e testo: Michele Morri

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11169,11181,11164,11179,11173,11168,11165,11166,11175,11167,11170,11176,11177,11171,11178,11174,11172,11180″][/vc_column][/vc_row]

Dark Polo Gang @ Fabrique

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Dark Polo Gang •

 

Fabrique (Milano) // 09 Febbraio 2019

 

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Grazie a Vivo Concerti e Words For You

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Foto: Maria Laura Arturi

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Ghostemane @ Estragon

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• Ghostemane •

Estragon (Bologna) // 08 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Il death/rapper americano classe 1991 ha fatto tappa nel nostro paese per un unico appuntamento all’Estragon di Bologna.
Diventato ormai un vero nome culto all’interno della scena, grazie alle sue svariate influenze musicali che passano dal rap/trap arrivando all’industrial/doom, Eric Whitney aka Ghostemane ci ha regalato un live infuocato.

 

Grazie a Hellfire Booking Agency e ERocks Production[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11137,11139,11138,11152,11140,11142,11150,11144,11153,11145,11147,11149,11141,11148,11151″][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

 

Wavy Jones

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1503314301745{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 11px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”11154,11155,11156″][/vc_column][/vc_row]

Emis Killa @ Palaestragon

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• Emis Killa •

S u p e r e r o e  T o u r

 

Palaestragon (Bologna) // 06 Febbraio 2019

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

SETLIST:

INTRO + DONALD TRUMP

SULLA LUNA + ADIOS + DOPE

SOLI

LINDA

QUELLA FOTO DI NOI DUE

VAFFANCULO

SONO CAZZI MIEI

— FREESTYLE —

COCAINA + SERIO

SUPEREROE

L’ERBA CATTIVA

COME FOSSIMO COWBOY

CULT

MARACANA

CLARO

ROLLERCOASTER

PAROLE DI GHIACCIO

FUOCO E BENZINA

 

Grazie a VIVO Concerti[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

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De André, Genova e l’Italia: il nostro omaggio per l’anniversario

Quando mi è stato chiesto quale fosse il primo argomento di cui volevo scrivere ho avuto paura. Il timore della blank page si univa alla voglia di parlare di qualcosa di importante, di sensato, ma senza prendermi troppo sul serio. Il mese scorso si è celebrato il ventennale della morte di uno dei più grandi cantautori di sempre, e ho pensato di rendergli omaggio raccontando qualcosa di lui.

Ma cosa dire, quando tanto è già stato detto, quando decine di giornalisti affermati e competenti hanno già narrato tutto quanto?

Ho deciso di partire da me, da ciò che ho conosciuto io di Fabrizio De Andrè.

La passione per Faber la devo a mio padre. Da piccola non comprendevo davvero il significato delle sue ballate, ma le tonalità vibranti della sua voce mi toccavano e mi trasportavano lontano. Pezzi dal ritmo incalzante – penso a La ballata della vanità o Volta la carta – hanno accompagnato i miei giochi di bambina, canti di denuncia come quelli di Non al denaro non all’amore né al cielo erano il mezzo con cui sfogavo la rabbia, da adolescente.

Ora, da giovane donna, conto le mie preferite attraverso un po’ tutta la sua produzione artistica, dalle prime degli album giovanili, alle ultime, che faccio ancora fatica ad analizzare totalmente, fatta salva l’inevitabile impossibilità di arrivarne a una lettura univoca e completa.

Fabrizio de André è stato uno dei miei più grandi maestri di vita, un aedo degli ultimi, un poeta sensibile della sua Genova e del Belpaese, cristallizzato nella sua lontana e modernissima epoca, tanto vicina alla nostra da diventarne un riflesso diretto.

De Andrè mi ha insegnato cosa vuol dire essere umili, ma anche come notare ciò che mi sta intorno.

Ho imparato a cogliere il senso della vita nei dettagli più sfuggenti, ho percepito e fatta mia l’urgenza di trattenere con l’inchiostro il tempo, un bene, questo sì, davvero a tempo determinato, che scivola via più veloce della luce.

Ho imparato a non giudicare nessuno dal suo status, anche se a volte può essere difficile combattere i propri pregiudizi. Perchè ne abbiamo tutti, e chi dice il contrario mente a se stesso: siamo il risultato di tutte le nostre esperienze, ci lasciamo forgiare da esse, ed è impossibile diventare adulti senza essersi fatti le proprie idee sul mondo.

Oggi però, grazie ai grandi della letteratura, della musica, della storia so che la realtà cambia dal punto di vista di chi la osserva. Chi sono io, se non lo straniero, l’ incompreso, il diverso, lo strano. Buffa coincidenza, strano e straniero (dal latino extraneus) hanno la stessa radice semantica: un dato su cui riflettere, che mi pare quanto mai d’attualità.

Di lui non so nulla, tolta una manciata di nozioni superficiali recuperate in rete: la data di nascita, il percorso artistico, il rapimento del ‘79, la morte, sopraggiunta vent’anni dopo, al termine della malattia che non è riuscito a sconfiggere.

Eppure, mi pare di conoscerlo da sempre: l’intensità delle sue parole ha fatto breccia nella mia giovane anima da plasmare, e non mi ha mai deluso. La sua musica è una litania antica, ancestrale, già sentita da qualche parte, in un tempo passato, ed è sempre una scoperta.

Scoprire la produzione dialettale mi consentì di ampliare, rivalutare e valorizzare il concetto di “lingua”. I toni, che trasudano una gentilezza senza tempo, ormai dimenticata, svelano l’uomo dietro al cantautore, intento a comporre i versi di quelle che, a mio parere sono vere e proprie poesie, da inserire nei libri di testo dei ragazzi a fianco dei “grandi” della letteratura.

Perché per lui, per Faber, doveva essere proprio così: non c’erano grandi o piccoli. Il testamento di Tito fu un’altra rivelazione: mi ha fatto fare pace con valori che credevo perduti, sottolineandone l’importanza e la verità, una volta cancellata l’arroganza delle prima banali interpretazioni.

Quello descritto da De Andrè non è un mondo perduto, ma un gomitolo di emozioni che impariamo a srotolare pian piano, un caos di momenti e di impressioni che sentiamo ancora nostre a distanza di alcuni decenni, non solo perché le sue canzoni fanno parte della memoria collettiva, ma anche per la loro essenza, che disinnesca il concetto di “bello” inteso tradizionalmente.

Se ci penso, svariati momenti della mia vita, come di quella di tanti suppongo, sono associati all’opera di questo grande maestro. Ma ciò che davvero mi colpisce, ogni volta, è l’urgenza, la verità della sua musica: Fabrizio de André parla di vita quotidiana, quella che accade sotto gli occhi di tutti, di cui nessuno parla, o ha voglia di raccontare.

Quello che possiamo imparare, credo, e continuare a portare avanti, è la voglia di non far passare inosservate le ingiustizie, e lottare, ognuno quanto è come può, per farle cessare.

Credo non serva compiere gesti eroici, metterci in mostra, né guadagnare i titoli dei quotidiani nazionali, per cambiare le cose: basterà sorridere a uno sconosciuto, dare una mano a chi è in difficoltà, offrire il proprio tempo in una delle innumerevoli associazioni culturali, opere di bene, gruppi sociali.

Ma pure, per chi ha la responsabilità di raccontare agli altri, approfondire una storia o una notizia senza farsi abbagliare dalla sensazionalità di informazioni che viaggiano molto più rapidi di noi, pensare a come raccontare un fatto di cronaca rendendo giustizia a tutti gli attori della vicenda.

Basta poco: basta non distogliere lo sguardo, abbassandolo dove normalmente fingiamo di non vedere. Perché, è bene ricordarlo una volta di più, in una società che mette al centro l’estetica e l’apparenza: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

 

Irene Lodi

 

I musical e l’Italia: decolliamo o non decolliamo?

Broadway, New York, 2019.
Siamo nel centro di Times Square, spasmodico groviglio della vita statunitense. Davanti a noi, a perdita d’occhio, l’infinito numero di teatri e dei loro cartelloni pubblicitari, spesso costituiti da schermi al plasma che giorno e notte ci bombardano di pixel luminosi, strillando il titolo del musical ospitato, il più delle volte, da anni ed anni. Che si tratti di The Phantom of the Opera, Wicked o The Lion King ogni giorno Broadway, nonostante il numero interminabile di repliche viste e riviste, nonostante il prezzo stellare di ogni biglietto, nonostante tutto, è sold out.
In Italia, attualmente, abbiamo solo un musical stabile nel “suo” teatro, ed è sì, un musical di produzione italiana, ma Disney. Si tratta di Mary Poppins, classico cinematografico senza tempo, riadattato a spettacolo teatrale a cura di Cameron Mackintosh, in scena al Teatro Nazionale Che Banca! di Milano dal 13 febbraio 2018.

Domenica 27 gennaio, il cast di Mary Poppins – Il Musical ha goduto delle luci della ribalta per l’ultima volta, per far spazio al prossimo spettacolo in cartellone al Nazionale, lasciando noi italiani nuovamente orfani di un vero e proprio musical “stabile”.  Dovremmo chiederci per quale motivo il concetto di musical in Italia sia così in differita o, se vogliamo, così difforme dalla tradizione statunitense.

Vale la pena, come nota a margine, nominare la Compagnia della Rancia, collettivo di professionisti che da anni offre la possibilità di assistere a musical di alto livello, eppure solo un colosso dell’intrattenimento come Disney riesce ad assicurarsi una produzione tale, vi assicuro, da non aver nulla da invidiare ai colleghi d’Oltreoceano.

Purtroppo, poco si investe nel “Made in Italy”. Si sceglie d’ importare il prodotto da altri paesi e le produzioni devono vedersela con i costi altissimi sui diritti dell’opera. Le problematiche del musical in Italia sono all’apparenza dovute principalmente ai fondi.

Nel Bel Paese si preferisce portare lo spettacolo in tournée, ammortando costi altrimenti insostenibili se gli spettacoli fossero stabili. Ciò compromette la grandezza degli allestimenti le potenzialità stesse del musical itinerante.

Ma che significa “stabili”? Sia a Broadway che nel suo corrispettivo londinese, il West End, i musical sono concepiti nel loro stato embrionale in teatri costruiti o riadattati a loro immagine e somiglianza (a partire dalle scenografie che arricchiranno il palco scenico, al design del teatro vero e proprio).

Al loro interno, come in un ventre materno, crescono, maturano per anni, a volte per decenni. Quest’operazione costerebbe alle produzioni cifre astronomiche, posto che in Italia abbiamo già in partenza scarsità di teatri per grandi concerti, opere liriche, spettacoli di prosa, relegati in palazzetti e stadi, strutture originariamente ideate per ospitare eventi sportivi.

Insomma, Italia patria dell’arte, ma senza posto per accoglierla.

Anni fa assistetti alla performance del cast originale di Broadway in Beauty and the Beast – The Musical, nella sua tappa milanese. Un’esperienza per me straordinaria, senza dubbio, ma evidentemente sacrificata, ridotta alla metà del suo potenziale espressivo.

Non era nel suo teatro, si percepiva. Il musical ha bisogno di casa sua e per darne alla luce uno tradizionale, ci vuole una gran dose di coraggio, non si tratta di uno spettacolo “minima spesa, massima resa”, anzi. Basti pensare alla difficoltà di ospitare uno show a 360°, una miscela di coreografie mozzafiato, scenografie imponenti, performer altamente qualificati e, estremamente importante, l’orchestra dal vivo.

Sì, perché nel musical tradizionale esiste un posto d’onore per i musicisti che, non tutti sanno, suonano interamente dal vivo, così come vengono eseguiti dal vivo i cori ed i rumori di scena.

Molto spesso, in Italia l’orchestra o la band live vengono sacrificate per problemi tecnici, spaziali o, addirittura, economici, lasciando il posto alle tanto odiate e criticate basi musicali. Infatti, retribuire degnamente i musicisti comporterebbe l’aumento del prezzo di un biglietto già percepito, erroneamente, come troppo alto.

Vi assicuro, non c’è nulla di più affascinante del ritrovarsi immersi nella mischia di giovani musicisti, appena usciti dai teatri del West End che, rincasando dal lavoro, affollano le metropolitane dopo l’ultima replica della giornata.

Sorge un ulteriore quesito: un’intera orchestra, nei nostri teatri, dove la mettiamo?

Ammettiamo poi che, in Italia, abbiamo un modo tutto nostro di plasmare il fattore spettacolo. Da sempre, sin dal Settecento e dai tempi del melodramma, ci piace avere la nostra versione delle cose.  E’ il caso di Notre Dame de Paris.

Ecco, quest’opera ha scosso incredibilmente l’interesse del pubblico italiano che, con ingenua convinzione, è certo di aver a che fare con un vero e proprio musical. Ahimè, si sbaglia perché “Notre Dame de Paris” non è un musical, bensì un’Opera Popolare, ben diversa dal cugino di Broadway. Infatti, trae le sue origini dalla tradizione musicale ed operistica italo/europea, senza alcun legame originale con il musical. Come se non bastasse abbiamo a che fare, nuovamente, con uno spettacolo itinerante.

Ancora oggi, replica dopo replica, tour dopo tour, il pubblico italiano acquista con piacere il biglietto per “Notre Dame de Paris”, spinto un po’ dalla collaborazione di un connazionale, Riccardo Cocciante, un po’ per la mescolanza che questo spettacolo ha con un’altra branca del panorama, l’Opera Rock, molto amata dal pubblico nostrano.

Evoluzione diretta del concept album (come Hair, Evita, Jesus Christ Superstar, Rent, American Idiot) molti artisti rock e metal, nel tempo, hanno sentito la necessità di produrre un Opera Rock, spinti dalla volontà di evolvere, nella sua completezza, una creatura fino a quel momento presentata al mondo attraverso il solo linguaggio musicale.

Scelta identicamente potente, sicuramente elevabile, grazie all’unione con le altre arti performative, proprio come il musical. Ma non è musical, per lo meno, non quello tradizionale che vediamo al Nazionale, con Mary Poppins.

In conclusione, possiamo affermare che il difficile rapporto tra il musical tradizionale e l’Italia non derivi solamente da necessità economiche e tecniche. Probabilmente, è proprio il pubblico italiano ad avere esigenze diverse, più inclini ad assecondare la tradizione nazionale o la moda del momento.

Troppo spesso il pubblico risponde positivamente al musical solo se nel cast è presente l’ennesimo personaggio famoso, lo “specchietto per le allodole” perfetto che, nella maggior parte dei casi, non sarà all’altezza dei suoi colleghi performer, professionisti del settore qualificati da accademie rinomate.

Il dubbio, tuttavia, ci assale nel momento in cui il successo di un’opera come “Mary Poppins – Il Musical” raggiunge un livello tale da incrinare le nostre ipotesi.

 

Valentina Gessaroli

La musica non conosce confini: I Hate My Village, 2019

Quando il ricercatore tedesco Thomas Fritz, nel 2009, arrivò in cima alle montagne del Mandara, a nord del Camerun, aveva con sé un computer portatile, batterie solari (niente elettricità da quelle parti) e alcuni brani degli U2. Il tutto per una missione ambiziosa: dimostrare l’universalità della musica.

I Mafa, uno dei 250 gruppi etnici della zona, non avevano mai ascoltato canzoni “occidentali”, prima di allora. I ritmi, i canti erano riconducibili esclusivamente alle cerimonie rituali e alle espressioni comunicative tradizionali.

Che effetto avrebbero suscitato i grandi successi provenienti dal nostro emisfero? Risultato: reazioni identiche agli ascoltatori “occidentali” e caratterizzate dalle tre sensazioni base di felicità, paura e tristezza. A determinarle, a livello di universale, sono il ritmo e la chiave maggiore o minore dei passaggi.

Dieci anni dopo, in Italia, una band, anzi una superband tenta qualcosa di simile, a ruoli invertiti. Dall’incontro tra Fabio Rondanini, batterista di Calibro 35 e Afterhours, e Adriano Viterbini, chitarrista dei Bud Spencer Blues Explosion nascono gli I Hate My Village.

Un nome che deriva da un cannibal movie ghanese degli anni settanta. Un omonimo disco d’esordio, pubblicato lo scorso 18 gennaio per La Tempesta International, che si snoda tra atmosfere oniriche e percussioni di realtà. Naturali inclinazioni al groove e impalcature blues accompagnano le melodie protagoniste, provenienti dalla musica sahariana e subsahariana.

Se l’artwork del disco, in cui si intrecciano coccodrilli, teschi, ossa e figure demoniache, ricorda scene di violento tribalismo, durante l’ascolto delle nove tracce ci si accorge che il cannibalismo è soltanto di matrice artistica e musicale.

È chiara la volontà di nutrirsi di idee, influenze e contaminazioni di origine anche lontana (Fela Kuti, Ali Farka Tourè, Bombino, Rokia Traoré) per studiarle, attraversarle, smembrarle e ricostruirle fino a renderle proprie.

Nessun intento di fedele ripresa della tradizione africana o di pura citazione delle varie band di provenienza. Sì, perché ai piedi dell’unico totem di I Hate My Village, chiamato “esperimento”, troviamo anche Alberto Ferrari dei Verdena alla voce (qui in inglese) e Marco Fasolo, eclettico produttore e bassista per tutta la durata del tour.

L’album sembra, dunque, l’esito di una ispirata jam session, spontanea, leggera ma non fortuita. Una prova riuscita di tecnica e stile presente già in apertura con Tony Hawk of Ghana. Riff intrecciati, psichedelici, venature prog a cui la voce di Ferrari dona un effetto di scomposta tridimensionalità.

Un contributo vocale che impreziosisce anche la coinvolgente Acquaragia e i ritmi ancestrali, frenetici e affannosamente funky di Fare un fuoco: parole quasi incomprensibili, a metà tra versi di animali e segnali in codice, rievocano le scene di danze tribali e riti sciamanici.

Presentiment, del tutto strumentale, trasla di nuovo le coordinate del lontano continente nelle nostre terre. Si ha come l’impressione di trovarsi al centro di un flash mob che imperversa in un cantiere italiano tra lavoratori di origine africana. Si crea l’intersezione di suoni inconsueti, asciutti, decisi, come generati non tanto da strumenti musicali quanto da attrezzi, fusti, martelli, sirene.

Nei 24 minuti di andatura impellente, l’occasione per fermarsi e respirare è concessa da Bahum. Armonie essenziali e vibrazioni primitive si accendono su una luce chiara, sui raggi del sole incandescente che spunta all’orizzonte, nella Savana.

Il valore aggiunto dell’internazionalità gioca, inoltre, sull’arguzia, sugli errori di pronuncia e sui giochi di parole evidenti nella ballabilissima Tramp, nel lamento reiterato, malinconico, inesorabile di Fame e nel brano di chiusura I ate my village. L’equivoco che aleggia tra i verbi HATE e EAT. Odiare e mangiare.

L’incontro, l’abbraccio, il disappunto, lo scontro. Uno scontro aperto con la musica italiana, rintanata nel suo microscopico villaggio, nelle sue regole, consuetudini e polemiche. Uno scontro aperto con chi rifiuta di espandere i propri confini, artistici ed umani. Il tentativo di scongiurare, attraverso la musica, questa minaccia di chiusura, oggi più presente e preoccupante che mai.

 

TRACKLIST:

1.Tony Hawk Of Ghana
2.Presentiment
3.Acquaragia
4.Location 8
5.Tramp
6.Fare un fuoco
7.Fame
8.Bahum
9.I Ate My Village

 

La Tempesta International

 

Laura Faccenda