CUORE SANGUE SENTIMENTO è il primo album di DRONE126, producer di riferimento della Love Gang, in uscita oggi 22 febbraio per Asian Fake. Drone126, mentore del suono del collettivo romano, ha interamente prodotto il disco, che esalta ogni singolo componente di una crew capace di imporsi all’interno della scena nazionale, partita dalle panchine di Roma, arrivata ai palchi di tutta Italia.
Storia di amicizie nate ancora prima della musica, storia dei contorni più misteriosi della Capitale, storia di evasione e trasgressione: tutte questioni di cuore, sangue e sentimento. L’album raccoglie brani già pubblicati, come Lambrusco, Pretty de Niro, La Danza Dei Soldi, i tre singoli del cortometraggio trap-dantesco Amor Vincit Omnia, CXXVI e Spigoli. Con la seconda parte dell’album si entra in territori inediti, anche questi definiti dalle produzioni di Drone126, capace di plasmare il suono intorno alla Love Gang a sua immagine e somiglianza.
TRACKLIST
1. Lambrusco (Drone126 feat. Franco126)
2. Pretty De Niro (Drone126 feat. Pretty Solero)
3. La danza dei soldi (Drone126 feat. Ketama126)
4. CXXVI (Drone126 feat. Ketama126, Pretty Solero, Ugo Borghetti, Asp126, Franco126)
5. Spigoli (Drone126 feat. Ugo Borghetti, Franco126)
6. Poliabusatore (Drone126 feat. Ketama126, Pretty Solero)
7. Non a me (Drone126 feat. Pretty Solero, Ketama126, Gianni Bismark)
8. 2008 (Drone126 feat. Ketama126, Chicoria)
9. Buono a nulla (Drone126 feat. Franco126, Ketama126)
10. Caffè Illy (Drone126 feat. Asp126)
11. Mille scuse (Drone126 feat. Franco126, Pretty Solero)
BIO Drone126, nonostante la sue giovane età, è diventato il producer di riferimento della Lovegang, ma per farlo serve più dell’amicizia pregressa: finiti gli anni del liceo Adrian si trasferisce a Berlino, dove studia ingegneria del suono, alimenta l’interesse per l’elettronica e la D’n’B aprendosi contemporaneamente all’hip-hop, in un modo più approfondito di quanto non avesse fatto a Roma, dove lungo le cuffiette correva soprattutto la rabbia del TruceKlan e del Rap old school che ha fatto la storia della capitale. La permanenza in Germania segna una svolta artistica: è lì infatti che conosce Il Tre, produttore romano che presenta Drone a Gemitaiz facendo così nascere una collaborazione che sfocerà in “Rap Doom”. Sempre a Berlino Drone126 inizia a collaborare con Ketama126 al suo primo disco, “Ketam City”, raccogliendo del materiale che si rivelerà utile anche per il successivo “Oh Madonna”, di cui cura diverse produzioni. Tornato in Italia Adrian porta con sé studio ed esperienza, ha tessuto nuovi rapporti senza però mai smettere di collaborare con quei vecchi amici che ora vede lanciati nel mondo della Musica: Franco126, Carl Brave, Pretty Solero, Asp126, Ugo Borghetti e lo stesso Ketama. Soprattutto ha un progetto in mente: “ho capito che io e i ragazzi dovevamo fare qualcosa per noi stessi e per la Città. Soprattutto volevamo dare sfogo a un’esigenza espressiva, creare uno spazio di resistenza al deserto che spesso abbiamo visto intorno a noi.”[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]www.instagram.com/drone126 /
Esiste una maledizione nel mondo della musica, esiste un club esclusivo in cui nessuno spera di entrare. Stiamo parlando del “Club 27”.
Si tratta di un modo di dire, ormai entrato nella cultura popolare per identificare tutta una serie di morti, avvenute per lo più in modi misteriosi, che hanno avuto come protagonisti personaggi famosi del mondo del rock. Tutti scomparsi all’età di 27 anni.
Il “Club 27” affonda le sue origini nel 1938 quando Robert Johnson, mito del blues muore a Greenwood, nel Mississippi.
Un personaggio dal passato controverso e dalla storia burrascosa e tormentata tanto che le leggende sulla sua figura iniziano a diffondersi quando l’uomo è ancora in vita e nel fiore degli anni. Pare infatti che fosse un chitarrista mediocre ma che, nel giro di poco tempo, abbia sviluppato delle doti fuori dal comune.
Nessuno era in grado di spiegare questo miglioramento così repentino e iniziò a diffondersi la voce che avesse venduto l’anima al diavolo per ottenere l’abilità come chitarrista. Un moderno Dr. Faust che anziché la conoscenza desidera l’abilità con lo strumento a sei corde.
Amante dell’alcool, delle belle donne e della musica troverà la morte a causa di questi 3 fattori. Sembrerebbe infatti che sia stato avvelenato dal gestore di un locale in cui si stava esibendo perché aveva flirtato con la moglie di quest’ultimo.
Una vita vissuta all’insegna di eccessi e feste sfrenate al limite della legalità. Ed è proprio l’abuso di droghe il principale responsabile della rovina di molti membri del Club 27.
E’ il caso di BrianJones, fondatore e chitarrista dei Rolling Stones.
Se Mick Jagger, oggi settantacinquenne, continua a calcare i palchi con il suo amico Jones la vita non è stata così buona. L’uomo è stato trovato morto nella sua piscina, anche lui aveva solo 27 anni.
E’ il 1961 quando Brian conosce, durante un concerto all’Ealing Club di Londra, Mick Jagger e Keith Richards: un’incontro che cambierà per sempre la storia della musica. Jones fu il primo leader della band nonché colui che ne scelse il nome.
Un anno dopo i Rolling Stones si esibiscono per la prima volta a Londra e da quel momento la loro è una strada verso la leggenda. Nonostante il successo all’interno del gruppo iniziano ad esserci tensioni sempre più forti: differenze dal punto di vista artistico e screzi per questioni personali. Jones inizia a sentirsi escluso da Jagger e Richards, che invece sembrano giocare nella stessa squadra.
L’uomo troverà rifugio nell’alcol e nella droga che però inizieranno a renderlo estremamente inaffidabile. A causa di questi problemi il suo peso all’interno della band venne inizialmente ridimensionato e, nel giugno del 1969, verrà allontanato definitivamente dagli Stones.
Poco meno di un mese dopo, il 3 luglio, Brian verrà trovato morto in piscina. Il coroner dichiarò che si trattò di un incidente ma la sua compagna, Anna Wholin, affermò che fu assassinato da un costruttore. Altre voci invece sostengono che i responsabili della morte siano stati proprio Jagger e Richards.
Passa poco più di un anno e l’8 settembre del 1970 il mondo della musica deve dire addio al più grande chitarrista della storia: Jimi Hendrix.
Hendrix prenderà parte al primo festival rock della storia, il Monterey International Pop Festival, dove concluderà la sua esibizione dando fuoco alla chitarra.
Il mondo lo ricorda per la sua performance a Woodstock, che è entrato nell’immaginario collettivo come uno dei più grandi concerti della storia. Qui Hendrix si cimentò in una critica alla guerra del Vietnam: l’inno americano venne suonato in modo totalmente distorto per simulare il rumore degli spari e dei bombardamenti, un modo per ricordare l’orrore che stavano vivendo i suoi connazionali.
E’ proprio grazie a questi live iconici che Hendrix è entrato nel mito.
La sua ultima performance è stata sull’Isola di Wight. Il 18 settembre del 1970 verrà trovato morto soffocato a casa della sua fidanzata: un mix di alcool e tranquillanti gli è stato letale.
Passano solo poche settimane e il mondo della musica, ancora sconvolto dalla perdita del chitarrista, deve dire addio ad un altro nome importante: Janis Joplin.
Lei ed Hendrix avevo condiviso il palco a Woodstock ed ebbero anche una relazione.
La donna, di origini texane, durante l’infanzia venne bullizzata per la sua ideologia estremamente all’avanguardia. In una società razzista e maschilista la Joplin si fece portavoce dei diritti dei neri e degli omosessuali.
Nel 1969 prese parte al concerto in onore di Martin Luther King.
Janis viene considerata la regina del blues ma è ricordata per il suo temperamento irruente: basta ricordare l’aneddoto in cui ruppe una bottiglia in testa a Jim Morrison, che a causa dell’alcol era diventato rude, maleducato e molesto. Anche lei si esibisce nei festival di Monterey e ovviamente a Woodstock.
Venne trovata morta a causa di un overdose di eroina.
Il 3 luglio del 1971 il poeta, leader dei The Doors viene rinvenuto senza vita nella sua vasca da bagno. La sua è forse una delle morti più misteriose del mondo della musica. Pare che l’autopsia sul cadavere non sia mai stata effettuata e che la notizia del decesso sia stata resa nota soltanto il 9 di luglio.
Jim Morrison non aveva un carattere facile. Venne incarcerato più di una volta e, nel 1967 un concerto dei Doors venne annullato poiché Morrison venne arrestato durante l’esibizione. Ma in quell’anno, grazie a Light My Fire, i Doors scrivono il loro nome a caratteri cubitali nell’Olimpo del Rock.
L’abuso di alcool e di droga però iniziano a lasciare il segno su Morrison, il degrado non è solo psicologico ma anche fisico. Quando nel 1971 decide di andare a Parigi, per dedicarsi alla poesia nessuno immaginava che non sarebbe più tornato. Jim è ancora la, nel cimitero di Peres Lachaise, e la sua tomba ormai è diventata un luogo di pellegrinaggio per i tanti fan.
Tutti questi musicisti avevano la J nel nome. Tutti loro sono morti a 27 anni. Strane coincidenze che hanno fatto subito gridare al complotto. Hendrix, Joplin e Morrison sono morti in meno di un anno. Morrison ci ha lasciato esattamente due anni dopo la scomparsa di Jones ( a cui aveva dedicato una poesia durante un esibizione all’Aquarium Theatre di Los Angeles).
Morti strane, poco chiare e misteriose, dove qualcuno ci ha visto lo zampino della CIA poiché tutti erano attivi nei movimenti del post sessantotto. Ma sono tutte supposizioni, tutte coincidenze che non hanno fatto che accrescere il mistero intorno a questi decessi.
Sembra che la maledizione si sia fermata, che le morti si siano arrestate. Questo fino al 1994. E’ proprio durante quest’anno che la stampa inizia ad utilizzare il nome “Club 27” quando il mondo viene sconvolto dal suicidio di Kurt Cobain.
I Nirvana iniziano la loro carriera nel 1987, e nessuno avrebbe mai pensato che sarebbero diventati, nel giro di due anni, una delle band alternative più importanti nella storia della musica.
Al loro primo concerto al Community World Theatre di Tacoma si esibiscono davanti a 13 persone. Ma quando nel 1991 esce Nevermind, e Smell Like Ten Spirit diventa l’inno della generazione X le cose cambiano. Le persone seguono con interesse la vita privata di Kurt che, nel 1991, sposa Courtney Love e continua a calcare i palcoscenici.
Ma il destino aveva piani diversi e la vita, a quanto pare, stava troppo stretta al leader dei Nirvana. Mentre Kurt è a Roma tenta il suicidio una prima volta e viene portato d’urgenza in ospedale.
In Come As you Are cantava I swear I don’t have a gun, ma il modo per procurarsi un fucile alla fine lo ha trovato: è bastato chiedere aiuto all’amico Dylan Carson.
Il 5 aprile del 1994, dopo essersi iniettato un’ultima dose di eroina, Kurt si spara un colpo in testa. Il corpo verrà trovato solo tre giorni dopo da un elettricista.
Passano gli anni e le scene vengono sconvolte da una giovane donna con una voce profonda in grado di colpire chiunque l’ascolti: Amy Winehouse.
L’album d’esordio Frank è un successo. La sua è una vita segnata dalla droga e dalle dipendenze; la canzone che la consacra è Rehab una dichiarazione del suo rifiuto di disintossicarsi dall’alcool.
Viene trovata morta nella sua casa di Camden e l’autopsia non chiarirà le cause del decesso.
Tutte queste figure, nonostante la brevi carriere, sono diventate delle vere e proprie icone del mondo della musica. Proprio per questo motivo ONO, Galleria di arte contemporanea di Bologna, ha deciso di dedicare una mostra ai protagonisti del Club 27.
Si tratta di 40 scatti, alcuni in esclusiva italiana, per rendere omaggio a queste figure iconiche che hanno lasciato un segno indelebile nella cultura e nell’arte.
La mostra rimarrà aperta fino al 24 febbraio ed è un occasione unica per vedere degli scatti che ritraggono gli sfortunati membri del club nel momento in cui erano ancora degli uomini e non ancora delle leggende.
Abbiamo già raccontato della magia del live di Riccardo Sinigallia al Reowrk Club di Perugia, lo scorso venerdì 15 febbraio. Proprio per quell’occasione, qualche giorno prima, lo abbiamo raggiunto telefonicamente.
Appuntamento alle ore 16,20. E tanta emozione nell’ascoltarlo.
Attraverso la chiave delle sue parole, ha aperto un mondo. Un mondo che ruota attorno al suo ultimo disco Ciao Cuore, ai personaggi che lo abitano, alla luce speciale dei loro occhi. Un viaggio nella musica, nei progetti, nella passione e nella grande umanità del cantautore romano.
A distanza di quattro anni da Per tutti, lo scorso 14 settembre è uscito il tuo ultimo album che si apre con una sorta di “anti-manifesto”: << So delle cose che so e non ti posso spiegare, perché non esistono tutte le parole >>. Quanto la musica può essere d’aiuto nel trovare un canale d’espressione o almeno alcune di quelle parole?
Ohhh questa è una domanda nuova! E mi piace molto perché è effettivamente il motivo, o almeno uno dei motivi, per cui questi versi di Franco Buffoni, un poeta del nostro tempo, mi hanno colpito. Io vivo questo testo, quindi, un po’ da ascoltatore e un po’ da cantautore. Lavorando da tempo come scrittore di canzoni, ho realizzato quanto il rapporto tra musica e parole proponga sempre nuove profondità, nuove possibilità, nuove relazioni. Il quesito sui significati e sul rapporto tra la musica e il testo, anche solamente in relazione alle potenzialità che la parola e il pensiero lasciano da qualche parte, è un motivo di grande interesse. Ecco perché quel testo mi ha tanto colpito e ho voluto musicarlo. La musica può dare nuove interpretazioni, può cambiare dei significati rispetto a una parola o una frase. Può spostarli…e questo è uno degli aspetti del fare e scrivere canzoni che mi affascina di più.
Della musica fanno parte anche i “tempi pari”. In Bella quando vuoi sembrano essere personificati in coloro che affermano: “Niente paura e intende niente coraggio”. A chi ti riferisci?
È una constatazione. Ovviamente, non sono il primo a farla…arrivo trenta, quaranta anni dopo Pasolini. È la testimonianza contemporanea di quello che vedo intorno a me. Dell’omologazione, punto. Sia dei linguaggi che dei rapporti, delle attitudini delle persone nel quotidiano. I tempi pari sono un parallelismo tra i tempi della musica pop che sono divisi sempre solo in quarti, ottavi, sedicesimi, trentaduesimi e la modalità in cui molto similmente gestiamo e schematizziamo il nostro tempo. Tempo che non è più diviso in secondi, minuti, giorni, mesi, anni ma è anche schematizzato – oserei dire – da un punto di vista spirituale. Mettiamo ogni cosa al suo posto senza nemmeno più sorprenderci o addirittura evitando di sorprenderci troppo per non uscire da quei binari. Ed è quanto di peggio può succedere a un essere umano. Da musicista, è ciò che mi fa soffrire di più nell’ascoltare la musica del mio tempo.
E invece che prospettiva si scorge, “suonando per anni a testa in giù”?
“A testa in giù” può assumere un duplice significato. Da una parte, indica il guardare per terra… quindi una specie di rassegnazione. Potrebbe, però, anche indicare un ribaltamento, una rivolta rispetto a questa rassegnazione. C’è anche una terza interpretazione che, in qualche modo, si avvicina alla prima. In questi ultimi anni, la fortuna del nostro paese ha sempre privilegiato un certo tipo di omologazione, come dicevamo prima. Invece, chi ha intrapreso una ricerca nella fragilità o nel fallimento è sempre stato obbligato a portarla avanti a testa in giù. Come di nascosto, chiedendo permesso. Sempre con quella sfumatura di criminalità, di vergogna e dovendo giustificare l’utilità di tutto ciò. È la ricerca, però, ad essere alla base di ogni scoperta, supponendo anche il fallimento e l’errore. È fondamentale che l’uomo ricerchi e non tenti soltanto di essere produttivo.
Protagonista dei tuoi brani, tanto da apparire nel titolo del disco, è il cuore (Ciao cuore, A cuor leggero). Quante e quali sfumature assume per te questo termine anche così “tradizionale” all’interno del panorama musicale italiano?
In realtà, lo uso esattamente per come è sempre stato usato nella tradizione italiana e non solo. È un simbolo che racchiude la mia orgogliosa rappresentazione del soul, di una musica che venga dalla semplice espressione di ciò che si è e della ricerca di sé, prima di ogni ragionamento o possibile utilizzo. Il soul romano è perfettamente sintetizzato in due parole: Ciao Cuore. Un saluto che può essere di benvenuto, di arrivederci o di addio. E il cuore che rappresenta il soul, l’anima.
In riferimento al tuo metodo di comporre canzoni, tempo fa, in un’intervista, hai dichiarato che non riesci a scrivere partendo da tematiche o da un evento storico. Come è nata allora Che male c’è, dedicata a Federico Aldrovandi?
Ho scritto quella canzone quando Valerio Mastrandrea mi ha portato due pagine su quella vicenda. Quella concretezza di cui parli non viene da me ma da una richiesta di Valerio. Poi ho lavorato sulle due pagine con il mio metodo tanto che nel brano non ci sono dei riferimenti così precisi alla vicenda. Ma se uno sa che parla di quello, ci si trova catapultato dentro. Io non riesco tanto a scrivere su un argomento…e non è nemmeno una cosa che mi va tanto di fare. Non vivo la canzone con un obiettivo giornalistico, come un’inchiesta. La vivo come una dimensione a sé che mi permette di aprire un varco spazio temporale in cui la realtà c’è ma solo come punto di riferimento.
In Dudù e Backliner delinei due figure “umili” che ho collegato, in ambito letterario, ai Vinti di Verga. Coloro che si accendono quando le luci si spengono. Che insegnamenti e che segreti possono svelarci?
Voglio citare, a riguardo, una frase di Giannino Ferretti della canzone In viaggio: “Viaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti. Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti”. Questo verso mi ha sempre colpito molto perché anche io tendo a privilegiare in maniera naturale, sia quando scrivo che nelle relazioni, le persone che hanno negli occhi il racconto di chi non emerge. Vedo sempre una luce diversa nei loro occhi. Li trovo più interessanti rispetto agli “adattati”. Mi affascina raccontare quelle persone. Poi… non si sa mai eh…magari un giorno scriverò una canzone su Totti!
Tutti i personaggi del tuo album appaiono, uno dopo l’altro, sia sulla copertina che nel videoclip di Ciao Cuore, trasformandolo nel trailer che riassume il progetto. Come nasce questa attenzione per l’aspetto più figurativo e più visivo della musica?
Alla fine del disco mi sono dilettato sull’aspetto iconografico e visivo delle canzoni. Ho capito che sarebbe stato possibile simboleggiare ogni brano attraverso una persona, un oggetto o un personaggio. Quello che viene fuori è un ritratto di famiglia, la famiglia allargata di Ciao Cuore. A quel punto mi sono divertito a rappresentare la figura della rockstar decadente, quasi un Keith Richards romano, interpretata da Valerio Mastrandrea nel video e in cui io mi identifico. È nato tutto in modo molto naturale ed è stato divertente.
Il sound del disco è un mosaico di molte influenze: dal blues all’elettronica, dai ritmi tribali a un’impronta cantautoriale che dà ampio spazio alla linea vocale. A quali ascolti o a quali generi ti sei ispirato?
È la naturale evoluzione del lavoro di ricerca che ho fatto in questi anni, in cui mi piace moltissimo lavorare in editing e in fase di rimescolamento della forma-canzone e del suono dal punto di vista strutturale e compositivo. Invece, per quanto riguarda la voce, avevo voglia di essere molto asciutto e concreto. Mi sono mosso su questi due livelli: un editing anche feroce nella parte “climatica” e sonora, mantenendo sempre il testo perché non volevo che si perdesse niente. Per me il testo è centrale. Non vuol dire che non lavori sperimentando effetti sulla voce o che non l’abbia fatto altre volte anche in maniera preponderante. Su questo disco, però, mi interessava essere più assertivo nella parte vocale.
E ti senti più produttore o più cantautore?
Non separo molto i due aspetti. L’idea di me come produttore si è creata negli anni, avendo lavorato a dischi di altri artisti. Io non faccio questa distinzione. Per me la parte preponderante sta nella relazione tra il lavoro sonoro e le parole. Vive lì in mezzo l’aspetto che mi interessa di più, quello che cerco. E che non sta né nella produzione fine a se stessa… che anzi mi infastidisce… o nel testo e basta. Ma è sempre nell’insieme.
Per l’ultima domanda, cito un tuo verso: “Ho cercato tanto la felicità, al limite dei sogni, per un’eternità”. Oggi, l’hai trovata?
Credo che non sia tanto rilevante per me immaginare, cercare o pormi l’obiettivo di essere felice quanto accorgermi di essere felice. Questo è il lavoro che sto facendo perché è la cosa più complicata. La rivelazione arriva quando ti accorgi che stai attraversando un momento di felicità. E godere di quell’attimo è molto complesso per noi occidentali. Da questo punto di vista, dovremmo intraprendere proprio un percorso di ascolto interiore e rispetto a quello che c’è intorno a noi. Perché quando ti accorgi della felicità, sei veramente felice.
I Subsonica sono tornati. Lo hanno fatto percorrendo strade che seguono curve dorate, come i contorni del numero Otto, scelto come titolo del loro ultimo album. Una cifra, un simbolo denso di significati. Uno fra tutti, la continuità.
I cinque musicisti di Torino, dopo oltre due anni di esperienze da solisti, si sono ritrovati per scrivere un nuovo capitolo della loro ultra ventennale carriera come band. Le solide radici affondate negli anni Novanta, la consapevolezza del mutamento dei tempi, lo sguardo attento all’attualità, la volontà di esprimersi con il loro linguaggio, la musica. Passato e presente che convergono in un unico, spettacolare tour, in giro per l’Italia.
Abbiamo parlato di questo e di tanto altro con Samuel, che ci ha svelato il segreto grazie al quale il microchip emozionale dei Subsonica è ancora così ricettivo e in costante evoluzione.
Si sta per concludere il fortunato tour che promuove Otto, il vostro ultimo lavoro in studio. Che cosa racchiude questo titolo, oltre al significato prettamente matematico?
Il primo spunto ci è venuto pensando al fatto che questo è il nostro ottavo album. In più, l’otto è un numero pieno di simboli. Se girato in orizzontale, indica l’infinito, quindi il tempo che crea un ciclo su se stesso. In qualche modo, i Subsonica fanno parte di questo immaginario… è molto tempo che siamo insieme e abbiamo assistito allo scorrere di vari cicli della musica. Per alcune culture orientali, l’otto è il numero della ricerca dell’equilibrio, con il suo nucleo centrale e i due cerchi laterali. Anche questo aspetto sembra raccontare l’esigenza di un gruppo come il nostro, composto da cinque teste pensanti, di forte carattere e che necessitano di un equilibrio fra loro. Tutta questa serie di ispirazioni e scintille ci ha fatto propendere alla scelta del titolo.
Il 18 gennaio è uscito sulle piattaforme Vevo e Youtube il video di Punto Critico, brano che descrive realisticamente “questi anni senza titolo”. Quanto la musica può essere o può tornare ad essere uno strumento di denuncia e di comunicazione oggi?
La musica è sempre stata un veicolo di comunicazione e di racconto. Ciò che cambia sono le esigenze della società e di chi ascolta la musica. È cambiato anche il modo di ascoltarla. Quando noi abbiamo iniziato, si incideva su vinile, adesso si ascolta in streaming. Cambiano le modalità attraverso cui gli uomini usano la musica, che rimane però sempre un linguaggio fondamentale. In questo momento, stiamo assistendo ad una costruzione e ricostruzione di nuove forme di linguaggio. Ad esempio, il rap o la trap hanno riportato al centro dell’attenzione la parola. Perciò, per certi versi, di fronte a un passaggio epocale, la gente sta ritornando ai concerti, le sale diventano sempre più piccole e il pubblico sempre più numeroso. Molte realtà musicali approdano a stadi e palazzetti in tempi brevissimi. È in corso un processo di enorme cambiamento musicale.
Bottiglie rotte è stato il singolo che ha anticipato Otto. È ispirato dagli effetti deformanti e narcisistici che caratterizzano l’era social. Qual è il vostro rapporto con l’evoluzione tecnologica e dei media? Voi che siete stati i primi musicisti in Italia ad aprire un sito internet, nei primi anni duemila…
Sì, noi siamo stati il primo gruppo ad avere un sito legato alla musica e siamo stati, forse, tra i primi al mondo a registrare in mp3. Tra noi c’è un ingegnere informatico che, in quei periodi, si stava laureando e aveva in mano tutte le nuove onde della tecnologia. Il supporto mp3 era in fase di studio e costruzione, proprio a cura di uno dei suoi professori. Oggi, ovviamente, i nativi “duemila” sono nati già immersi in questo alfabeto di comunicazione e hanno una lucidità, una rapidità e una leggerezza nell’utilizzo superiore a tutti quelli venuti prima. Ma questo fa parte della storia del mondo: tutti quelli che vengono dopo si avvalgono degli strumenti scoperti dai propri genitori o fratelli maggiori per poi reinventarli al meglio. Nel testo di Bottiglie rotte non è contenuto un giudizio. C’è un racconto del presente. Un presente composto da tanti palcoscenici infilati nelle tasche di ognuno di noi e nei nostri telefoni. Abbiamo ormai a disposizione un vero e proprio palcoscenico, per farci vedere da chiunque. C’è chi lo utilizza in maniera più intelligente e chi invece sembra “buttarsi un po’ via”. E anche quello fa parte della naturale andamento del mondo.
Fin dagli esordi, la vostra attitudine è stata sempre fortemente innovativa, puntando sui suoni elettronici e sulla cultura delle basse frequenze. Dopo oltre vent’anni di carriera, che sfumature assume oggi il verbo “sperimentare”?
Sperimentare è l’unica forma di comunicazione e di linguaggio che conosciamo. La sperimentazione ci dà la possibilità di continuare a sperare perché nella ricerca si ha comunque la speranza di trovare qualcosa. Quindi, da sempre siamo stati ricercatori e sperimentatori di nuove tecnologie, dallo studio, alla scrittura, all’utilizzo della lingua italiana, per arrivare fino al live. Oggi, per primi, suoniamo su un palco completamente in movimento, mai utilizzato in Italia. Ogni sua parte si muove insieme a noi, lasciando un po’ tutti a bocca aperta. È uno spettacolo molto ambizioso e che, fortunatamente, siamo riusciti a amalgamare insieme alla musica. Quando si costruiscono delle scenografie così ricche, si corre il rischio di nascondere quella che è la parte fondamentale del concerto, la musica. Invece la peculiarità del nostro tour è proprio la capacità di trasportare la musica in uno scenario imponente.
Gli spettacoli, infatti, hanno un potente impatto visivo, oltre che sonoro. Le cinque pedane che si muovono sul palco è come se rappresentassero ognuno di voi. Come è cambiato il ruolo di ogni componente della band nel tempo? Come siete “posizionati” oggi?
Oggi siamo posizionati tutti in linea, come avviene nell’ultima parte del concerto. Nella costruzione di questo spettacolo, abbiamo tenuto conto proprio del fatto che i Subsonica sono una vera band: dei caratteri molto forti e la necessità di ognuno di compiere un proprio gesto creativo. Due cose che ci hanno messo sempre un po’ in difficoltà ma che ci hanno sempre dato linfa vitale, tanto da essere uno dei gruppi più longevi con la stessa formazione in Italia. Nel momento in cui vedi il palco, vedi anche questo racconto. Non un solo palco, ma cinque, ognuno con il proprio carattere, con il proprio movimento, con i propri video, le proprie luci e immagini. E i Subsonica sono questo: cinque elementi che potrebbero vivere musicalmente da soli, ma che suonano insieme al di là delle difficoltà e con il desiderio di mediazione. Abbiamo compreso come imbrigliare e canalizzare le nostre personalità, rendendole complementari in una fonte inesauribile di ispirazione.
Sono sempre stata affascinata dal rito della costruzione della setlist. Avete più di un centinaio di brani in repertorio… In che modo li avete scelti per la scaletta?
Diventa sempre più complicato, con otto dischi e con più di un centinaio di canzoni, appunto. Due ore di concerto si sviluppano, più o meno, su una ventina di brani… Quindi sì, è difficile! Poi tra il pubblico c’è chi si affeziona più a un pezzo rispetto a un altro, oltre a quelli esaltati da tutti. Noi, avendo fatto anche i dj e arrivando dal periodo storico in cui i dj erano le rockstar, ci approcciamo alle scalette con questo meccanismo. Un meccanismo legato alla danza e al movimento fisico. Si parte con un’onda inziale, poi una breve pausa, poi una ripresa, poi un’altra piccola pausa e il finale in crescendo. Al concerto dei Subsonica non vai solo ad ascoltare musica o a cantare delle canzoni, vai anche a ballare e vivere fisicamente il live. Ed è proprio il nostro pubblico a richiedere questo.
Ospite e compagno di viaggio in tournée è Willie Peyote, con cui avete collaborato per la realizzazione del singolo L’incubo. Come nasce questo featuring?
Le nostre collaborazioni nascono da un incontro umano, prima che musicale. Tra di esse, è rarissimo trovare un contatto dettato da ragioni puramente di marketing o di interesse. Prima abbiamo la necessità di conoscerci e di apprezzarci l’uno con l’altro. Per quanto riguarda Willie, abbiamo assistito al suo percorso e alla sua crescita, essendo anche lui di Torino. Ci sono molti punti in comune, che derivano anche dal fatto che si è un po’ formato con la nostra musica. Ci siamo resi conto che oggi, con Willie, sembrava di rivedere i Subsonica degli inizi. Non tanto per il tipo di musica o per le cose che dice, ma per il tipo di affezione che il pubblico crea attorno a lui. Quell’affezione di riconoscimento non relativo alla gratitudine ma a una questione di identificazione, in lui e nella sua musica. Stesso meccanismo che avevamo vissuto noi, sulla nostra pelle, negli anni Novanta. È nata da lì la curiosità. Ci siamo incontrati, gli abbiamo fatto sentire una canzone che avevo scritto e avevo lasciato fuori dal mio album solista – tra l’altro questa è una notizia inedita (ride) – e lui l’ha riadattata, piacendogli molto, secondo il suo stile musicale. Ha modellato la sua parte e il tutto è stato riarrangiato in stile Subsonica. È venuto spontaneo, finito il suo tour, chiedergli di venire con noi. Nello spettacolo è stato creato uno spazio per lui, dove facciamo L’incubo, a cui segue I cani, un suo brano suonato da noi, e Radioestensioni, una canzone del nostro primo disco. Gli abbiamo chiesto di riscriverne una parte e Willie ha accettato con grande emozione perché quell’album è stato una delle sue più grandi ispirazioni. Tutto quadra, insomma!
Il vostro tour è partito con l’European reeBot 2018, toccando nove città europee per poi approdare in Italia con l’8 Tour. Qual è un aspetto dei concerti all’estero che vi manca quando suonate in Italia e qual è un aspetto dell’Italia che vi manca quando siete all’estero.
All’estero suoniamo in spazi più ridotti, nei club. E i club sono i luoghi in cui noi siamo nati, abbiamo ascoltato la musica e abbiamo costruito la musica che volevamo fare. È il posto in cui vai solamente con gli strumenti e con la tua musica. L’essere innamorati dei club rimarrà sempre nel DNA dei Subsonica. In Italia, invece, riempiamo spazi più ampi con la necessità di costruire un vero e proprio spettacolo. È un altro tipo di attitudine, molto bella anche questa e in cui ci stiamo divertendo, portando in giro uno spettacolo così entusiasmante. È come se diventasse tutto più teatrale, ecco. Ovviamente, in Italia, è tutto più emozionante, per il calore del pubblico… un pubblico esperto, che conosce la musica, che ama la tua musica e che rivolta sul palco una quantità esorbitante di energia. Ecco, siamo fortunati ad avere molti fans che vivono all’estero e che ci permettono di suonare in Europa, facendo esperienza della sua diversità e bellezza. E siamo fortunati a poter tornare in Italia e realizzare uno spettacolo come quello dell’8 Tour.
Per concludere, prendo in prestito una delle canzoni a cui sono più affezionata. In un contesto come quello attuale, che cosa sogna Aurora?
Più si va avanti e più è difficile sognare… Aurora sogna l’abbiamo scritta quando i nostri sogni stavano prendendo forma. Vedevamo che, in qualche modo, ce la stavamo facendo. Il personaggio di Aurora era una figura alla ricerca di una realizzazione, che non si riconosceva nella società e che si sentiva diversa. Sentiva di più e doveva raccontare qualcosa di più. Oggi, la situazione è invariata. Perché quando vivi la tua vita, percependo che il mondo attorno non ti rappresenta e avendo la necessità di costruire un tuo alfabeto, sei un’Aurora. E Aurora oggi racconterebbe qualcosa di diverso, sicuramente… Ma la matrice e il meccanismo che fa diventare una persona qualunque un’Aurora è il non aderire a quello che si ha intorno e pensare che, forse, c’è qualcosa in più da scoprire.
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie ad Hub Music Factory[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]
Dieci anni fa, nel 2009, un giovanotto di nome Michael Benjamin Lerner pubblicava un album intitolato Telekinesis! sotto lo pseudonimo, appunto, di Telekinesis. Era un album fresco, un indie pop interessante, fortemente influenzato dalle sonorità di quei Death Cab for Cutie di cui il suo mentore, amico e produttore Chris Walla faceva parte, ma che lasciava intravedere un potenziale notevole.
Dieci anni e altri tre album dopo, arriva Effluxion, quinta prova in studio della one man band Telekinesis, in cui Michael Lerner suona, balla e canta di tutto e di più, dalla sua amata batteria al trombone ai campanacci da mucca.
In questi anni abbiamo avuto il piacere di seguire l’evoluzione di questo talentuoso ragazzo dai modi gentili e l’abbiamo visto passare dagli esordi indie rock all’esplorazione e ricerca in uno spazio fatto di synth come nel penultimo lavoro Ad Infinitum del 2015. Con Effluxion invece, ritroviamo quelle sonorità pop familiari, riff di chitarra confortevoli, che suonano inequivocabilmente Telekinesis senza però risultare ripetitive.
Telekinesis @ Sonic Boom Records – Seattle, WA (2011)
La prima metà dell’album ha dei rimandi fortemente beatlesiani: nella cadenza della traccia di apertura Effluxion così come nella ritmica di Like Nothing ritroviamo degli elementi di pop molto classico, ma emergono anche una maturità ed una pacatezza compositiva che rendono l’ascolto facile e contemporaneamente intrigante.
Queste sonorità piacevolmente senza tempo persistono in Running Like a River fino ad arrivare a Set a Course. Qui, a metà canzone, l’album ha una svolta: Michael sembra ricordarsi di essere anche e soprattutto un batterista ed ecco che potente e preciso arriva a mettere il suo marchio di fabbrica al resto dell’album, portandolo in quel territorio di power pop ed indie rock che rendono i suoi lavori così accattivanti.
Da How Did I Get Rid of Sunlight? fino a A Place in the Sun non potrete fare a meno di sbattere un piede o muovere la testa per tenere il ritmo: batteria e chitarra entrano nelle orecchie e vanno a stimolare il nostro sistema nervoso provocando questa reazione tanto involontaria quanto liberatoria e spensierata.
Out for Blood chiude l’album con un ulteriore cambio di atmosfera rispetto alle tracce che l’hanno preceduta, con le tastiere a scandire il ritmo e a dare una sferzata di ossessività che si sposa alla perfezione con l’urgenza del testo.
Effluxion si esaurisce in 31 minuti di piacere per le orecchie e di svago per la mente, avvincente nei suoi cambi di ritmo e così compatto da non poter fare a meno di ascoltarlo un’altra volta ancora.
Quando pensiamo ai Bring Me The Horizon la prima cosa che viene in mente è un camaleonte. Si tratta di una band in grado di stupire e di cambiare per stare al passo con i tempi e non soccombere in un mondo, come quello della musica, in continua evoluzione.
La band dei cinque di Sheffield, formatasi nel 2004, ha iniziato la propria carriera influenzata dalle tendenze grindcore ed emo tipiche del periodo, successivamente sono passati al nu metal per poi approdare, con gli ultimi album, ad un alternative rock e ad un metal influenzato dal pop.
Ma nel 2019 hanno deciso di stupire tutti. Il 25 gennaio è uscito Amo il loro sesto album, un lavoro di difficile catalogazione perché al suo interno troviamo generi completamente diversi.
Nei suoi testi la band continua a trattare le tematiche che le stanno più a cuore come l’isolamento, la depressione e il nichilismo: tutte problematiche che caratterizzano la società moderna ma lo fa in un modo completamente nuovo.
Ascoltando le tredici tracce che compongono Amo ci ritroviamo quasi spiazzati dai continui cambi di genere.
Il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è stato Mantra, una delle canzoni più hard rock del disco.
Mantra è una parola, o una frase, che secondo le filosofie orientali è in grado di migliorare la condizione dell’uomo, ma la canzone in realtà è una riflessione sull’amore e sulla religione, sul darsi completamente e sul fidarsi incondizionatamente di qualcuno.
La traccia seguente Nihilist Blues non ha nulla a che fare con il rock: è un pezzo puramente elettronico che però strizza l’occhio alla dance anni ’90.
Ma i Bring Me The Horizon non si sono fermati qui. Abbiamo il nu metal di Wonderful Life, l’alternative rock con un pizzico di blues di In The Dark, le influenze tecno di Ouch, qualcosa di punk in Sugar Honey Ice & Tea. In un album così sperimentale non poteva mancare una traccia influenzata dal genere più in voga in questo momento: la trap. Ebbene si i BMTH si sono lanciati anche in questo filone con Why You Gotta Kick Me When I’m Down? e il risultato è sorprendente. Rap, trap e rock si fondono in questa canzone che è una critica a tutti quelli che desiderano solo il peggio per gli altri.
Nella canzone Heavy Metal, a cui ha preso parte anche il beatboxer Rahzel, i Bring Me The Horizon rispondono in anticipo alle critiche che colpiranno l’album proprio a causa del loro cambio di genere: ma questo a loro non importa.
Ascoltando questo album ci saranno sicuramente due scuole di pensiero: da una parte ci saranno i difensori dei BMTH che sosterranno che con Amo hanno raggiunto una maturità artistica che permette loro di spaziare da un genere all’altro. Dall’altra parte della barricata invece troveremo gli haters che li accuseranno di essersi venduti per cavalcare la moda del momento.
Ma non basta avere dei bei vestiti per essere alla moda… bisogna anche saperli portare e ascoltando Amo ci siamo resi conto che i BMTH sono riusciti a sentirsi a loro agio con tutti i generi e gli stili con cui hanno deciso di sperimentare.
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Era il 2007. Avevo 16 anni quando mi facevo accompagnare dai miei genitori, armato di una delle prime compattine, al mio primissimo concerto.
Quel concerto era dei Nomadi ed è inutile che vi dica qual è stato il risultato di quelle fotografie.
Nonostante abbia assistito ad un’altra decina di live del gruppo, per vari motivi, non sono mai riuscito ad essere presente al Nomadincontro di Novellara.
Questo evento che si svolge tutti gli anni nel paese di Augusto Daolio, a ridosso del giorno del suo compleanno, rappresenta il momento più significativo in cui ricordare l’indimenticato cantante.
Ad aprire la giornata sono quattro artisti emergenti: Marco Sorana, Gianpaolo Scaiano, Vincenzo Greco e Sabrina Dolci. Tutti propongono un paio di brani a testa e vengono applauditi rumorosamente dal pubblico; d’altronde il Popolo Nomade è una grande famiglia e fa sentire tutti a casa.
Subito dopo è il turno di Pierdavide Carone con i Dear Jack che pescano carte da entrambi i repertori fino ad arrivare alla canzone Caramelle, esclusa dall’ultimo Festival di Sanremo.
Prima dei Nomadi c’è spazio per la solidarietà, tema da sempre caro al gruppo.
Vengono assegnate due borse di studio per la ricerca dall’associazione Augusto Per La Vita, fondata da Rosanna Fantuzzi, compagna di Daolio.
Poco dopo le 16.00 comincia il concerto.
È la prima volta che sento dal vivo Yuri Cilloni, da due anni nuovo cantante della band, e rimango piacevolmente stupito.
La sua voce si alterna a quella più rock e graffiante di Massimo Vecchi per ripercorrere 56 anni di storia nomade.
Dopo qualche canzone ecco un’inaspettata interruzione: Valerio Staffelli sale sul palco. In tutto questo tempo non ha mai trovato un motivo per dare il Tapiro d’Oro a Beppe Carletti, quindi decide di assegnarli il famigerato premio per la carriera.
Lo show può riprendere. Si canta e ci si emoziona soprattutto quando arriva il momento de Il Vecchio e il Bambino seguito da Auschwitz.
Un pubblico multigenerazionale quello di questa serata, con nonni e nipoti che durante il ritornello di Io Voglio Vivere si fa influenzare dall’aria carnevalesca e riempie il cielo del tendone lanciando coriandoli. Il colpo d’occhio è bellissimo.
Come di consueto prima della chiusura del concerto con l’intramontabile Io Vagabondo, vengono letti tutti gli striscioni lasciati sul palco dai numerosi fan club.
Quello che funziona per un gruppo così longevo forse più delle loro canzoni, che restano sempre attuali, è il fatto che sul palco riescano ancora a divertirsi come all’inzio.
Sempre Nomadi
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo e Foto: Mirko Fava
Rock Planet Club (Pinarella di Cervia) // 16 Febbraio 2019
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Finalmente sabato sera rimetto piede dopo un’infinità di tempo al Rock Planet Club di Pinarella di Cervia, forse l’ultimo vero rock club nei dintorni di Rimini, dove si possano godere ancora live performance alla vecchi maniera e ascoltare dj set che non propongano le solite scalette commerciali.
Il locale è già animato al mio arrivo e le pareti trasudano calore e umidità. La transenna è già occupata e il primo dei tre gruppi di stasera sta per iniziare la propria performance: parlo dei ’68.
Sconosciuti o quasi alla maggior parte dei presenti, ma pronti a entusiasmare e diventare, da stasera, già il gruppo preferito di molti, entrano Josh Scogin, ex leader dei Chariot (chitarra e voce) e Nikko Tamada (batteria) a presentare i brani del loro ultimo disco uscito nel 2017, “Two Parts Viper”. Si sono formati solo 6 anni fa, ma sembrano affiatati come se cavalcassero palchi insieme da una vita.
Josh ha una carica ed un carisma trascinanti e si muove come una molla sullo stretto palco del Rock Planet. Dalla chitarra escono suoni invertebrati, tutto senza scaletta, come gli viene; gli basta fissare Nikko negli occhi e via, sputano fuori un pezzo dopo l’altro in una performance di punk rock coi fiocchi: diretta, incessamte, dannatamente convincente.
Dopo un noise rock del genere, la scaletta degli Alien Ant Farm ci sembra quasi muscia chill out.
L’alternative rock di Dryden Mitchell (voce) deve sicuramente la sua fama al brano che li rese famosi, nonché cover del grande Michael Jackson, Smooth Criminal, che lasciano come “dulcis in fundo”; prima scaldano il pubblico con These Days e Movies, due brani ascoltati in radio ben 16 anni fa, ma che sono talmente orecchiabili che non possono che farci passare al meglio il tempo in attesa degli scatenatissimi P.O.D..
Comincia ad essere tardi e Sonny Sandoval (voce) sale sul palco alle 23.45 e saluta a mani giunte il suo amato pubblico. Anzi, la sua “familia”, così ci chiamerà per tutto il resto della serata.
E cosi noi ci siamo sentiti per tutto il tempo durante questo caldo, caldissimo concerto. Non solo per la temperatura che fa colare di sudore noi e loro, ma in primis per la sensazione di essere davvero una famiglia riunita dopo così tanto tempo.
Si perchè i P.O.D. hanno cavalcato il loro successo a cavallo degli anni 2000 e ci hanno fatto pogare sedicenni con le loro BOOM e Rock the party, che stasera ci sparano fuori per prime.
Anche se hanno cambiato batterista e forse abbandonato il vecchio caro nu-metal per un rock un po’ meno aggressivo, Sonny , Marcos Curiel (chitarra) e Traa Daniels (basso) stasera ci dimostrano che non sono cambiati di una virgola: Sonny è una bomba umana che salta, si dimena col microfono in mano e non perde occasione per saltare dal palco fin dentro la folla.
A metà concerto anche io entro nella mischia e dopo un paio di pezzi mi ritrovo abbracciata a Sonny a urlare il testo di Murdererlove insieme a lui. Beh… che dire: posso chiudere qui il racconto, perché chi come me ama il rock, non solo ascoltandolo in piedi appoggiato al muro, ma sudando dentro il pogo e preferisce arrivare casa con la gola in fiamme e le ossa tutte rotte, non può desiderare nulla di meglio di un live così.
Valentina Bellini
SETLIST:
Boom
Rock the Party (Off the Hook)
Will You
Panic Attack
Rockin’ With the Best
Soundboy Killa
Always Southern California
Circles
Satellite
Southtown
Murdered Love
Youth of the Nation
Beautiful
Alive
Listening for the Silence
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie ad Hub Music Factory[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]