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Raised Fist “Anthems” (Epitaph Records, 2019)

(pugni punk alzati al cielo)

 

L’hardcore non è solo un genere musicale: è una filosofia di vita, con una storia ben nota e un’evoluzione ancora da portare a termine. Nato in America negli anni ‘80 ha contagiato tutto il mondo, e in ogni zona ha assunto una valenza e una sua personale identità.

Testi politici, questioni sociali e individuali usando una musica veloce, riff semplici e scream, sonorità distorte e aggressive. Vediamo la nascita dell’anarcho punk, lo straight edge (promuovere uno stile di vita sano, ambientalista, animalista, e vegetariano).
La musica diventa uno strumento per divulgare una filosofia, uno stile di vita libero, autonomo e rispettoso, molto spesso con una visione nichilista (street punk).
Se guardiamo alla Svezia, comunemente nota come la mamma dell’Ikea, per i veri intenditori del genere è la patria del crust punk e del D beat (i Disfear).

Uno dei più importanti gruppi svedesi anni ‘90, i Raised Fist, col passare del tempo cedono alla sperimentazione del sound, contaminando l’hardcore puro con sonorità melodiche, abbassando la velocità di esecuzione e lasciando lentamente da parte i problemi politici, finendo per essere etichettati come alternative metal e post hardcore.

Per elaborare e comporre questo album ci hanno impiegato ben quattro anni, ma l’attesa aumenta il desiderio, no?

Tornano con Anthems, contenente dieci brani, dove l’hardcore possente svedese si fonde con parti melodiche, testi stringati, ritmi incalzanti.

Dal primo pezzo, Venomous, sono chiari il mutamento e la crescita,  le particolari doti vocali di  Alexander “Alle” Hagman che passa dal growl a toni più pacati, per dimostrarci che l’hardcore non è morto, sta solo cercando una sua dimensione per sopravvivere al cambiamento dei tempi. La tematica è puramente punk, quel senso di disagio, di sentirsi gli ultimi ma con la fierezza di non far parte della società, e di quanto quest’ultima lavori per spingerci sempre più in fondo. (If you are big, they want you small/Constant negative waterfall, fuck).

Belle schitarrate compongono l’inizio di Seventh, e durante i tre minuti di durata del brano sembra di essere tornati negli anni ‘80. Scream e growl a non finire, ritmi serrati e batteria pistata a morte. Sul finire entra a far parte del brano un interludio melodico, che sembra voler stemperare l’ambiente, per poi riattaccare con il classico stile hardcore.

Anthems (dà il nome all’album) più che un brano è l’inno della loro evoluzione musicale, dove ci presentano il loro sound. Il testo non ha significato se non quello di evidenziare le doti canore del frontman e il progresso stilistico in questi quattro anni di silenzio. Il loro vero e proprio inno, un cavallo di battaglia usato per specificare il loro intento.

Il ritmo rimane invariato nel quarto brano, Murder, dove assistiamo ad un’esibizione totalmente hardcore. Chitarre indemoniate e batterie fumanti, con uno scream profondo. Nonostante il testo della canzone, la band non ha ucciso la sua identità, ma ha subito un’evoluzione che mantiene il suo stile di pensiero, modificando e annettendo altri sound.

Una nota punk nostalgica suona in Into This World, testimonianza della loro esperienza (sono insieme dal 1993) non solo in campo musicale ma soprattutto nella società moderna. Precursori di un genere da cui hanno perso vita tante correnti tutt’ora presenti sulla scena musicale, ricordano con malinconia i tempi che furono, con uno sguardo al futuro, incitando i figli (forse in senso lato, intendendo i loro fan), a vivere in fretta, non avere rimpianti. (We let the music intensify/We almost lasted a lifetime/But one more thing before we close our eyelids/We have to tell our kids, to live fast, no regrets, and no fucking grids)

Shadows, bel rullante iniziale, mantiene l’aria dell’hardcore compatto, Oblivious dove il basso e la chitarra la fanno da padroni con un ritmo incalzante che si rilassa nel ritornello.

In Polarized, ammiccano al rapcore, ricordando a tratti i R.A.T.M., We Are Here è una fusione tra cantato growl e base più melodica, l’unico elemento hardocore punk è rappresentato dall’insistente batteria.

L’ultimo brano dell’album è Unsinkable II, che si presenta come circondato da un’aura di dolcezza, nonostante lo scream, sul finire il pezzo esplode. 

INAFFONDABILI, ecco come si può descrivere questa band. 

Hanno vissuto il periodo migliore per la scena hardcore, gli inizi, quando tutto era nuovo, quando tutto era ribellione e rivoluzione. Sono uomini ora, e subiscono i cambiamenti del tempo. In questo loro ultimo lavoro vogliono comunicarci che nonostante siano cresciuti, al loro interno la scintilla originaria è ancora ben viva.

Energia, doti canore e musicali, esperienza e voglia di creare un nuovo percorso.

Non è il “vecchio” che si adegua al “nuovo”, piuttosto una rivalutazione, e un’affermazione. 

Sono ancora qui, e direi per fortuna!!!

 

Raised Fist

Anthems

Epitaph Records

 

Marta Annesi

 

Chrysta Bell @ Teatro Socjale

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• Chrysta Bell •

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Teatro Socjale (Ravenna) // 15 Novembre 2019

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Foto: Luca Ortolani

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Deerhunter @ TPO

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• Deerhunter •

Orville Peck

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TPO (Bologna) // 14 Novembre 2019

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Foto: Federico Pollini

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Orville Peck

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Cigarettes After Sex @ Alcatraz

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• Cigarettes After Sex •

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Alcatraz (Milano)

14 Novembre 2019

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Foto: Elisa Hassert

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Lagwagon @ Estragon

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• Lagwagon •

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+

Satanic Surfers

T.F.V.

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Estragon (Bologna) // 14 Novembre 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Va di scena in quel di Bologna un ritorno alle origini del punk rock marcato California, una delle miscele più pure della categoria. Di fronte all’arena emiliana si alternano prima Satanic Surfer e poi i veterani Lagwagon, freschissimi di un nuovo prodigio discografico. 

Ad aprire la kermesse gli italiani T.F.V. che non sfigurano coi loro ritmi incalzanti e precisi, compito non facile vista la proporzione del menù servito in tavola.

Un bel ritorno quello dei surfisti luciferini svedesi, un dolce colpo al cuore rivedere Rodrigo Alfaro sdoppiare la sua presenza scenica tra batteria e voce, sancendo una peculiarità quasi unica del genere, escludendo ovviamente gli SNUFF.

Suoni molto quadrati e prepotenti ma del tutto efficaci, aiutati anche dall’attitudine tendente al “metallo” di una chitarra poderosa e dal bombardamento sempre imprescindibile di un basso preciso e travolgente.

Una giusta alchimia di classici che hanno riportato la memoria laddove le ragnatele avevano trovato domicilio, una sventagliata dell’ultimo album che conferma una presenza attiva del tutto rilevante. Dà manforte non avere perso definitivamente per strada i Satanic Surfer, ci si aspetta ancora qualche cartuccia tutt’altro che scontata dalla loro trentennale carriera. Un arrivederci a presto. FIDUCIA.

Il banner del nuovo album, un’iconografia mistica californiana, un po’ trash, un po’ nostalgica, un po’ irriverente. Un attempato pattinatore demodè che sulle ali della velocità prende l’ennesima rampa della vita a dimostrazione che la giostra ancora non ha motivo di fermarsi. 

Si presenta così il palco dei Lagwagon, si presenta così il nuovo album dei Lagwagon. Di primo acchito potrebbe sembrare un’immagine del tutto priva di senso, invece al caso hanno sempre lasciato ben poco.

Si parte con la nuova Suffering (pronostico azzeccato del sottoscritto), poi giù di classici a pugni stretti in un trick di vecchi cavalli di battaglia: Weak, After You, Falling Apart, Violins. Un assaggio in escalation dei vecchi dischi, da Hoss al meno consacrato Blaze.

Bubble, il singolone di Railer rimette la lancetta dell’orologio al 14 novembre, brano bellissimo, geneticamente Lagwagon in ogni velatura. APPROVATISSIMO.

Joey Cape tentenna e arranca abbastanza con la voce sopratutto nella prima parte dello show. Il peso della fatica dell’ultimo tour, l’incalzare degli anni, insomma una legittima conseguenza di una lunghissima carriera. 

Sento un po’ vociferare intorno a me “è arrivato, è alla fine” e frasi scontate degne del miglior populismo nostrano. 

Qui però giungo indispettito a piedi pari alla conclusione che il fan vero dei Lagwagon non vive di giudizi, ma vive di comprensione, prende il buono e tiene in cassaforte quello, essendo figlio della storia e non della singola battaglia. Ci vuole riflessione quando si ascolta, sempre.

A maggio li vidi allo Slam Dunk di Londra e la prestazione del nostro amato frontman fu ineccepibile. 

Lo spettacolo fluisce bene, da metà anche la lirica trova un giusto assetto, sostenuta potentemente dalle seconde voci poderose della band in toto. 

Sulle ali del tempo slittano Sleep, Coffee and Cigarettes, Mr. Coffee, una splendida Change Despair, Know It All, May 16, Razor Burn. Un apoteosi vera.

Impossibile non fare l’elenco completo, peccato capitale rinunciare anche solo a un brano citato, siamo davanti alla genesi, ai padri co-fondatori di un movimento ancora in salute.

I Lagwagon nonostante l’assenza di un Jesse Buglione al basso che manca tanto agli affezionati, mantiene un ossatura forte, per questo lo show non cala mai d’intensità.

Bologna balla, canta, comunica e si diverte. L’acustica soddisfa, le facce amiche sono tante, un bar aperto forse è  troppo poco ma non è importante, lo spettacolo sta per arrivare al termine e dopo un rientro accademico sul palco i nostri beniamini salutano tutti con Stokage, non prima però di aver rispolverato l’album Double Plaidinum. Joey suona la chitarra di Chris e fa cantare la platea, Alien8 la conoscono tutti, Making Friends è la normale ed immacolata conseguenza.

Lagwagon in salute, soddisfatti e appagati probabilmente dal nuovo album. Non è mai facile mantenersi, sopratutto dopo tanta legna messa in cascina nel corso degli anni. Senza sottolineare l’iniziale ”apnea” vocale, ben supportata da spalle granitiche, direi che ancora ci sarà modo di approfondire questa meravigliosa band, una pezzo di vita di tanti, un marchio di fabbrica lontano dalla via del tramonto. 

Sicuramente non il concerto della vita, ma è un arrivederci sancito dalla soddisfazione. REDIVIVI.

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Vasco Abbondanza 

Foto: Luca Ortolani

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Satanic Surfers

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T.F.V.

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Grazie a Hub Music Factory

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La nuova sfida di Funk Shui Project & Davide Shorty

Squadra che vince non si cambia: i Funk Shui Project tornano sulla scena, di nuovo in collaborazione con Davide Shorty, con un nuovo disco, La Soluzione, che sembra, già a partire dal nome, la naturale evoluzione del precedente lavoro, Terapia Di Gruppo. Nella pausa fra un album e l’altro, la formazione ha consolidato questa affiatata collaborazione, ha messo a fuoco alcune delle tematiche messe in luce fino ad oggi e approfondito argomenti, come quello dell’incertezza che ci riserva il futuro e quello dell’attenzione alla salute mentale, che fungono da spunto di riflessione e immedesimazione per chiunque si approcci a questi nuovi pezzi. Li abbiamo incontrati a Milano poco prima dell’uscita de La Soluzione, e ci hanno raccontato parecchie cose sulla genesi di questo nuovo lavoro e sulla vita che conducono come musicisti. 

 

Ciao ragazzi, come state? Com’è andata l’apertura a Daniel Caesar? Avete avvertito la responsabilità di salire su quel palco?

Jeremy: “Sicuramente è stata un’esperienza pregevole, esibirsi su un palco importante come quello del Fabrique è sempre bello. Daniel Caesar è un artista super valido, l’emozione è stata fortissima.”

Natty Dub: “Sì, abbiamo notato che appena saliti sul palco eravamo emozionati, che è una cosa che non ci capitava da un po’.”

Davide: “Sì, io per la prima volta da tempo, poco prima di salire sul palco ho avuto proprio la tachicardia, il cuore in gola, come si suol dire. Per me Daniel Caesar è una delle più grosse influenze dell’ultimo anno sicuramente, sia Freudian che Case Study sono due dei dischi che ho ascoltato e riascoltato.”

 

Quindi ve lo siete goduti anche come spettatori. 

Natty Dub: “Certo. È stato piacevole poi, al termine di tutto, poter avere a che fare con lui e la sua band, che tra l’altro si sono pure complimentati con noi per il nostro show, hanno apprezzato molto.”

Davide: “Daniel si è fermato a parlare con noi, ci ha chiesto cosa pensavamo del suo live e di come suonasse. Addirittura ci ha chiesto se avremmo aperto anche un’altra data delle sue (ridono).” 

 

Faccio un passo indietro: leggo ovunque che il vostro nome ufficiale è “Funk Shui Project & Davide Shorty”. È così che vi sentite? Vi rispecchiate in questo nome, quindi in due entità separate?

Natty Dub: “Mah, in realtà inizialmente volevamo uscire come Funk Shui Project e basta, proprio perché questo progetto prevede cambi di formazione o cambi di sonorità. Determinati vincoli discografici che avevamo all’epoca ci hanno portato a dover distinguere i due nomi, ma questo non toglie il fatto che noi ci sentiamo un unico gruppo, un’unica band, un’unica realtà, e probabilmente non è detto che continueremo a usare questa nomenclatura anche in futuro, vedremo.”

Davide: “Ma sì, poi rigirata non suona neanche male, ricorda tipo gli Sly & The Family Stone, George Clinton and The Parliament Funkadelic (ride). Perché no?!”

 

Come nascono i vostri pezzi? Qual è il vostro processo creativo?

Jeremy: “È una filiera corta: Dub fa il beat, io il basso, poi finisce a Davide. Poi chiaramente si va in produzione con tutti i disegni del resto degli strumenti.”

Davide: “La definirei quasi una catena di montaggio poetica, perché in questo caso non è un processo meccanico come quello tipico della fabbrica.”

 

I generi a cui attingete e a cui vi ispirate si basano spesso sull’ispirazione: quanto di questo accade anche durante la creazione dei pezzi e durante i vostri live? 

Davide: “Io personalmente amo fare freestyle, infatti in ogni live c’è uno spazio dedicato, mi piace interagire con il pubblico in maniera call and response. Sicuramente in studio c’è una buona dose di improvvisazione; senza quella non riusciremmo a creare. La prima cosa che faccio ogni volta che si crea un beat nuovo è improvvisare delle linee melodiche per capire cosa potrebbe starci bene. È tutto un go with the flow, lavoriamo in maniera molto naturale, quando una cosa non suona forzata significa che è quella giusta.”

Jeremy: “Se invece intendi l’improvvisazione jazzistica, certo ci ispiriamo tanto a quel tipo di musica, io personalmente poi ascolto tantissimo jazz… però non sono un jazzista. Live quindi non concepiamo tanto l’improvvisazione, anche perché amiamo, in termini di genesi del progetto, poter riprodurre quello che effettivamente produciamo.”

Davide: “È molto bello perché costruiamo il live insieme, e fino ad oggi è stato naturale riuscire a trovare un compromesso per cui tutti siamo soddisfatti di quello che mostriamo al pubblico. Non è sempre così, parlando con tanti colleghi ci rendiamo conto che non è semplice trovare un organico in cui si riesce a collimare tutte le teste, facendole andare d’accordo. Da questo punto di vista siamo davvero fortunati.”

Jeremy: “Io però vorrei comunque essere un jazzista, ma questo è un altro discorso, un’altra intervista (ride).”

 

Essendo le vostre sonorità molto internazionali, siamo spessi abituati a sentirle abbinate a un cantato in lingua inglese: avete mai incontrato difficoltà nell’adattare la lingua italiana al vostro sound?

Natty Dub: “Ascolto pochissime cose in italiano, e quelle che scelgo non sono contemporanee. Questo influenza il nostro modo di fare musica: in questo nuovo disco ci sono dei sample di musica italiana, di musica d’altri tempi, forse poco conosciuta, di compositori tipo Piero Umiliani e Ennio Morricone, quindi musicisti italiani che già all’epoca si affacciavano più ad un pubblico internazionale.”

Davide: “Anche perché penso sia d’obbligo inserire qualcosa che fa parte della nostra tradizione e della nostra storia, per mantenere qualcosa delle nostre radici mentre facciamo un genere che per background culturale in realtà non ci appartiene, ma che abbiamo studiato talmente tanto che in un modo o nell’altro è diventato anche nostro. Per quanto mi riguarda, ho scoperto il soul, il funk e il jazz a partire dall’hip hop, perché quando ho iniziato a fare rap mi sono trovato a dovermi fare le basi da solo e ho dovuto cercare dei campioni proprio nei dischi soul, funk, jazz. In ogni caso, penso sia importante essere specchio di quello che è il proprio tempo, nel modo più genuino possibile, nei confronti della musica e della cultura, che è una cosa che purtroppo in Italia non siamo abituati a fare. Per quanto riguarda l’utilizzo della lingua italiana, sicuramente tutti noi che abbiamo collaborato con questa formazione abbiamo una propensione alla selezione delle parole: scadere nel già sentito in italiano è molto facile, perché è una lingua estremamente dettagliata, e fare poesia e musica in italiano richiede dei suoni e delle parole ben precise per non sembrare scontato e banale, noi non vogliamo fare qualcosa che esiste già traducendolo in italiano, ma creare qualcosa di propriamente italiano che si ispira ad altro, ed è sottile la differenza.”

 

Il vostro nuovo album si intitola La Soluzione, e arriva dopo il vostro lavoro Terapia Di Gruppo. Questo album è un’evoluzione del precedente, come suggerisce il nome?

Jeremy: “Beh, è voluto, anche se non a tavolino. È stato un processo naturale.”

Natty Dub: “Ci sono tante cose, in questo disco, che mostrano un percorso di predestinazione, a partire dalla grafica. Abbiamo affidato entrambe le copertine ad Ale Giorgini, il nostro illustratore, e lui per realizzarle ha voluto semplicemente ascoltare le canzoni. Ne è emerso un primo disco dalle atmosfere più notturne, sul blu, e un secondo che ricorda il crepuscolo, sui toni dell’arancione, come dalla notte al giorno. Anche per quanto riguarda la musica, abbiamo puntato all’essenzialità, c’è meno arrangiamento dell’album precedente e meno sovraincisioni. Anche i testi, in “Terapia Di Gruppo” erano più simili a un flusso di coscienza, mentre qui certi messaggi sono più a fuoco. C’è più chiarezza e consapevolezza di quelle emozioni che trattavamo nell’album precedente.”

 

Una delle tematiche che mi ha colpito è quella dell’incertezza del futuro. Voi fate un lavoro che, più di altri, espone al rischio di precarietà, come vi sentite a riguardo?

Jeremy: “Arrivando da quindici anni in cui sono stato costretto alla subordinazione lavorativa per poter guadagnare uno stipendio che mi consentisse di coltivare questo sogno, ora me la godo con tutte le ansie del caso, penso “ben venga!”. Possiamo dire di farlo di professione, ed è una cosa che non scambierei con tutte le certezze di questo mondo.”

Natty Dub: “Certo è che bisogna fare dei sacrifici, perché nel caso di me e Jeremy, per portare avanti questo progetto abbiamo dovuto abbandonare tutti gli altri, musicali e non, che ci supportavano economicamente. Io consiglierei quindi a chi vuole intraprendere questa strada di concentrare tutte le proprie energie su un unico progetto, quello che più si sente proprio.” 

Davide: “Dal canto mio, posso dire che psicofisicamente è veramente dura. A livello psicologico devi imparare a volerti bene, perché non tutte le date vanno bene e ti danno la stessa soddisfazione. Devi ricordarti perché lo fai. È importantissimo anche riposarsi, soprattutto per me che uso la voce, tutte le mancanze che ho dal punto di vista fisico e lo stress psicologico si riflettono immediatamente sul modo in cui canto.” 

 

A proposito di tour: come imposterete i prossimi live? Ci sarà qualche cambiamento?

Jeremy: “Ci sarà Johnny Marsiglia, e questo già presuppone un’innovazione allo show. Porteremo il disco nuovo più qualche grande classico (ride) di Terapia Di Gruppo. Cercheremo di fare sempre di più. Quello che possiamo dirti è che varrà sicuramente la pena di venire a questi live. Abbiamo una voglia matta di suonare i pezzi nuovi.”

Davide: “Ci dicevamo ieri che tanto sappiamo già come andrà a finire, che alla fine di questo nuovo tour avremo in mano il prossimo disco.”

 

Anna Signorelli

P.O.D. @ Orion

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• P.O.D. •

Alien Ant Farm

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Orion Live Club (Roma) // 13 Novembre 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Dopo l’uscita del loro decimo album Circle nel 2018, i P.O.D., storica band nu metal formatasi a San Diego nel 1992, tornano in Italia per farci rivivere il ricordo di una movimentata adolescenza.

Presenti per questa serata all’Orion di Roma i nostalgici delle sonorità degli ultimi anni ’90 e dei primi del nuovo millennio, quelli che sognano ancora la California e che scelsero di ascoltare generi alternativi che si distaccassero totalmente dal panorama italiano.

È prorompente e visibile sotto al palco la voglia di “sfogo” e quella di riprovare quel sentimento che ha visto cambiare in modo incisivo le linee della musica metal, contaminata dal rap, grunge e perfino dal reggae.

A “spalleggiare” la band, in perfetto stile californiano, ci sono gli Alien Ant Farm, da Riverside a Roma, in camicia a quadretti allacciata fino all’ultimo bottone, capellino con visiera e pezzi che scaldano muscoli e cuore, da quello dedicato alla madre di Dryden Mitchell (voce), alla famosa cover di Smooth Criminal; “Annie, are you okay?” gridiamo tutti uniti.

Un’apertura davvero impeccabile che lascia un palco rovente per gli attesi protagonisti della Pacific Coast: Sonny Sandoval (voce), Marcos Curiel (chitarra), Traa Daniels (basso), Noah Bernardo (batteria).

La prima traccia Listening for the silence, anche se proveniente dall’ultimo album, è perfetta per farci ritrovare il punto lasciato anni fa nei ricordi. L’immediata stupefacente impressione è che il tempo abbia modificato solamente la lunghezza dei dreads di Sonny Sandoval.

Il frontman si prende tutto il palco. Ci sta vicini, ci guarda dritti in faccia e grida a chiare note BOOM, pezzo popolare tra i più significativi che racchiude nel testo tutto ciò che hanno sempre voluto trasmettere.

“I never knew that a kid like me could take his mic around the world and flash the big S.D. and rock the masses”.

Circle spacca precisamente a metà il concerto, ponendo un perfetto collegamento tra il passato e il presente, che si alternano di continuo, in un cerchio che non ha intenzione di chiudersi ancora, né per la band né per il pubblico in delirio.

Come fosse un connubio imprescindibile, a questo genere di musica si lega stretto il pogo, istigato dallo stesso Sonny che scende in mezzo alla gente e viene avvolto in un gigantesco abbraccio di bentrovato.

Come resistere d’altronde dal buttarsi nella mischia quando parte l’incipit di chitarra di South Town o la chiamata di Youth of the nation?!.

La nazione non è la nostra ma noi ci uniamo in coro tutti, perché facciamo sicuramente parte di una specifica generazione.

La sensazione alla fine degli oltre 15 pezzi è di uno sfinito appagamento. 

I P.O.D. hanno voluto regalarci tutto quello da anni abbiamo conservato sotto la pelle, hanno rispettato e mantenuto perfetta la memoria, e ci hanno donato uno splendido e fedele futuro ricordo.[/vc_column_text][vc_column_text]Testo: Rachele Moro

Foto: Simone Asciutti

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Alien Ant Farm

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The Paper Kites @ Circolo Magnolia

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• The Paper Kites •

Axel Flovent

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Circolo Magnolia (Milano) // 13 Novembre 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Annalisa Fasano

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Axel Flovent

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Massimo Pericolo @ Alcatraz

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• Massimo Pericolo •

Speranza

Barracano

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Alcatraz (Milano) // 13 Novembre 2019

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Foto: Nicolò Andreuccetti

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Grazie a Shining Production

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Ensi @ Magazzini Generali

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• Ensi •

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Magazzini Generali (Milano)

13 Novembre 2019

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Foto: Giulia Spinelli

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Grazie a BPM Concerti

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HARRY STYLES: il “Love On Tour” fa tappa in Italia il 15 maggio a Torino e il 16 a Bologna. Il nuovo album “Fine Line” esce il 13 dicembre.

ANNUNCIATO IL NUOVO TOUR MONDIALE
‘LOVE ON TOUR’

DUE CONCERTI IN ITALIA

15 MAGGIO 2020 – TORINO (PALA ALPITOUR)
16 MAGGIO 2020 – BOLOGNA (UNIPOL ARENA)


Harry Styles
annuncia la sua nuova tournée mondiale, “Love On Tour” a supporto del suo ultimo disco “Fine Line”, in uscita il 13 dicembre 2019. Il nuovo tour comincerà il prossimo anno ad aprile in Gran Bretagna e farà tappa in Europa, Nord America e poi in Messico ad ottobre. In Italia Harry Styles si esibirà in due attesissimi concerti: il15 maggio 2020 al Pala Alpitour di Torino e il 16 all’Unipol Arena di Bologna. Le date sudamericane verranno annunciate a breve, mentre le tappe in Asia e Australia verranno comunicate il prossimo anno.
Il trailer del tour è disponibile qui: http://smarturl.it/LoveOnTourTrailer

King Princess sarà ‘special guest’ in Europa durante i concerti dal 15 aprile al 31 maggio, la cantautrice Jenny Lewis fungerà da supporto nelle tappe americane e canadesi (dal 26 giugno al 5 settembre) e l’artista giamaicana Koffee aprirà gli show in Messico (dal 29 settembre al 3 ottobre).

I biglietti per le date italiane saranno disponibili in anteprima per i titolari di Carta American Express a partire dalle ore 10.00 di lunedì 18 novembre 2019su https://www.ticketmaster.it/americanexpress.
Gli iscritti a My Live Nation avranno accesso alla pre-sale già dalle ore 10.00 di giovedì 21 novembresu www.livenation.it. La messa in vendita generale avrà invece inizio a partire dalle ore 10.00 di venerdì 22 su www.ticketmaster.it, www.ticketone.ite in tutti i punti vendita autorizzati.
Circa 1€ dal costo di ogni biglietto verrà devoluto in beneficenza.

Due nuove t-shirt celebrative del tour saranno disponibili per l’acquisto sullo store ufficiale di Harry qui: https://shopus.hstyles.co.uk/ 

Sabato 16 novembre Harry sarà ospite all’interno del programma targato NBC, Saturday Night Live, dove proporrà una doppia performance. Per la prima volta in assoluto, Harry sarà alla conduzione e canterà nuova musica tratta da Fine Line, presentando in tv il primo singolo “Lights Up”. Una settimana dopo, il 21 e 22 novembre, Harry Styles tornerà in UK con nuove performance televisive all’interno del popolare talk show di Jools Holland.

Il nuovo attesissimo disco Fine Line arriverà il 13 dicembre 2019.
Fine Line è disponibile per il pre-order sul sito https://SMI.lnk.to/fineline in formato CD, in formato doppio vinile nero e doppio vinile bianco e nero splatter. L’album, che contiene 12 tracce, include il primo singolo “Lights Up”, che ha già accumulato oltre 100 milioni di views e stream in tutto il mondo.

Glen Hansard @ Teatro Auditorium Manzoni

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• Glen Hansard •

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+
Nina Hynes

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Teatro Auditorium Manzoni (Bologna)

13 Novembre 2019

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Foto: Luca Ortolani

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Nina Hynes

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Grazie a DNA Concerti

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