I Flaming Lips sono una delle ultime grandi anomalie del rock contemporaneo. Una storica band psichedelica americana costruita attorno alla figura carismatica e imprevedibile di Wayne Coyne, ma soprattutto un gruppo che da decenni si rifiuta ostinatamente di fare dei semplici concerti. Ogni loro esibizione è un gigantesco carro allegorico in movimento, un circo pirotecnico dedicato alla creazione di un mondo alternativo dove non esistono sfumature di grigio, buonsenso o normalità. Una fiaba in technicolor nella quale tutto è possibile. Del resto, cosa ci si può aspettare da una band la cui leggenda racconta che sia nata dopo il furto di alcuni strumenti musicali da una chiesa?
Il concerto al BOnsai Festival di Bologna è rimasto in dubbio fino all’ultimo. Nei giorni precedenti Wayne Coyne era stato colpito da una brutta polmonite: la data di Vienna era stata cancellata e tra i fan iniziavano a circolare voci sempre più insistenti su un possibile forfait anche in Italia. Per fortuna, pochi minuti prima dell’inizio, Coyne è comparso sul palco in carne, ossa e voce roca. Ha subito chiesto scusa al pubblico, avvertendo che le sue condizioni non erano ancora ottimali. E in effetti qualche momento di difficoltà vocale durante la serata c’è stato. Ma sarebbe davvero meschino soffermarsi su questo, perché il concerto è stato talmente bello da rendere ogni imperfezione del tutto irrilevante.
L’apertura è stata esplosiva: Yoshimi Battles the Pink Robots Pt. 1 e, contemporaneamente, il gonfiaggio sul palco di due giganteschi robot rosa che hanno danzato come inquietanti guardiani kawaii per tutta la canzone. Da quel momento in poi è iniziata una lunga e felicissima escalation di nonsense visivo. Costumi improbabili, coriandoli, palloni giganti, laser sparati sul pubblico e visual in costante mutazione hanno trasformato il concerto in una sorta di viaggio psichedelico collettivo. Un trip meraviglioso che, per una volta, non richiedeva alcun supporto farmacologico. Ovviamente non poteva mancare la tradizionale scritta in palloncini “Fuck Yeah Bologna”, accolta con entusiasmo da un pubblico già completamente conquistato. L’unico piccolo rimpianto riguarda l’orario d’inizio. Con il sole ancora alto, gran parte dell’imponente apparato luminoso della band è rimasto inizialmente sacrificato dalla luce naturale. Solo con il calare della sera si è potuto apprezzare pienamente il lavoro di laser, colori e proiezioni che costituisce da sempre una parte fondamentale dell’esperienza Flaming Lips. Uno dei momenti più emozionanti è arrivato durante Do You Realize??, accompagnata da un enorme arcobaleno gonfiabile apparso alle spalle della band come se fosse uscito direttamente da un cartone animato progettato sotto LSD. Per She Don’t Use Jelly, invece, Coyne ha scelto una soluzione più sobria: limitarsi a lanciare una decina di giganteschi palloni gonfiabili sopra la testa del pubblico. Del resto, ognuno ha la propria idea di minimalismo. Immancabile anche il momento cover. E qui il concerto ha toccato uno dei suoi vertici emotivi. True Love Will Find You in the End di Daniel Johnston, già di per sé una canzone capace di spezzare il cuore, è stata interpretata da Coyne mentre indossava un enorme costume gonfiabile da alieno che simulava un rapimento extraterrestre. Una scena che, descritta così, sembra ridicola. E invece era sorprendentemente commovente. Forse perché solo i Flaming Lips riescono a far convivere il kitsch più sfrenato con una sincerità emotiva assoluta. Il finale è stato affidato a War Pigs dei Black Sabbath, preceduta da un breve ma sentito appello alla pace e alla fine delle guerre. Un messaggio semplice, forse persino ingenuo, ma perfettamente coerente con l’idea di mondo che la band continua a portare in scena da quarant’anni.
Perché il vero miracolo dei Flaming Lips resta sempre lo stesso: sotto tonnellate di coriandoli, pupazzi gonfiabili, laser e psichedelia, continuano a esserci canzoni straordinarie. Canzoni capaci di emozionare anche se venissero suonate in una stanza vuota, senza effetti speciali e senza alieni giganti. Il resto è solo un meraviglioso, coloratissimo bonus.
Alessandra D’aloise