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Bay Fest 2026 • Day 3

Coprirsi per vedersi meglio. Vestire panni lontani anni luce da noi per riscoprirsi in una chiave nuova. Il contrario dell’apparire, dello spogliarsi. Cristallizzare un momento di diversità per poi continuare con la routine e l’abitudine. Senza essere nessun altro, senza snaturarsi, semplicemente facendo un passo indietro. 

Si può intravedere della tenerezza nel lasciarsi in disparte, nel coprirsi di ombre lasciando che le vedano tutti, noi stessi compresi. Soprattutto noi. In un contrasto perpetuo fra luce e assenza di luce, a volte è necessario ricordare al mondo che il buio non esiste solo per fare paura. 

Occultarsi e tornare al punto di partenza come un atto di coraggio. È l’istante prima del vuoto, la vertigine durante la caduta. Perché nella foga di partire, ritornare a casa significa speranza e sconfitta. E allora perchè parti? Perchè ti trascini in un mondo che si è già scoperto abbastanza, ma si è dimenticato di te se non nei posti che hai chiamato casa? 

“Questa vita ha molte sfumature, mi sveglio ogni mattina e prima di iniziare la giornata do un tiro alla sigaretta della scorsa notte”.

Stanotte cantano i Dropkick Murphys, i Therapy?Hot Water Music e Still No One e si portano dietro un po’ di quel buio che ci regala il sole stasera. Proprio quando calano le ombre, quando non noti più ogni singola sfumatura, quando inizia a tirare un po’ di vento e si respira, calano le maschere. 

Riccardo Rinaldini

Bay Fest 2026 • Day 2

Alla costante ricerca della verità. Cercarla senza aspettarsi nulla in cambio. Regalare un affetto, una carezza, soprattutto a sè stessi. Avere la forza di continuare in direzione ostinata e contraria, per inciampare e rialzarsi subito dopo. Con le ginocchia sbucciate, i polsi che fanno male, le mani che bruciano. 

Che la verità sia nella perseveranza? Guardare ovunque, oltre ogni orizzonte, per capirsi senza nemmeno doversi guardare negli occhi. Essere pubblico e parte di qualcosa. Resistere insieme agli incroci fra destino e disgrazia. Prendersi cura è un atto innaturale, disumano e distopico, soprattutto in un’ottica altruista. 

La troviamo quando suoniamo? Quando scriviamo per noi e per gli altri? Quando restiamo sotto un palco a ballare tutta la notte, consumando le corde vocali soltanto per sentirci vivi, nella speranza che anche gli altri ci vedano una scintilla sola di quello che vediamo noi. Per inciampare insieme e dimostrare che non è nulla di grave. 

“A volte non rimane nessuno a dirti la verità”, citando i Less Than Jake, che suonano la stessa notte de The Suicide MachinesA Wilhelm Scream e dei Lillians. Forse la soluzione sta nell’incrocio di sguardi con persone che cercano la stessa verità, che vivono la stessa appartenenza sotto lo stesso suono, le stesse casse, la stessa sabbia. Forse è sparsa lì, fra sei corde, due bacchette e un microfono. Non lo so, ma se un giorno smettessimo di cercarla, chiamate aiuto. 

Riccardo Rinaldini

Bay Fest 2026 • Day 1

Che rumore fa una stella quando cade? Che cosa prova quando brilla e consuma idrogeno? Quando per scaldare quello che ha intorno si fa incandescente e, lentamente, inizia a spegnersi?

Deve esserci, da qualche parte dentro di noi, un sentimento affine alla stella che brucia. Un fuoco dentro, un ideale che non si spegne, nelle strade, nelle case, sopra e sotto i palchi. Qualcosa che ci consuma e che ci dà luce, che scalda gli altri e li brucia, li disintegra. 

Un mondo in cui si riceve e si regala amore senza fare male non esiste. Una stella che brucia è hardcore. È sporca, grezza, materiale in evoluzione. Gente poga, si fa male, brucia, è piena di energia, e gli M ExperienceWestern Addiction e H2O ne sono responsabili. Non lasciano spazio a nulla se non al caos che genera una stella. 

Poi la collisione, l’esplosione, il freddo, qualcos’altro che si crea. Il vuoto dei ricordi di quando partono le prime note, il cuore che batte dando il tempo alle farfalle nello stomaco. La punta di malinconia nella gioia più totale. The Get Up Kids, fra identità e storia musicale, regalano un momento che diventa un buco nero. Distorce lo spazio, cambia la percezione del tempo.

L’infinitamente piccolo a confronto dell’infinitamente grande. Un cuore che batte assieme ad una stella che si frantuma, due atomi che, invece che collidere, si abbracciano ai poli opposti dell’universo. 

Riccardo Rinaldini

Nu Genea @ Sequoie Music Park

Ventagli, birrette e vestiti dai colori accesi. Il tramonto intensifica i suoi colori e ognuno di noi prende posto fra il prato e il pit del Sequoie Music Park. Io faccio eccezione: la birretta a quasi 8 euro è inaccettabile, ovunque, ma soprattutto a Bologna. Ne spendo più del doppio per un cappellino delizioso al merch, ma questo mi rimane ed è firmato Nu Genea. Qui al Parco delle Caserme Rosse contrastiamo fino alle 21:30 la calda umidità della pianura emiliana e un filo di brezza sembra venire in soccorso nel momento più critico.

Il concerto è curato da Estragon Club e da Gemini Festival, i quali si sono occupati con impegno ed efficienza di recuperare la data prevista per il 1° luglio, annullata all’ultimo a causa del maltempo. Inizialmente ho avuto l’impressione che il cambio-data e la sovrapposizione con la finale dei mondiali Spagna-Argentina avessero scoraggiato il pubblico, dato che alle 20:30 il prato era ancora abbastanza vuoto. Poi, in poco tempo, siamo diventati un mare di teste danzanti senza fine.

I Nu Genea, nella loro formazione full band estesa, sono accolti da boati di entusiasmo: un ensemble di 10 figure fra musicisti e cantanti pronti a dare al via al rito pagano, solare e travolgente che li contraddistingue. Il duo napoletano formato da Massimo Di Lena e Lucio Aquilina guida il gruppo con carisma: sono i primi partecipanti della festa che mettono in scena. Massimo saluta Bologna commentando “Oggi non c’è pioggia!”, segue una risata generale. Percussioni ipnotiche di Federico Romeo, sax di Sergio di Leo, basso pulsante di Roberto Badoglio e l’eccezionale sezione vocale formata dalla presenza ormai consolidata di Giulia Olivieri – collega di Fabiana Martone altra voce storica presente anche in questo album – e di Kamira, protagoniste della resa live dell’ultimo lavoro People of the Moon uscito su tutte le piattaforme il 1° maggio di quest’anno. In particolare, Kamira, giovane cantante dalla formazione soul e jazz, sostituisce in una performance più che apprezzata la voce di Maria Josè Llergo in Acelera.

L’intento è sempre quello di utilizzare la lingua napoletana come ritmo, alternando melodie, questa volta più spagnole e latine, con sonorità disco-funk. É la Napoli degli anni ’70 che supera le colonne d’Ercole, conquista la penisola iberica e diffonde la club culture europea. Questo respiro internazionale, queste influenze multiculturali sono da sempre la firma dei Nu Genea e con People of the Moon si allarga ulteriormente il confine. Una boccata d’aria fresca in questo periodo storico, in cui abbiamo sentito troppo spesso la parola “remigrazione”, in cui lo straniero è percepito ancora così diverso e lontano. L’integrazione musicale proposta dai Nu Genea è un atto politico e una moltiplicazione di bellezza. 

Non manca il richiamo alle atmosfere avvolgenti di Bar Mediterraneo nella setlist: l’omonima traccia, la brezza marina di Marechià, i ritmi tribali di Vesuvio, i synth inconfondibili di Tienaté. La gente canta a memoria versi in dialetto con una disinvoltura disarmante. Ci sono anche ben pochi cellulari alzati rispetto alle schiere a cui siamo abituati: l’intenzione è quella di ballare, usare il corpo e lasciarsi trasportare. 

Il pubblico sembra aver amato molto anche questo ultimo disco. Carè e Sciallà sono accolte come due inni, sono le vere hit del disco, tutti ballano e cantano a pieni polmoni, dal più al diversamente giovane, non è possibile stare fermi. Si chiude con la danza finale della title track People of the Moon. Nessuno sembra stanco dopo un’ora e mezza di movimento. Nessuno vuole che la festa finisca. 

Torno a casa leggera e felice. Li avevo già visti all’Estragon in inverno, ma i Nu Genea sono estate, sono da festival all’aperto. Cari lettori, i Nu Genea non possono ridursi ad una mera colonna sonora delle vostre storie Instagram al mare col filtro vintage, ma vanno provati sulla pelle.

Lucia Rosso

Setlist

Ma tu che bbuò
Carè
Disco Sole
Marechià
Puleza
Sciallà
Vesuvio
Acelera
Celavì
Parev’ ajere
Onenon
Ondas do mar
Bar Mediterraneo
Tienatè
Je Vulesse
Ddoje Facce
People of the Moon

Rise Against @ Road To Bay Fest

Sono convinto che i concerti siano come una partita a scacchi. Ogni volta che varchi la soglia, ti siedi o ordini una birra, ci sono tantissime variabili che possono influenzare l’andamento del live e quello che ti porterai a casa. Ogni volta l’esperienza è diversa, condizionata dal pubblico, gli ospiti, il meteo e la location. A volte, tutti i fattori si incastrano così bene da riuscire a regalarti uno dei concerti più belli della tua vita. È il caso della data che vede i Rise Against come headliner, alRoad to Bayfest, Beky Bay, a Bellaria Igea Marina. 

Il festival punk in riva al mare si è consolidato negli anni, portando sempre ospiti di spessore in una location che riesce a farti sentire a casa già dalla primissima volta. Con i piedi in mezzo alla sabbia, la brezza che profuma di salsedine e una birra ghiacciata in mano, mentre i tecnici sistemano l’impianto e passano canzoni punk classiche in sottofondo è impossibile non stare bene. 

I Neval sono la prima band ad aprire la serata. Trio italiano che mischia industrial, hardcore ed elettropunk, riescono a portare sul palco il loro immaginario crudo, violento e distopico. Con un’ottima presenza scenica, soprattutto del frontman, attirano subito il pubblico trascinandolo per quello che sarà poi una delle serate punk più belle e riuscite che si possono vedere, almeno nella regioneEmilia Romagna. 

Poco dopo il palco vede i Militarie Gun, da Los Angeles, esibirsi. Per essere una band formatasi di recente, nel 2020, l’attitudine è già quella dei giganti. Fra melodic hardcore e alternative rock riescono a scaldare definitivamente il pubblico e ad avviarlo verso il cuore della serata. Punti a favore per l’esecuzione durante il tramonto, che aggiunge al loro live il contrasto di un’atmosfera sognante, lasciando addosso la sensazione di quando si torna a casa e si appoggiano le chiavi sul tavolo, in corridoio.

Come dicevo, il cuore vivo della serata. I Bad Nerves, dall’Essex, Regno Unito. È una di quelle band che porta in giro per il mondo il profumo del suo luogo di origine. Pop punk, power pop e punk rock nel senso più classico, genuino ma anche intraprendente. A parte la grossa acclamazione da parte del pubblico, che ormai sta vivendo a pieno la blue hour, i Bad Nerves portano sul palco uno spettacolo a tutti gli effetti. Suonano come da studio, si muovono, l’intesa della band è alle stelle e questo, agli spettatori, arriva tutto. Una band bella da vedere oltre che da sentire, con uno stile riconoscibile tanto nella musica quanto nel portamento, nello spettacolo. Il frontman non sta fermo un attimo e anche chitarristi e bassista, che si scambiano, saltano, giocano con gli strumenti. È sempre bello vedere una band che si diverte sul palco, perché questo, al pubblico, arriva.

Poi gli artisti di punta, i Rise Against. Band storica del genere, formatasi a Chicago nel 1999, non hanno bisogno di presentazioni. Infatti, con il loro logo come sfondo del palco, appena si abbassano le luci, il pubblico grida impazzito. Salgono, iniziano subito a suonare. Il pogo è immediato, il pubblico canta assieme a Tim McIlrath, frontman, e lui fa cantare il pubblico. Uno scambio di quartine, di sguardi, parole e ritornelli fra pubblico e cantante che non si vede spesso ai concerti, di qualsiasi genere. Lo spettacolo mantiene un ritmo altissimo dall’inizio alla fine, anche se alterna canzoni di tanti album, alcune anche acustiche, come Swing Life Away, e l’effetto è un vero e proprio sali e scendi di emozioni, una partita a scacchi in cui anche le tre mosse successive non sono così sicure e l’esito non è mai scontato. La passione che muove quei ragazzi, quei musicisti, è palpabile nell’aria e chiunque, anche estraneo al genere, si sarebbe potuto emozionare vedendo sul palco delle persone con così tanta affinità, voglia di spaccare e di suonare bene. 

Un live che lascia le farfalle nello stomaco, anche per la capacità dei Rise Against di fare la mossa giusta, posizionare la canzone giusta o fare una progressione di accordi che lascia ammaliati, con la voglia sulle labbra di chiederne ancora. 

Nei live, come negli scacchi e come in tutte le cose in realtà, a volte si vince e a volte si perde. Ma con delle band del genere, in una location del genere, è impossibile andare a casa senza un bel ricordo incastrato fra il cuore e le tempie.

Riccardo Rinaldini