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Yungblud @ Mediolanum Forum

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• Yungblud •

 

Mediolanum Forum (Milano) // 10 Marzo 2023

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto di Oriano Previato
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Sleaford Mods “UK GRIM” (Rough Trade, 2023)

Inglesi incazzosi e dove trovarli

L’immagine che automaticamente si fissa nel nostro cervello quando pensiamo ad un inglese è una persona fredda, scostante, stronza e dall’umore altalenante e, con il clima che si ritrovano, non mi sento di biasimarli. Le nuvole perenni, dalle quali il sole, di tanto in tanto, si affaccia timidamente per poi sparire e poi giù, di nuovo, diluvio. E gli rode il culo si, agli inglesi!

Nonostante questo, quel grigiore accompagnato da una perpetua nebbiolina umida, ha il suo fascino, malinconico e scocciante.

Patria del punk, dalla metà degli anni ‘70 questa subcultura ha sconvolto il mondo e gli inglesi stessi.

Tal genere, indirizzato verso la ribellione, ha subito una grossa evoluzione, conseguente al progresso della società, portando avanti la tradizione incazzosa dei predecessori, creando un genere con una sua personale identità, il post-punk. 

Gruppi come gli Editors, Idles, Fontaines D.C., Shame, Lice, Dry Cleaning, Black Midi, e tra i più giovani i Moin, Squid rispolverano i vecchi ideali punk sperimentando e miscelando musica elettronica e progressive con sorsi di alternative rock pur mantenendo l’inconfondibile identità inglese. Fortunatamente, negli ultimi anni, siamo testimoni diretti di un’ondata post-punk che sta portando questo genere ad un nuovo splendore. 

A cavalcare la big wave anche gli Sleaford Mods con il loro nuovo album UK GRIM. Qui, il duo di Nottingham attivo dal 2007 sulla scena post-punk si mostra in veste grime, un genere di musica dance elettronica molto popolare a Londra negli anni 2000, fondendo sapientemente l’indole ribelle, polemica e poetica a sonorità dichiaratamente hip-hop mantenendo la svogliata grinta punk.

La personalità del cantante Jason Williamson conserva lo stile provocatorio, arrogante e graffiante che si riflette nei suoi testi, il suo modo di essere si interseca alla perfezione con le doti da DJ di Andrew Feam, che, in questo disco, ha dimostrato il suo talento e la sua genialità.

In UK Grime, gli Sleaford Mods esprimono tutto il loro disprezzo per la società moderna, per la perdita dei veri valori ma soprattutto per l’opportunismo dei potenti verso i più deboli. Denunciano situazioni di abbandono da parte delle autorità.

Il loro sdegno è espresso in testi taglienti a volta minimali, a volte ricercati e scivola su basi delicatamente ritmate come in Don o in Apart From You (dal timbro che ricorda molto i Joy Division), fino a pezzi più serrati e sconclusionati come Tilldipper,  Right Wing Beast e Tory Kong. L’impronta hip-hop è chiaramente visibile in Smash Each Other Up ed è una scossa elettrica che parte direttamente dal coccige e si estende su, verso la spina dorsale, scaricando direttamente a livello delle sinapsi, innescando il rilascio di adrenalina e noradrenalina.

Ad arricchire UK GRIM spuntano le leggende Dave Navarro e Perry Farrell dei Jane’s Addiction in So Trendy e la partecipazione dell’eterea Florence Shaw, eclettica frontwoman dei Dry Cleaning, nel terzo brano Force 10 from Navarone.

Celebrano il loro odio verso le istituzioni, e onorano la loro casa, la terra che li ha cresciuti, rovinata da chi si è approfittato degli ultimi solo per il dio denaro.

Urlano sarcasmo e orgoglio.

Ultima chicca. Il video del singolo UK GRIM è opera del visionario artista emergente inglese Cold War Steve, un capolavoro caustico, di satira, assolutamente da vedere.

Un album da sentire con le cuffie, che ti fa entrare direttamente in modalità Hooligans.

ATTENZIONE! NON ASCOLTARE IN AUTO, POTREBBE CAUSARE RISSE PER UN PARCHEGGIO RUBATO.

 

Sleaford Mods
UK GRIM
Rough Trade

 

Marta Annesi

Story of the Year “Tear Me To Pieces” (SharpTone Records, 2023)

Operazione nostalgia o semplice congelamento nel passato?

A sei anni da Wolves e dieci dalla reunion, gli Story Of The Year tornano in scena con il reboot album Tear Me To Pieces, pronti a cavalcare l’onda dell’emo-revival.

La formazione è quella della golden age di Page Avenue, anche i suoni e i testi vanno immediatamente a richiamare il passato della band di St. Louis; il terzo singolo 2005 inizia con l’auto citazione “Remember when we said: I spill my heart for you”, insomma all’appello di quella che è a tutti gli effetti una reunion adolescenziale, manca solo l’iconico produttore John Feldmann, ma in realtà pare che sia stato proprio lui ad indicare il nome del prescelto per questo progetto: Colin Brittain (All Time Low, Papa Roach, 5 Seconds of Summer, One OK Rock…), in pratica li ha lasciati nelle mani del suo fidato successore.

Intendiamoci, la band non è mai veramente uscita dai suoi vecchi schemi e ha sempre proposto la sua antica formula screamo early ’00, tra alti e bassi, con coerenza; in questo caso però, non stiamo parlando di attaccamento alle radici, ma di un prodotto che sembra pensato, scritto e suonato per scuotere i ricordi degli gli emo genitori ma anche per avviare i loro emo figli alla famosa fase non fase col ciuffo.

L’album inizia col botto, la title track Tear Me To Pieces e la successiva Real Life sono i primi due singoli estratti e, senza girarci troppo intorno, possiamo tranquillamente definirle le migliori delle undici canzoni totali. La prima, in pieno stile Story Of The Year, ha un ritornello che non ti molla più, la seconda ti obbliga a cantare senza ritegno quelle melodie iper catchy che ricordano i migliori All Time Low.
Da qui in poi si procede con il freno a mano tirato, ma anche questo è 100% SOTY, il quartetto infatti ci ha da sempre abituati all’alternanza tra tracce che funzionano e cosiddetti pezzi minori.
E allora si va da canzoni che sembrano quelle skippabili degli Yellowcard ad altre che invece sono effettivamente canzoni skippabili e degli Story Of The Year, passando per le immancabili ballad, come la malinconica Sorry About Me, che sembra una canzone non skippabile dei Simple Plan ed è capace di strappare anche un piantino.

Qualcuno si aspettava una svolta matura e concettuale? Non credo, a mio parere Tear Me To Pieces è un album di facile ascolto e piacevole spensieratezza, a cui è giusto volere bene, a lui, a tutti i suoi difetti e soprattutto agli Story Of The Year, per quello che hanno rappresentato e tentano di salvare oggi, a braccetto con i colleghi The Used, From First To Last, Silverstein, Hawthorne Heights e gli altri compagni di lacrime che quella fase non l’hanno solo vissuta ma hanno contribuito a crearla. 

 

Story Of The Year
Tear Me To Pieces
SharpTone Records

 

Stefano Cece Gardelli

Tre Domande a: Martina Di Roma

Come e quando è nato questo progetto?

Qualche anno fa ho iniziato a pensare di voler fare uscire qualche mio brano e farmi scoprire come compositrice e autrice. L’idea dell’EP è arrivata subito dopo: negli anni ho collezionato testi e musiche ed è stato evidente che dovessi fare un lavoro più grande. Nell’EP, che uscirà tra poco, ci sono canzoni scritte tanti anni fa, canzoni che ho stravolto più volte e canzoni nate di getto come Bittersweet che è anche il mio singolo di esordio.

 

Progetti futuri?

Tra qualche mese uscirà il mio primo EP, che è stato preceduto dal mio primissimo singolo Bittersweet. Non vedo l’ora di condividerlo con tutti!

 

Qual è la cosa che amate di più del fare musica?

Creare qualcosa di mio e nuovo senza alcun giudizio. Fare musica mi permette di esprimermi, lasciarmi andare ed entro in uno spazio in cui esisto solo io con la mia musica e le mie parole ed è un flusso continuo di idee.

half.alive @ Santeria Toscana 31

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• half.alive •

+

WizTheMc

Santeria Toscana 31 (Milano) // 08 Marzo 2023

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]foto di Federica Mulinacci

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WizTheMc

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Tre Domande a: Black and Blue Radio

Come e quando è nato questo progetto?

Questo progetto è nato nel 2017. Avevo realizzato delle demo in precedenza, senza mai però andare fino in fondo. Nell’estate del 2017 in preda a una sorta di crisi personale, sono partito andando un mese da solo a New York. Era la mia prima volta in America e tutto quel tempo in solitaria mi ha permesso di conoscere tanta gente, raccogliere storie e fare un punto personale della situazione. Avevo in mente la realizzazione di un EP ma non pensavo potesse interessare a nessuno. Alla fine interessava a me. E quello bastava. Tornato da New York sono entrato in sala a registrare. Non avevo aspettative, solo voglia di suonare, scrivere, fare. Realizzai Out Of Time, un EP che portava per la prima volta il nome di Black And Blue Radio. Questo EP fu realizzato a Torino e ci divertimmo tantissimo, sia a registrarlo che a suonarlo dal vivo. Nel video di Untitled Black And Blues si trova lo spirito di questo lavoro. Mentre il primo singolo Monsters fu preso in anteprima dal sito della rivista Rollingstone. Per me una sorta di medaglia al valore. Lo so, è esagerato, ma fu davvero un bel riconoscimento. Fu tutto molto difficile, non arrivarono risultati concreti ma per fortuna non mi tirai indietro e arrivai fino in fondo. E da lì, Black And Blue Radio è rimasta l’armatura con la quale ho deciso di andare in giro.

 

Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?

In questo nuovo album, This Order, c’è una canzone che potrebbe essere una sorta di mia personalissima carta d’identità. Il brano in questione è Mirror e questa cosa l’ho pensata nel momento in cui alcuni tra amici e conoscenti, scelti random per un ascolto in anteprima, hanno reagito tutti allo stesso modo. Senza parlarsi tra loro, hanno tutti immaginato che questa fosse la canzone portante del disco non tanto per la qualità finale del brano ma per il modo in cui questo arrivava e per il modo di raccontare. Il disco è stato scritto, registrato e masterizzato in tempi diversi, con musicisti diversi. E in città diverse. Da qui il titolo This Order che si rifà a una sorta di caos artistico e umano che hanno caratterizzato la realizzazione di quest’album.
Mirror è una canzone che ho scritto parecchi anni fa e, inizialmente, non doveva far rientrare nell’album in quanto troppo vecchia per farne parte. Risuonandola in un paio di occasioni, invece, ho pensato che, data la modalità di lavorazione del disco e del viaggio che volevo raccontare, poteva essere un buon pezzo di storia da raccontare. Nella fase torinese del disco Mirror fu scartata, considerata poco valida e già sentita.
Successivamente, nelle sessions romane, è stata completamente rivalutata. E per quanto forse possa suonare come un qualcosa di già sentito, rappresenta al meglio l’idea che ho di musica e di come una storia così personale vada raccontata.
Sonorità semplici, un folk tradizionale con un testo diretto e raccontato in prima persona. E quale parola meglio di Mirror poteva rappresentare una canzone così diretta?

 

C’è un evento, un festival in particolare a cui ti piacerebbe partecipare?

Non penso a un evento in particolare. Ma mi piacerebbe partecipare a quei festival folk/blues che si svolgono a Nashville, in modo da poter vedere in azione chi con quella roba ci è cresciuto a contatto diretto. Magari anche qualche vecchio guitar hero del posto, sarebbe fantastico. Alla fine il blues viene da lì e per imparare al meglio una materia bisogna studiarla nel posto dov’è la storia è cominciata.
So che è molto settoriale come scelta, ma credo sia fondamentale imparare e conoscere quelle che ritengo essere le mie radici. Ovviamente sarei un pesce fuor d’acqua lì in mezzo, ma vuoi mettere quanto possa essere incredibilmente formativa come esperienza?
Per rimanere più con i piedi per terra e nelle vicinanze, mi piacerebbe partecipare a qualche festival italiano per portare un sound più classico che difficilmente si sente, soprattutto in questi ultimi anni. Mi è capitato spesso di partecipare a eventi indie dove con il gruppo eravamo lasciati in coda perché non in target. E puntualmente la gente si fermava ad ascoltarci anche se eravamo gli ultimi ad esibirci. Vorrei potesse succedere lo stesso con numeri possibilmente più grandi. 

Lady Blackbird @ Locomotiv Club

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• Lady Blackbird •

Locomotiv Club (Bologna) // 04 Marzo 2023

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]foto di Lucia Adele Nanni

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Flowerovlove @ Arci Bellezza

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• Flowerovlove •

 

Arci Bellezza (Milano) // 03 Marzo 2023

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto di Claudia Bianco
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Ron Gallo “Foreground Music” (Kill Rock Stars, 2023)

“This is foreground music you don’t need a background”

Canta così Ron Gallo nel secondo brano del suo ultimo disco, Foreground Music. Un album eclettico, sfaccettato, ma soprattutto difficile da tenere in sottofondo, perché altrimenti si rischia di perdersi delle chiavi di lettura (e forse anche perché appunto, come ci dice lui stesso, un sottofondo non ci serve).

Diverse le associazioni che si possono fare ascoltandolo: ci sono vibes (passatemi l’anglicismo) che ricordano gli ultimi lavori de The 1975 per un’associazione tra testi crudi e musiche a tratti allegre; altri pezzi invece – musicalmente parlando – ricordano vagamente gli Oasis (seppur in versione 2023), in particolare Vanity March e Yucca Valley Marshalls. Ma sarebbe riduttivo limitarsi alle associazioni con altri artisti, dato che l’album spazia dai chitarroni distorti a pezzi più dance passando per sentieri più malinconici.

Dunque malinconia, ma anche tanta ironia, quando non sfocia in vero e proprio cinismo. Questo fa sì che Foreground Music si ritagli il suo spazio in quel filone di prodotti artistici tipicamente millennial di cui la serie tv Fleabag è il massimo esempio internazionale: il racconto di una vita non esaltante e un po’ miserabile che si pone l’obiettivo di distrarre ma anche di far riflettere. Emblematica in questo senso è At Least I’m Dancing, dove appunto emerge un mondo che cade a pezzi, ma almeno si può ancora ballare.

Nessun accenno di poesia, anzi, tutto il contrario: da autore indie che si rispetti, Ron Gallo propone immagini estremamente prosaiche e quotidiane, come le tasse sempre in At Least I’m Dancing o i grandi magazzini in mezzo al deserto di Yucca Valley Marshalls. Tuttavia, sono proprio queste immagini quasi mediocri a raccontare sensazioni profonde e sentimenti  potenti: rabbia, solitudine, critica alla società della performance o all’idea che agli uomini sia tutto dovuto.

Insomma, i temi sociali non si sprecano e spesso quello che racconta è in netto contrasto con le sonorità adottate, molto più allegre e ballabili. D’altronde lo stesso artista ha definito l’album “what an existential crisis would sound like if it could also be fun”.

E probabilmente ha ragione: un’ipotetica, divertente crisi esistenziale suonerebbe proprio così.

 

Ron Gallo
Foreground Music
Kill Rock Stars

 

Francesca Di Salvatore

Father John Misty @ K.B. Hallen

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• Father John Misty •

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K.B. Hallen (Copenhagen) // 2 Marzo 2023

 

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Preoccupations @ Covo Club

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• Preoccupations •

 

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Covo Club  (Bologna) // 1 Marzo 2023

 

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Dry Cleaning “Swampy EP” (4AD, 2023)

– Chi era?
– Nulla, erano i Dry Cleaning, hanno lasciato una musicassetta, sul tavolo, vicino alla frutta.
– Roba importante? Urgente?
– Pare di no. Solo una canzone rimasta orfana dopo l’uscita di Stumpwork, un intervallo musicale per chitarra e deserto, due remix di pezzi già noti e una demo.
– Ah.
– Già.
– L’hai già ascoltata?
Swampy l’ho messa in loop per venti minuti. È un sunto dell’estetica della band. Ciondolante, sudato, afoso, fumo blu su silhouette in controluce. Ma anche desertico, desolato e poco londinese.
– Domani li chiami?
– Esce il 1° marzo, direi che è urgente.

A Swampy segue in ordine Sombre Two, pezzo solo strumentale di circa due minuti, una clamorosa Gary Ashby remixata da Nourished By Time, e Hot Penny Day, smontata e rimontata da Charlotte Adigéry & Bolis Pupul.
Chiude il tutto un oscuro demo chiamato Peanuts.
Tra vent’anni, davanti alla tracklist del best of dei Dry Cleaning, potrete sfoggiare uno slancio di cultura ricordando a tutti che quel bel pezzo polveroso e misterioso non ha mai abitato nessun album, Swampy era un EP.
Un EP che dura un quarto d’ora. Esce a quattro mesi di distanza dall’ultimo album. È come ricevere a Natale una foto dell’amore estivo.
Non lo avrei mai detto, sei bella anche non abbronzata.
Ci vediamo dal vivo, sicuro. 

 

Dry Cleaning
Swampy EP
4AD

 

Andrea Riscossa