Secret Love
A volte succede. Non importa che sia una donna o un uomo o che abbia un genere, una forma, una identità. Una questione di prossemica, charme e presenza scenica. Diamogli un nome neutro, neutrissimo: Cosu, direttamente dalla quarta declinazione.
Cosu entra in una stanza e i tuoi occhi non si staccano più da quella figura. Cosu è annoiato, forse no. È stanco, o forse sta pensando. Indolente? Però sotto, attorno, c’è un qualcosa che lo illumina. Saranno quelle chitarre che sento mentre lo ascolto parlare. Cosu è ipnotico. Parla per immagini, dipinge con la voce e sembra cantare quando non dovrebbe e parla cedendo il passo alla musica in sottofondo, quando tutti pensano dovrebbe intonare almeno mezza nota. No. Cosu è immateriale, ma della realtà ci regala piccoli racconti, mentre stiamo lì, a fissare la sua figura dietro a un microfono e a godere di riff di rara eleganza.
I Dry Cleaning lo hanno fatto di nuovo, hanno registrato un disco belissimo. Il terzo, per la precisione. Tre sono anche i luoghi dove hanno registrato l’album: a Dublino con la Gilla Band, poi a casa dei Wilco a Chicago, con tanto di incursione sonora di Jeff Tweedy in un pezzo, e infine nella valle della Loira, a cucire, tagliare e impacchettare tutto, sotto l’occhio vigile di Cate Le Bon.
Il prodotto finale è un Dry Cleaning al cubo, un lavoro corale in cui tutti i pezzi portano la firma dei quattro membri della band: Florence Shaw, Tom Dowse, Nick Buxton, Lewis Maynard. Lo stile è coerente con i lavori precedenti, uno spoken word elegantemente accompagnato da ritmi ipnotici e chitarre che spaziano tra generi diversi.
I testi sono la chiave, essendo un album decisamente più parlato che cantato, e il punto è che sia la scelta di stile sia il significato hanno pari importanza. Quello che dice, come lo dice, potrebbe avere solo questa forma. Chitarre che si perdono tra riff, ripetizioni e ossessioni, mentre la Shaw sembra passeggiare nei ricordi, nelle impressioni di una piovosa giornata londinese, a caccia di scorci, personaggi, segmenti di frasi rapite. Il flusso è postmoderno, multimediale, sembra una fotografia musicata di un vagone della metro. E il flusso è un gioco tra il pensiero e l’input esterno che lo ha attivato, è un continuo scambio di significato con il percepito. È semiotica da passeggio. È un Calderón de la Barca moderno, stessi dubbi ma con un iPhone in tasca a rassicurarlo. O a inquietarlo, depende.
The objects outside the head control the mind, prima traccia. Nelle recensioni passate dei lavori dei Dry Cleaning, spesso veniva evocata la metafora delle briciole di pane di Pollicino. Io ci vedo più un gioco con l’ascoltatore, come i glitch di Matrix. Come i déjà vu, come quei pensieri che sembrano esplodere in una nuvola di poliuretano espanso e poi ti accorgi che sono passati appena due secondi. Mondi effimeri lunghi tre respiri, e qualche nota.
Così la tracklist diventa una carrellata di impressioni e di maschere, come nella seconda canzone, Cruise Ship Designer che disegna i confini comici entro cui deve muoversi un autoproclamato maschio alfa. Mentre si analizza, in un flusso di coscienza piuttosto contorto, il ruolo tra essere donna e le pulizie di casa nel pezzo successivo, My Soul/Half Pint. Qui si potrebbe parlare di rapporto tra igiene mentale e quella del bagno, ma è con l’ironia che la band disarma il pensiero che genera ansia: “Maybe it’s time for men to clean for like, 500 years”. Et voilà.
L’ apoteosi del flusso arriva in Let Me Grow and You’ll See the Fruit, che sembra descrivere l’ansia di una giornata casalinga (contro il tedio domenicale), ma finisce con l’esplodere in ansie, di vita e di relazioni. E potrebbe essere sia un ragionamento lungo due isolati così come un pensiero sufficiente a coprire una tazza di nespresso che si riempie.
Blood è un testo schizofrenico, c’è un po’ di American Psycho e qualcosa color pastello. Una frizione perfetta, un’ansia che sale, che non esplode, mai.
E poi ci sono pezzi come Evil Evil Idiot in cui pensi che la reazione di Maillard (quella della crosticina dei cibi abbrustoliti o rosolati) sia un’altra fine metafora. E invece no. I riff cupi di sottofondo sottolineano, per altro, il dissenso sull’uso della plastica in cucina. O io mi sono perso un passaggio o in questo pezzo si parla veramente di cucina e cancro. Ma chi di noi non ha pensato di uccidere il partner quando, dopo aver rosolato un lato di un filetto, provvede a girarlo usando una oscena paletta di plastica?
Siamo nella pancia del disco. I ritmi salgono in Rocks, pezzo stupendo, anche se, di nuovo, il testo è un flusso di pensieri che può solo essere accolto come una sequenza di pensieri casuali. Ricordi. Promemoria. Considerazioni, mentre il flusso di note che vira verso il surf rock psichedelico ci fa ondeggiare. Cosu sta vincendo ogni nostra resistenza, ogni parvenza di razionalità. Siamo in ginocchio quando arriva The Cute Things, ipnotizzati dagli elenchi numerati di Florence, che qui azzarda quasi un canto. E siamo definitivamente vinti, succubi.
I Need You sembra una dichiarazione d’amore, al massimo di intenti, ma quando il testo arriva a un ermetico “Pelican dreams” ho forse temuto di abbandonare il cimento di comprendere qualcosa. Ripeto, cari Dry Cleaning, avete vinto, ho capito la vostra missione, mi arrendo. Poi scopro di un documentario intitolato Pelican Dreams. E che il pellicano è figura cristologica. Però, così mi sembra di tornare ai tempi di filologia moderna, anche se con le cuffie.
Infine arriva la più “drycleaniana” delle tracce che chiude l’album, in una elegia finale di intenti che cozzano col mondo, di gioia opposta a crudissima realtà. E del resto il disco è frizione di parole tra di loro, di testi vs. musica, di attitudine vs. significati, di assenza vs. presenza, di note vs. parlato. Ma questa continua lotta interna ha come prodotto finale non un pastiche post-qualcosa, produce eleganza. Una vellutata, intelligente e ammaliante eleganza.
Cosu passeggia nella mia mente, ha una voce, un’andatura, ha una capacità narrativa importante e, soprattutto, delle chitarre che devo risentire presto, molto presto.