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I NOP e la riscoperta del sano rock italiano

“Ciao mi chiamo Francesco sono il cantante dei NOP e questo è il nostro singolo…”

Ecco come ho conosciuto la musica di questi cinque ragazzi bolognesi che prima di essere una band sono soprattutto un gruppo di amici e sono Francesco Malferrari, Claudio Bizzarri, Gianluca Davoli, Marco Righi e Andrea Pirazzoli, ed ecco come ho scoperto il loro singolo Le strade di Bologna. 

Ricordo di aver pensato due cose dopo il primo ascolto… La prima è stata: “Che bravi!” e la seconda è stata: “Finalmente qualcosa di diverso”. Sì perché ascoltare qualcosa di diverso da quello a cui ci stiamo abituando è davvero cosa rara, così com’è raro trovare qualcuno che faccia musica nel vero senso della parola. Se Spotify avesse tra le sue play list una Scuola Rock e non solo una Scuola Indie, i NOP ne farebbero sicuramente parte.

Con loro è possibile staccarsi completamente dalla massa e da quell’ammasso (se così possiamo definirlo) di musica che sembra non avere neanche più un confine. Che fine ha fatto il vero pop, ma soprattutto che fine ha fatto il vero rock italiano? Mettendo da parte le domande sulla fine dei vari generi musicali, con quella creata da questi ragazzi è possibile ritrovare gran parte di ciò che sembra apparentemente perso. E’ possibile intravedere e  ritrovare quel confine che delinea ciò che fanno gli altri da ciò che fanno loro, ma soprattutto è possibile ricaricare le batterie e allo stesso tempo lasciarsi “coccolare” da testi che vanno a toccare corde profonde dell’anima, come il loro secondo singolo L’unico per te

Dopo anni di gavetta, prove e live, questi due singoli rappresentano solo l’inizio di una nuova storia tutta da scrivere che prenderà definitivamente forma con l’uscita del loro album di debutto, ma lasciamo che siano loro a raccontarci qualcosa in più…

Partiamo dal “punto zero” che comprende la scelta del vostro nome e della vostra formazione, siete stati immediatamente i NOP di nome e di fatto oppure c’erano in ballo altre opzioni? E chi sono i NOP prima di essere una band nella vita di tutti i giorni?

Noi eravamo NOP anche prima di essere NOP, anche se non lo sapevamo ancora! A parte gli scherzi siamo arrivati a questo nome dopo aver scartato, come da migliore tradizione, fantasiosi acronimi dei nostri nomi e cognomi o inglesismi legati ai nostri studi scientifico-chimici. Quando poi ci siamo resi conto che la N, la O e la P sono le lettere centrali dell’alfabeto, abbiamo capito di aver trovato il nome giusto. È solo guardando le cose dal centro, equidistanti dagli estremi, che si può̀ raccontare la totalità delle emozioni. E questo è ciò che cerchiamo di fare con la nostra musica, che rappresenta un pezzo importantissimo della nostra vita. Ovviamente ognuno di noi ha un lavoro che occupa la maggior parte delle ore del giorno: nel nostro “menù” abbiamo un proprietario di una palestra, un ingegnere elettronico e uno chimico, un sistemista e un comunicatore che lavora in ambito politico-amministrativo. Insomma, ce n’è per tutti i gusti

Nel panorama musicale attuale siete sicuramente una sorta di “voce fuori dal coro” per il vostro genere musicale che riporta un po’ a quel sano rock italiano attualmente quasi inesistente tra gli artisti e band emergenti, quali sono secondo voi i vantaggi e gli svantaggi sotto questo punto di vista?

Il primo e più grande vantaggio è sicuramente che riusciamo a suonare la musica che amiamo. Ciascuno di noi viene da culture musicali molto eterogenee, che vanno dal metal al cantautorato italiano, ma riusciamo nel nostro genere, come dicevi tu un po’ “fuori dal coro”, a fondere i diversi stili. Sicuramente il rock, nonostante stia un po’ riemergendo, non è il genere più in voga in questo momento. E sicuramente suonare un genere non “alla moda” rischia di tagliarti fuori da molte opportunità. Ma è altrettanto vero che, in un mondo di trap e indie, se senti un gruppo rock bravo vieni colpito e poni più attenzione nell’ascolto. Ma, ripeto, dietro alla nostra scelta non c’è alcun calcolo utilitaristico: semplicemente suoniamo il genere che amiamo. Il Rock, con la sua forza, pensiamo riesca a rappresentare al meglio le emozioni, sia quelle belle che quelle brutte. Quelle forti, che ti cambiano. Quelle genuine.

Dal primo singolo “Le strade di Bologna” al secondo “L’unico per te” c’è un’enorme differenza soprattutto per quanto riguarda i testi, chi è la penna del gruppo? Vi è capitato di scrivere qualcosa tutti insieme?

Inizialmente Frizz (il cantante), ma negli ultimi anni moltissimi brani sono nati anche dalla penna di Riguz (il bassista) e un paio anche dalla penna di Bizzo (il chitarrista). Poi quei brani, un po’ grezzi, arrivano in sala prove e insieme li stravolgiamo, li modelliamo e insieme li rendiamo nostri. Ogni volta ogni membro dei NOP riesce a mettere la propria cifra distintiva all’interno di un nuovo brano.

 

per presskit3 1

 

Siete una band composta da 5 componenti e suppongo sia difficile mantenere un equilibrio e trovare sempre un punto d’incontro, chi di voi è il più bravo a scendere a compromessi e chi invece è quello che crea più “casini”?

Tu lo sai vero che questa domanda sta già provocando delle discussioni, vero? No, a parte gli scherzi la forza del nostro gruppo è che prima di essere una band siamo un gruppo di amici. Veri, senza infingimenti. E quindi quando ci sono dei momenti di discussione, ed è inutile negare che capiti, ci troviamo davanti ad un mc chicken o ad una birra e ne parliamo, da amici. E andiamo avanti più forti di prima. Ah, comunque il diplomatico della band è Frizz (il cantante), ça va sans dire e il più schietto Bizzo (il chitarrista).

Avete avuto modo di esibirvi nella vostra città (Bologna) in occasione del primo maggio, quali sono state le sensazioni pre e post live e qual è il palco sul quale un domani sognate di salire?

Un’emozione immensa. Davvero immensa. Lasciamo a voi immaginare cosa possa significare per 5 ragazzi di 28-30 anni che fanno musica, nati e cresciuti a Bologna (e follemente innamorati di questa città), suonare per ben due volte consecutive nel giro di due anni sul palco di Piazza Maggiore. Quando sali su quel palco vedi da un lato San Petronio in tutta la sua bellezza, dall’alto “al Zigànt” (la statua del Nettuno) e davanti a te la Piazza piena di gente. A quel punto sai che devi goderti quel momento fino all’ultimo istante. E dopo Piazza Maggiore ora bisogna puntare allo Stadio Dall’Ara. Tanto sognare è gratuito!

Avete annunciato l’uscita del vostro primo album, potete svelarci qualcosa in più? Sarà un giusto mix romanti-rock?

Sarà un album da vivere tutto di un fiato, dal primo al decimo brano. All’interno ci saranno canzoni per innamorarsi, per ridere, per saltare, per commuoversi e per emozionarsi. D’altronde non potrebbe essere altrimenti: contiene 8 anni della nostra vita artistica insieme. Ci stiamo lavorando notte e giorno e non vediamo l’ora di farlo ascoltare.

Fare musica per voi è…

Emozionare. Ma prima di tutto emozionarci. E capita magicamente ogni volta che Piraz batte i 4 con le bacchette e dà il via ad un live.

 

La verità è che i NOP ad un primo ascolto potrebbero ricordare sonorità familiari, dei chiari richiami a quel sano rock tutto italiano che purtroppo negli ultimi tempi sembra essersi quasi perso, ma poi arrivano loro a ricordarci cosa vuol dire mettere insieme chitarre e batterie e fare musica, ma farla davvero. Insomma potrebbero essere “paragonati” a diversi artisti dello stesso genere, in realtà ascoltandoli ci si rende conto che sono semplicemente loro.

Sono semplicemente i NOP.

Claudia Venuti

 

Easy Star All Stars @ Villa_Ada

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• Easy Star All Stars •

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Villa Ada (Roma) // 01 Agosto 2019

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Foto: Simone Asciutti

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Barley Arts

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Diario di una Band – Capitolo Nove

“Stare lontano da lei non si vive, restare senza di lei mi uccide”

 

Lucio Dalla

 

 

Ti affezioni a certi oggetti, a certe semplici abitudini, a certi gesti. Ti affezioni nel prendere la via dell’ordinario senza snaturare, sgretolare e inaridire giornalmente lo stimolo di fare.

Suonare uno strumento non è del tutto un gesto meccanico, nemmeno sempre un rito sacro per carità. Suonare uno strumento è un collage di situazioni, condizioni e stati mentali, correlati indissolubilmente anche allo stato fisico. Lo paragono a volte al modo in cui scendevo in campo nel mio passato calcistico. Che sia stato allenamento o partita ufficiale, ogni primo passo e ogni prima palla toccata, ogni prima giocata, sanciva il tipo di relazione mentale che avrei avuto da li alla fine dei giochi.

Cosi succede per la prima pennata sulla chitarra. Lo senti il manico, se morbido o ostile, le senti le dita della mano che scandiscono il ritmo, se seguono la linearità del vento oppure no, lo senti il feeling con lo strumento, un po’ come appoggiare l’orecchio sul petto dell’amata e sentirne il pulsare del cuore, capendo che quel frangente di tempo è perfetto cosi e nessuno te lo potrà portare via.

E penso probabilmente in maniera folle o del tutto surreale che spesso sia proprio la tua “arma” spara note a dettarti i tempi, a darti e trasmetterti quel che ti manca in corpo in quel preciso momento, un po’ come ad accompagnare lentamente la palla in rete sulla linea di porta dopo un assist al bacio di un compagno di squadra (se vogliamo ritornare nella metafora calcistica).

Hai magari fatto una partita imbarazzante fino a quel momento ma l’aver insaccato quel pallone, palesemente per meriti che ti appartengono ben poco, fa decollare il match nel corpo e nell’anima, e da quel punto la musica cambia, la scossa è arrivata, si cambia registro, arriva qualcosa a compensare il vuoto di giornata.

Ed è cosi con lo strumento quindi, capisci che ti trasmette , che ti parla, probabilmente rendendoti indietro quello specchio di intensità e passione datole in precedenza.

Mi ha sempre affascinato e davvero mi ha illuminato di vita una leggenda giapponese che narra un concetto molto semplice ma che se preso sul serio rischia veramente di farti vedere il mondo con un’altra ottica. La storia vuole semplicemente dare un’anima alle cose, agli oggetti. Un’anima toccata dalle tante o poche persone che ne hanno fatto o ne fanno uso. Può sembrare pazzia, ma ripeto che lo è per chi si adegua a rispettare regole morali fondate sulla moderazione dell’anima.

Questa per me è divenuta una certezza abbastanza consolidata e a dir la verità è una convinzione che permette ai miei momenti di out cosmico di non sentirmi mai veramente solo. Mi incentiva all’applicazione pensare e credere che la mia chitarra preferita, storica (per giunta giapponese) ha la facoltà di sentirmi e consigliarmi, seguirmi ed aiutarmi, capirmi e perdonarmi.

Emma, questo è il suo nome.

Lei è una modestissima Takamine acustica, amplificata, mancina. Una chitarra semplicemente onesta, adatta perfettamente a me che sono un musicante che canta canzoni proprie in chiave punk folk, ma con la vena cantautorale stretta al nodo dell’orgoglio.

Chitarra che non si esalta in troppi virtuosismi, ma lo fa in linee guida che facciano da cuscino alle parole per renderle più morbide possibili. Legno chiaro, un’”ascia” normale che però nel corso di questi anni ha raggiunto una maturazione d’esperienza importante, trasformandola per me in un sacro e venerabile prolungamento del mio essere.

Ne ha viste più o meno di cotte e di crude in questo lasso di tempo e mi chiedo alle volte cosa racconterebbe se avesse la facoltà di parola per solo dieci minuti. E qui un classico legame “professionale” o di circostanza diviene un rapporto vero, legame profondo, una promessa reciproca che regala alla passione, al progetto, che poi è semplicemente la tua vita, una vena poetica e romantica.

Il tempo passato assieme, dai primi palchi blasonati, alle serate a chilometri infiniti da casa per esibirsi davanti a nessuno. Alle serate al fiume, alle giornate nel bosco, agli acustici col side project cantando i brani dei cantautori della mia vita. Alla “Pasquella”, vero e proprio rito sacro musicale Romagnolo nelle notti del 5 e 6 gennaio, ai campeggi estivi ed invernali, ai video clip girati in ogni condizione atmosferica, ai matrimoni degli amici, alle notti insonni a casa e a tutte le prove di questi anni.

Sommersa di risate, sommersa di lacrime, sommersa di gioie ma anche di tanto odio tramutato poi in ispirazione e necessità di emergere da ceneri un po’ troppo dense. Parte della famiglia insomma, parte di un modo di pensare e parte integrante di ogni ricordo che meriti di essere scalfito nel firmamento della memoria. Posso dire, appellandomi alla questione che ho esposto in precedenza che la mia chitarra mi conosce come un fratello o una sorella, nell’intimo, nella profondità del labirinto che traccia l’impellenza di fare musica.

Il principio di condivisione spinge ad affezionarsi e a legarsi per la vita a certe cose, per questo rimarrà sempre con me anche quando sarà ora di congedarla. Non puoi essere indifferente a questo se vivi coi nervi scoperti la musica come un’attitudine, come dovrebbe essere vissuta la politica per capirci bene, senza fini, se non quelli del benessere personale e comune.

Sarà difficile mandarti in pensione mia cara, ma l’usura e il tempo stanno parlando chiaro. Mi accorgo però del tuo sforzo, noto realmente che in certe situazioni chiedi una tregua, me lo fai capire e sento la stanchezza nel tuo corpo di legno che no sarà mai solo un involucro di suoni senza linfa.

Dopo mille revisioni, botte, sudate e sventagliate di sangue, cerchi la tua giusta cerimonia di chiusura, pronta per essere appesa al muro della stanza più importante di casa, in modo da essere sempre sotto la supervisione del mio sguardo, in modo che nei momenti di solitudine possa parlarti in maniera franca come fatto fino ad ora.

Può sembrare una cosa da matti parlarti, ma in fondo, chi sono realmente i normali?

Non di certo noi, e nemmeno vogliamo esserlo, per questo anche se le tue corde andranno a risuonare sempre meno e non sarai più cosparsa di birra e sudore, tu sarai sempre la mia fedele compagna di viaggio. Per sempre mia cara Emma, fedele ed intramontabile amica.

 

 

VezBuzz: i Gorillaz e il teasing tecnologico per l’uscita di Humanz

Esiste qualcosa di più coerente di una band virtuale che decide di stuzzicare la curiosità dei fan per l’uscita di un disco, unicamente su web e social network? Questo è quello che hanno fatto i Gorillaz, la band di Damon Albarn, in occasione di Humanz, nel 2017. L’album arrivava dopo un silenzio durato anni e nell’aria si respirava tutta l’elettricità tipica dei grandi eventi, ma andiamo con ordine: i Gorillaz sono nati dall’estro di Albarn e del fumettista Jamie Hewlett.

Il progetto “Gorillaz” è uno dei più riusciti e interessanti della musica pop degli ultimi venticinque anni, il loro primo album uscì nel 2001 e da allora non si smise più di parlare di questa band composta da personaggi disegnati: 2D, Murdoc, Noodle e Russel Horbes.

Già di per sé sarebbero un interessante caso di buzz: una band “animata”, guidata dal genio del britpop, che nei primi anni Duemila ipnotizzava con i loro videoclip, su MTV, me e tanti altri adolescenti e che non si è mai mostrata al pubblico se non dietro a fumetti animati, perfino ai concerti.

Arriviamo all’uscita di Humanz. Il 2017 è stato l’anno di Instagram, con milioni di utenti iscritti in più rispetto al passato. Una crescita verticale e vertiginosa che avrà convinto Damon Albarn e i suoi a coinvolgere proprio questa piattaforma per il lancio del loro ultimo lavoro. Le possibilità offerte dai social, per una band come i Gorillaz, sono ovviamente infinite. Il “semplice” lancio di un album può diventare un’occasione virale irripetibile.

La promozione del disco iniziò molti mesi prima della sua uscita. Su Instagram la band, dopo aver creato un account ufficiale, iniziò a postare con costanza immagini che ripercorrevano la strada fatta, a partire dalla loro nascita. In sole 24 ore si unirono al profilo ben 300.000 followers. Nel mese di Marzo venne annunciato post dopo post, lettera dopo lettera, il nome del nuovo album.

Ma non si sono fermati qui: l’aspetto visual ha guidato anche tutte le successive pubblicazioni, nelle quali venivano date informazioni enigmatiche sul nuovo lavoro.

I Gorillaz, sempre un passo avanti a tutti per quanto riguarda la sperimentazione di nuove tecnologie, hanno ben pensato di accompagnare i quattro singoli estratti dall’album – Ascension, We Got the Power, Saturnz Barnz e Andromeda – con videoclip in realtà virtuale per permettere ai propri fan di immergersi ancora di più nel loro mondo. I video interattivi hanno atmosfere cupe e sono pieni di demoni e case stregate.

Damon Albarn ha spiegato poi, in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica della BBC, di aver scelto questo tema per l’album a causa di una riflessione fatta sulla vita moderna: “gli umani sono in transizione, si stanno trasformando in qualcos’altro” disse, “l’album proviene da questa fantasia oscura. Immagina la cosa più strana e imprevedibile in grado di cambiare il mondo.

Come ti sentirai quella notte? Uscirai? Andrai a ubriacarti? Resterai a casa e guarderai la TV? Ha un’atmosfera interessante questo disco, perché è festaiolo. È un disco da club, ma ha anche questa strana oscurità”. A questo si aggiunge anche la Gorillaz App, una delle prime app ad utilizzare la Realtà Aumentata e gli ambienti 3D in un contesto narrativo.

Tramite l’app all’uscita di Humanz, il 28 Aprile, gli utenti hanno potuto partecipare ad uno speciale “party”: un evento mondiale ed esclusivo che ha permesso di ascoltare per la prima volta e per intero il nuovo album. L’esperienza condivisa tra gli utenti ha dato vita al più grande ascolto collettivo localizzato, che ha messo in contatto fan della band provenienti da 500 diverse location in tutto il mondo.

L’uscita di Humanz è stata anche l’occasione per intrecciare collaborazioni con tante interessanti realtà tecnologiche, ma non solo. Oltre alla Gorillaz App ne viene lanciata anche un’altra, in collaborazione con Electronic Beats: Lenz App. Gli utenti potevano visualizzare contenuti della band puntando con il proprio dispositivo su un qualsiasi oggetto color magenta, oppure con il servizio di streaming musicale, Pandora Premium. Fu infatti creata una playlist di artisti che li hanno ispirati per la scrittura del nuovo disco.

L’iniziativa prese il nome di “Sounds like Gorillaz”. Senza poi dimenticare la collaborazione con Red Bull, che ha organizzato un vero e proprio festival, chiamato Demon Dayz, per celebrare l’uscita del disco, e che per l’occasione ha anche creato un’uscita speciale di Red Bull dal design customizzato.

 

Daniela Fabbri

“Night club” di Jacopo Et: l’avanguardia del dance pop contemporaneo

Nato a Forlì, ma formatosi nell’ambiente musicale bolognese, Jacopo Ettorre, in arte Jacopo Et, riporta in auge la sfrontantezza tipica del ragazzo di provincia.

Cresce infatti a San Ruffillo, in quel bar dove le giornate scorrono fra motorini, discussioni sul calcio e litri di birre industriali.

Jacopo Et nasce musicalmente l’11 maggio del 2018 con l’uscita di “Fulmini”, che nei mesi successivi viene seguita da “Fuori”, “Golf”,“Grattacieli” (feat. Kharfi) e “Buio”.

Ciò che gli preme è esprimersi liberamente, raccontando quello che lui ama chiamare “il lato oscuro della provincia”, in cui si scovano personaggi tutt’altro che politically correct e viene scansato arduamente ogni falso buonismo.

Lo scorso 19 luglio, distribuito dall’etichetta Fulmini Records ed edito da Sony ATV, è uscito il suo nuovo singolo “Night club”, prodotto da Gabry Ponte, che lo ha affiancato anche nella stesura degli arrangiamenti. Ai mix & master c’è invece la mano di Patrizio Simonini, già noto per il sodalizio con artisti del calibro di Tiziano Ferro, Jovanotti, Franco Battiato.

Non passa affatto inosservato l’artwork, che è stato abilmente realizzato dall’eclettico fumettista Maurizio Rosenzweig.

Il pezzo, “orgogliosamente tamarro”, da un lato richiama uno dei film più cari all’artista, ossia “Fight club” di David Fincher, dall’altro mette in evidenza il tema della notte, uno dei fili conduttori del progetto.

Jacopo Et, in quanto figlio musicale degli 883, ci tiene a sottolineare come questo brano sia inoltre una risposta alla domanda “Come sarebbe stata la regina del Celebrità se fosse stata al Pepe nero?”. Per chi infatti conosce “La regina del Celebrità” degli 883, non può non saltare all’occhio la citazione, che diventa esplicita nel verso che recita“Senza pietà”.

Il fil rouge che lo unisce agli altri brani è decisamente la musica elettronica e l’evidente passione per la retrowave e per la synthwave, per Kavinsky e Perturbator.

Il suo è un progetto che è difficilmente ricollegabile a qualcosa di già presente sulla scena musicale, infatti l’artista rifugge qualsiasi etichettatura o categorizzazione.

Molto atteso è l’EP, che, in uscita venerdì 26 luglio, conterrà anche tre brani inediti: “Benzinaio”. “Luci”, “Cani randagi”.

Si conclude così il primo ciclo del percorso artistico di un ragazzo che, con un mix letale di provincialismo applicato ad un accenno di musica pop elettronica e una buona dose di arroganza benevola, tenta di fare del pop senza parlare di lacrime, abbandoni o addii.

 

Greta Samoni

 

 

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P0P al Goa Boa • Episodio V: Salmo

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P0P al Goa Boa

 

Episodio V: Salmo

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P0P al Goa Boa • Episodio IV: Max Gazzè

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P0P al Goa Boa

 

Episodio IV: Max Gazzè

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Rufus Wainwright @ Percuotere la Mente

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• Rufus Wainwright •

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Percuotere la Mente (Corte degli Agostiniani, Rimini) // 29 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Sul palco di Percuotere la Mente, Rufus Wainwright è solo. Cammina veloce, vestito con un paio di pantaloni scuri e una t-shirt, si siede al pianoforte e inizia a suonare The Art Teacher. Nessun preambolo, nessuna parola inutile. C’è solo la musica stasera. Solo Rufus Wainwright, senza orpelli. Dimenticatevi quindi i cappelli dickensiani, i mantelli di piume o le vistose giacche in paillettes. Anche la sua musica viene presentata in una versione più minimale: nella Corte degli Agostiniani Wainwright si esibisce alternandosi tra piano e chitarra acustica. Non c’è traccia dei barocchismi a cui ci ha abituati. E tutto suona meravigliosamente bene. 

Dopo più di venticinque anni di carriera, Rufus Wainwright non ha più niente da dimostrare, la sua classe e la padronanza del palco sono ormai delle certezze.

Chitarra in mano, intona una perfetta Out Of The Game, seguita da un altrettanto impeccabile Jericho. Poche note e il pubblico è definitivamente conquistato. Quando si allontana dal suo piano e strofina un’acustica ricorda un musicista di strada, più simile al suo vecchio Loudon Wainwright III che al pupillo di Elton John che abbiamo imparato a conoscere.

Wainwright non perde occasione di dire quanto ami l’Italia, raccontando aneddoti su Rimini e sul Grand Hotel, quel “pazzo hotel sul mare, con uno strip club nel seminterrato”, o di quando fu invitato al Festival di Sanremo qualche anno fa e un gruppo di Papaboys lo aspettò in aeroporto per protestare contro di lui. “Lo scandaloso” dice con enfasi drammatica, prima di scoppiare a ridere e partire con Gay Messiah.

Rufus passa dai tocchi pianistici funerei agli aneddoti da cabaret con insolita facilità. Forse uno degli aspetti più sorprendi di questa serata è proprio questa sua simpatia sorniona. 

“Il mio nuovo album è pronto, dovrebbe uscire il prossimo aprile” ci annuncia. Stava lavorando quando sua figlia Viva entrò nella stanza dichiarando che lei da grande “non avrebbe seguito le regole”. Da qui il possibile titolo del prossimo lavoro: I Unfollow The Rules. Lontano dagli anni scintillanti e luccicanti degli esordi, quelli dell’enfant terrible, oggi Wainwright può essere definito con assoluta sicurezza uno dei cantautori migliori della sua generazione. E guardandolo su quel palco, rigoroso eppure incredibilmente umano, è chiaro a tutti che per raggiungere certi livelli sia per forza necessario essere disciplinato e seguire le regole.

“Sono un grande fan di Mina” racconta, “il prossimo pezzo avrebbe potuto cantarlo anche lei”. Early Morning Madness è una canzona nera: il pianoforte e la sua voce potrebbero spalancare le porte dell’abisso.

C’è spazio anche per l’ecologia e la politica. Going to a Town è uno dei suoi pezzi migliori, ma è anche una preghiera o forse sarebbe il caso di dire, una dichiarazione anti-Trump. Rufus canta di sentirsi stanco dell’America. Quando durante il pezzo sbava il falsetto sorride imbarazzato e ammette “I’m human”, il pubblico esplode in un caldo applauso. 

Il suo dono è quello di saper intrecciare la speranza e il romanticismo con la malinconia, “va bene anche essere tristi, a volte” ci dice prima di suonare Only the People That Love. 

Non mancano nemmeno gli omaggi a Leonard Cohen: So Long Marianne e Hallelujah. Uno dei momenti più toccanti della serata, ma non di certo gli unici. Candles, la canzone dedicata alla madre, viene eseguita interamente a cappella. Il suo baritono risuona chiaro e nitido in tutta la corte. Non abbiamo bisogno di altro, grazie Rufus. Questa esecuzione da sola vale il biglietto.

Al termine del concerto guarda il pubblico e sorride timidamente. Rufus Wainwright se ne va così come era arrivato, tra gli applausi, accompagnato solo dalla sua incredibile voce e dalla sua musica. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Daniela Fabbri

Foto: Francesca Garattoni

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie alla Sagra Musicale Malatestiana | Comune di Rimini

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685666923{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15775″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685666923{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15777″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15780″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15779″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685645808{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15781″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15776″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15778″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15785″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685645808{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15782″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15786″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15787″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685645808{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15788″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15783″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15784″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row]

Glen Hansard @ Anfiteatro del Vittoriale

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• Glen Hansard •

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This Wild Willing Tour

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Tener-A-Mente @ Anfiteatro del Vittoriale (Gardone Riviera) // 26 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto Francesca Garattoni

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Ragazzetto: un inguaribile anticonformista

L’attuale lista di cantanti emergenti è lunga e spesso “dispersiva” perché si ha come la sensazione di non riuscire a stare realmente al passo con tutta la musica che prende vita quotidianamente sulle piattaforme digitali. All’interno di quella lista però, c’è un nome che di per sé dice tutto ed è quello di Ragazzetto, nome d’arte di Federico Branca, uno di quei sani portatori di pazzia che amo, uno di quelli che così come è emerso dalla nostra chiacchierata, fa musica per amore vero verso questa parola, senza nessuna pretesa e con tutta l’umiltà del mondo, ma soprattutto con un carico emotivo importante, quasi fuori-tempo per questo tempo

Federico è uno di quelli che non ha paura di diffondere tutto ciò che sente e prova. Il 7 giugno è uscito il suo singolo di debutto Gli amici del mare per Cane Nero Dischi, una colonna sonora perfetta per questa estate, per tutti coloro che hanno il grande dono di focalizzarsi ancora sui piccoli istanti di felicità (spesso sottovalutati) e per tutti coloro che amano la bellezza della condivisione di quegli stessi istanti.

Ecco chi è davvero Ragazzetto…

Facciamo un passo indietro per scoprire e capire quando Federico ha deciso di cambiare qualcosa durante il suo percorso, scegliendo un nome d’arte che lo portasse poi a diventare Ragazzetto…

Avevo 18 anni e andai a suonare la batteria negli Enrico, loro erano tutti più grandi di me di circa 8/10 anni e mi chiamavano ragazzetto, perché in effetti mi comportavo abbastanza da pazzoide diciottenne. Nel giro musicale genovese hanno iniziato tutti a chiamarmi così per via della mia energia tipo pila Duracel e quando ho dovuto scegliere un nome d’arte è stato abbastanza immediato usare proprio quello.

Un ricordo in particolare, un momento in cui hai capito che avresti dato il via a questo tuo nuovo progetto, quali sono le persone che ne fanno parte e quali sono state le motivazioni che hanno fatto sì che tu ti mettessi in gioco in questa direzione?

Negli ultimi due anni un paio di progetti di cui facevo parte si sono un po’ arenati per l’ennesima volta, ho deciso a quel punto che avrei fatto da me perché la vita è una sola e io sono troppo curioso. Matteo il mio batterista è stato fondamentale e mi ha spronato molto adesso nella band c’è anche Samuel al basso e diciamo che noi 3 siamo lo zoccolo duro. Mi hanno fatto meglio 6 mesi come front-man che 10 anni di analisi…(ride)

Il 7 giugno è uscito il tuo primo singolo “Gli amici del mare” con un video diverso da quelli che siamo abituati a vedere perché d’impatto traspare la realtà non la finzione, amici veri e non attori e comparse… com’è nata la scelta di realizzare un videoclip del genere?

Io amo la realtà, la verità e la bellezza, che per inciso non ha quasi mai nulla a che vedere con la perfezione. Non mi interessa fare cose ragionate a tavolino, ma voglio che la mia arte, se così si può definire, sia genuina. In un’epoca dove tutto è costruito io voglio la verità, anche perché lo ammetto sono un inguaribile anticonformista. La canzone parla di persone vere alcune sono anche nel video e poi non avevo budget e quindi amici veri e cellulari (ride)

Foto 1 e1564127593590

Sempre parlando del tuo singolo di debutto e di amici veri, quanto conta e come vivi il valore dell’amicizia?

Sono sempre stato un persona solitaria, anche se non sempre per scelta, non ho mai avuto grandi compagnie e ho un carattere un po’ sopra le righe quindi diciamo che i pochi amici che ho e che mi sopportano cerco di tenermeli stretti (ride). Credo che a volte la società giri troppo intorno a dinamiche lavorative o sessuali riuscire per esempio ad avere amici sinceri del sesso opposto è una cosa che dovrebbero fare tutti per imparare a valutare le persone in modo più profondo e schietto. Senza alcuni cari amici non credo avrei fatto questo progetto e non sarei nemmeno uscito da periodi duri della mia vita.

Nei prossimi mesi uscirà il tuo disco? Quanto ci sarà di te nei brani che ascolteremo e cosa ti piacerebbe che la gente scoprisse- riscoprisse o cogliesse attraverso le tue canzoni?

Non uscirà un disco sarebbe anacronistico e inutile. Farò uscire altri due singoli uno in autunno dal titolo Fellini e l’altro in primavera dal titolo Percussioni latine. Nei miei brani c’è la mia vita, nel bene e nel male, c’è tutto di me nei miei brani anzi sono il momento ed il mezzo con il quale potete vedere il vero me stesso. Le serate gli amori gli amici che hai seppellito la famiglia la poesia il mare la mia vita insomma la mia visione del mondo e degli altri e di me stesso. Vorrei che le persone sentissero la malinconia e la bellezza di questa terra e la felicità che deriva da questa comprensione profonda del mondo, non so se ci riuscirò con la musica è ambizioso (ride) però ci provo, se anche solo una persona si sentirà ispirata e travolta mi basta già.

Foto 2 e1564127716227

Qual è l’augurio che fai a te stesso?

Di non smettere mai di divertirmi facendo musica e di riuscire a farla sempre con umiltà e passione. Spero grazie alla musica di riuscire a diventare una persona migliore, viaggiare, esorcizzare la mia oscurità interiore ed imparare a stare con gli altri. Il giorno che inizierò a parlare di diventare famoso vi prego sparatemi (ride)

 

Ironia, sana follia ed un concentrato di positività rendono questo ragazzo davvero speciale. Non perdetelo di vista perché è grazie a persone come lui che la musica ritrova quel “che” di autentico, ultimamente quasi del tutto tralasciato. Lui quell’autenticità ce l’ha nel DNA.

Claudia Venuti

Luchè @ Rock_in_Roma

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• Luchè •

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Rock In Roma  (Ippodromo delle Capannelle – Roma) // 26 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Tommaso Viscomi[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15754,15753,15761″][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15756,15758,15759″][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15755,15760,15757″][/vc_column][/vc_row]

I Ministri @ MIND_Festival

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• I Ministri •

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+

Alteria 

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Mind Festival (Monte Cosaro – MC) // 26 Luglio 2019

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Ormai da anni, il Mind Festival di Montecosaro è una certezza per i marchigiani (e non) amanti dei bei concerti e della musica live. L’edizione 2019 mi ha riservato due grandi sorprese per l’appuntamento del 26 luglio: prima, l’annuncio de I Ministri, che mi mancavano davvero troppo, per una delle quattro eccezionali date del tour estivo; poi, l’opening act di Alteria, con la quale, dopo quelle che sono state più di una recensione e di un’intervista, si è creato un legame speciale.

Sono arrivata presto venerdì. Ho respirato l’atmosfera familiare ma entusiasta delle grandi occasioni. Un’organizzazione impeccabile, la cura dei dettagli, il prato sconfinato e la possibilità di incontrare gli ospiti, tra soundcheck, birre e il profumo degli arrosticini. Il disco firmato da Alteria, il suo La vertigine prima di saltare, per vederla, poi, saltare sul palco accompagnata dalla band e dalle canzoni colorate, come lei, di energia, rinascita e rivincita.

Soltanto un breve frangente per il cambio strumenti e il compattarsi delle prime file che ecco entrare in scena Fede, Divi e Michelino Esposito, nelle giacche napoleoniche dai bottoni dorati, la loro seconda pelle.

A cavallo delle imponenti note di Mammut, il set scorre tra chitarre distorte, rullanti incazzati, sudore, pogo, mani e microfoni al cielo. Idioti è la fiamma che accende il primo circle pit al grido di “sono io quello normale”, mentre I soldi sono finiti è la dedica ai dodici anni di attività del gruppo e a tutti coloro che, da eroi dei nostri giorni, hanno ancora il coraggio di formarne uno, nonostante di soldi ne siano rimasti, appunto, davvero pochi.

Un’onda emotiva travolge chi, da sopra e da sotto il palco, vive la musica come ragione di esistenza, ago della bilancia nelle scelte, denuncia di ingiustizie, mappa di sentimenti.

I ragazzi del Mind Festival, i precedenti live nelle Marche e il ritrovato calore del pubblico sono omaggiati nell’introduzione di Se si prendono te, tratta dal disco Per un passato migliore.

Passato, presente e futuro che si intersecano in Un viaggio, titolo dell’ultimo singolo e manifesto di un’ardua missione, paragonata alla titanica impresa di indossare le giacche, nonostante e contro il caldo. Un bilancio provvisorio, registrato e donato ai fan.

La prima parte si chiude con Il bel canto, in versione chitarra e voce, in nome di una forma d’arte, quasi estinta, che nasce da accordi semplici e autentici, testimoni di un momento unico ed irripetibile.

L’istantanea di Divi che si avvicina e si appoggia a Fede, nella ricerca di un contatto umano. Trovarlo e farlo esplodere, poco dopo, nel tuffo dalla transenna per lo stage diving, tanto immancabile quanto atteso.

Gli amplificatori si riaccendono sui versi taglienti di Fidatevi e su Bevo, quella che – dalle parole del frontman bassista – è considerata una bella canzone de I Ministri ma che nel tempo si è responsabilizzata.

<<Abbiamo ancora due colpi >> – confessa Dragogna con il viso nascosto dai capelli fradici – <<Facciamo in modo che, tra il mare, le colline e i monti, l’odio e la rabbia si tramutino in abbracci e applausi. Come ha già fatto tutto lo staff del Mind, volendo ancora questi quattro coglioni che, in Italia, continuano a fare quella cosa strana che si chiama rock ‘n’ roll>>.

Diritto al tetto e Abituarsi alla fine incorniciano un concerto memorabile, suggellato dall’invito a non mollare. Tuttavia alla sensazione che lascia aver vissuto un live de I Ministri non ci si abitua mai: le luci spente e il guardarsi dentro, rispecchiandosi nelle loro canzoni. Processo liberatorio ma tormentato.

Un’emozione densa, piena, profonda che, per fortuna, una fine non ce l’ha.

 

SETLIST:

Mammut
Cronometrare la polvere
Comunque
idioti
I soldi sono finiti
Sabotaggi
Stare dove sono
Usami
Se si prendono te
Due dita nel cuore
Un viaggio
Una palude
Il bel canto

Fidatevi
Bevo
Diritto al tetto
Abituarsi alla fine[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Laura Faccenda

Foto: Giorgia Zamboni

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Magellano Concerti

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Alteria

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