Skip to main content

Afterhours @ Bologna_Sonic_Park

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Afterhours •

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

+
Rancore
I Hate My Village 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Bologna Sonic Park (Bologna) // 18 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Magliette dei Joy Division, bruciature di sigarette sulle braccia, birre che volano sulle teste del pubblico, pogo selvaggio, Manuel Agnelli e i suoi capelli liscissimi. No amici, non siamo nel 1999. Le cose però, per una delle mie band del cuore, non sembrano cambiate granché, ad eccezione del numero esorbitante di smartphone pronto a riprendere e a registrare qualunque nota o parola pronunciata durante questa serata. Questa bolognese del Sonic Park è una delle due date che vedranno gli Afterhours esibirsi, per quest’anno e il pubblico è molto caldo.

Mentre aspetto che il concerto inizi penso a quante volte li ho visti dal vivo, dalla mia adolescenza ad oggi. Tante, sicuramente. Vicino a me, una donna sulla quarantina indossa la t-shirt del recente tour di Agnelli, A Night With, e non smette di farsi selfie con alle spalle il palco e di far vedere a tutti quelli che la circondano i video fatti durante i passati concerti del gruppo.

Preceduti dagli I Hate My Village e Rancore, Agnelli e i suoi salgono sul palco alle 21.30, spaccando praticamente il minuto. Se non fosse per la barba imbiancata di Manuel, e insolitametne lunga, sembrerebbe davvero che il tempo non sia passato. Fin dal primo pezzo, Rapace, la band milanese è ancora in grado di trascinare il pubblico in un vortice di chitarre e suoni taglienti.

Sul palco sono felice di rivedere anche Xabier Iriondo, chitarrista storico del gruppo, per qualche anno assente dalle scene, e felicemente ritornato dal 2016.

Quando arriva Male di Miele il pubblico inizia a ballare e pogare ai lati del palco. La ragazza sulla quarantina con la t-shirt dopo qualche spallata violenta viene risucchiata da un gorgo infernale e sparisce dalla mia vista. Mi chiedo se abbia mai fatto ritorno a casa.

Nonostante, come ha ripetuto più volte Agnelli durante la serata, abbiano fatto due soli giorni di prove, la chimica e l’energia che sprigionano è rimasta immutata. Gli Afterhours sono una macchina perfetta e l’elettricità è alta, si vede che c’è la voglia di fare un bel concerto. Infatti nonostante sarebbe potuta benissimo essere la classica esibizione da “best of”, non è così. Agli Afterhours piace spiazzare il pubblico e lo sanno fare maledettamente bene. Oltre alle classiche Padania, Il Paese è Reale, Bianca, Ballata per la mia Piccola Iena e Non è per Sempre ci sono anche altri brani che non vengono eseguiti così spesso dal vivo, come Oppio o Se io fossi il giudice.

Quando arriva Il mio popolo si fa, Agnelli è completamente trasfigurato in un Cristo in croce. Qualcuno dal pubblico gli urla “sei il mio messia”. Capelli lunghi, braccia aperte, ma niente a che fare con quella faccenda del “porgi l’altra guancia”. Gli Afterhours, se ci hanno insegnato qualcosa in questi anni, è proprio a non essere passivi. La vita ti dà uno schiaffo? Benissimo, tu daglielo indietro. Più forte e dove fa più male.

Agnelli negli anni è diventato più loquace, ha una maggiore voglia di raccontarsi, ma alcune cose sono rimaste immutate. Non dirà mai qualcosa solo per accattivarsi il consenso del pubblico. Un gruppo di ragazze di fronte al palco gli urla che la loro amica sta per sposarsi. “Cosa? Ah”, fine del discorso. Non un sorriso, non un ammiccamento, niente di niente. Ma è anche per questa personalità spigolosa che il suo pubblico gli vuole bene.

Quando gli Afterhours rientrano sul palco per i bis arriva il momento Iggy Pop della serata. Agnelli si toglie la maglia e a petto nudo, roteando il microfono come se fosse un nunchaku, esegue il trittico La verità che ricordavo, La vedova bianca e Bye Bye Bombay.

Chiude la serata Voglio una Pelle Splendida, al termine della quale si accendono le luci e gli Afterhours si uniscono in un grande abbraccio. Anche noi li abbracciamo idealmente. Suonare per oltre due ore, con una scaletta dei tempi migliori e tutta l’energia che avevano a disposizione, dimostra un grande rispetto per il pubblico.

Chi si aspettava un compitino ben svolto si sarà dovuto ricredere: gli Afterhours sono in ottima forma, oggi come trent’anni fa.

 

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Testo: Daniela Fabbri

Foto: Luca Ortolani

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Vertigo | Reverse Agency

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15487,15481,15488,15482,15493,15483″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15495,15492,15486,15490,15489,15494″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15491,15485,15484,15480″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Rancore

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15479,15469,15478,15476,15477,15475″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

I Hate My Village

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15473,15474,15468,15470,15471,15472″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row]

Ketama126/Speranza/Massimo Pericolo @ Rock_in_Roma

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Ketama126 / Speranza / Massimo Pericolo •

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Rock In Roma  (Ippodromo delle Capannelle – Roma) // 18 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Tommaso Viscomi[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15547,15548,15549,15550,15551,15552″][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”15553,15554,15555,15556,15557,15558″][/vc_column][/vc_row]

Diario di una Band – Capitolo Otto

Canzoni che ti salvano la vita Che ti fanno dire “no, cazzo, non è ancora finita!” Che ti danno la forza di ricominciare Che ti tengono in piedi quando senti di crollare Ma non ti sembra un miracolo Che in mezzo a questo dolore E tutto questo rumore A volte basta una canzone Anche una stupida canzone Solo una stupida canzone A ricordarti chi sei

 

Brunori Sas

 

 

Avete presente quei giocattoli degli anni ‘80 ‘90 che tornano come pezzi da collezione introvabili?

Ovviamente parlo come uno che è nato nella precisa metà degli anni 80, quindi perdo letteralmente il senno quando alla visione di certi giocattoli, veri e propri cimeli, riassaporo tempi andati ed incredibili flashback roboanti di scalpore emotivo. Sapori, odori, sensazioni. Come un sottilissimo filo invisibile legato al polso che senza preavviso ti strattona verso una capsula del tempo dall’efficienza immediata. Ricordo i “Masters”, il caschetto biondo discutibilissimo di He-Man e la faccia di mio fratello Mattia quando ci regalarono il castello di Grayskull. Coltivo e rinnovo un affetto smisurato per i “Ghostbusters”, dalla Ecto 1 in bacheca al fucile protonico che sparava cartucce gialle di plastica leggera, il giubbotto di jeans nero con il simbolo intramontabile degli acchiappa fantasmi e la visione a dir poco dozzinale di entrambi i film, capendo solo dopo i trent’anni di sapere a memoria ogni battuta dei lungometraggi. Ci sono le videocassette delle “Ninja Turtles” e la sigla di “Mazinga”, le canzoni (perché erano due e straordinarie entrambe) di “Carletto il principe dei mostri” e “Devilman”, la corsa a scuola cantando “Denver” e l’idiozia della ricreazione imitando “Pingu”. In realtà Pingu tutt’ora emerge in qualche aperitivo lungo con gli amici.

C’era 90°minuto a cena dai nonni e la Domenica Sportiva che sanciva innegabilmente la fine del week end coi gol di Van Basten e Maradona e l’attesa già spasmodica del piccolo spazio dedicato alla serie B con la speranza facessero vedere i gol del Cesena in trasferta. C’era guardare di straforo “Colpo Grosso” e l’harem di Umberto Smaila, c’erano “Bayside School” e “Willy il principe di Bel Air”, c’erano le “Micro Machine” e la fissa per lo “YO YO”… insomma un’infinita officina di ricordi che ora in maniera onesta ma spesso agrodolce vanno giustamente a mortificare l’asettico sviluppo dei nostri calvari giornalieri.

E cosa possiamo dire in merito della musica?

Sono certo che la musica fino all’avvento di internet e dei famigerati masterizzatori avesse un peso umano sicuramente differente, si prendeva con i guanti, ci si documentava per interessi, c’era una cultura del tutto più “paziente”.

Per carità, non scannatemi, adesso è tutto pocket, è tutto smart, è tutto di facile accesso e le possibilità di ricerca sono assolutamente quintuplicate. Il concetto che voglio trasmettere è che forse si è arrivati ad un punto di saturazione tale, ad un livello di possibilità talmente amplio che anche la ricerca verso un genere o una band particolare perde di senso ed efficacia.

Io per primo sono legato come una sorta di schiavo moderno alla magnificenza di Spotify. In casa, sul lavoro, in macchina, appena sveglio, prima di dormire, in campeggio, in vacanza, in tour con la band. Comodità e possibilità ad un prezzo più o meno ragionevole, insomma il costo esatto di due birre medie al pub. Però è chiaro che bisogna diversificare la strada e l’esperienza di come si è arrivati a sto punto partendo da un fulcro generazionale di base e avere la totale cognizione di ciò che non si è perso lungo il cammino.

I cinquantenni ora come ora sono i soggetti più a “rischio” nella giungla di Facebook e dei social network, per l’inesperienza sul campo, non per demeriti intellettuali o cognitivi, ma semplice abitudine di azione. Col serio rischio di demolire sottilissimi argini di decenza con fake news e un mondo nuovo all’apparenza disordinato che scombussola l’ormone ormai indirizzato al declino, si può incappare nella più totale e illogica strumentalizzazione del canale. In maniera speculare, con connotati diversi ma concettualmente similari le nuove generazioni hanno lo stesso tipo di bombardamento, subire delle circostanze senza conoscerne la fonte ne la motivazione. Non generalizzo in merito ma per lo meno una grande fetta non ha la cultura e la sacralità del gestire e manovrare la musica col rispetto che merita. Non è una colpa che si deve additare ai soggetti in questione. La struttura egemonica dei colossi musicali non lascia troppo all’immaginazione, il martellamento mediatico è a prova di scudo e ribellione, la RICERCA MUSICALE non è più tale semplicemente perche è divenuta una RICERCA di MERCATO. Ed è qui che muore la sovranità dell’anima e del passare le notti a guardare il cielo.

E qui arrivo al punto bisogna trovare una soluzione, una speranza, un simbolo.

Su due piedi penso solo a una cosa. IL VINILE.

Cazzo il vinile ancora oggi quanto spinge? Quanto regala? Quanto gusto trasmette tenerlo in mano, sfilarlo con cura e poggiarlo sul gira dischi con flemmatica cura? Impagabile. Potrà sembrare un viaggio anacronistico ma è il vero e unico viaggio della speranza che ci resta. Una forma di contatto coi nostri genitori, una formula alchemica che soddisfa più sensi in blocco, quello della vista, il senso del tatto e il senso dell’udito. Quel fievole saltellare accompagnato da un soffio leggero che esce dalle casse prima che parta l’inconfondibile sonorità che solo il disco può regalare esploda nella sua magnificenza.

Si potrebbe e si dovrebbe fare un discorso di questo tipo a chi vuole approcciare alla musica, raccontare le scorribande in scooter verso la “Sound and Vision” non appena la paghetta entrava nel marsupio della Napapijri e setacciare ogni angolo infausto del negozio di dischi che diventava in quel lasso di tempo una caccia al tesoro troppo importante. Non si poteva tornare a casa con un album scontato e quindi partiva la guerra di chi difendeva il punk all’italiana, chi si faceva paladino del metal, chi con lo skate oramai adottato come un estensione del proprio corpo non vedeva altro che la California in ogni sua forma. C’era dialogo e c’era competizione, sana e genuina, di quelle battaglie costruttive che ora comprendo meglio e ne faccio tesoro come una lezione di filosofia.

Semplicemente non ci siamo accontentati e abbiamo cercato e cercato la nostra strada fino a capire quale fosse il lido giusto in cui approdare, senza però perdere la libertà di scoprire e sperimentare.

Scrivendo queste righe mi accorgo della fortuna che ho avuto, non me ne faccio vanto come una mia conquista, il merito va ai miei genitori che di vinili e musica “buona” sono tutt’ora ghiotti ed è stato forse facile crescere con questa mentalità. Essendo sempre stato libero di scegliere ogni mia mossa, senza che mi fosse recriminato mai nulla anche quando della musica non me ne fregava troppo e pensavo solo a diventare un calciatore.

Insomma non si può recriminare un intera generazione se le cose vanno da schifo, se la politica collassa, se lo sport è un concorso di bellezza e se la parola e il dialogo sono stati soppiantati da uno smartphone. Loro, i giovani, ci sono nati in questo brodo fetido e non possono agire diversamente se non hanno esempi.

Quindi lunga vita a chi ci prova con la forza dell’interesse e della determinazione, a chi spende parole, tempo e penseri affinché vengano presi e coltivati da menti che hanno bisogno di essere plasmate. A chi non resta nelle quattro mura di casa, a chi spalanca le finestre ed alza al massimo volume la propria musica, la colonna sonora della propria vita. Una dedica ai miei colleghi di Vez Magazine, pionieri moderni di una vecchia ed immortale regola di vita, L’amore per la musica, fiero di farne parte al vostro fianco.

 

Vasco Bartowski Abbondanza

 

P0P al Goa Boa • Episodio II: Gazzelle

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

P0P al Goa Boa

 

Episodio II: Gazzelle

– Lacrime, Gin, Magliette Brutte –

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435921124{margin-top: 20px !important;margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Cliccate qui e seguite P0P su instagram!

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15434″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15435″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1556882991260{margin-top: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15436″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15437″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1556882991260{margin-top: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15438″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15439″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1556882991260{margin-top: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15458″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15441″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1556882991260{margin-top: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15442″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15444″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row]

“Stai bene così”, il nuovo video di TACØMA in anteprima!

“Stai Bene Così” è il nuovo video di TACØMA disponibile da oggi 17 luglio su YouTube. Il singolo è invece disponibile dal 9 luglio su Spotify e tutte le principali piattaforme streaming.

Gabriele Centelli, in arte TACØMA, è un compositore e autore livornese, già attivo dal 2013 nel mercato discografico indipendente con la band Platonick Dive con cui ha pubblicato tre album ed effettuato numerosi tour tra Italia, Europa e Stati Uniti. I testi e la musica di TACØMA sono un mix di cantautorato e sound urbano contemporaneo con un approccio decisamente pop-elettronico moderno. L’esigenza di scrivere in italiano, nata in maniera del tutto naturale e spontanea, affonda le radici nell’esperienza individuale ed artistica dell’autore, che racconta storie reali di vita vissuta del nostro quotidiano e di come l’era digitale dei social networks abbia ridotto, se non abbattuto, molte barriere culturali e professionali del passato ma abbia contribuito, a sua volta, ad aumentare il divario sociale nelle nostre relazioni sentimentali e personali. Il suo primo singolo “Ossigeno“, pubblicato il 31 maggio, ha esordito su Spotify nella playlist New Music Friday Italia.

Stai Bene Così” è una canzone agrodolce che ha due volti: quello del sound, colorato e uptempo, e quello del testo, malinconico e nostalgico. Nel video TACØMA, con un look fortemente moderno in contrasto con l’ambientazione classica della location, si aggira da una stanza all’altra incontrando sul suo percorso ragazze e ragazzi che ballano sulle note della sua canzone. Come il brano ha un mood malinconico e al contempo ritmato ed estivo, così il video ripropone questa contrapposizione attraverso un pianosequenza al rallenty in un ambiente luminoso e festoso.

““Ho sempre pensato che il video di ‘Stai Bene Così’ dovesse essere qualcosa di molto particolare, dal forte impatto visivo e scenico, ispirandosi a campagne pubblicitarie di un certo spessore e fondendo un’ambientazione barocca con un mood moderno e colorato. Ecco infatti l’intenzione di creare un vero pezzo d’arte, una vera performance di canto, musica e danza in un unico piano-sequenza sfruttando dei colori molto forti e cercando di esaltare la bellezza di ciò che ci circonda. Il contrasto tra l’andamento danzereccio del brano ed il girato in slowmotion è la perfetta contrapposizione per evidenziare ulteriormente i piccoli dettagli della performance audio-video, come le liriche malinconiche che viaggiano in antitesi con la parte musicale decisamente estiva e orecchiabile””

Stai Bene Così” è stata scritta da TACØMA, in collaborazione con Fabrizio Pagni per arrangiamenti e produzione. Il mix e il master sono a cura di Giuseppe Taccini. Il video è stato scritto e diretto da No Elevator Studio. Promozione a cura di RC Waves & dontcallmejoe.

 

 

Pagina in collaborazione con

Redazione – FUTURA 1993
Radio | Promotion | Music & Festival | Ideas
Chief Editor
Giorgia Salerno 
Instagram / Facebook @futuraclasse1993

Too Old to Die Young, una horror story tra streghe invisibili e vigilanti impotenti

Compendio e al tempo stesso ulteriore evoluzione. Esperimento, eppure definitivo manifesto. Visionario, per quanto tremendamente e terribilmente realistico.

Too Old to Die Young è tutto questo, ma prima di tutto è l’ennesimo capolavoro di Nicolas Winding Refn, registra e sceneggiatore danese che non ha più bisogno di presentazioni dopo il successo di Drive e la definitiva consacrazione con l’ipnotico The Neon Demon.

Proprio la pellicola del 2016, candidata alla Palma D’Oro del Festival di Cannes, offre una chiave di lettura, l’unica realmente efficace, per scardinare il grande enigma che si cela tra i lentissimi piani sequenza che mostrano personaggi completamente allo sbando, vittime delle proprie perversioni, prigionieri in una spirale autodistruttiva a cui non possono più rinunciare.

C’era una strega in The Neon Demon, una truccatrice quasi invisibile agli occhi dei più, che si cibava, letteralmente, di giovani modelle, della loro bellezza fanciullesca, del loro fascino ferino. In Too Old to Die Young, invece, c’è una veggente, diretta incarnazione di una madre tanto amata, anche carnalmente, che da lontano, e senza darlo a vedere, ordisce, tira le fila, muove come burattini i suoi uomini che pur sembrano costantemente al comando.

 

Too Old To Die Young foto 1

 

La donna, per il più recente Nicolas Winding Refn, esercita il potere servendosi di doti sovrannaturali, tessendo diaboliche e complesse trappole in cui restano stritolati uomini incapaci di reagire, schiavi di pulsioni tanto ancestrali, quanto contaminate da una contemporaneità gretta, degenere, corrotta.

In The Neon Demon le vittime erano il povero Dean, il cui amore non bastava per domare la bestia che cresceva, di pari passo con la sua fama, nella sedicenne Jesse; il subdolo Hank, interpretato da un sempre bravissimo Keanu Reeves, costretto ad una vita di compromessi e di solitudine; Jack, fotografo rinomato, che ad ogni inquadratura sembra possa esplodere in un raptus di violenza carnale, ma che in realtà è solo ossessionato da un fascino, quello di Jesse per l’appunto, che fatica ad imprigionare nelle sue foto.

In Too Old to Die Young, tra gli uomini impotenti spicca Martin, detective dalla condotta morale tutt’altro che irreprensibile, la cui parallela attività di violento vigilante, lo porterà, sempre indirettamente, a scontrarsi con la bruja messicana. Figura centrale della serie, che si protrae per dieci episodi, molti dei quali di una durata ben superiore ai sessanta minuti, il poliziotto incarna in qualche modo tutti gli archetipi dei protagonisti dei film di Refn, tendenzialmente taciturni, rissosi, pulsanti di vita solo quando si tratta di toglierla a qualcun altro.

Dialoghi dilatati ed inquadrature che indugiano oltre ogni possibile immaginazione, sono i principali strumenti linguistici di una regia che non scende mai a compromessi, intransigente al punto da diventare quasi patetica, insopportabile, incomprensibile.

Eppure, la magia del regista danese funziona anche stavolta, grazie ad una fotografia semplicemente straordinaria, capace di dipingere scenari onirici, lisergici, sospesi nel tempo. C’è tanto Lynch nelle sue inquadrature, ma nel set design sembra di vedere all’opera Stanley Kubrick e il suo amore per le geometrie perfette. Non c’è mai un oggetto fuori posto, né un dettaglio lasciato al caso. Ogni fascio di luce, ogni oggetto, ogni silenzio è un’allegoria, una metafora, l’ennesimo enigma consegnato ad uno spettatore che deve destarsi di continuo da una trance resa tanto più potente da una colonna sonora strepitosa.

 

Too Old To Die Young foto

 

Cliff Martinez, ormai spalla inseparabile di Refn, compositore della soundtrack, non si sposta più di tanto dalle sonorità già apprezzate in The Neon Demon, giocando con l’elettronica, con i suoni ondulati, usando tastiere e sintetizzatori quasi fossero moderni theremin.

Too Old to Die Young, nel pieno rispetto della poetica di Nicolas Winding Refn, non è una serie per tutti. I tempi morti abbondano e la trama, di per sé, è di una semplicità tale da risultare quasi banale. Eppure, qualsiasi amante di buon cinema, resterà folgorato ad ogni piano sequenza, indissolubilmente attratto dalla sinistra e malsana storia di sangue e depravazioni, inscenata con uno stile ineguagliabile e sconosciuto alla quasi totalità delle recenti serie TV.

 

Lorenzo “Kobe” Fazio

La forza di Frida Kahlo

Da qualche anno a questa parte sembra essere esplosa una sorta di Frida Mania.

Il volto dell’artista messicana sembra essere riprodotto ovunque su magliette, biglietti, scarpe, borse e tatuaggi. Folte sopracciglia, capelli neri e corona di fiori, un profilo facilmente identificabile da tutti.

Frida Kahlo è senza dubbio un’icona ma chi era veramente questa donna che tutti riconoscono ma pochi conoscono sul serio?

Una femminista dal carattere forte e indipendente, un’artista e un’attivista politica. Tutti conosciamo il volto di questa donna dalle mille sfaccettature.

Appassionata, sognatrice ma dal fisico minato.

Frida Kalho potrebbe essere presa come emblema della resilienza: nonostante le difficoltà che la vita ha messo sulla sua strada lei non si è mai fermata, non si è mai arresa. 

La sua arte è un inno alla vita, è quello che le ha dato la forza di andare avanti senza mai arrendersi.

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderon nasce il 6 luglio 1907, anche se lei diceva di essere nata nel 1910 con la rivoluzione che ha portato al Nuovo Messico. Un legame forte e intenso quello che aveva con la sua terra tanto da portarla a considerarsi una figlia della rivoluzione.

Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno.

Malata di spina bifida, erroneamente confusa con la poliomerite, non verrà curata nel modo corretto e dovrà convivere con una deformazione alla gamba destra per tutta la vita. Da piccola questo difetto le varrà il soprannome di Gamba di Legno. Ma Frida non si è mai nascosta. Ci ha insegnato che la cosa più importante è amare noi stessi.

Nel 1925 rimarrà vittima di un terribile incidente: l’autobus su cui viaggiava si scontrò con un tram e Frida venne trapassata dal corrimano del mezzo.

Non versai alcuna lacrima. L’urto ci trascinò in avanti e il corrimano mi attraversò come la spada il toro.

Si salvò per miracolo ma riportò diverse ferite gravissime tra cui fratture alla colonna vertebrale e il bacino. Fu durante la sua convalescenza, costretta a letto per diversi mesi, che si avvicinò all’arte.

Sdraiata su un letto a baldacchino, su cui avevano fatto montare uno specchio, inizierà a dipingere degli autoritratti. 

Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio.

I dolori provocati dall’incidente, che la accompagneranno per tutta la vita non riuscirono però a fermarla. 

L’arte di Frida si ispira alla cultura popolare e a quella precolombiana sia per l’abbigliamento delle figure che per gli elementi naturalistici.

Nel 1928 incontra Diego Rivera, uomo di 20 anni più grande e noto donnaiolo, che rimase incantato dallo stile e dalla personalità dell’artista. Conscia dei tradimenti che sposarlo avrebbe comportato l’anno seguente convolano a nozze. 

Ho subito due gravi incidenti nella mia vita…il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.

Spirito libero ed anti conformista ebbe numerosi amanti di prestigio (uomini e donne) tra cui figurano il  politico Lev Trockij, il poeta Andrè Breton e probabilmente la fotografa Tina Modotti.

 

Frida Kahlo Diego Rivera 1932
Frida Kahlo e Diego Rivera

 

A causa dell’incidente non riuscì mai a portare a termine le gravidanze e questo per lei fu un duro colpo. Nel 1939, a seguito del tradimento con la sorella minore Cristina, lei e Rivera divorziano per poi risposarsi l’anno seguente.

La foro fu una storia all’insegna del tradimento, della passione e soprattutto dell’arte.

E’ stata una femminista, una politica una donna forte e indipendente. 

La sua figura, la sua vita e ovviamente le sue opere hanno ispirato diversi artisti, anche in ambito musicale.

Nel 1954, 8 giorni prima di morire, Frida dipinge una tela dal titolo Viva la Vida: Angurie. Si tratta di un dipinto che rappresenta dei cocomeri. I colori predominanti sono il rosso, il verde e l’azzurro. Un dipinto allegro su cui, in primo piano, inciso nella polpa del frutto spicca la scritta VIVA LA VIDA Frida Kalho.

66404524 441790349733135 6611576701598040064 n
Viva la Vida, 1954

Coldplay, per la loro canzone Viva la Vida del 2008, hanno preso spunto proprio da questo quadro

“Come sappiamo lei è passata attraverso tanta di quella merda eppure dopo tutto ciò ha voluto realizzare un grande quadro in cui si leggeva, appunto, Viva la vida. Ho amato il coraggio di questo gesto.”

Con queste parole Chris Martin spiega cosa ha spinto lui e la band ad intitolare così la canzone e l’album omonimi.

Diversa la scelta fatta da Florence and the Machine che in What I Saw in the Water si ispirano al quadro Lo que el agua me dio.

66374450 704015753382148 8540823904418004992 n
Lo que el agua me dio, 1938

Il quadro è una visione onirica della vita umana, rappresentata attraverso una serie di corpi che fluttuano nell’acqua di una vasca da bagno. La canzone, invece, traendo ispirazione dai corpi in acqua pone l’accento sui bambini che vengono trascinati via dalla corrente del mare.

Anche il nostro connazionale Marco Mengoni nell’ultimo album Atlantico ha inserito una traccia dal titolo La Casa Azul. 

66374015 361678424511825 6856317110788816896 n
La Casa Azul, foto di Valentina Bellini

Il brano erige Frida a simbolo di forza: dobbiamo prendere esempio dalla sua storia per imparare a trasformare le sofferenze in qualcosa di positivo.

La Casa Azul è il luogo in cui Frida è nata e in cui ha vissuto per gran parte della sua vita. Fu trasformata in un museo a lei dedicato per volere di Rivera che però morì prima dell’inaugurazione avvenuta il 30 luglio 1958.

Frida e la sua vita, costellata dal dolore, andrebbero ricordate e studiate affinché la sua figura non sia usata come un semplice oggetto di merchandise.

E’ stata una donna che ha lottato, aggrappandosi alla vita con le unghie e con i denti, e che ci ha insegnato l’importanza di rimanere sempre fedeli a noi stessi senza mai snaturarci. I suoi lavori sono stati in grado di prendere le brutture della vita e trasformarle in gioielli.

Frida ormai non è più solo un’artista, è una donna entrata nel mito. 

 

Laura Losi

God Is An Astronaut @ Parco_della_Musica

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• God Is An Astronaut •

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Parco della Musica (Padova) // 14 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Massimiliano Mattiello

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Hellfire Booking Agency

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15423,15421,15412,15422,15411″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15417,15416,15414,15413,15420″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” images=”15415,15418,15419″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row]

Muse @ Stadio_San_Siro

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Muse •

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435921124{margin-top: 20px !important;margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

T H E   S I M U L A T I O N   T H E O R Y
W O R L D   T O U R

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Stadio San Siro (Milano) // 13 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]

Foto: Luca Ortolani

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685666923{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15395″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15401″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15389″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685645808{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15402″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685698984{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15399″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685745927{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15400″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15387″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15403″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15388″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15397″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685698984{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15386″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685727649{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15398″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15396″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685698984{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15404″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Indipendente Concerti

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Erlend Øye & La Comitiva @ Ribalta Marea

[vc_row][vc_column][vc_column_text]

• Erlend Øye & La Comitiva •

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Italy Summer 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]

Ribalta Marea (Cesenatico) // 12 Luglio 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto Francesca Garattoni

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685666923{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15339″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685645808{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15342″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685686606{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15337″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15365″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685698984{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15340″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685727649{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15341″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15344″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685737006{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15345″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685727649{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15343″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_single_image image=”15347″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685737006{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column][vc_single_image image=”15338″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1560685727649{margin-top: 10px !important;margin-bottom: 10px !important;}”][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15348″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15349″ img_size=”full”][/vc_column][vc_column width=”1/3″][vc_single_image image=”15350″ img_size=”full”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Retro Pop Live e DNA Concerti

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Allusinlove “It’s Okay To Talk” (Good Soldier Songs/AWAL, 2019)

Rock is not dead: a rianimare la scena rock mondiale ci pensano gli Allusinlove, quattro ragazzi inglesi, direttamente da Castleford, con assoli micidiali, spiccate doti vocali e batteria martellante.

Una vita da vere rockstars, la loro. Giovani difficili, amanti delle droghe e della vita portata all’eccesso che li ha proiettati in un percorso di introspezione e di crescita personale, il cui risultato è un cambio nel nome della band e un utilizzo diverso della loro musica come mezzo di comunicazione per temi più profondi, con un sound totalmente rock’n’roll.

Gli Allusinlove (già conosciuti come Allusindrugs) debuttano con il loro primo album It’s ok to talkuscito il 7 giugno e non sono più una band adolescenziale, ma un fenomeno rock.

Questo esordio è totalmente autobiografico: è palese il graffiante dolore di chi, in quelle storie narrate nei testi delle loro canzoni, c’è passato realmente ed è riuscito a rinascere dalle proprie ceneri come delle bellissime fenici inglesi.

È un viaggio attraverso le loro esperienze negative, per condividerle con l’ascoltatore, essere d’aiuto a chi si sente solo e dimenticato.

Il primo estratto All Good Peopleè basato sulla positività, sull’amore verso il proprio corpo, sul vivere delle sensazioni che la corporeità altrui ci regala, prendere coscienza della fisicità. Il tutto in pieno stile rock’n’roll, vocalizzi puliti, batteria potente, assoli di chitarra da brividi e un ritornello spaccacranio.

Esteticamente possono sembrare classici bad boys, tatuati e capelloni, tipi tosti insomma, ma con un cuore di panna.

Espongono tutto il loro delicatissimo mondo interiore fatto di amore non ricambiato, dolore, incomprensione, rabbia, solitudine ed alienamento.

Musicalmente ricalcano le vecchie glorie del rock, come nel pezzo Full Circlein cui ritroviamo accenni ai Black Sabbath, un perfetto connubio di chitarre basse, circolari, e assoli magnetici, che tratta di abbandono e incomprensione.

Gli assoli compaiono in quasi tutti i brani, potentissimi e seducenti. Uno dei migliori, in All my love, brano che concretizza la loro voglia di scendere in profondità nei rapporti, e di non arrendersi mai.

Testimoniano la fragilità e la superficialità dei rapporti moderni, in Bad Girls, dove espongono un classico esempio dei problemi nei rapporti moderni, un tipo di amore malato (amami/feriscimi come se ne avessi bisogno), un attaccamento morboso a qualcuno nonostante il dolore che ci provoca. Corriamo per raggiungere il nostro amore, mentre lui si allontana portando via pezzi di noi.

Nell’album è presente anche un loro vecchio brano, uno dei primi, Sunset Yellow, ed è in questo pezzo che risulta palpabile il cambiamento della band a livello sia di testi che di esecuzione, lasciandosi alle spalle gli atteggiamenti fortemente collerici e rancorosi degli esordi.

Attraverso la loro musica curativa, in It’s ok to talk(brano che dà il nome all’album), incoraggiano l’ascoltare più delicato, più problematico, a parlare dei dilemmi della sua anima, senza paura di essere giudicato debole, perché quello che più spaventa è aprire i canali del cuore e sentirci rifiutati.

Questi quattro ragazzi di Leeds sono l’emblema di una gioventù all’insegna dell’esagerazione, rappresentano chiunque di noi abbia passato un’adolescenza sopra le righe, in puro stile rock punk, quando non si ha la consapevolezza che si matura poi col tempo. Quando abusare di ogni sostanza sembra l’unica soluzione, annebbiare la mente per far zittire i demoni che popolano la nostra testa, pur di non comunicare, di non confidarci, di non guardarci dentro.
Gli Allusinlove sono maturati, crescendo hanno capito che l’unica via di salvezza da noi stessi è manifestare la nostra interiorità, esprimere i nostri sentimenti per esorcizzare tutte le nostre paure. L’unica cura è l’amore e la comprensione, perché la rabbia non è costruttiva, ma distrugge tutto ciò che di più buono è stato creato.

Attraverso questo loro primo album mettono al servizio di chi è più sensibile, debole, la loro personalissima esperienza, usando il rock come terapia ai dolori dell’anima.

“The world’s gone mad and it’s getting divided, let’s stand for unity”
Solo restando uniti, facendo squadra e non lasciando i più deboli indietro possiamo andare avanti degnamente.

 

Allusinlove

It’s Okay To Talk

Good Soldier Songs/AWAL, 2019

 

Marta Annesi

The Smashing Pumpkins: una storia d’amore

Il primo amore non si scorda mai e il mio primo amore, musicalmente parlando, sono The Smashing Pumpkins.

Il primo vero momento significativo della nostra storia è nel 1998 con la pubblicazione di Adore. Ad essere sincera, non ricordo esattamente il momento del colpo di fulmine che ha iniziato il tutto, forse non c’è nemmeno stato, forse è stato un lento convergere verso questo gruppo che in un momento storico in cui il grunge era allo sbaraglio per la morte di Kurt Cobain e il brit pop non era nelle mie corde, The Smashing Pumpkins erano coloro che avevano qualcosa da dirmi, in cui riuscivo a riconoscermi.

Che cosa, di preciso, mi affascinasse così tanto della loro musica, non riesco ancora a razionalizzarlo dopo più di vent’anni di ascolto: in primis furono le atmosfere gotiche, graffianti e rabbiose del singolo Ava Adore, ma poi fu la dolcezza e la malinconia delle storie raccontate in punta di dita sul pianoforte che mi fecero innamorare.

Adore nel 1998 fu un album innovativo, coraggioso nella scelta di sopperire con synths e drum machines al temporaneo allontanamento del batterista Jimmy Chamberlin – tranne che per un brano, la toccante For Martha, in cui la batteria viene affidata a quel Matt Cameron di Soundgarden e Pearl Jam come a sottolineare che dopotutto l’animo grunge che aveva avviato il gruppo non è stato del tutto archiviato come “passato”.

Già l’anno prima i Radiohead avevano fatto da apripista ad una svolta elettronica nella produzione di un gruppo rock e critici ed ascoltatori avevano accolto Ok Computer osannandolo, mentre Adore provocò frattura tra la band e i fan e tra i fan e la critica. Il coraggio, il genio visionario ed imprevedibile di Billy Corgan non fu capito da chi si aspettava un altro Mellon Collie and the Infinite Sadness, ma per chi come me in quegli anni viveva l’inquietudine della fine dell’adolescenza e l’ansia dell’ingresso nell’età adulta, fu un posto sicuro dove andarsi a rifugiare.

Innamorarsi di un gruppo nel momento più controverso della sua produzione mi ha permesso di approcciarmi a tutto quello che venne prima in modo più critico, forse con meno aspettative, anche se dopotutto, di che aspettative stiamo parlando? Prima di Adore The Smashing Pumpkins erano un gruppo grunge rock, diamante grezzo, dopo Adore una gemma scintillante dalle molteplici sfaccettature, un diamante però, purtroppo, classificabile VS1: inclusioni molto piccole ma pur sempre difetti, che alla lunga si sarebbero tramutati nel disastro e dissoluzione della band come l’abbiamo conosciuta fino al 2000.

Ma torniamo alla nostra storia d’amore: Adore è stato l’innamoramento, Machina l’attesa del ritrovarsi di quando si vive una relazione a distanza ed il primo sentore dell’aspettativa delusa.

Non sono passati neanche due anni da Adore e siamo di fronte ad un nuovo cambio di stile, una ricerca di un’identità difficile da trovare: “Amore mio, sei cambiato, non ti riconosco più”. Da una parte l’hard rock graffiante del primo singolo The Everlasting Gaze strizzava l’occhio a chi amava The Smashing Pumpkins di Tales of a Scorched Earth, il secondo singolo Stand Inside Your Love cercava (e ci riusciva) di abbracciare gli animi decadenti che avevano amato Adore, mentre con Try Try Try si cercava una svolta pop che non è mai per fortuna veramente arrivata. Il risultato? Un guazzabuglio non del tutto convincente. Lo disse la critica, lo sapevano i fan, lo sentiva anche il gruppo che nel frattempo aveva ritrovato Jimmy Chamberlin ma aveva sostituito la bassista fondatrice D’Arcy con Melissa Auf Der Maur delle Hole.

Cosa succede quando uno dei due nella coppia è confuso e non sa più cosa vuole? Amaramente, ci si lascia. In questo caso, l’occasione fu il tour di addio alle scene.

 

IMG 7519

 

Era il 27 Settembre 2000, al palazzetto di Casalecchio di Reno a Bologna. Era il primo vero concerto che andavo a vedere in macchina da sola. Il biglietto, comprato in un torrido pomeriggio estivo post maturità con la mia migliore amica del liceo, era la materializzazione di un’impetuosa presa di coscienza della nostra nuova condizione di adulti, persone che possono prendere decisioni seguendo le loro passioni per fare esperienze. Quella sera per me fu un’esperienza musicale e di vita: il concerto prima, il fatto di dovermi arrangiare a compilare un modulo di constatazione amichevole per essere rimasta coinvolta in un tamponamento a catena in tangenziale poi.

Di quel concerto porto nel cuore immagini sfocate, ancora non avevo l’abitudine di portarmi una qualche sorta di macchina fotografica con me per aiutarmi a ricordare, ma sul palco The Smashing Pumpkins erano come nelle foto dei booklet degli album: i lunghi abiti neri, la presenza magnetica di Billy Corgan, giovane pelato e schivo, le canzoni che amavo e che speravo di ascoltare, dai singoli mainstream fino ad un paio di oscuri pezzi tratti da Machina II… ma uno su tutti è il ricordo di quella notte, l’ultimo bacio tra due amanti, una memoria così intensa da essere quasi tangibile: un pianoforte a coda sul palco, un fascio di luce che illumina Billy Corgan, Blank Page con i suoi rimpianti, fantasmi, un addio struggente, la speranza di un futuro comunque ancora tutto da scrivere.

Da lì a poco il gruppo si sciolse, ci perdemmo di vista per non trascinare una storia finita, ma non era facile riempire il vuoto lasciato dalla consapevolezza che non ci sarebbero più stati nuovi album e nuovi tour de The Smashing Pumpkins. Certo, nuovi gruppi stavano attirando la mia attenzione e stuzzicando il mio gusto musicale, ma come ogni volta che una storia d’amore si chiude, ci si riduce a guardare indietro ai ricordi, in questo caso ai dischi passati, finché al dispiacere di un futuro che non ci sarà si sostituisce il conforto di quello che c’è stato.

È nei primi anni 2000 quindi che riscopro e creo un legame fortissimo con Siamese Dream facendone la colonna sonora della preparazione all’esame di Analisi I, uno di quei rari album che sono perfetti così come sono, nella loro interezza e allo stesso tempo a livello di singolo brano.

La stessa cosa non mi sento di poter dire invece di quello che per l’opinione pubblica è il loro capolavoro, Mellon Collie and the Infinite Sadness: un’opera magna di due ore di musica ma a cui a distanza di tanti anni e tanti ascolti fatico a trovare un senso, una coerenza stilistica o un percorso concettuale che mi porti dall’intro al pianoforte del primo disco attraverso il picco compositivo di Tonight Tonight alla rabbia di Bullet with Butterfly Wings, dal divertissement di We Only Come Out at Night alle nuances hardcore della già menzionata Tales of a Scorched Earth. Se The Smashing Pumpkins ed io ci fossimo conosciuti nel 1995 invece che nel 1998 e Mellon Collie fosse stato il nostro primo appuntamento, sarebbe stata una di quelle serate in cui parli tanto ma superficialmente di tutto, scattano delle scintille, ci sono baci appassionati, ma poi ci si perde, ci si distrae e qualcosa non porta al secondo appuntamento.

Ad ogni modo, come dicevamo all’inizio, il primo amore non si dimentica mai e nel tempo capita di incontrarsi di nuovo, una visione sfuggente dall’altro lato della strada, un passante con il suo profumo che ti risucchia nel passato. Questi momenti sono stati i tentativi non troppo brillanti di Billy Corgan di riaccendere l’interesse per il suo gruppo con Zeitgeist e Teargarden by Kaleidyscope, passaggi sfuggenti di un’ombra che accarezza la pelle. Mancava qualcosa, mancava qualcuno, mancava il tocco di James Iha, silenzioso quanto incisivo ingranaggio per rendere il meccanismo di nuovo perfetto come una volta.

E poi succede un giorno, il 18 Ottobre 2018 alla vigilia del mio compleanno, che i pianeti si riallineano e il destino riporta me e The Smashing Pumpkins nel luogo in cui ci siamo salutati per l’ultima volta. Sono passati 18 anni, io sono cambiata, loro sono cambiati. Ci ritroviamo per tre ore di concerto in cui mi è passata davanti agli occhi la mia vita da adulta fino ad ora: mi sono rivista diciottenne davanti allo stesso palco, sicura della mia scelta per i cinque anni a venire di studi universitari. Un ricordo flash del 2007, io che esco dal mio primo appartamento in cui ho vissuto da sola, nel cuore di Capitol Hill a Seattle, e vado al negozio di dischi proprio attraversata la strada a comprare una copia di Zeitgeist a scatola chiusa, spaventata e allo stesso emozionata come quando si riceve un messaggio dal tuo ex che non senti da anni, solo per renderti conto che aveva sbagliato numero o che l’edizione speciale dell’album che avevi preso dallo scaffale era, per errore, senza cd. E poi gli anni di ricerca, scientifica, musicale e di vita, attraverso lavori, concerti e persone, accompagnata da nuovi amori, alcuni passeggeri altri più duraturi, fino a convergere di nuovo nello stesso tempo e luogo, a Bologna.

Tre ore catartiche, che sono state un pugno nello stomaco e una carezza, che mi hanno fatto svegliare e capire perché, incrociando lo sguardo limpido degli occhi senza età di Billy Corgan, in questi anni i tanti concerti dei Pearl Jam, gruppo su cui ho trasferito il mio amore più per la loro città di provenienza che per la loro musica, non sono mai riusciti ad emozionarmi fino in fondo come invece riescono The Smashing Pumpkins su un palco: perché il mio cuore non era con loro, perché la mia identità musicale non è rappresentata dai buoni senza macchia e senza paura, ma da un ribelle spavaldo che non ha paura di urlare al mondo, di farsi amare ed odiare in egual misura ed intensità, che oggi sa chi è e si vuole bene per la persona che è diventata, lui a 52 anni, io a quasi 38.

Da quella sera The Smashing Pumpkins ed io abbiamo ricominciato a frequentarci e a vederci più spesso per festival e concerti, come amici ora, che hanno condiviso una profonda passione in gioventù ma che sono cresciuti e che possono guardare al presente, al passato e al futuro con l’affettuosa serenità di chi sa che il primo amore ti accompagnerà sempre.

 

DSC 0704 3

 

Testo e Foto di Francesca Garattoni