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House Party

Questa non è una recensione del nuovo disco di Keaton Henson perchè House Party non è il nuovo di Keaton Henson. 

Credo si tratti di un curioso quanto fortuito caso di omonimia, altra spiegazione fatico a trovarla.

Mi pare doveroso e corretto premettere che la prima volta che ho ascoltato il lavoro in questione non avevo ancora aperto la classica cartella stampa provvista di comunicato, cover, foto e quant’altro. Lo avessi fatto, col sennò di poi, la mazzata che ho ricevuto tra capo e collo dopo pochi secondi di I’m Not There, il brano di apertura, sarei forse stato in grado di schivarla, o quantomeno di attutirne la violenza.

E invece no, sbam, un pop ballabile in quattro quarti, coretti, batteria incalzante, l’assolo di chitarra, qualcosa che mi ricorda vagamente James Blunt (e questo andrebbe letto come un complimento) e una mezza dozzina di diversi cantanti pop radiofonici dei quali è piena la terra.

“Volevo fare un disco pop ottimista sulla depressione e sull’essere un artista” ha detto il barbuto cantautore nato a Londra, e c’è da dire che sentendo Envy o Parking Lot l’obiettivo è stato centrato in pieno.

Del Keaton Henson capace di incidere col suo stile intimo e perennemente triste, quando non proprio depresso, una serie di lavori di una bellezza disarmante, probabilmente culminati con Kindly Now, dove la sua forma trova perfetto compimento, rimane qualche retaggio, Two Bad Teeth in primis, o Late To You, ma è un inganno di un attimo; brani come Stay o Hooray ci riportano al clima disteso e pregno di positive vibes che permeano questo House Party

Devo essere sincero fino in fondo, non me l’aspettavo per niente, e per quanto possa accettare la scelta artistica e personale di Keaton Henson, anzi la rispetto nella maniera più assoluta, non capisco e non trovo un senso a tutto ciò.

House Party finisce alla lunga per assomigliare a centinaia di dischi già sentiti che finiscono per perdersi nell’anonimato, fatto però da un artista che assomigliava solo a se stesso, la cui cifra stilistica era ben definitiva, riconoscibile, inconfondibile, peculiare.

Se si tratti di un unicum o piuttosto di una nuova strada solo il tempo ce lo potrà dire, nel frattempo tolgo il disturbo e torno ad ascoltare You Don’t Know How Lucky You Are, se permettete.

Tre Domande a: Robson De Almeida

Come e quando è nato questo progetto?

Il progetto Come Fa La Marea è nato dopo la morte di mia madre, un avvenimento che ha totalmente scosso la mia lista di priorità riportandomi sulla terra. Ho scritto i primi brani a Milano come De Almeida e No Regrets un mese e mezzo dopo la sua morte e nei due anni successivi ho lavorato al resto fino ad arrivare a Marea che appena l’ho sentita la prima volta è stato come essere arrivati alla fine di un viaggio. È un progetto che mi sta molto a cuore che seguo da tanto e in cui ho versato molto di me stesso, sono stato male e bene, ho odiato e amato e seguito un flusso che appunto seguiva un costante “sali e scendi” proprio come fa la marea. Il brano viaggia a livello musicale da basi Hip Hop a collaborazioni con band rock, un biglietto di versatilità che spero di riusfire a portare su un palco.

C’è un artista in particolare con cui ti piacerebbe collaborare/condividere il palco?

Mi piacerebbe tantissimo un giorno collaboare con Johnny Marsiglia che è un amico e uno dei miei rapper preferiti e fonte di ispirazione. Lo seguo da quando ho 18 anni; ho cominciato a scrivere ascoltando la sua musica, tengo molto alla sua opinione su quello che faccio e spero un giorno di avere la possibilità di condividere con lui l’esperienza di fare musica insieme.

Qual’è la cosa che ami di più del fare musica?

La cosa che amo di più del fare musica è avere la possibilità stessa di farla. In una società come questa avere il tempo per se stessi da utilizzare nelle proprie passioni è un regalo di Dio.
Ci sono molti ragazzi costretti a lavorare per pagare una casa, per pagarsi da mangiare, gente che non ha tempo e testa per fare musica. Avere la possibilità di farla è una fortuna che non posso far finta di non avere.

Molchat Doma @ Arena Puccini

Il lunedì non fa poi così schifo se la sera ti aspetta un live colmo di synth e darkwave della risposta bielorussa ai Depeche Mode

Sto parlando ovviamente dei Molchat Doma da Minsk, che con soli tre dischi alle spalle e un brano virale sul social dei giovani e dei balletti (ovviamente parlo di TikTok), sono diventati una band di rilievo mondiale. 

Il trio composto da Egor Skutko, Roman Komogorcev e Pavel Kozlov non ha deluso le attese e ha regalato ai numerosi fan giunti all’Arena Puccini di Bologna per la prima data del Diretto Live Festival (che proseguirà in questi giorni con Cavetown e The Voidz di Julian Casablancas) uno spettacolo intenso ed oscuro.

La band sale sul palco e attaccano senza tanti fronzoli con Kommersanty, dal loro secondo lavoro Ėtaži, e subito una pioggia di synth ci travolge e trascina tutti negli anni ’80. Il pubblico balla e prova a cantare con una certa goffaggine i testi in russo. Lo sguardo di Egor è fiero, scruta gli spettatori con un’espressione dura e parla pochissimo con i fan, dicendo a malapena due parole rigorosamente nella sua lingua madre. Si scioglie notevolmente, però, durante le canzoni: sferzanti giri di basso rendono impossibile stare fermi così si lancia in movimenti sinuosi e acrobatici balletti stile Thom Yorke. La scaletta è perfetta: brani da tutti e tre i loro dischi che mettono d’accordo sia i fan più attempati che i giovani. Ottima interpretazione di Diskoteka in classico stile New Order a Filmy e Zvezdy che ricordano tantissimo lo stile di Robert Smith, passando per Toska che potrebbe tranquillamente portare la firma dei Joy Division. Dopo il finto finale il trio torna sul palco per gli ultimi balli scatenati e concludendo con la canzone che li ha resi famosi su TikTok Sudno (Boris Ryzhyi).

Avevo già assistito ad un concerto di questa band nel lontano febbraio 2020, ultimo concerto pre pandemia, e devo dire che hanno fatto passi da gigante. Cresciuti tantissimo a livello tecnico senza perdere il loro piglio gelido e cupo. Paverl Kozov maneggia perfettamente basso e sintetizzatori, Roman Komogorcev è ormai un virtuoso dei synth e la voce di Egor Skutko è profonda e cavernosa, perfetta guida nella loro oscurità musicale.

Avevo molte remore riguardo la location, dato che alle 21 in estate in un’arena all’aperto ci sarebbe stata troppa luce che avrebbe cozzato notevolmente con le atmosfere siberiane del live. Fortunatamente, però, un lieve temporale ha aiutato a creare il giusto ambiente nuvoloso e oscuro per un concerto del genere. 

Alessandra D’Aloise

Setlist

Kommersanty
Filmy
Toska
Zvezdy
Udalil Tvoy Nomer
111
Obrechen
Son
Volny
Doma Molchat
Tantsevat’
Diskoteka
Na Dne

Encore
Kletka
Sudno (Boris Ryzhyi)