È già primavera all’Unipol Arena per la data bolognese dei Florence and The Machine. A poche ore dal tanto atteso ritorno della band capitanata da Florence Welch, il parterre è gremito di ragazze e ragazzi sorridenti che indossano coroncine di fiori, camicie dalle fantasie colorate, glitter e brillantini. Uno spirito di unione e spensieratezza che, galvanizzato ancora di più dall’energia degli eclettici Young Fathers in apertura, accoglie, intorno alle 21,15, gli otto musicisti che si posizionano ai rispettivi strumenti, su un palco dominato dai toni caldi delle luci e dei lunghi pannelli di legno.
Ed ecco apparire lei, la regina della serata. Florence è vestita di un abito lungo ricamato, color acqua marina, in armonia perfetta con il suo candido incarnato e il rosso dei suoi capelli. Dalle prime note di June e Hunger, brani con cui esordisce anche l’ultimo lavoro in studio High As Hope, la voce eterea, potente, perfetta avvolge il pubblico in un crescendo di emozioni.
“Ciao Bologna, è sempre bello tornare qui” – saluta – “Ogni volta che vengo in Italia, è un po’ come tornare a casa. Ora vi chiedo di cantare e ballare con me. Non abbiate paura!”
L’invito viene accettato, la vicinanza è concreta, palpabile. Tra canzoni del nuovo e del vecchio repertorio, l’artista inglese corre, salta, si libra in volo in piroette. Una figura in cui si fondono la libertà, il coraggio, l’istinto di un’amazzone e la grazia, l’eleganza, la delicatezza di una venere rinascimentale.
Se South London forever è dedicata alla sua città natale ed è l’occasione per manifestare contro la brexit e qualsiasi tipologia di divisione in nome di un’Europa coesa, Patricia è un omaggio a Patti Smith, ispirazione costante nel percorso artistico della Welch. “Benvenuta a Bologna” – dice, guardando all’orizzonte, come se la sacerdotessa del rock fosse presente in quell’istante. Per Sky full of song, la scenografia si trasforma in un cielo stellato perché quel brano è sceso dall’alto, come necessità, come salvezza.
Si balla, si salta e, soprattutto, si fa un gesto sempre meno usuale durante i live. Infatti, su Dogs days are over viene fatta una richiesta: “So che è difficile, so che vi sembra strano…Ma, per favore, mettete in tasca per un attimo i vostri telefoni. Su, da bravi! Non condividete. Questo momento è vostro, solo vostro… e, se volete, posso dirlo anche in un inglese più formale… Togliete quei cazzo di telefoni!”.
È così Florence, spontanea, vera, umana. Cerca il contatto, scende le scale attraverso cui il palco arriva sino alle prime file e canta Delilah e What kind of man abbracciata ai suoi fan, aggrappata a loro, perché è grazie a loro che la melodia fiabesca di Cosmic love compie dieci anni. È grazie a loro che i suoi sogni di bambina sono diventati realtà. Ed è una sensazione tanto meravigliosa quanto terrificante, a volte. È una grande responsabilità, confessa, dimostrandosi profondamente riconoscente.
L’encore è affidato alla solenne Big God e alla famosissima Shake it out. “Vi domando un’ultima cosa… cantiamola tutti insieme”. La chiusura perfetta del cerchio che rappresenta la rinascita di cui Florence è stata protagonista. Un inno a scuotere via i propri demoni, a danzare senza il loro peso sulla schiena. La consapevolezza di non poter cancellare mai totalmente il proprio passato ma accoglierlo, anche nel dolore. Lasciare che ciò accada, per liberarsi. Per volare alto, verso il proprio cielo. Per volare alto, come la speranza.
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435921124{margin-top: 20px !important;margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]La sera del 16 marzo a Bologna, Maurizio Pisciottu in arte Salmo, ha coinvolto il pubblico dell’Unipol Arena in uno spettacolo degno di un artista navigato che calca palchi importanti da qualcosa come quarant’anni.
Al mio arrivo, il palco e la scenografia sono coperti da teli neri. L’intenzione di creare attesa e curiosità con me generalmente funziona poco, dato che preferisco vedere il palco vuoto e immaginare cosa potrà succedere successivamente con gli artisti in scena.
In realtà la solennità dei tendoni neri unita al frastuono di un palazzetto sold out con personaggi di tutte le età hanno aggiunto un’aura di eccitazione che, diciamolo, ha toccato anche me.
L’artista olbiense, punta tantissimo sulla propria simpatia innata e sulla capacità di saper stare comodo comodo sul palco quasi come fosse casa propria e il risultato incarna un riuscito mix di sperimentazione ed eccitazione.
In un mondo indie tinteggiato principalmente di quel viola e rosa che io tanto amo, quello che Salmo ci presenta è un arancione carico nutrito da tinte rosso carminio. Un vitaminico mix che si amalgama con la forza espressiva di un artista a “tinte forti” che sceglie consapevolmente di essere differente affermando così la propria grandezza.
Sta esagerando, direte voi.
Ebbene, non proprio, dato che sono appena stata colpita all’altezza dell’ombelico dal pugno di un rapper che incorpora un sound rock sfiorando l’hardcore, perché forse non tutti sanno che Salmo alle spalle ha trascorsi rock, punk e metal dovuti alle tante collaborazioni con gruppi come Skasico e To Ed Gein, tra gli altri.
Jacopo Volpe alla batteria mi ha lasciato senza parole ancora una volta, passando da un rock melodico ad un rap atomico con la scioltezza con cui ci si addormenta dopo due ore di nuoto intenso. E che dire del basso di Dade (Linea 77 ndr)? Incredibile oggi sul palco come incredibile è sempre stato.
Salmo interagisce con il pubblico. Scherza, sfotte e poi chiede alla platea di collaborare con un pogo circolare che può fare invidia a Giotto. Una ragazza si ferisce e il dolce Maurizio la chiama sotto al palco per vedere se ha bisogno di qualcosa.
Cuore.
E mentre sono ancora qui a chiedermi se una bomba energetica come questa possa aver avuto precedenti, e per mia esperienza solo Caparezza lo eguaglia, Salmo ha fatto un cambio d’abito. Nero, tono su tono con luci stroboscopiche verdi che introducono il pubblico al suono techno che nemmeno alla festa dei cento giorni puoi trovare, e lì si che ti serve la carica, cazzo.
Arancione, rosso e giallo. Poi tinte acide, fredde. Occhiali da sole. Ora giubbino di pelle. Infine Nitro sul palco (per Dispovery Channel). E ancora stage diving buttandosi da un parapetto laterale… Salmo è un figo ragazzi, anche se non ha mai visto una partita di calcio (nota dolente per una calciofila) e non ha mai visto dal vivo una ola.
E comunque non è finita, perché ad un certo punto ci regala dei balli afro che se potessi gli chiederei se durante la propria adolescenza non sia passato qualche volta in Romagna alla Melody Mecca. No, perché ci saremmo potuti fare una birretta.
Comunque un giorno qui in redazione si diceva che ad ognuno il suo genere, ma se così fosse e nessuno si mettesse alla prova con ciò che non conosce, io non sarei qui a chiedermi come mai siano solo 6 mesi che ascolto Salmo.
Osate, ragazzi. Sperimentate. Ce lo insegna anche Salmo.
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[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]
Teatro Sociale di Villastrada (Mantova) // 16 Marzo 2019
Tra le tante cose che amo fare c’è sicuramente quella di scoprire nuova musica, quella che nasce da fogli sparsi scritti a mano, da momenti di solitudine tra quattro mura e quella che prende vita dalla passione di chi crede in maniera smisurata in ciò che fa, partendo da zero e partendo da solo.
Marco Cappugi, in arte Grandine è senza dubbio uno di quelli.
Mi sono innamorata della sua voce un anno fa, quando per caso (anche se credo che nulla accada per caso) sono “inciampata” nell’unico singolo allora disponibile su Itunes: America.
Chi mi conosce sa bene il mio amore per gli States e la facilità con la quale io riesca ad amare qualunque cosa provenga da lì o abbia a che fare con questa parola.
Così leggo il titolo e in automatico schiaccio play, dando inizio al mio viaggio nella sua America, attraverso il suo concetto di America, come sempre paragonata a qualcosa di grande, al massimo a cui aspirare anche per fare una semplice promessa d’amore.
E’ proprio così che inizio a conoscere meglio questo ragazzo siciliano con il sogno di incidere un album.
Inizio a seguire passo dopo passo il suo lavoro, il suo impegno e le sue registrazioni in studio e quello che vedo mi colpisce, la sua umiltà mi colpisce tanto quanto le prime note di quell’unico singolo disponibile.
Giorno dopo giorno arriva il 18 gennaio, giorno d’uscita di Origami il suo album d’esordio e grazie al mio piccolo spazio su VEZ magazine con la rubrica “VEZ incontra” ho l’opportunità di incontrare Marco e fare in modo che riesca a raccontarsi un po’ e lo fa con il suo carico di umiltà ed emotività in questo modo….
Marco Cappugi in arte Grandine, come nasce la scelta di questo nome e come inizia la tua/ sua storia?
Il nome Grandine deriva dal mood delle mie canzoni, la mia musica è molto malinconica e si basa sui miei ricordi e le mie emozioni. Ricordi ed emozioni che spesso fanno male dentro e che ti segnano. Anche se sono siciliano, amo il freddo e l’inverno, sono un po’ meteoropatico. Cercavo un nome che descrivesse tutto questo e un giorno guardando un anime giapponese sentì il nome “Grandine”, me ne innamorai subito e decisi di farlo mio.
Per la realizzazione di Origami, il tuo primo album, hai utilizzato la piattaforma Musicraiser, promuovendo l’iniziativa sui social network, hai ottenuto il risultato che speravi? Raccontaci com’è andata.
Essendo completamente auto-prodotto e non avendo alle spalle un’etichetta discografica o qualcuno che investa sulla mia musica, cercavo un modo per poter affrontare le spese di realizzazione e promozione dell’album. Così decisi di provare la strada del crowdfunding. All’inizio ero scettico, ci speravo ma non credevo che sarei riuscito a farmi finanziare dalle persone che ascoltavano la mia musica, era uscito solo il primo singolo America e pensavo fosse troppo poco per poter coinvolgere tanti fan. Per fortuna mi sono dovuto ricredere. America è arrivata al cuore di tante persone che mi hanno aiutato nella campagna di crowdfunfing su Musicraiser e sono riuscito, grazie a queste persone stupende, a finanziare il disco. Sono molto soddisfatto di come sia andata.
Hai tentato altre strade prima di decidere di auto-produrre interamente il tuo album o è stata una scelta netta, fatta a prescindere dall’eventualità di avere una casa discografica alle spalle?
Mi piace autoprodurre la mia musica. Ogni canzone è come un figlio per me e mi piace potermi esprimere in libertà senza dover sottostare alle leggi di qualcuno o alle leggi di mercato. Ho sempre fatto quello che mi piace, senza pormi limiti e mi piacerebbe restare libero. Ovviamente sarei un ipocrita se ti dicessi “non voglio una casa discografica alle spalle”, però se mai succederà in un futuro spero che mi lascino la libertà di esprimermi.
I tuoi testi sono ricchi di sentimenti, di vita vera e quotidiana, raccontata con estrema naturalezza, tanto da sembrare appunto “vissuta”. Quanto c’è di Marco nei tuoi testi?
Direi il 100%. Non sono uno di quegli artisti che si creano il personaggio e raccontano di cose mai avvenute per vendere qualche disco in più. Tutto il mio mondo musicale ruota intorno a quello che sono veramente. Dal mio vestiario alla mia musica. Per me scrivere è uno sfogo, un modo per esternare quello che non riesco a dire nella vita di ogni giorno. Non sono una persona che parla molto, ma nella musica mi sento libero di raccontare tutto quello che sento. Scrivere una canzone è un po’ come fare una seduta da uno psicologo, e una volta conclusa la canzone e averla riascoltata mi emoziono tantissimo quasi al punto di piangere, proprio perché parla di cose che mi sono tenuto dentro per tanto tempo.
La tua musica è un mix perfetto di tanti stili che vanno dal pop al rap all’indie, pensi di esser cambiato in base ai tempi o hai sempre spaziato tra i vari generi? E se ne hai uno, qual è il tuo preferito?
Come dicevo prima mi piace essere libero. Nella mia vita ho suonato diversi generi e diversi strumenti, dal punk al metal, dalla chitarra alla batteria. Quando ho iniziato a fare musica suonavo in un gruppo punk/rap, poi in un gruppo nu metal dove la componente rap era sempre presente nonostante si trattasse di metal. Ovviamente col passare del tempo la musica si evolve e cambiano i suoni. Io ho sempre suonato quello che mi piace a volte anche fregandomene se quel genere fosse ormai “obsoleto”. Più che un cambiamento credo sia un’evoluzione. Un artista, dal mio punto di vista, deve sempre sperimentare, evolversi e sapersi mettere in gioco. Mi piace ascoltare di tutto, non credo molto nella distinzione di genere nella musica, credo che se una canzone è scritta bene non importa il genere o chi la canti, conta solo quello che ti fa provare.
Il tuo disco è appena uscito e siamo solo all’inizio del 2019, sono previsti appuntamenti durante quest’anno, per ascoltarti dal vivo?
Ancora non c’è niente di ufficiale ma sto lavorando per portare Origami su più palchi possibili, speriamo bene.
Qual è l’augurio che fai a te stesso?
Di non cambiare mai. Di scrivere musica sempre e solo per la gente che come me ha qualcosa da esternare e non ci riesce a parole, mai per vendere qualche disco in più.
Le parole di Marco, che siano all’interno dei suoi testi o all’interno di un’intervista, arrivano.
Arrivano i suoi messaggi positivi e arriva una speranza, cosa rara come questa sua sensibilità che traspare in ogni nota. La musica di Grandine è davvero forte come un chicco di grandine, è in grado di spaccare qualunque cosa volendo oppure semplicemente può rendere tutto più bello, anche solo per un attimo.
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Campus Industry Music (Parma) // 15 Marzo 2019
[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a BPM Concerti
Partire dalle quattro mura della propria cameretta per arrivare a calcare palchi di una straordinaria importanza come quello dell’Holi Fusion di Torino o quello dell’Amsterdam Dance Event. Sembra la classica storia di chi ce l’ha fatta o ce la sta facendo, ma – vi assicuro – non è mai così “classica”. Quella luce negli occhi di chi, ogni giorno, cerca di portarsi a casa una soddisfazione, non è mai qualcosa di scontato, e mi emoziona sempre.
Si chiamano Riccardo Patruno e Davide Alpino, in arte Maximals, e nella vita producono e suonano (perché sì, si può dire che un dj suona) la propria musica per l’etichetta discografica Protocol di proprietà del nientepopodimeno che il signor Nicky Romero in persona. E ho quasi detto tutto.
Quasi perché su di loro, di cose, ce ne sarebbero moltissime da dire. Partiamo con una precisazione. In un mondo dove la grande borghesia dell’Indie e della Trap sta avendo la meglio sul mercato musicale italiano, esistono tantissime “piccole” realtà che lavorano e producono musica di qualità ma che oggi, spesso, tendono a essere sovrastate dalla grande onda mediatica che sta elevando la musica italiana. Da un lato, per fortuna, ma dall’altro – mi verrebbe da dire – anche meno.
Maximals non solo come nome e brand ma anche come genere. Quando domando se ci sia un’etichetta precisa per le loro produzioni, mi spiegano che: “EDM è una sigla troppo generica per noi. Electro-Dance-Music vuol dire tutto e niente. Preferiamo attingere da diverse dimensioni musicali e creare il nostro stile; miriamo a diventare noi stessi un genere a cui le persone possano ispirarsi. In due parole: Maximals style!”.
Grandi aspirazioni, voglia di fare e di farsi sentire, di far divertire la gente durante gli show. Questo giovane duo savonese gioca con il proprio entusiasmo e da una passione nata in adolescenza sta tirando fuori il meglio di sé. Tanti progetti, di cui poco mi accennano – forse per scaramanzia – tantissime idee e un laboratorio di creatività in continuo fermento. L’X-Studios, infatti, nato da non molto nel centro di Savona, è il loro rifugio e coperta di Linus insieme: un luogo dove tutto comincia e dove i pensieri prendono forma.
Ma non voglio spoilerare troppo. Ascoltate che cosa mi hanno raccontato.
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Biglietti disponibili su Ticketone.it a partire dalle ore 12.00 di mercoledì 13 marzo 2019 e in tutte le rivendite autorizzate Ticketone dalle ore 12.00 di sabato 16 marzo 2019.
L’organizzatore declina ogni responsabilità in caso di acquisto di biglietti fuori dai circuiti di biglietteria autorizzati non presenti nei nostri comunicati ufficiali
Grandissimo successo di pubblico per i WHITE LIES, che, dopo aver stupito il pubblico italiano con l’incredibile live di ieri sera al PalaEstragon di Bologna, non accennano a fermarsi e annunciano un nuovo concerto in Italia. Infatti, la band indie rock inglese tra le più rappresentative del genere nel panorama musicale globale si esibirà anche il 29 luglio 2019 a Milano, presso il Circolo Magnolia (Stage A).
Dopo aver girato il mondo, suonando nelle venue più importanti e aggiudicandosi un posto fisso nella line up dei migliori festival internazionali, i WHITE LIES sono pronti a tornare nel nostro Paese con uno show imperdibile.
La formazione del gruppo risale al 2002: i testi poetici delle loro canzoni sono scanditi dalla voce decisa e teatrale di Harry Mc Veigh e accompagnati dal basso e dalla batteria rispettivamente di Charles Cave e Jack Lawrence Brown. A inizio 2009 viene pubblicato il primo album, intitolato “To Lose My Life”. Il disco raggiunge da subito la vetta di tutte le chart inglesi e contiene le hit “Farewell To The Fairground”, “Death” e “To Lose My Life”, brano che ha vertiginosamente scalato le classifiche di vendita, arrivando alla posizione #1 nel Regno Unito.
Nel 2011 la band pubblica il suo secondo disco, “Ritual”, prodotto da Alan Moulder (già collaboratore di Depeche Mode e Smashing Pumpkins), che vola in pochi giorni al terzo posto della classifica UK, seguito da “Big TV” (2013), terzo lavoro in dodici tracce prodotte da Ed Buller, mixate da Mark “Spike” Stent e pubblicate da Fiction Records, che contribuisce a rafforzare lo status del gruppo all’interno del circuito musicale internazionale. Ad ottobre 2016 i White Lies pubblicano il loro quarto album, “Friends”, che entra subito nella Top20 di molti paesi in tutta Europa, riconfermando il loro stile di scrittura unico.
Il 1° febbraio è uscito il nuovo, esplosivo album della band, intitolato “Five”, anticipato dal singolo “Time to Give”. Con queste parole, il gruppo descrive “Five”: “Si tratta di un album che rappresenta una pietra miliare per i White Lies, simbolo dei nostri dieci anni insieme come band. Il disco ci ha spinto a espandere il nostro sound ed esplorare nuovi territori artistici, segnando un nuovo ed eccitante capitolo per la nostra storia”.
Gli Elbow tornano in tour con una serie di appuntamenti che conta già un buon numero di sold out nel Regno Unito. La band sarà nel nostro paese giovedì 7 novembre all’Alcatraz di Milano e i biglietti saranno disponibili a partire dalle ore 10 di venerdì 15 marzo sui circuiti Vivaticket e Ticketone (online e punti vendita).
Con quasi trent’anni di amicizia e di carriera artistica alle spalle, gli Elbow si sono formati a Bury, una cittadina vicino Manchester, Regno Unito, quando erano ancora al college e mantengono da sempre la loro formazione originale, con Guy Garvey (voce e chitarra), Craig Potter (tastiere), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso).
I due album più recenti, The Take Off and Landing of Everything(Fiction Records, 2014) e Little Fictions(Polydor Records, 2017), hanno debuttato nelle classifiche dei Top Album britannici e con i loro tour in tutto il mondo hanno fatto registrare un numero sempre crescente di fan.
La band si è costruita nel tempo una credibilità molto forte, restando fedele a sonorità alternative e post rock, mescolate ad un’elettronica tipicamente brit pop. Coerenza e sincerità sono i capisaldi del gruppo che pur non avendo mai cambiato genere ha saputo mettere in discussione il suo approccio nei confronti della musica, riuscendo così a rinnovarsi ad ogni album.
Sempre amati anche dalla critica, gli Elbow conquistano numerosi premi e riconoscimenti durante la loro carriera: un Mercury Prize nel 2008 per l’album The Seldom Seen Kid ed un Brit Award come miglior band dell’anno 2009. Inoltre lo scorso anno Guy Garvey ha vinto due premi come miglior band leader, agli Artist and Manager Awards e ai BASCA 2018, e per l’occasione, in riferimento a tutta la sua band, ha affermato: «Onestà è per noi una parola ricorrente e nella nostra musica c’è sempre un equilibrio perfetto tra amore e realismo. Noi siamo l’uno per l’altro i nostri più grandi riferimenti. Dopotutto è insieme che abbiamo passato la maggior parte della nostra vita.»
Gli Elbow pubblicheranno nei prossimi mesi una speciale versione in vinile del loro Seldom Seen Kid Live At Abbey Road, in occasione dei 10 anni dalla sua uscita, e intanto sono al lavoro sul loro ottavo album in studio che uscirà entro l’autunno di quest’anno, accompagnato da un tour che tra i tanti paesi toccherà anche l’Italia.
Svelato il terzo artista del cartellone di “acieloaperto” 2019. È PETE DOHERTY; accompagnato dalla sua band The Puta Madres calcherà il palco della Rocca Malatestiana di Cesenamartedì 23 luglio.
È il terzo annuncio per la settima edizione della rassegna, dopo Fantastic Negrito (venerdì 14 giugno, Rocca Malatestiana di Cesena) e John Butler Trio (sabato 29 giugno, Rocca Malatestiana di Cesena).
Dopo The Libertines e Babyshambles, l’inesauribile vena creativa di Pete Doherty ha trovato nuovo sfogo: The Puta Madres. Nato nel 2016 durante un tour dei The Libertines nell’America del Sud, il progetto mira a ricercare un sound garage rock caratteristico delle prime avventure musicale di Doherty, mediato però da una maggiore raffinatezza dei suoni derivata dalle numerose esperienze artistiche del frontman. La band è composta, oltre che da Doherty, dal chitarrista Jack Jones (membro anche dei Trampolene), dalla tastierista Katia DeVidas, dal violinista Miki Beavis, dal bassista Michael “Miggles” Bontemps e dal batterista Rafa.
Il gruppo pubblicherà l’album d’esordio omonimo il 26 aprile. Anticipato dal singolo “Who’s Been Having You Over”, il disco è stato registrato nel corso di una settimana in un piccolo villaggio di pescatori in Francia. Doherty ne ha parlato descrivendolo come “un devastante ritratto intimo d’amore, perdita e smarrimento“. Quella di “acieloaperto” è l’occasione per ascoltare per la prima volta dal vivo le canzoni dell’album, insieme al grande repertorio dell’artista con i successi dei The Libertines, dei Babyshambles e della sua carriera solista.
I biglietti saranno disponibili a partire dalle ore 11 di mercoledì 13 marzo sui circuiti di vendita TicketOne e Vivaticket.
La rassegna Organizzata dall’associazione culturale Retropop Live nella splendida Rocca Malatestiana di Cesena nella suggestiva Villa Torlonia di San Mauro Pascoli (FC), la manifestazione ha portato sui palchi di queste magiche location artisti del calibro di Eels, Calexico, Black Rebel Motorcycle Club, Xavier Rudd,Belle and Sebastian, Mark Lanegan, Niccolò Fabi, Gogol Bordello, solo per citarne alcuni.
L’associazione culturale Retro Pop Live è attiva sul territorio cesenate e romagnolo da quasi un decennio. Ha operato in numerosi locali e rock-club del territorio, organizzando concerti e distinguendosi per la proposta artistica che spazia all’interno del rock alternativo in tutte le sue sfaccettature.
Martedì 23 Luglio 2019
Cesena (FC), acieloaperto – Rocca Malatestiana, via Cia degli Ordelaffi, 8
€ 25,00 + d.d.p. in prevendita; € 27,00 in cassa la sera del concerto
Due artisti: Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina. Una band, in continua evoluzione: La Rappresentante di Lista. A pochi mesi dall’uscita del loro terzo album, li abbiamo incontrati in occasione della data al Bronson di Ravenna. Seduti sul divano nero della hole, vicino al banchetto del merchandise e alle maglie dei Go Go Diva issate a bandiera, ci siamo avventurati nel loro mondo.
Un progetto di ricerca, senza confini, senza definizioni. La sinergia tra musica, teatro e racconto empatico del presente. Uno sguardo al femminile che si espande ad una visione universale dell’uomo, protagonista assoluto nei suoi tratti più solitari, nelle relazioni più complicate e nella possibilità di agire, di fare la differenza.
Iniziamo con Go Go Diva, il vostro terzo album uscito lo scorso 14 dicembre. Il titolo rimanda alla figura di Lady Godiva che cavalcò nuda per le vie di Coventry. Come si inserisce questo personaggio nella vostra musica?
VERONICA: Devo dire che il personaggio di Lady Godiva è arrivato dopo, quando avevamo scritto gran parte delle canzoni se non addirittura tutto l’album. Eravamo nella fase della ricerca del titolo e, questa volta, brancolavamo nel buio. Una notte, mentre io ero in Toscana e Dario a Palermo, c’è stato uno scambio di messaggi su Whatsapp per cercare un titolo che potesse racchiudere l’essenza dei brani. Un filo conduttore e, allo stesso tempo, un richiamo e una sorta di prosecuzione di Bu Bu Sad, il titolo del nostro secondo album, che ci ha sempre affascinato e divertito. A un certo punto, ho nominato Lady Godiva e Dario, avendone già sentito parlare, mi ha chiesto di raccontagli qualcosa in più. Continuando nel discorso, ci siamo accorti che sarebbe stata una protagonista perfetta. Il marito le lanciò una sfida: “Io tolgo le tasse, se tu corri nuda per il paese”. E lei la accetta, lo fa. Tutte le tematiche che noi tentavamo di sviscerare, erano contenute in quel gesto.
DARIO: Ci sono il corpo, la femminilità, la nudità, l’atto politico, lo scendere in piazza in un unico collettore.
Questo corpo apre la tracklist ed è stato lanciato come primo singolo. Sia il testo che il video sono a forte impatto “fisico”, appunto. Come è nata la canzone?
V: La canzone è nata a Barberino del Mugello, nel 2017. In quel periodo, io, Dario, Marta ed Erika vivevamo in una casa molto bella, accogliente, tra la campagna e la montagna. Avevamo tutto lo spazio per creare, per suonare, per provare. Una mattina, sono andata a correre. Sentivo che dentro di me c’era qualcosa che si stava muovendo, che era in fase di rielaborazione. Sono tornata da quella corsa con un lunghissimo audio registrato sul telefono e gran parte di quell’audio è diventato poi il testo di Questo corpo. Lo abbiamo sistemato tutti insieme, essendo, all’inizio, più un racconto nato da una sensazione viscerale, da un’urgenza che avevo percepito. Allo stesso tempo, combaciava con un argomento che spesso toccavamo: la necessità fisica, di movimento, di istinto primo.
D: L’idea del video è arrivata come rielaborazione ancora successiva e, in questo, ci ha aiutato la regista Manuela Di Pisa. Volevamo raccontare i due aspetti della femminilità. Da un lato la diva, in collegamento con il titolo Go Go Diva appunto, e quindi la rappresentazione di Veronica nel suo essere cantante e artista. Dall’altro, l’intimità, la nudità, l’istinto quasi animalesco, grottesco, nelle scene di primo piano e in quelle in cui si vede la vasca da bagno.
E rispetto al tema della nudità o del corpo inteso nella sua accezione più fisica… Quanto, secondo voi, la musica è ancora incatenata da determinati taboo?
D: Ce ne sono ancora tantissimi! Più che taboo, ci piace parlare della dittatura di un certo tipo di lessico che riguarda la donna, l’amore, le relazioni. È come se, negli ultimi anni, il racconto delle relazioni d’amore di qualsiasi genere sia sempre stata univoca. Ecco, è come se nella musica italiana ci fosse una sola visione del rapporto tra uomo e donna, donna e donna o uomo e uomo che sia…
V: E la concezione univoca è anche estetica… dopo l’uscita del video di Questo corpo, oltre ai commenti che si leggono direttamente sotto, su Youtube, ne abbiamo ricevuti altri… le persone rimanevano sconvolte dalla presenza di alcune parti del corpo messe in evidenza. Tipo la lingua, il gesto di mostrare la lingua.
D: In una modalità non usuale, magari. Penso a tanti video dove appare la ragazza “indie” che lecca il gelato…allora lì va benissimo. Invece a noi molto hanno comunicato questo effetto “disturbante” della lingua. E non abbiamo mai avuto l’intenzione o lo scopo di essere provocatori o disturbanti, tra l’altro!
Un aggettivo, forse l’unico, attraverso cui vi definite è “queer”. Che sfumature assume nel vostro contesto?
D: È una parola che abbiamo preso in prestito dall’ambito dell’identità di genere. In passato, in Inghilterra, veniva affibbiata, in modo dispregiativo, agli omosessuali. La comunità LGBT, invece, ha prelevato questo termine e lo ha reso proprio, con la traduzione di “strano”. È diventato un po’ una bandiera. Quando una volta ci è capitato di leggere la definizione di “queer”, che è, appunto, oltre il genere, strambo, non classificabile, fluido…ci è sembrato perfetto per delineare il nostro genere musicale. Ci siamo spostati dal genere sessuale al genere musicale. Riscontrando sempre difficoltà nel rispondere alla domanda sul “genere” della nostra musica, non essendo né punk, né rock, né funky, né it pop, né indie…abbiamo iniziato a rispondere: “Facciamo musica queer”.
In Bu Bu Sad cantavate Siamo ospiti. Come collegati da un filo rosso, i pezzi del nuovo disco sono stati scritti mentre eravate ospiti di località tra la Toscana, la Sicilia e il Marocco. Come si è sviluppato il processo creativo?
V: È stato un processo che ha toccato vari luoghi. Siamo stati per un periodo in Marocco e lì abbiamo iniziato ad accogliere le prime ispirazioni e a scrivere le prime frasi delle canzoni. Ci siamo concessi anche una pausa per pensare, per fermarci totalmente e seguire il tempo di un altro paese. Abbiamo raccolto tutto e lo abbiamo portato a Palermo, dove sono stati inseriti su un foglio Word gli appunti, le note, le idee, gli stralci di diario, i file audio registrati in giro. Pezzi di un puzzle che venivano rimaneggiati a vicenda… fino a che le canzoni sono uscite da sole, si sono composte. Quando rileggevamo, trovavamo dei discorsi compiuti. C’è stato quasi un atto magico, in questo senso.
D: Se Bu Bu Sad l’abbiamo scritto interamente a Palermo, in un luogo molto specifico, soffrendo anche di una sorta di “imposizione” che avevamo avvertito nello scrivere – nonostante sia stato un disco molto fortunato e che amiamo alla follia – per questo album non ci siamo dati un limite di tempo nella lavorazione. Abbiamo avuto, così, la possibilità di spostarci tra la Toscana e Milano, luogo in cui è stato registrato. Nel comunicato stampa è anche inserita la città di Copenaghen, perché Davide Rossi ha lavorato sugli archi proprio da lì. Ci ha sempre affascinato l’idea che fosse un album nato in vari luoghi.
Il nome La Rappresentante di Lista richiama l’ambito elettorale. Quale ruolo può ricoprire la musica e, soprattutto, la vostra musica nell’attuale panorama politico e sociale?
V: Qualche tempo fa, ero rimasta colpita da una frase di Bob Dylan secondo cui il musicista deve essere specchio della società. Inizialmente, il concetto mi era sembrato molto giusto e aderente anche al mio operato. Poi, con Dario, abbiamo riflettuto su questa affermazione …e, per carità, non è che non sia giusta… Ma abbiamo compreso che noi non vogliamo essere didascalici rispetto alla realtà dei fatti. Non ci piace descrivere quello che avviene in modo quasi pedante. Vogliamo, invece, dare una visione altra della realtà, partendo da quello che c’è e tentando di guardare un po’ più avanti. Dare la possibilità al pensiero di chi ascolta le nostre canzoni e le nostre parole di non fermarsi lì. Far sì che un nuovo processo venga avviato da alcuni spunti. Vogliamo lasciare un dubbio, una domanda da poter sviscerare ulteriormente. È dare un appiglio per una speranza, una presa di posizione, uno sguardo al futuro.
D: Non è obbligatorio che un artista si esponga a livello politico ma non deve essergli negata la possibilità di farlo. Un discorso politico da parte di un artista diventa davvero efficace quando entra all’interno del proprio linguaggio. Noi abbiamo un modo ben preciso di scrivere, di parlare, di stare in scena ,di comunicare sui social e con i fan. Se all’interno di questo modo di essere La Rappresentante di Lista riusciamo a veicolare un pensiero riguardante i porti aperti o temi politici quotidiani, allora significa che è coerente con la nostra natura di essere artisti.
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Notti Brave A Teatro
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