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Jack Savoretti “Singing to Strangers” (BMG, 2019)

«Ci ho preso gusto ad essere italiano. Quando vado in giro, saluto con “Ciao!” o “Buongiorno!” nemmeno fossi Roberto Benigni. Ho riscoperto la mia italianità.» – ha dichiarato Jack Savoretti, artista nato da padre italiano e madre tedesco-polacca, in merito alla sua vita nella campagna inglese, dove si è trasferito ormai da tempo con moglie e figli, lontano dalla caotica Londra. E questa italianità ritrovata contribuisce alla riuscita del suo sesto lavoro in studio, Singing to Strangers, pubblicato per BMG il 15 marzo e caratterizzato da un’atmosfera vestita di un doppio ed elegante abito: quello pop della nostra tradizione e quello soul anni ’50, tanto francese quanto d’oltreoceano. 

Registrato proprio a Roma al Forum Music Village, lo studio fondato da Ennio Morricone, Piero Piccioni, Armando Travajoli e Luis Bacalov, il disco, nella produzione di Cam Blackwood, si ispira ai preziosi arrangiamenti della forma-canzone del bel paese. L’impalcatura sonora si erge su una duplice struttura costituita dalla band e dall’orchestra. Linee di basso massicce si fondono con le dolci armonie degli archi e con la vocalità così intima e riconoscibile di Savoretti. Un timbro rauco e un graffiato dolceamaro che attingono da sorgenti emotive profonde e da una grande tecnica.

«L’idea di Singing to Strangers è nata da mia figlia. Mi ha detto: “Papà perché non parli del tuo lavoro?”. Cantare per sconosciuti, appunto. Il tutto è legato dal tema dell’amore che si sviluppa all’interno di una colonna sonora di un film immaginario. Dell’Italia ci sono anche il cinema e lo scenario di Roma». 

Candlelight, traccia d’apertura e primo singolo estratto, nelle inflessioni rhythm and blues ricorda le liriche dei primi film di James Bond, mentre con Dying for you love, nella chitarra vibrata dell’attacco, ci si ritrova seduti sul divanetto di un caffè retrò ad ascoltare il crooner che canta d’amore. Magari in una scena di una pellicola di Tarantino. What more can I do e Things I thought I’d never do si inseriscono, cronologicamente, in richiami anni ’70, la prima sulla scia di Marvin Gaye e la seconda su quella dei brani più famosi di Elton John dello stesso periodo. Di grande spessore è la titletrack: un monologo recitato sul sottofondo delle corde pizzicate. Una domanda identitaria, una confessione tra la consapevolezza e il grido interiore. Che dire poi di Touchy situation, tra i cui crediti si legge il nome di Bob Dylan, autore di questo dipinto al femminile scritto nella fase di Time out of mind, musicato e sapientemente personalizzato da Jack Savoretti. 

La chiusura dell’album è affidata al potente effetto “live” delle due bonus track registrate alla Fenice di Venezia. Music’s too sad without you, appassionato duetto con Kylie Minogue, potrebbe benissimo rappresentare il brano cardine di un musical romantico, di quelli dal lieto fine, che fanno sognare. Vedrai Vedrai di Luigi Tenco che sfuma in Oblivion di Astor Piazzolla è l’omaggio accorato e definitivo a tutto il panorama melodico e melodrammatico. Su queste note, è come se apparisse il frame di un film in bianco e nero. Film di cui siamo protagonisti o spettatori, in un vecchio cinema dalle poltroncine di legno. Ecco le vie di una Roma notturna, illuminata dalle file dei lampioni. Attraversata, vissuta, mano nella mano con qualcuno. O con un sorriso malinconico, nel suo ricordo.

 

Jack Savoretti

Singing to Strangers

BMG, 2019

 

Laura Faccenda

Canova @ Alcatraz

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• Canova •

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Alcatraz (Milano) // 20 Marzo 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a Magellano Concerti | Friends and Partners

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Elisa Hassert

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1553186365022{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”12513,12501,12498,12496,12499,12500,12506,12505,12510″][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1553186356715{padding-top: 0px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”12497,12509,12511,12503,12507,12502,12508,12504,12495″][/vc_column][/vc_row]

Il surrealismo di Lee Miller “in mostra” e sul palco

Marzo è il mese delle donne e anche nella sezione artistica di Vez abbiamo pensato di rendere omaggio a una figura femminile che, grazie alla sua forza e alla sua determinazione, è riuscita a farsi notare in un mondo prevalentemente maschile.

Modella, musa, fotografa e inviata: stiamo parlando di Lee Miller una donna che ha fatto la storia.

La sua infanzia fu tutt’altro che felice: in tenera età subì uno stupro da parte di un amico di famiglia ma, questo traumatico evento, non fermò la sua ascesa verso il successo. Sapeva cosa voleva e sapeva come ottenerlo.

Inizia la sua carriera a 19 anni quando Condé Nast in persona la nota e, folgorato dalla sua bellezza, la vuole tra le pagine delle sue riviste. E’ il 1927 quando fa la sua prima apparizione sulla copertina di Vogue.

Spirito frizzante e intelligente la Miller lascia New York per trasferirsi in Europa dove studia arte e fotografia. Ma non vuole stare soltanto davanti all’obiettivo, vuole di più.

Grazie alla sua bellezza diventa musa di numerosi artisti tra i quali basta ricordare Pablo Picasso che la ritrasse in ben 6 opere. Ma il legame più importante che ebbe in questa prima fase europea è senza dubbio quello con Man Ray.

 

Picasso Hotel Vaste Horizon bt Lee Miller

Picasso, Hotel Vaste Horizon

© Lee Miller Archives England 2018. All Rights Reserved. www.leemiller.co.uk

 

Inizialmente restio ad accettarla come allieva dovette ricredersi una volta scoperte le doti artistiche della donna. I due iniziarono un sodalizio artistico e personale che segnò le vite di entrambi. La loro relazione durò solo tre, intensi, anni e in questo periodo portarono avanti numerosi progetti e inoltre misero a punto la tecnica della solarizzazione fotografica.

Nel 1932, chiusa la storia con Ray, torna in patria, a New York, dove apre un suo studio fotografico in cui realizzerà per lo più ritratti.

Nel 1934 si sposa con Aziz Eloui Bey, un ricco egiziano, e si traferisce al Cairo. Qui si dedicherà alla fotografia scegliendo come soggetti le piramidi e il deserto, avvicinandosi così al reportage fotografico.

Nel 1937, durante un nuovo viaggio in Europa, conosce Roland Penrose pittore, storico e poeta che sarà uno dei maggiori esponenti del surrealismo britannico. I due iniziano a lavorare insieme ma presto il loro rapporto diventerà qualcosa di più: inizieranno una relazione che porterà la donna a lasciare il marito.

Nel 1939 Miller lascia l’Egitto per trasferirsi in pianta stabile a Londra.

Ma la pace e gli equilibri del mondo stanno per cambiare poiché il flagello della seconda guerra mondiale si sta per abbattere sul globo.

Il governo americano la rivorrebbe in patria ma la Miller non è avvezza a farsi dare ordini: ignorando i continui inviti dell’amministrazione Lee decide di rimanere nel capoluogo britannico.

Grazie alla sua testardaggine la Miller riuscirà ad essere accreditata, per Vogue, come corrispondente di guerra per gli stati Uniti. Un grande traguardo e un nodo cruciale per la sua carriera.

 

Copyright LeeMillerArchives Self portrait with headband New York USA c1932

Self portrait with headband, New York, USA, c1932

© Lee Miller Archives England 2018. All Rights Reserved. www.leemiller.co.uk

 

I suoi lavori ci restituiscono uno spaccato della vita londinese durante gli anni del conflitto il tutto sotto un’ottica completamente nuova: grazie alle sue foto vediamo il modo da un punto di vista femminile.

Ma è nel 1944 che le cose cambiano e i suoi orizzonti si allargano: la Miller sarà l’unica fotografa a seguire gli alleati durante lo Sbarco in Normandia.

Dopo il D-day viaggerà per l’Europa seguendo l’esercito e scattando foto per documentare dei pezzi di storia. Collaborando con David Sherman, fotografo di Life, si spinse fino a Parigi e a Berlino e arrivò fino al campo di concentramento di Dachau dove documentò le condizioni dei reclusi.

Fu una delle poche persone ad entrare nelle stanze private di Hitler. Una delle foto più celebri che la ritraggono è sicuramente quella scattata da Sherman mentre si sta lavando nella vasca del Fuhrer. Ho fatto uno strano bagno quando mi sono lavata lo sporco del campo di concentramento di Dachau nella stessa vasca da bagno di Hitler a Monaco.

La guerra però fu un’esperienza dura e lasciò sulla donna un segno indelebile. A causa del trauma subito cadde in un forte stato depressivo da cui riuscì ad uscire soltanto con l’aiuto di Penrose e di altri amici, tra cui l’ex amante Man Ray.

 

Copyright LeeMillerArchives Nude bent forward thought to be Noma Rathner Paris France c1930

Nude bent forward [thought to be Noma Rathner], Paris, France, c1930

© Lee Miller Archives England 2018. All Rights Reserved. www.leemiller.co.uk

 

La sua vita, intensa e fuori dagli schemi ha portato alla Miller una grande fama tanto che nel 2005 è diventata la protagonista di un musical di Broadway intitolato Six Pictures of Lee Miller.

Dal 14 marzo al 9 giugno 2019, al Palazzo Pallavicini di Bologna e curata da ONO Arte si terrà una mostra dedicata a questa grande donna dal titolo Surrealist Lee Miller.

La rassegna è composta da 101 scatti che ripercorrono l’intera carriera della fotografa: dagli esordi fino agli scatti bellici.

Preferisco fare una foto, che essere una foto, aveva dichiarato la Miller. Di foto ne ha realizzate parecchie e fare un salto a Bologna per conoscere il lavoro di questa donna, che non si è mai piegata davanti agli eventi, potrebbe essere una buona idea e anche una fonte d’ispirazione.

 

Laura Losi

Florence and The Machine @ Unipol_Arena

 

High As Hope Tour

Unipol Arena (Bologna) // 17 Marzo 2019

 

È già primavera all’Unipol Arena per la data bolognese dei Florence and The Machine. A poche ore dal tanto atteso ritorno della band capitanata da Florence Welch, il parterre è gremito di ragazze e ragazzi sorridenti che indossano coroncine di fiori, camicie dalle fantasie colorate, glitter e brillantini. Uno spirito di unione e spensieratezza che, galvanizzato ancora di più dall’energia degli eclettici Young Fathers in apertura, accoglie, intorno alle 21,15, gli otto musicisti che si posizionano ai rispettivi strumenti, su un palco dominato dai toni caldi delle luci e dei lunghi pannelli di legno.

 

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Ed ecco apparire lei, la regina della serata. Florence è vestita di un abito lungo ricamato, color acqua marina, in armonia perfetta con il suo candido incarnato e il rosso dei suoi capelli. Dalle prime note di June e Hunger, brani con cui esordisce anche l’ultimo lavoro in studio High As Hope, la voce eterea, potente, perfetta avvolge il pubblico in un crescendo di emozioni.

Ciao Bologna, è sempre bello tornare qui” – saluta – “Ogni volta che vengo in Italia, è un po’ come tornare a casa. Ora vi chiedo di cantare e ballare con me.  Non abbiate paura!

L’invito viene accettato, la vicinanza è concreta, palpabile. Tra canzoni del nuovo e del vecchio repertorio, l’artista inglese corre, salta, si libra in volo in piroette. Una figura in cui si fondono la libertà, il coraggio, l’istinto di un’amazzone e la grazia, l’eleganza, la delicatezza di una venere rinascimentale.

 

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Se South London forever è dedicata alla sua città natale ed è l’occasione per manifestare contro la brexit e qualsiasi tipologia di divisione in nome di un’Europa coesa, Patricia è un omaggio a Patti Smith, ispirazione costante nel percorso artistico della Welch. “Benvenuta a Bologna” – dice, guardando all’orizzonte, come se la sacerdotessa del rock fosse presente in quell’istante. Per Sky full of song, la scenografia si trasforma in un cielo stellato perché quel brano è sceso dall’alto, come necessità, come salvezza.

Si balla, si salta e, soprattutto, si fa un gesto sempre meno usuale durante i live. Infatti, su Dogs days are over viene fatta una richiesta: “So che è difficile, so che vi sembra strano…Ma, per favore, mettete in tasca per un attimo i vostri telefoni. Su, da bravi! Non condividete. Questo momento è vostro, solo vostro… e, se volete, posso dirlo anche in un inglese più formale… Togliete quei cazzo di telefoni!”.

È così Florence, spontanea, vera, umana. Cerca il contatto, scende le scale attraverso cui il palco arriva sino alle prime file e canta Delilah e What kind of man abbracciata ai suoi fan, aggrappata a loro, perché è grazie a loro che la melodia fiabesca di Cosmic love compie dieci anni. È grazie a loro che i suoi sogni di bambina sono diventati realtà. Ed è una sensazione tanto meravigliosa quanto terrificante, a volte. È una grande responsabilità, confessa, dimostrandosi profondamente riconoscente.

 

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L’encore è affidato alla solenne Big God e alla famosissima Shake it out. “Vi domando un’ultima cosa… cantiamola tutti insieme”. La chiusura perfetta del cerchio che rappresenta la rinascita di cui Florence è stata protagonista. Un inno a scuotere via i propri demoni, a danzare senza il loro peso sulla schiena. La consapevolezza di non poter cancellare mai totalmente il proprio passato ma accoglierlo, anche nel dolore. Lasciare che ciò accada, per liberarsi. Per volare alto, verso il proprio cielo. Per volare alto, come la speranza.

 

Testo: Laura Faccenda

Foto: Luigi Rizzo

Salmo @ Unipol_Arena

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• Salmo •

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P L A Y L I S T   T O U R

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Unipol Arena (Bologna) // 16 Marzo 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row css=”.vc_custom_1552435921124{margin-top: 20px !important;margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_column_text]La sera del 16 marzo a Bologna, Maurizio Pisciottu in arte Salmo, ha coinvolto il pubblico dell’Unipol Arena in uno spettacolo degno di un artista navigato che calca palchi importanti da qualcosa come quarant’anni.

Al mio arrivo, il palco e la scenografia sono coperti da teli neri. L’intenzione di creare attesa e curiosità con me generalmente funziona poco, dato che preferisco vedere il palco vuoto e immaginare cosa potrà succedere successivamente con gli artisti in scena.

In realtà la solennità dei tendoni neri unita al frastuono di un palazzetto sold out con personaggi di tutte le età hanno aggiunto un’aura di eccitazione che, diciamolo, ha toccato anche me.

L’artista olbiense, punta tantissimo sulla propria simpatia innata e sulla capacità di saper stare comodo comodo sul palco quasi come fosse casa propria e il risultato incarna un riuscito mix di sperimentazione ed eccitazione.

In un mondo indie tinteggiato principalmente di quel viola e rosa che io tanto amo, quello che Salmo ci presenta è un arancione carico nutrito da tinte rosso carminio. Un vitaminico mix che si amalgama con la forza espressiva di un artista a “tinte forti” che sceglie consapevolmente di essere differente affermando così la propria grandezza.

Sta esagerando, direte voi.

Ebbene, non proprio, dato che sono appena stata colpita all’altezza dell’ombelico dal pugno di un rapper che incorpora un sound rock sfiorando l’hardcore, perché forse non tutti sanno che Salmo alle spalle ha trascorsi rock, punk e metal dovuti alle tante collaborazioni con gruppi come Skasico e To Ed Gein, tra gli altri.

Jacopo Volpe alla batteria mi ha lasciato senza parole ancora una volta, passando da un rock melodico ad un rap atomico con la scioltezza con cui ci si addormenta dopo due ore di nuoto intenso. E che dire del basso di Dade (Linea 77 ndr)? Incredibile oggi sul palco come incredibile è sempre stato.

Salmo interagisce con il pubblico. Scherza, sfotte e poi chiede alla platea di collaborare con un pogo circolare che può fare invidia a Giotto. Una ragazza si ferisce e il dolce Maurizio la chiama sotto al palco per vedere se ha bisogno di qualcosa.

Cuore.

E mentre sono ancora qui a chiedermi se una bomba energetica come questa possa aver avuto precedenti, e per mia esperienza solo Caparezza lo eguaglia, Salmo ha fatto un cambio d’abito. Nero, tono su tono con luci stroboscopiche verdi che introducono il pubblico al suono techno che nemmeno alla festa dei cento giorni puoi trovare, e lì si che ti serve la carica, cazzo.

Arancione, rosso e giallo. Poi tinte acide, fredde. Occhiali da sole. Ora giubbino di pelle. Infine Nitro sul palco (per Dispovery Channel). E ancora stage diving buttandosi da un parapetto laterale… Salmo è un figo ragazzi, anche se non ha mai visto una partita di calcio (nota dolente per una calciofila) e non ha mai visto dal vivo una ola.

E comunque non è finita, perché ad un certo punto ci regala dei balli afro che se potessi gli chiederei se durante la propria adolescenza non sia passato qualche volta in Romagna alla Melody Mecca. No, perché ci saremmo potuti fare una birretta.

Comunque un giorno qui in redazione si diceva che ad ognuno il suo genere, ma se così fosse e nessuno si mettesse alla prova con ciò che non conosce, io non sarei qui a chiedermi come mai siano solo 6 mesi che ascolto Salmo.

Osate, ragazzi. Sperimentate. Ce lo insegna anche Salmo.

 

Grazie a VIVO Concerti

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Luca Ortolani

Testo: Sara Alice Cecarelli

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Danilo Sacco @ Teatro Sociale di Villastrada

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• Danilo Sacco •

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Teatro Sociale di Villastrada (Mantova) // 16 Marzo 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Mirko Fava

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row content_text_aligment=”center” css=”.vc_custom_1551661546735{padding-top: 10px !important;padding-bottom: 0px !important;}”][vc_column][edgtf_image_gallery type=”masonry” enable_image_shadow=”no” image_behavior=”lightbox” number_of_columns=”three” space_between_items=”tiny” image_size=”full” images=”12448,12444,12440,12447,12442,12441,12445,12443,12439,12446″][/vc_column][/vc_row]

Grandine: emozioni, passione e autoproduzione.

Tra le tante cose che amo fare c’è sicuramente quella di scoprire nuova musica, quella che nasce da fogli sparsi scritti a mano, da momenti di solitudine tra quattro mura e quella che prende vita dalla passione di chi crede in maniera smisurata in ciò che fa, partendo da zero e partendo da solo.

Marco Cappugi, in arte Grandine è senza dubbio uno di quelli.

Mi sono innamorata della sua voce un anno fa, quando per caso (anche se credo che nulla accada per caso) sono “inciampata” nell’unico singolo allora disponibile su Itunes: America.

Chi mi conosce sa bene il mio amore per gli States e la facilità con la quale io riesca ad amare qualunque cosa provenga da lì o abbia a che fare con questa parola.

Così leggo il titolo e in automatico schiaccio play, dando inizio al mio viaggio nella sua America, attraverso il suo concetto di America, come sempre paragonata a qualcosa di grande, al massimo a cui aspirare anche per fare una semplice promessa d’amore.

E’ proprio così che inizio a conoscere meglio questo ragazzo siciliano con il sogno di incidere un album.

Inizio a seguire passo dopo passo il suo lavoro, il suo impegno e le sue registrazioni in studio e quello che vedo mi colpisce, la sua umiltà mi colpisce tanto quanto le prime note di quell’unico singolo disponibile.

Giorno dopo giorno arriva il 18 gennaio, giorno d’uscita di Origami il suo album d’esordio e grazie al mio piccolo spazio su VEZ magazine con la rubrica “VEZ incontra” ho l’opportunità di incontrare Marco e fare in modo che riesca a raccontarsi un po’ e lo fa con il suo carico di umiltà ed emotività in questo modo….

 

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Marco Cappugi in arte Grandine, come nasce la scelta di questo nome e come inizia la tua/ sua storia? 

Il nome Grandine deriva dal mood delle mie canzoni, la mia musica è molto malinconica e si basa sui miei ricordi e le mie emozioni. Ricordi ed emozioni che spesso fanno male dentro e che ti segnano. Anche se sono siciliano, amo il freddo e l’inverno, sono un po’ meteoropatico. Cercavo un nome che descrivesse tutto questo e un giorno guardando un anime giapponese sentì il nome “Grandine”, me ne innamorai subito e decisi di farlo mio.

Per la realizzazione di Origami, il tuo primo album, hai utilizzato la piattaforma Musicraiser, promuovendo l’iniziativa sui social network, hai ottenuto il risultato che speravi? Raccontaci com’è andata. 

Essendo completamente auto-prodotto e non avendo alle spalle un’etichetta discografica o qualcuno che investa sulla mia musica, cercavo un modo per poter affrontare le spese di realizzazione e promozione dell’album. Così decisi di provare la strada del crowdfunding. All’inizio ero scettico, ci speravo ma non credevo che sarei riuscito a farmi finanziare dalle persone che ascoltavano la mia musica, era uscito solo il primo singolo America e pensavo fosse troppo poco per poter coinvolgere tanti fan. Per fortuna mi sono dovuto ricredere. America è arrivata al cuore di tante persone che mi hanno aiutato nella campagna di crowdfunfing su Musicraiser e sono riuscito, grazie a queste persone stupende, a finanziare il disco. Sono molto soddisfatto di come sia andata.

Hai tentato altre strade prima di decidere di auto-produrre interamente il tuo album o è stata una scelta netta, fatta a prescindere dall’eventualità di avere una casa discografica alle spalle? 

Mi piace autoprodurre la mia musica. Ogni canzone è come un figlio per me e mi piace potermi esprimere in libertà senza dover sottostare alle leggi di qualcuno o alle leggi di mercato. Ho sempre fatto quello che mi piace, senza pormi limiti e mi piacerebbe restare libero. Ovviamente sarei un ipocrita se ti dicessi “non voglio una casa discografica alle spalle”, però se mai succederà in un futuro spero che mi lascino la libertà di esprimermi.

 

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I tuoi testi sono ricchi di sentimenti, di vita vera e quotidiana, raccontata con estrema naturalezza, tanto da sembrare appunto “vissuta”. Quanto c’è di Marco nei tuoi testi? 

Direi il 100%. Non sono uno di quegli artisti che si creano il personaggio e raccontano di cose mai avvenute per vendere qualche disco in più. Tutto il mio mondo musicale ruota intorno a quello che sono veramente. Dal mio vestiario alla mia musica. Per me scrivere è uno sfogo, un modo per esternare quello che non riesco a dire nella vita di ogni giorno. Non sono una persona che parla molto, ma nella musica mi sento libero di raccontare tutto quello che sento. Scrivere una canzone è un po’ come fare una seduta da uno psicologo, e una volta conclusa la canzone e averla riascoltata mi emoziono tantissimo quasi al punto di piangere, proprio perché parla di cose che mi sono tenuto dentro per tanto tempo.

La tua musica è un mix perfetto di tanti stili che vanno dal pop al rap all’indie, pensi di esser cambiato in base ai tempi o hai sempre spaziato tra i vari generi? E se ne hai uno, qual è il tuo preferito? 

Come dicevo prima mi piace essere libero. Nella mia vita ho suonato diversi generi e diversi strumenti, dal punk al metal, dalla chitarra alla batteria. Quando ho iniziato a fare musica suonavo in un gruppo punk/rap, poi in un gruppo nu metal dove la componente rap era sempre presente nonostante si trattasse di metal. Ovviamente col passare del tempo la musica si evolve e cambiano i suoni. Io ho sempre suonato quello che mi piace a volte anche fregandomene se quel genere fosse ormai “obsoleto”. Più che un cambiamento credo sia un’evoluzione. Un artista, dal mio punto di vista, deve sempre sperimentare, evolversi e sapersi mettere in gioco. Mi piace ascoltare di tutto, non credo molto nella distinzione di genere nella musica, credo che se una canzone è scritta bene non importa il genere o chi la canti, conta solo quello che ti fa provare.

Il tuo disco è appena uscito e siamo solo all’inizio del 2019, sono previsti appuntamenti durante quest’anno, per ascoltarti dal vivo?

Ancora non c’è niente di ufficiale ma sto lavorando per portare Origami su più palchi possibili, speriamo bene.

Qual è l’augurio che fai a te stesso?

Di non cambiare mai. Di scrivere musica sempre e solo per la gente che come me ha qualcosa da esternare e non ci riesce a parole, mai per vendere qualche disco in più.

 

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Le parole di Marco, che siano all’interno dei suoi testi o all’interno di un’intervista, arrivano.

Arrivano i suoi messaggi positivi e arriva una speranza, cosa rara come questa sua sensibilità che traspare in ogni nota. La musica di Grandine è davvero forte come un chicco di grandine, è in grado di spaccare qualunque cosa volendo oppure semplicemente può rendere tutto più bello, anche solo per un attimo.

 

Claudia Venuti

Alborosie @ Campus Industry Music

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• Alborosie •

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Campus Industry Music (Parma) // 15 Marzo 2019

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Grazie a BPM Concerti

[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Foto: Mirko Fava

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Da Savona ai tour internazionali, ecco chi sono i Maximals

Un promettente duo della musica Electro-Nu Funky

 

Partire dalle quattro mura della propria cameretta per arrivare a calcare palchi di una straordinaria importanza come quello dell’Holi Fusion di Torino o quello dell’Amsterdam Dance Event. Sembra la classica storia di chi ce l’ha fatta o ce la sta facendo, ma – vi assicuro – non è mai così “classica”. Quella luce negli occhi di chi, ogni giorno, cerca di portarsi a casa una soddisfazione, non è mai qualcosa di scontato, e mi emoziona sempre.

Si chiamano Riccardo Patruno e Davide Alpino, in arte Maximals, e nella vita producono e suonano (perché sì, si può dire che un dj suona) la propria musica per l’etichetta discografica Protocol di proprietà del nientepopodimeno che il signor Nicky Romero in persona. E ho quasi detto tutto.

Quasi perché su di loro, di cose, ce ne sarebbero moltissime da dire. Partiamo con una precisazione. In un mondo dove la grande borghesia dell’Indie e della Trap sta avendo la meglio sul mercato musicale italiano, esistono tantissime “piccole” realtà che lavorano e producono musica di qualità ma che oggi, spesso, tendono a essere sovrastate dalla grande onda mediatica che sta elevando la musica italiana. Da un lato, per fortuna, ma dall’altro – mi verrebbe da dire – anche meno.

Maximals non solo come nome e brand ma anche come genere. Quando domando se ci sia un’etichetta precisa per le loro produzioni, mi spiegano che: “EDM è una sigla troppo generica per noi. Electro-Dance-Music vuol dire tutto e niente. Preferiamo attingere da diverse dimensioni musicali e creare il nostro stile; miriamo a diventare noi stessi un genere a cui le persone possano ispirarsi. In due parole: Maximals style!”.

Grandi aspirazioni, voglia di fare e di farsi sentire, di far divertire la gente durante gli show. Questo giovane duo savonese gioca con il proprio entusiasmo e da una passione nata in adolescenza sta tirando fuori il meglio di sé. Tanti progetti, di cui poco mi accennano – forse per scaramanzia – tantissime idee e un laboratorio di creatività in continuo fermento. L’X-Studios, infatti, nato da non molto nel centro di Savona, è il loro rifugio e coperta di Linus insieme: un luogo dove tutto comincia e dove i pensieri prendono forma.

Ma non voglio spoilerare troppo. Ascoltate che cosa mi hanno raccontato.

 

Servizio di Giovanna Ghiglione

 

Peter Bjorn and John @ Locomotiv_Club

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• Peter Bjorn and John •

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Locomotiv Club (Bologna) // 14 Marzo 2019

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Foto: Luca Ortolani

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WHITE LIES • DOPO IL SUCCESSO DEL LIVE AL PALAESTRAGON DI BOLOGNA TORNANO IN ITALIA PER UNA NUOVA DATA!

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WHITE LIES

 

DOPO IL SUCCESSO DEL LIVE AL PALAESTRAGON DI BOLOGNA

 

TORNANO IN ITALIA PER UNA NUOVA DATA!

 

29 LUGLIO 2019 @ MILANO

CIRCOLO MAGNOLIA (STAGE A)

 

Prezzo biglietto:

Posto unico € 25,00 + € 3,75 diritti di prevendita

 

Prevendite Autorizzate:

Ticketone.it

 

Biglietti disponibili su Ticketone.it a partire dalle ore 12.00 di mercoledì 13 marzo 2019 e in tutte le rivendite autorizzate Ticketone dalle ore 12.00 di sabato 16 marzo 2019.

 

L’organizzatore declina ogni responsabilità in caso di acquisto di biglietti fuori dai circuiti di biglietteria autorizzati non presenti nei nostri comunicati ufficiali

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Whitelies 2019 milano FB 1200x1200

 

 

Grandissimo successo di pubblico per i WHITE LIES, che, dopo aver stupito il pubblico italiano con l’incredibile live di ieri sera al PalaEstragon di Bologna, non accennano a fermarsi e annunciano un nuovo concerto in Italia. Infatti, la band indie rock inglese tra le più rappresentative del genere nel panorama musicale globale si esibirà anche il 29 luglio 2019 a Milano, presso il Circolo Magnolia (Stage A).

Dopo aver girato il mondo, suonando nelle venue più importanti e aggiudicandosi un posto fisso nella line up dei migliori festival internazionali, i WHITE LIES sono pronti a tornare nel nostro Paese con uno show imperdibile.

La formazione del gruppo risale al 2002: i testi poetici delle loro canzoni sono scanditi dalla voce decisa e teatrale di Harry Mc Veigh e accompagnati dal basso e dalla batteria rispettivamente di Charles Cave e Jack Lawrence Brown. A inizio 2009 viene pubblicato il primo album, intitolato “To Lose My Life”. Il disco raggiunge da subito la vetta di tutte le chart inglesi e contiene le hit “Farewell To The Fairground”“Death” e “To Lose My Life”, brano che ha vertiginosamente scalato le classifiche di vendita, arrivando alla posizione #1 nel Regno Unito.

 

Nel 2011 la band pubblica il suo secondo disco, “Ritual”, prodotto da Alan Moulder (già collaboratore di Depeche Mode e Smashing Pumpkins), che vola in pochi giorni al terzo posto della classifica UK, seguito da “Big TV” (2013), terzo lavoro in dodici tracce prodotte da Ed Buller, mixate da Mark “Spike” Stent e pubblicate da Fiction Records, che contribuisce a rafforzare lo status del gruppo all’interno del circuito musicale internazionale. Ad ottobre 2016 i White Lies pubblicano il loro quarto album, “Friends”, che entra subito nella Top20 di molti paesi in tutta Europa, riconfermando il loro stile di scrittura unico.

 

Il 1° febbraio è uscito il nuovo, esplosivo album della band, intitolato “Five”, anticipato dal singolo “Time to Give”. Con queste parole, il gruppo descrive “Five”: “Si tratta di un album che rappresenta una pietra miliare per i White Lies, simbolo dei nostri dieci anni insieme come band. Il disco ci ha spinto a espandere il nostro sound ed esplorare nuovi territori artistici, segnando un nuovo ed eccitante capitolo per la nostra storia”.

 

LINK:

https://www.whitelies.com/

https://www.facebook.com/WhiteLies/

https://www.instagram.com/whiteliesofficial/

https://open.spotify.com/artist/6ssXMmc5EOUrauZxirM910

https://www.youtube.com/user/whiteliesofficial/

 

Foto copertina: Luca Ortolani[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

ELBOW • UNA DELLE BAND PIÙ LONGEVE DEL BRIT POP ANNI ’90 TORNA IN ITALIA CON UN NUOVO ALBUM IN USCITA IN AUTUNNO

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Barley Arts

presenta

 

ELBOW

 

 

UNA DELLE BAND PIÙ LONGEVE DEL BRIT POP ANNI ’90

TORNA IN ITALIA CON UN NUOVO ALBUM IN USCITA IN AUTUNNO

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Gli Elbow tornano in tour con una serie di appuntamenti che conta già un buon numero di sold out nel Regno Unito. La band sarà nel nostro paese giovedì 7 novembre all’Alcatraz di Milano e i biglietti saranno disponibili a partire dalle ore 10 di venerdì 15 marzo sui circuiti Vivaticket e Ticketone (online e punti vendita).
Con quasi trent’anni di amicizia e di carriera artistica alle spalle, gli Elbow si sono formati a Bury, una cittadina vicino Manchester, Regno Unito, quando erano ancora al college e mantengono da sempre la loro formazione originale, con Guy Garvey (voce e chitarra), Craig Potter (tastiere), Mark Potter (chitarra) e Pete Turner (basso).
I due album più recenti, The Take Off and Landing of Everything (Fiction Records, 2014) e Little Fictions (Polydor Records, 2017), hanno debuttato nelle classifiche dei Top Album britannici e con i loro tour in tutto il mondo hanno fatto registrare un numero sempre crescente di fan.
La band si è costruita nel tempo una credibilità molto forte, restando fedele a sonorità alternative e post rock, mescolate ad un’elettronica tipicamente brit pop. Coerenza e sincerità sono i capisaldi del gruppo che pur non avendo mai cambiato genere ha saputo mettere in discussione il suo approccio nei confronti della musica, riuscendo così a rinnovarsi ad ogni album.
Sempre amati anche dalla critica, gli Elbow conquistano numerosi premi e riconoscimenti durante la loro carriera: un Mercury Prize nel 2008 per l’album The Seldom Seen Kid ed un Brit Award come miglior band dell’anno 2009. Inoltre lo scorso anno Guy Garvey ha vinto due premi come miglior band leader, agli Artist and Manager Awards e ai BASCA 2018, e per l’occasione, in riferimento a tutta la sua band, ha affermato: «Onestà è per noi una parola ricorrente e nella nostra musica c’è sempre un equilibrio perfetto tra amore e realismo. Noi siamo l’uno per l’altro i nostri più grandi riferimenti. Dopotutto è insieme che abbiamo passato la maggior parte della nostra vita.»
Gli Elbow pubblicheranno nei prossimi mesi una speciale versione in vinile del loro Seldom Seen Kid Live At Abbey Road, in occasione dei 10 anni dalla sua uscita, e intanto sono al lavoro sul loro ottavo album in studio che uscirà entro l’autunno di quest’anno, accompagnato da un tour che tra i tanti paesi toccherà anche l’Italia.
ELBOW
 
Giovedì 7 Novembre 2019
Milano, Alcatraz – Via Valtellina, 25
Posto unico in piedi: € 30,00 + prev.
Inizio concerti h. 21.00
I biglietti saranno disponibili a partire dalle ore 10 di venerdì 15 marzo sui circuiti Vivaticket e Ticketone (online e punti vendita).

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