Tame Impala @ Unipol Arena
Bologna, 13 Aprile 2026
Se siete entrati all’Unipol Arena con l’idea di vedere una “band” nel senso classico del termine, quattro tizi che sudano su una batteria e un paio di amplificatori Marshall, siete rimasti delusi. Se invece cercavate un’esperienza extra-corporea guidata da un tizio che sembra appena uscito da un mercatino dell’usato di Byron Bay, allora eravate nel posto giusto. Kevin Parker, il genio dietro il marchio Tame Impala, ha ufficialmente trasformato il palazzetto bolognese in una gigantesca lampada lava.
Ma procediamo con ordine.
Erano almeno quattro anni che l’artista australiano non metteva piede in Italia, e i nostalgici dei portici bolognesi avevano fame di lui. Il problema dei Tame Impala è che cercare di incasellarli in un unico genere musicale è decisamente riduttivo: ogni disco cambia forma. Parker ,infatti, è partito come il pioniere dello psych-rock e virtuoso dei pedalini per gli amanti dello shoegaze, ma il suo ultimo lavoro Deadbeat va in tutt’altra direzione. La chitarra ormai è diventata un accessorio d’arredamento e si va verso una dance che flirta pesantemente con la techno.
Il palco era dominato da un anello di luci: una struttura luminosa sospesa battezzata “l’astronave”, che fluttuava sopra i musicisti come un gigantesco occhio di bue pronto a giudicare il nostro scarso senso del ritmo. I visual erano un tripudio di geometrie impossibili e colori talmente saturi da rendere superflua qualsiasi sostanza chimica esterna: ci hanno pensato i laser e i cannoni spara coriandoli a darci il colpo di grazia.
La scaletta è stata un equilibrio perfetto: dai classici acidi di Lonerism, come Apocalypse Dreams e il riff martellante di Elephant, fino alla viralissima Dracula, l’ultima hit estratta dal nuovo album che ha fatto ballare anche i pilastri di cemento armato dell’Arena. A metà serata, la tensione psichedelica ha concesso una tregua tattica. Mentre un video sui maxi schermi ci mostrava una sacrosanta e umanissima “pausa wc” di Kevin nel backstage (perché anche i geni del synth hanno una vescica), i quindicimila presenti si sono girati di scatto verso il Palco B. Lì, davanti al mixer, è spuntato un fungo di cortesia: un mini-salotto con abat-jour e cuscini dove Parker si è accomodato per un DJ set minimalista. Un momento di respiro necessario per ricordarci che, sotto i laser da milioni di dollari, batte il cuore di un nerd che vorrebbe solo stare in pigiama a smanettare con i campionatori. La volata finale è stata una tripletta eseguita con una precisione quasi irritante: My Old Ways, l’immancabile inno degli amori disagiati The Less I Know the Bettere la malinconia balneare di End of Summer. Siamo usciti verso i cancelli con la stessa sensazione che si prova l’ultima domenica di agosto: quella consapevolezza brutale che domani si torna in ufficio e la magia è finita.
Uscendo, però, resta il dubbio amletico che attanaglia chiunque frequenti produzioni di questo calibro: senza tutta questa fiera della tecnologia, ci saremmo divertiti ugualmente? Se Kevin suonasse le stesse canzoni seduto su uno sgabello di legno con una chitarra acustica, la sua musica farebbe ancora da padrona o ci accorgeremmo che, a volte, sono proprio i fronzoli a nascondere il vuoto? Forse la risposta è in un pedale delay, ma non sono ancora riuscita a trovarla.