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Afghan Whigs

Soft Control

Royal Cream/BMG
21 Agosto 2026
di Andrea Riscossa

Elegante. Sofisticato. Denso. 
La differenza tra un tiramisù a regola d’arte e l’ultimo lavoro degli Afghan Whigs, il quarto post reunion, sta solo nel fatto che il secondo, pare, non vi farà ingrassare.
Il problema sta nel fatto che, almeno per il sottoscritto, li ricordavo più vicini ad altri tipi di dolci. Altre sonorità, altra ruvidezza, altri ritmi. Forse altri anni. 

O, forse, andavano presi sul serio, quando Dulli e soci hanno dichiarato che il titolo è stato ispirato da una frase di David Bowie, che suona circa così: “invecchiare è un meraviglioso processo in cui diventi la persona che avresti sempre dovuto essere”.
Una sorta di determinismo da Duca Bianco, o semplicemente uno sguardo da uomo saggio rivolto al proprio passato, sguardo che può guardare con indulgenza e consapevolezza a tutti i bivi presi, alla traccia lasciata lungo il cammino, alla storia che ognuno ha scritto.
Un ottimo spunto che farebbe venire voglia a qualunque Greg Dulli una voglia matta di costruirci su un album. 

Un disco di 37 minuti, risultato di un attento processo di selezione, date le 22 tracce uscite dagli studi di registrazione. Per la precisione, Soft Control è stato partorito tra il Fireside Sound di Joshua Tree, i Marigny Studios di New Orleans, il Gold Diggers Sound di East Hollywood e il Sycamore di Cincinnati.
Un’antologia, figlia di una vena creativa che non sembra esaurita e di numerose collaborazioni con artisti di fama mondiale. 

L’album apre con una non memorabile Jungle Roux, che spiazza e che si affaccia su territori non propriamente associati ai Whigs. Per fortuna o per metterci seduti comodi, segue un’autoproclamazione in House of I, che lega stilemi tipici della band, che cita Gentlemen, che ci riporta a casa.
La chiave del disco sta nei cassetti della terza traccia, che parla di maturità, dello scorrere del tempo, dei ricordi. Dulli ci presenta il conto con un bicchiere dolce amaro.
Seguendo lungo la lista delle tracce è chiaro che abbiamo per le mani uno strano album di Americana, condito dagli archi sontuosi The Deepest Part of the Darkest Shadow fino all’armonica di Memphis, Texas, che ricorda financo gli ultimi lavori di Bruce Springsteen. Stessa ariosità, stessa orchestralità, stessa malinconia. I fiati tornano in Mariah Luster, mentre l’autocitazione ricompare in 77, chiarissimo ed esplicito riferimento all’amata 66, del lontano 1998.
Diventano catchy in Loose Talk, che prepara il terreno per la chiusura in pompa magna di A Simulation, dove i Whigs mettono sul tavolo sia archi sia pianoforte, per una ballata che ci porta ai titoli di coda. 

Dopo il primo ascolto ho scritto cinque righe, che, per onore di cronaca, riporto nella loro spietata crudezza: “disco che nasce maturo. Al massimo post-adolescenziale, ma sicuramente non ha una fase d’ascolto in cui si pensi di doverlo digerire. È già digerito. Già malinconico. Eh, già”.
(Ho dovuto consultare certi siti, per l’uso compulsivo del “già”, chiedo venia).

Quindi.
Pretendere un rinnovamento da signori che suonano insieme da quarant’anni è cosa errata. Posso serenamente affermare che sedendomi ad ascoltare in cuffia Soft Control ho sentito ciò che mi aspettavo.
Non c’è una frase fuori posto, un accordo di troppo, è sartoriale, prodotto con maturità e coerenza.
Inevitabilmente questo porta a una sorta di lungo déjà-vu, nonostante alcuni colori nuovi in tavolozza.
E quindi, per chiudere, se siete fans degli Afghan Wighs, avete un buon album per le mani. Se siete fermi agli album degli anni ‘90, vi annuncio che sono passati trent’anni, fateci pace.
Solo il polpettone di mamma è più buono, sulla lunga distanza.