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Kaiser Chiefs @ Magazzini Generali

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• Kaiser Chiefs •

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Magazzini Generali (Milano) // 8 Febbraio 2020

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Foto: Elisa Hassert

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Grazie a D’Alessandro & Galli

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Tindersticks @ Philharmonie, Berlino (DE)

Philaharmonie, Berlino (DE) // 04 Febbraio 2020

 

“Non ho mai pensato che nella vita, per procedere, bisognasse necessariamente andare in linea retta”.

La dice Marco Paolini, ne Il Milione. La faccio mia, per oggi, perchè seguire un’unica direzione, un filo (immaginario o meno), per raccontare cosa è stato il live dei Tindersticks alla Philharmonie Berlin, mi risulta davvero difficile. 

Ci sono diversi piani di lettura, diversi aspetti, alcuni più rilevanti di altri, diversi punti di vista, come se tenessi in mano un poliedro irregolare, un diamante, e ruotandolo nella mano ci guardassi attraverso da ogni faccia, ognuna diversa dall’altra.

Arrivo a Berlino il giorno precedente al concerto, in compagnia di una coppia di amici e della mia signora, e siamo tutti e quattro eccezionalmente, per la prima volta, senza prole (rimasta a testare i nonni sulla distanza delle 48 ore. Spoiler: prova brillantemente superata). Trascorriamo la giornata in giro per la città, tra l’East Side Gallery, il Memoriale per gli ebrei, il Museo Ebraico, combattendo contro un vento tagliente che non dà un attimo di tregua. Anzi, verso le 19, mentre a piedi risaliamo Postdamer Straße in direzione Philharmonie, si aggiungono delle fine gocce di pioggia fredda, a rendere il tutto più invernale e complicato.

Ad ogni modo guadagniamo l’ingresso e nemmeno troppo timorosi cominciamo a dare uno sguardo intorno. Il foyer è già piuttosto affollato e praticamente ogni persona sta sorseggiando del vino bianco da un piccolo calice o della classica birra, qualcuno addenta un Brezel. Butto una furtiva occhiata al listino prezzi e penso che tutto sommato l’acqua che ho nella mia bottiglietta non è poi male. 

Poco dopo le 19:30 viene aperta anche la sala concerti e impaziente raggiungo il mio posto. E la meraviglia. Davvero. Nelle settimane scorse avevo letto diversi articoli e spiegazioni circa l’architettura della Philharmonie, nella quale ogni singolo dettaglio, ogni particolare, ogni elemento risulta funzionale alla resa acustica dell’esecuzione. Dal legno degli schienali delle poltrone (kambala), alle 136 piramidi appese al soffitto che hanno lo scopo di assorbire i bassi, agli elementi sopra il palco che prevengono la dissipazione del suono e ad altre nozioni delle quali capisco poco ma che affascinano molto.

La sala si riempie piuttosto rapidamente e poco dopo le 20, abbassatesi le luci, i cinque Tindersticks, tutti vestiti di scuro, sulle note di A Street Walker’s Carol, raggiungono il palco.

I tre superstiti membri originali della band, Staples al centro, Neil Fraser alla chitarra a destra, David Boutler alle tastiere, xilofono (e piattini) a sinistra, Dan McKinna al basso e l’americano Earl Harvin (mio MVP) alla batteria e percussioni.

Prima piccola doverosa digressione: il mio primo contatto con i Tindersticks, inglesi, attivi dal 1991, risale ai primi anni 2000. Non ricordo di preciso l’anno, ma ero nel periodo in cui acquistavo dischi con una certa assiduità ed avevo l’usanza, insieme ad un paio di amici, di comprarne, di tanto in tanto, di artisti sconosciuti, fidandoci esclusivamente della copertina. La mia scelta quel dì, pescando dallo scaffale delle offerte, cadde su Can Our Love.., che ancora oggi rimane uno dei dischi con la copertina più brutta di tutti i tempi (a parer mio s’intende).

Fu amore, immediato e totalizzante. E duraturo, se a distanza di vent’anni sono disposto a farmi 1043 km (secondo Google Maps) per vederli dal vivo. Le atmosfere notturne, No Man In The World, la voce baritonale, nasale, di Stuart A. Staples. E soprattutto le copertine. Dio mio le copertine. Qualche settimana più tardi acquistai anche Curtains il loro terzo disco, l’omonimo debutto e l’omonimo secondo disco (già, il primo e il secondo album dei Tindersticks si intitolano entrambi Tindersticks). Questi quattro dischi (ma anche alcuni successivi) hanno una peculiarità: la bellezza delle loro musica è inversamente proporzionale alla bellezza della loro copertina. O direttamente proporzionale alla bruttezza. Insomma, per capirsi, sono dischi meravigliosi con un artwork alquanto discutibile. Ecco.

Si parte con Before You Close Your Eyes, con Stuart A. Staples, frontman e attore principale, ad ondeggiare dolcemente nel mezzo, prima di avvicinarsi al microfono per deliziare la platea adorante con la sua inconfondibile voce, e quel disperato, dimesso I never cry for our love/I never cry. 

Una delle prime sensazioni che provo, superato l’iniziale momento di sopraffazione emotiva e conseguente azzeramento delle facoltà cognitive, è la qualità dell’esecuzione. Voi direte “eh, grazie, sei solamente in una delle sale da concerto migliori al mondo!”; vero, però c’è dell’altro. C’è di più. E ne ho la riprova quando parte How He Entered, direttamente da The Waiting Room, un recitativo con una metrica non convenzionale, ovvero che fugge dal canonico 4/4. La narrazione di Staples poggia su una trama più scarna della versione su disco, che guadagna in espressività e funge da incontrovertibile banco di prova, senza appello, per la band, che ne esce in maniera sontuosa: di fronte ad un irreale devoto silenzio, su di un palco che non permette la minima sbavatura, che ti permette di riconoscere indistintamente un tocco di piattini (quelli da dita per intenderci) in mezzo a due chitarre, un basso, una batteria e il piano, non puoi fingere, non puoi nemmeno nasconderti, e la grandezza dell’esibizione dei Tindersticks risiede proprio (anche) lì, ovvero nella destrezza del gestire il piano ed il forte, di dilatare gli spazi e serrarli, di elevare il loro “pop notturno” a livelli d’eccellenza e raffinatezza (Willow, la conclusiva For The Beauty, tra le molte).

La scaletta, come logica vorrebbe, verte per quasi la metà sull’ultimo No Treasure But Hope, alla quale si alternano brani che coprono quasi totalmente la discografia della band. E faccio una seconda piccola digressione: delle mie ipotizziamo quindici canzoni preferite dei Tindersticks, se dovessi stilare un elenco, non ne è stata fatta nemmeno una; quindi esatto, niente Tiny Tears, Until The Morning Comes, We Are Dreamers, la già citata No Man In The World, Dying Slowly. Sì, hanno fatto A Night In, e Pinky In The Daylight, però che bello quando un artista non diventa vittima (o succube) del volere popolare, del bambino viziato, e anzi porta il pubblico fuori dalla cosiddetta comfort zone. È lì che la musica aggiunge valore, diventa educativa, diventa arricchente. È lì che si espandono gli orizzonti. 

È lì che voglio stare.

L’ha detto meglio di tutti Edward Morgan Forster: Spoon feeding in the long run teaches nothing but the length of the spoon.

Staples e soci si congedano con una magnifica A Night So Still, ennesimo suggello ad una vera e propria lectio magistralis musicale, misurata ma non pigra, elegante senza essere mai boriosa, alta ma mai altezzosa. Si alzano le luci e mi alzo in piedi assieme a tutto il resto del pubblico per tributare il giusto riconoscimento ad una band a cui devo molto e che stasera mi ha fatto sentire un privilegiato. 

 

Alberto Adustini

Green Day “Father of All Motherfuckers” (Reprise Records, 2020)

2020 Ritorno al futuro

 

L’adolescenza è una situazione transitoria nella vita di tutti, eppure mentre la vivi sembra non finire mai. La ribellione la fa da padrone, verso la famiglia, la scuola, la società. 

Chi ha vissuto gli anni ‘90 come adolescente ricorda quanto eravamo incazzati e rissosi. Non volevamo saperne di adattarci alla società e la musica era il nostro mezzo per comunicare questo disagio.

Grazie alla “new punk explosion”, ossia la corrente di pop punk iniziata proprio durante quegli anni, la rotazione giornaliera di MTV era piena di gruppi capitanati da personaggi strambi, che urlavano inni all’apatia e al disagio verso il mondo. Nelle nostre menti risuonavano i NOFX, Offspring, Pennywise, Rancid, ma la band che più ha caratterizzato la scena pop punk di quegli anni son stati i Green Day.

Nel ‘94 esplose Dookie, terzo album di questo trio di pazzi furiosi, ma fu Basket Case il brano più iconico della band.

Per tutti quelli che son cresciuti al grido di “Sometimes I give myself the creeps, sometimes my mind plays tricks on me” l’uscita del nuovo disco di questo gruppo è un po’ come la telefonata di un ex fidanzato che non senti da anni. 

Father of All Motherfuckers (letteralmente Padre di Tutti gli Stronzi) è la rappresentazione di quello che sono stati i Green Day per noi adolescenti problematici che son cresciuti con quel tipo di rabbia che non svanisce con l’età adulta, ma rimane dentro e si ripercuote nella vita di tutti i giorni.

La paura maggiore (per gli amanti del genere e della band) era trovarsi davanti un Billie Joe Armstrong cresciuto e cambiato. Ma ci sorprendono sempre ‘sti pazzi, e questo nuovo lavoro musicalmente non è molto lontano dalle loro sonorità e contiene testi significativi.

Il brano di apertura (che prende il nome dal disco) possiede un’alone indie rock, e con la frase “I live inside of us” sintetizzano al meglio quasi trent’anni di carriera.

Le schitarrate indie rock proseguono nei brani seguenti Fire, Ready, Aim, Oh Yeah (“I am a kid of a bad education” e noi voliamo) e Meet Me On The Roof.

Si ritorna alle radici punk con I Was A Teenage Teenager, l’intro composto dal basso e voce ci fa rivivere l’adolescenza, le crisi di nervi, l’insicurezza e la nostra maleducazione civica.

Stab in you heart è un omaggio al rock’n’roll, con cori, giri di chitarre ed assoli tipici del genere. Sembra di trovarsi nella scena di Ritorno al Futuro dove Marty intona Johnny B. Goode davanti alle espressioni attonite dei presenti.   

La vecchia sensazione di essere dei perdenti che non fotteranno mai la reginetta della scuola continua a perseguitarci anche da adulti, e in Sugar Youth riversano tutto la loro voglia di scatenare l’inferno. 

Junkies On a High oltre ad essere coerente con il loro stile (ci ricorda vagamente Boulevard Of Broken Dreams)  è  il manifesto della concezione di vita per Billie: “My downward spiral / Rock’n’roll tragedy / I think the next one could be me / Heaven’s my rival / I sing in revelry”. Molti perbenisti odieranno questa canzone, dove vi è quasi un invito ad assumere droga, a lasciare che il mondo vada a puttane senza muovere un dito.                                  

I Green Day sono l’emblema della rabbia giovanile e dell’abuso di qualsiasi sostanza, li ritroviamo anni dopo, sempre pronti a farci scatenare con pezzi ritmati. Il disgusto per il mondo non è cambiato, ma ha lasciato il posto ad una strana consapevolezza di quello che è stato, senza rinnegare gli errori commessi e il bisogno di esprimere sentimenti quasi mai positivi.                                                                                                     

Questo album è un ritorno alle origini musicalmente parlando, il riassunto di una vita passata a sbroccare sul palco, a vomitare disagio. Sono stati un supporto alla nostra adolescenza, ci hanno tolto la solitudine e regalato comprensione. Ora che siamo adulti ci stanno comunicando che loro son qui, e non intendono abbassare la testa.

 

Green Day

Father of All Motherfuckers

Reprise Records

 

Marta Annesi

 

Nada Surf “Never Not Together” (City Slang, 2020)

IndieVirus

 

Il vero amante delle serie TV è quello che si affeziona anche alle colonne sonore. E ci sono delle canzoni che ti rimangono dentro tuo malgrado, perché sono legate all’emozione che, empaticamente, ti ha stimolato la scena del telefilm.

Ecco, per me è stato con i Nada Surf in O.C. con If You Leave e in vari episodi di How I Met Your Mother.

Una band che venne inserita nella rotazione di MTV con Popular nel 1996 (brano che rappresentava un’aperta critica verso i giovani, diventata hit estiva) non è mai riuscita a sfondare del tutto, sopratutto dopo che l’etichetta discografica li scaricò per divergenze stilistiche.

Il loro inizio alt-punk-rock simil Sonic Youth si è lentamente avvicinato al pop, tramutandosi nel corso degli anni (e delle mode) in una band indie rock. 

Il loro nuovo lavoro, Never Not Togheter, nono album della band statunitense, esce a distanza di quattro anni dal precedente You Know Who You Are.

Ormai lo spirito dell’indie li ha completamente infettati: alternando saggiamente ritmi rilassati a suoni più accesi, creano un ambient rilassato come in So Much Love, la canzone di apertura dell’album.         

I brani sono caratterizzati dalla presenza di un buon sound, interessanti le chitarre e i rullanti tosti della batteria.                                          

Un ritorno alla parte infantile e ai sentimenti genuini, questo è il frutto di anni di conoscenza, di impegno e sacrificio. La squadra composta da Matthew Caws, Ira Elliot e Daniel Lorça sembra aver trovato la sua vera nicchia.

L’ingenuità con cui inizia Looking For You e l’elettrica alla fine, la dolcezza di Crowded Star e quel riff di chitarra semplice ma ipnotico, sono dei validi motivi per ascoltare questo album.                                                                                            

La voce delicata di Caws, in contrapposizione con chitarra e batteria, crea un mix piacevole e accattivante in Mathilda.                                                                              

Questo loro nono album insegue un’idea di musica abbastanza commercializzabile, un’indie rock sentimentale, delicato, con riferimenti elettropop (come in Come Get Me e Something I Should Do).

Musicalmente preparati, è tangibile il loro feeling, come gruppo e come esseri umani.

Un album piacevole da ascoltare, anche se alcune volte ricade nello scontato. Per noi, nulla di nuovo, ma apprezzabile a livello di musicalità.

Sperando che questa sia la volta buona per questi artisti, che abbiano finalmente trovato il loro equilibrio e la loro vocazione.

Che l’Indie Rock Sia Con Voi.

 

Nada Surf

Never Not Together

City Slang

 

Marta Annesi

 

SO ’90s FESTIVAL || AQUA, EIFFEL 65, VENGABOYS + MORE TBA – Due appuntamenti a MILANO e ROMA a LUGLIO con la musica che ha segnato gli anni ’90

TRE GRUPPI CHE HANNO SEGNATO LA STORIA E LA CULTURA MUSICALE DEGLI ANNI ‘90

 

DUE APPUNTAMENTI A MILANO E ROMA 

PER RISCOPRIRE 

UNO DEI DECENNI SIMBOLO DELLA DANCE MUSIC 

 

SO ‘90s FESTIVAL

AQUA

EIFFEL 65

VENGABOYS

 

GIOVEDÌ 2 LUGLIO 2020

MILANO @ IPPODROMO SNAI SAN SIRO

 

VENERDÌ 3 LUGLIO 2020 

ROMA @ IPPODROMO DELLE CAPANNELLE

 

Biglietti disponibili su ticketone.it da venerdì 7 febbraio 2020 dalle ore 10.00 

e in tutti i punti vendita Ticketone e nelle prevendite autorizzate da mercoledì 12 febbraio 2020 dalle ore 10.00 

L’organizzatore declina ogni responsabilità in caso di acquisto di biglietti fuori dai circuiti 

di biglietteria autorizzati non presenti nei nostri comunicati ufficiali

 

Vivo Concerti annuncia SO ‘90s FESTIVAL’, uno show dedicato a tutti gli amanti della musica anni Novanta, che avranno occasione di rivivere le atmosfere, i colori e le emozioni che hanno caratterizzato quel magico decennio. Due eventi estivi previsti per giovedì 2 luglio 2020 presso l’Ippodromo SNAI San Siro di Milanovenerdì 3 luglio all’Ippodromo delle Capannelle di Romadove si esibiranno tre delle band più rappresentative del panorama musicale dance internazionale di quel periodo: AQUA, EIFFEL 65 e VENGABOYS.

 

Gli AQUA conquistano l’attenzione del pubblico a partire dal 1997 grazie al loro primo album, dal titolo ‘Aquarium’, e diventano immediatamente un sensazionale fenomeno pop. Il disco contiene i singoli ‘Barbie Girl’ (141 milioni di stream su Spotify e 702,7 milioni di video views su YouTube), ‘Roses are Red’, ‘My Oh My’, ‘Doctor Jones’ e ‘Turn Back Time’, riconosciuti e amati da un’intera generazione che segue il gruppo nei suoi tour planetari, ricchi di stravaganza e carisma.

Nel 2000 esce il loro secondo album, ‘Aquarius’, che contiene le hit ‘Cartoon Heroes’ e ‘Around the World’. Successivamente, decidono di prendersi un periodo di pausa. Ma la magia non può finire così e nel 2009 tornano insieme per pubblicare un ‘Greatest Hits’, progetto che include due inediti: ‘Back to the 80’s’ e ‘My Mamma Said’. Il terzo album in studio, dal titolo ‘Megalomania’, esce nel 2011 e segna la svolta della band convertitasi a nuove sonorità e ad un elettro-pop più moderno. Con oltre 30 milioni di copie vendute in tutto il mondo, gli AQUA rappresentano una delle più grandi band pop a cui la Danimarca abbia mai dato i natali, affermandosi tra gli artisti più riconosciuti a livello internazionale, grazie alla loro musica.

 

Gli EIFFEL 65, una delle band simbolo della musica dance italiana, si formano negli anni ‘90 dall’incontro di Jeffrey Jey, Maury Lobina e Gabry Ponte. Il loro singolo di debutto, dal titolo ‘Blue Da Ba Dee’(certificato disco di platino) raggiunge immediatamente un successo incredibile e li consacra stelle del panorama italiano ed internazionale della disco music: il brano raggiunge la #1 posizione nelle classifiche dance in diversi paesi tra cui Inghilterra e Stati Uniti e, a questi risultati, seguono concerti in tutto il mondo, insieme alla pubblicazione dei primi due album, ‘Europop’ (1999) e ‘Contact!’ (2001). Da allora, gli Eiffel 65 vendono oltre 15 milioni di dischi, diventando una delle band italiane ad aver venduto più album in tutto il mondo. Nel 2002 pubblicano la loro prima canzone in italiano dal titolo ‘Cosa resterà’, che anticipa l’uscita del terzo album, dall’omonimo titolo Eiffel 65(2003). Il brano è seguito da ‘Quelli che non hanno età’ e ‘Viaggia insieme a me’ .Dopo alcuni anni di pausa, durante i quali i singoli componenti portano avanti progetti solisti, gli Eiffel 65tornano nel 2016 con un nuovo singolo intitolato‘Panico’ e continuano ad esibirsi live in tutto il mondo.

 

In ultimo, i VENGABOYS, gruppo europop olandese composto da Cowboy Donny, Captain Kim, Partygirl D’NiceeSailorboy Robin. La storia della band ha inizio nei primi anni ‘90, durante alcuni dj set: sono state proprio le feste in spiaggia ad Ibiza ad unire i componenti, che negli anni seguenti hanno deciso di creare qualcosa di innovativo e concreto. Il primo successo internazionale è ‘Up & Down’, singolo pubblicato nel marzo del 1997, che raggiungerapidamente le classifiche mondiali, posizionandosi al #1 posto della Billboard Dance Chart. L’album di debutto, intitolato ‘The Party Album!’ e rilasciato un anno dopo, vale alla band una nomination agli MTV Best Breakthrough. Da allora i Vengaboys hanno pubblicato successi entrati nella storia della musica pop-dance mondiale, come ‘We Like To Party!’, ‘Boom Boom Boom Boom’, ‘We’re Going to Ibiza!’, ‘Shalala lala’ e ‘Kiss (When the Sun don’t shine). 

 

Gli appuntamenti di Milano eRoma, rispettivamente giovedì 2 luglio 2020 all’Ippodromo Snai San Siro evenerdì 3 luglio all’Ippodromo delle Capannelle, saranno un’occasione da non perdere per farsi travolgere dalla nostalgia ma anche dalla voglia di ballare!

 

 

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DETTAGLI DATE:

 

GIOVEDÌ 2 LUGLIO 2020 || MILANO @ IPPODROMO SNAI SAN SIRO

Orari:

Apertura Porte – 17:00

Inizio Show – 18:00

 

Prezzi dei biglietti: 

Pit Vip – € 50,00 + € 7,50 diritti di prevendita

Posto unico in piedi – € 35,00 + € 5,25 diritti di prevendita

 

 

VENERDÌ 3 LUGLIO 2020 || ROMA @IPPODROMO DELLE CAPANNELLE

Orari:

Apertura Porte – 17:30

Inizio Show – 18:00

 

Prezzi dei biglietti: 

Pit Vip – € 50,00 + € 7,50 diritti di prevendita

Posto unico in piedi – € 35,00 + € 5,25 diritti di prevendita

 

 

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Spanish Love Songs “Brave Faces Everyone” (Pure Noise Records, 2020)

Se nel 2015 provavi a digitare su Google Spanish Love Songs, come risultato della tua ricerca ottenevi qualsiasi cosa tranne questa band di Los Angeles, tant’è che se per “sbaglio” incappavi sul loro sito internet (all’epoca ancora in costruzione) una dicitura a caratteri cubitali ti ringraziava per la tenacia che avevi dimostrato nell’averli trovati.

Beh, i tempi son cambiati, e a furia di tour incessanti in America ed Europa siamo arrivati al terzo capitolo di questa incredibile band Californiana, nata inizialmente su Wiretap Records. 

Già dal primo disco del 2016 si poteva intuire che questi ragazzi avrebbero fatto tanta strada, e ascoltando canzoni come Remainder dalle grandissime potenzialità melodiche, m’innamorai di loro dal giorno 1, e con gli amici facemmo le prime furgonate verso Vicenza per vederli real live alla Mesa di Montecchio prima nel 2016 e poi nel 2018. Ringrazio ancora oggi il promoter che li organizzò due volte di fila!!!

Premettendo che il frontman Dylan Slocum ha una potenza vocale tale da poter cantare con qualsiasi band dal grunge degli anni ‘90 al rock dei giorni d’oggi, anche il resto della formazione ha raggiunto la perfezione, specialmente in questo ultimo disco si fa notare una sezione basso-batteria ancor più serrata rispetto i lavori precedenti.

Gli orecchi più fini potranno sentire anche l’uso di tastiere con suoni synth, pad e pianoforti, presenti in sottofondo su quasi tutte le dieci tracce, com’era già successo con Schmaltz, arricchendo ancora di più le frequenze già sature da chitarre crunch al limite.

Come nei loro dischi precedenti, non mancano (piatto forte della band), spazi sonori vuoti, dove ad un certo punto della traccia, la voce graffiante di Dylan rimane da sola, creando atmosfere emozionanti uniche, prima che il muro di chitarre, basso e batteria ritorni ad invadere quello che poco prima era silenzio cosmico.

In definitiva questo album conferma la crescita esponenziale del quintetto californiano, tra l’altro proprio in queste settimane in tour europeo di spalla a Menzingers, tra Inghilterra, Germania, Austria, Svizzera, Olanda e Belgio.

Purtroppo questa volta non c’è l’occasione di rivederli in Italia…speriamo in futuro.

Ancora una volta gli Spanish Love Songs dimostrano che siamo nel 2020, che un album punk può contenere otto canzoni su dieci di quattro minuti e che negli U.S.A. non vige il divieto dell’uso di tastiere e chitarre acustiche su questo tipo di musica, cosa che in Italia invece sembra essere ancora scolpita sullo statuto dell’alternative punk.

Oggi è una bella giornata, è uscito il nuovo degli Spanish.

 

Spanish Love Songs

Brave Faces Everyone

Pure Noise Records

 

Peter Torelli

acieloaperto: Ben Harper martedì 4 agosto, Rocca Malatestiana di Cesena

ACIELOAPERTO | OTTAVA EDIZIONE
TORNA LA RASSEGNA MUSICALE ESTIVA ROMAGNOLA

MARTEDÌ 4 AGOSTO 2020 ARRIVANO

BEN HARPER & THE INNOCENT CRIMINALS

Con grande gioia e un pizzico di emozione si svela il secondo artista del cartellone di acieloaperto” 2020. È BEN HARPER, in arrivo martedì 4 agosto alla Rocca Malatestiana di Cesena.

È il secondo annuncio per l’ottava edizione della rassegna, dopo Niccolò Fabi il cui concerto è in programma il 25 lugliosempre alla Rocca Malatestiana di Cesena.

Ben Harper ha debuttato nel 1994 con l’album “Welcome To The Cruel World” (Virgin Records) e da allora ha collezionato un successo dopo l’altro, consolidandosi come un performer singolare e potente, con un cantato riconoscibile al primo ascolto ed una capacità ineguagliabile di fondere diversi generi musicali tra loro. Sul palco sarà accompagnato dal percussionista Leon Mobley, dal bassista Juan Nelson, dal batterista Oliver Charles e dal chitarrista Jason Mozersky: gli inseparabili The Innocent Criminals, artefici di fantastiche esibizioni e concerti esplosivi.

I ritmi blues e il suo saper spaziare dalla musica folk rock fino al reggae lo rendono uno dei musicisti più acclamati della scena mondiale.

I biglietti sono disponibili dalle ore 15 di giovedì 6 febbraio sui circuiti di vendita Ticketmaster e TicketOne.

La rassegna

Organizzata dall’associazione culturale Retropop Live nella splendida Rocca Malatestiana di Cesena nella suggestiva Villa Torlonia di San Mauro Pascoli (FC), la manifestazione ha portato sui palchi di queste magiche location artisti del calibro di Eels, Calexico, Black Rebel Motorcycle Club, Xavier Rudd, Belle and Sebastian, Mark Lanegan, Niccolò Fabi, Gogol Bordello, solo per citarne alcuni. Ha i patrocini dei comuni di Cesena e San Mauro Pascoli, e della Regione Emilia-Romagna.

L’associazione culturale Retropop Live è attiva sul territorio cesenate e romagnolo da quasi un decennio. Ha operato in numerosi locali e rock-club del territorio, organizzando concerti e distinguendosi per la proposta artistica che spazia all’interno del rock alternativo in tutte le sue sfaccettature.

Martedì 4 agosto 2020

Cesena (FC), acieloaperto – Rocca Malatestiana, via Cia degli Ordelaffi, 8

48,00 + d.d.p. in prevendita

Contatti e social
retropoplive@gmail.com | Info line: 339 2140806 | sito www.acieloaperto.it
Facebook: Retro Pop Live, acieloaperto
Twitter e Instagram: @retropoplive, #acieloaperto
www.benharper.com | www.barleyarts.com

Associazione Culturale Retropop Live
Stampa e comunicazione
mail: retropoplive.press@gmail.com
web: www.retropoplive.it

Ensi @ Largo Venue

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• Ensi •

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Largo Venue (Roma) // 6 Febbraio 2020

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Foto: Simone Asciutti

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Grazie a BPM Concerti

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Catfish And The Bottlemen @ Alcatraz

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• Catfish And The Bottlemen •

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Alcatraz (Milano) // 5 Febbraio 2020

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Foto: Elisa Hassert

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Grazie a Barley Arts

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Soviet Soviet Tour Germany 2020

[vc_row css=”.vc_custom_1552435940801{margin-bottom: 20px !important;}”][vc_column][vc_empty_space][vc_column_text]Non sono un giornalista, per tanto farò parlare le immagini.

Butto giù solo qualche riga di contorno alle foto per contestualizzarle.

Si tratta del tour tedesco degli italianissimi Soviet Soviet, band post-punk composta da tre elementi : Andrea Giometti (voce e basso), Alessandro Ferri (batteria), Matteo “Tegu” Sideri (chitarra).

Avevo già seguito in precedenza i loro tour europei, di cui uno raccontato proprio su queste pagine a questo link.

Prime settimane di Gennaio: i nostri tornano da due date italiane sold-out, Bologna e Verona, e con pochi giorni di pausa si buttano a bomba nel tour dedicato alla Germania.

Cinque date, una di seguito all’altra, senza day-off. Mazzata!

Linz (Austria) e poi Lipsia, Berlino, Colonia e Monaco di Baviera.

Come già detto non sono un giornalista, ma ce ne sarebbe da scrivere. 

È sempre emozionante seguire il tour di una band, in particolar modo dei Soviet Soviet; una realtà del tutto fuori dagli schemi dell’attuale mercato musicale italiano, vuoi per il genere, l’attitudine, vuoi per la lingua (inglese) ma che sta davvero conquistando un pubblico internazionale.

Beh, senza cincischiare, tutte e cinque le date hanno visto i nostri suonare la loro musica (fatta di riff di basso torcibudella, chitarre in delay e percussioni martellanti) davanti ai locali pieni. Berlino data già sold out da tempo, merchandise esaurito alla terza data e pubblico sempre e costantemente in modalità “su le mani”.

In attesa di una loro nuova uscita vi lascio con il mio racconto fotografico, consigliando spassionatamente il loro ascolto e i loro concerti.

 

Testo e Foto: Siddharta Mancini

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Mattia Mariano: storie sulle orme di Faber

Mattia Mariano, classe 1993 di Lecce, è cresciuto artisticamente col rap per poi passare ad un genere più cantautorale. Nel 2019 firma con la JEANS, uscendo con un nuovo progetto: Bombarolo.

Bombarolo è un breve concept EP che unisce sonorità attuali e passate, ispirato dalle opere di Fabrizio De André e in particolare dal personaggio del suo album Storia di un impiegato.

Mattia Mariano racconta la storia di un personaggio, PLAQO, che è il protagonista dei cinque brani che compongono il disco. 

Per conoscere meglio il suo percorso artistico gli abbiamo fatto qualche domanda, parlando del suo nuovo EP. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Ciao Mattia! Qual è stato il tuo percorso artistico finora e cosa ti ha spinto a passare dal rap ad un genere più cantautorale?

“Ho iniziato fare rap circa nel 2010 nelle gare di freestyle, quel concetto associativo del rap mi è sempre piaciuto.  Nel 2018 dopo aver cambiato vari gruppi, ho cominciato a ricercare una svolta e in questa fase particolare della mia vita mi sono ritrovato ad ascoltare molto Fabrizio De André e il cantautorato in generale. Quando poi ho ascoltato Storia di un impiegato (album del 1973) ho trovato quello che forse nel 2010 sentivo nel rap cioè quella “sana strafottenza” e quel senso di non innocuo.”

 

Il 14 gennaio è uscito il tuo primo EP Bombarolo: com’è nato e di cosa parla?

Il Bombarolo riprende la figura omonima di Fabrizio De André in Storia di un impiegato. Il mio EP è nato quasi per caso. Quel disco mi ha stregato completamente perché oltre che essere il primo concept album nella storia della musica italiana, lo trovo avanguardistico sotto tutti i punti di vista. Quando provavo a scrivere brani rap, non mi sentivo vero, sentivo una forza dura proprio nella scrittura perché la trap o il rap specie negli ultimi anni, ti costringe a scrivere in un determinato modo e ti vincola a determinati concetti, quindi avevo assolutamente bisogno di esprimermi in una maniera un po’ più complessa, perché è una musica che tende un po’ a semplificare. Mi sono ritrovato a voler riadattare De André alla trap.”

 

Quali sono gli artisti che hanno più influenzato la tua scrittura nella realizzazione di questo EP?

“Ho ascoltato tantissimo Fabrizio De André, Battiato soprattutto negli ultimi due anni, Caparezza. Anche Achille Lauro mi ha influenzato perché mi ritrovo nel suo vissuto e mi piace molto il suo tipo di scrittura: sebbene semplice è però efficace ed quello a cui ambisco.”

 

Nel brano La Ballata dei Dimenticati parli di un’umanità ferita o che cerca perdono per i propri sbagli, secondo te c’è una possibilità di riscatto per questi “dimenticati”?

“Il brano, essendo poi l’ultimo dell’EP, è più o meno la rappresentazione del Bombarolo, che dopo aver fatto un atto folle ha un momento di solitudine e dice “okay io adesso sono un dimenticato in questo momento sono al pari delle prostitute , sono al pari dei tossici e degli alcolizzati…”. Chiaramente il discorso dell’essere dimenticati, ripreso dall’idea dell’album di De André, è un concetto che mi piacerebbe allargare; penso che ogni persona abbia un motivo per sentirsi dimenticato e mi auguro semplicemente che chi si sente così ne prenda coscienza. Io credo che dal momento in cui se ne prende coscienza, il giorno dopo ci si può già sentire un po’ meglio di prima.”

 

Ci saranno dei live prossimamente?

“Certo, assieme alla mia etichetta discografica ci stiamo impegnando per avere la possibilità di poter fare qualche live in futuro.”

 

Cosa si prospetta nel tuo futuro, musicalmente parlando?

Ho già alcuni “brani dimenticati” scritti ma sto iniziando a creare nuovi brani. Rimarrò sempre sul genere più cantautorale e mi piacerebbe poter continuare a lavorare nel mondo della musica per molti anni.”

 

 

Margherita Lambertini 

J-AX – Vivo Concerti annuncia il concerto ReAle di Milano! Sabato 19 settembre 2020 @ Mediolanum Forum di Assago, Milano

Vivo Concerti annuncia

Il concerto ReAle di J-Ax

Data evento: 

Sabato 19 settembre 2020

al Mediolanum Forum di Assago, Milano

 

Orari

Apertura Porte – Ore 19:00

Show – Ore 21:00

 

Prevendite Autorizzate

Ticketone.it

 

Biglietti disponibili su Ticketone.it a partire dalle ore 11.00 di mercoledì 5 febbraio 2020 (solo online per 5 giorni)

e in tutte le rivendite autorizzate Ticketone dalle ore 11.00 di lunedì 10 febbraio 2020

 

L’organizzatore declina ogni responsabilità in caso di acquisto di biglietti fuori dai circuiti di biglietteria autorizzati non presenti nei nostri comunicati ufficiali

 

Maggiori informazioni su www.vivoconcerti.com

 

J-AX continua il suo viaggio live e, dopo lo straordinario debutto del suo nuovo album e il sold out (del 22 gennaio) al Blue Note di Milano, si prepara per un nuovo evento in musica prodotto da Vivo Concerti: Il concerto ReAle di Milanosabato 19 settembre 2020 al Mediolanum Forum di Assago (MI).

L’artista che ha segnato più di una generazione a partire dai primi anni Novanta, è ancora una volta protagonista di un imperdibile show durante il quale condividerà con i suoi moltissimi fan oltre alla musica, grandi emozioni e i valori più importanti che da sempre caratterizzano la sua crescita professionale e personale.

 

Nota: per un periodo di 30 giorni a partire dalla messa in vendita, sarà possibile acquistare in esclusiva i biglietti per le tribune in Early Bird, ovvero ad un prezzo inferiore rispetto alla tariffa standard.

 

J-AX è parte integrante della storia della musica italiana, insieme agli Articolo 31 ha realizzato brani che hanno lasciato un segno indelebile, ascoltati e ricordati ancora oggi. Dopo il successo del brano ‘Tutto tua madre’ (disco di platino), che ha ottenuto 43,8 milioni di video views su YouTube, a maggio di quest’anno J-Ax ha pubblicato il singolo ‘Ostia Lido’: brano certificato triplo platino che conta 53,7 milioni di streams su Spotify e 62 milioni di visualizzazioni su YouTube.

Il 24 gennaio 2020 è uscito il suo nuovo progetto discografico “ReAle”, subito al primo posto della classifica Fimi GFK come album più venduto,al  primo posto nella Top Vinili Fimi GFK e primo in classifica Radio Earone e Video AirPlay Earone con il singolo “La mia Hit”.

 

 

SEGUI J-AX SU:

www.j-ax.it

https://open.spotify.com/artist/2iK8weavvfS2xJCmzNzNE5

https://www.youtube.com/jaxofficial

www.facebook.com/jaxofficial

https://www.instagram.com/j.axofficial/

 

DETTAGLI DATA:

Prezzi biglietti “EARLY BIRD” (biglietti disponibili a questi prezzi per 30 gg dalla messa in vendita):

REAME ROSA (Parterre in piedi): € 32,00 + € 4,80 diritti di prevendita (Unico settore NON soggetto ad Early Bird)

REAME GIALLO (Tribuna numerata – Anello A): € 35,00 + € 5,00 diritti di prevendita

REAME AZZURRO (Tribuna Gold numerata – Anello B): € 35,00 + € 5,00 diritti di prevendita

REAME VIOLA (Anello B laterale numerato): € 30,50 + € 4,50 diritti di prevendita

REAME FUCSIA (Anello C numerato): € 26,10 + € 3,90 diritti di prevendita

 

Prezzi biglietti “INTERI” (in vendita al termine dei 30 gg Early Bird):

REAME ROSA (Parterre in piedi): € 32,00 + € 4,80 diritti di prevendita

REAME GIALLO (Tribuna numerata – Anello A): € 40,00 + € 6,00 diritti di prevendita

REAME AZZURRO (Tribuna Gold numerata – Anello B): € 40,00 + € 6,00 diritti di prevendita

REAME VIOLA (Anello B laterale numerato): € 35,00 + € 5,25 diritti di prevendita

REAME FUCSIA (Anello C numerato): € 28,00 + € 4,20 diritti di prevendita