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SummerSad Fest @ Beky Bay

Attualmente se si parla di pop-punk italiano non si può non riconoscere fra i forti esponenti quel trio rumoroso e colorato formato da Fiks, Theø e Plant, in arte La Sad. Si tratta di una realtà musicale formatasi nel 2020, che si è fatta conoscere unicamente attraverso lo streaming digitale dell’album Sto nella Sad (2022) e probabilmente la maggior parte dei lettori li conoscerà per aver sentito per radio o nella playlist di qualche festa Toxic, hit virale che ad oggi conta quasi 26 milioni di streaming su Spotify. Ma non è così semplice. La Sad, come ribadiscono da sempre i tre artisti, è un movimento, uno stato mentale e uno stile di vita. Sul palco del Beky Bay di Igea Marina (RN) venerdì sera 26 luglio, alla loro festa annuale, il SummerSad Fest, Plant afferma come La Sad siano tutti coloro che partono dal basso per costruire qualcosa e credono di non farcela, coloro che si sentono diversi e incompresi, coloro che non si riconoscono nella società. In pochi anni hanno raccolto sempre più consenso, fino a partecipare al Festival di Sanremo 2024 con il brano Autodistruttivo. Certo non sono per deboli di cuore o perbenisti abbottonati, per cui se accettate la provocazione, la diversità e siete incuriositi dalla trasgressione e da chi sovverte le regole, allora La Sad fa anche per voi. 

Il loro party estivo è l’evento più atteso dalla fanbase e dopo il successo al Magnolia di Milano del 2023, quest’anno ci si sposta nelle spiagge della riviera romagnola con la partecipazione di Oltre Festival e come ogni compleanno che si rispetti non poteva mancare l’invito ad alcuni cari amici. 

La line up è piuttosto eterogenea e la prima ora di live, sotto il ciocco del sole, dalle 18:30 alle 19:30 conta un rush di 4 artisti, tutti connessi in qualche misura agli headliner e al genere musicale.

L’esordio è affidato ai Sunset Radio, band ravennate di stampo punk-rock che negli ultimi anni ha conosciuto un ritorno in auge grazie al nuovo cantate Enny e ad una decisa virata verso un pop-punk più puro. A seguire Ëgo, artista genovese già attivo dal 2016 quando scriveva rap, ma ha poi trovato nel pop punk la sua strada ideale fino all’uscita del suo secondo album Amore Splatter. Si procede con Holy Francisco, classe 2005 originario di Gela, già ospite del precedente SummerSad, noto per la sua partecipazione a programmi come X-Factor e Amici, fa risuonare nella spiaggia di Bellaria il ritornello un po’ troppo easy, ma catchy, del brano Tananai. Arriva poi il turno di Jack Out, il country boy italiano, come gli piace definirsi. Con canotta aderente, capelli giallo paglia e cappello alla texana, è un soggetto che non passa inosservato. Presenza immancabile del Summersad, migliore amico dei tre sadboys, dopo la sua esibizione singola, possiamo apprezzarlo nel feat con il trio punx, sulle note di ADDIO.

Dal 2008 con furore e con estremo entusiasmo nostalgico dei millennials come me, sale sul palco Dario dei Dari. Sì, quei Dari di Wale (tanto wale), i Dari della nostra pubertà. Con i miei amici ci chiedevamo come si può vivere Dario queste comparsate, questa fase da “papà dei festival”, se sono occasioni in cui rimpiangere gli anni d’oro o in cui sorridere sportivamente alla nuova scena portando il buon esempio. Dopo il live di venerdì sera siamo molto più orientati sulla seconda ipotesi.

A un passo dagli headliner si esibiscono i Bnkr44, collettivo indie pop ormai ascoltatissimo, formatosi a Empoli nel 2019, anche i Bunker in materia di crescita esponenziale e consenso hanno da insegnare. Li rivedo adesso dopo la prima volta nel 2021 al Polka di Marina Romea, quando erano musicalmente più piccoli, ma già con un’identità ben definita. Oggi sono una boyband affermata, che veste coordinata, che si muove sincronizzata sul palco quasi in coreografie e canta all’unisono con centinaia di giovani e giovanissimi fan. Li vediamo anche invadere il set della Sad in un secondo momento, nel loro feat Memoria, brano in cui le due band descrivono i propri vissuti dai 18 anni in su, fra amori, eccessi e incertezza, una sola sicurezza: la musica. Si abbracciano e salutando il pubblico Plant afferma: “Avete sul palco la nuova scena italiana!”. 

E così giunge il momento dei festeggiati. Theø, Plant e Fisk fanno il loro ingresso sulle note di ODIO LA SAD con un’accoglienza impressionante da parte del pubblico. Il brano è il capofila dell’ultimo album omonimo uscito sulle piattaforme il 5 aprile 2024. La canzone è la raccolta di tutte le accuse e i giudizi che si sente ricevere quotidianamente il trio: il ritornello, infatti, recita “È colpa di ‘ste canzoni se ‘sti ragazzini sono senza valori”. La seconda parte raccoglie invece testimonianze di giovani che a supporto del trio affermano: “È grazie alla Sad se mi sento parte di qualcosa, se non ho più problemi di droga”. Riassunto efficace di quali divisioni può aver smosso nel parere pubblico il fenomeno La Sad.
Il live procede un brano dopo l’altro, fra pezzi più esplosivi come le quattro SUMMERSAD, attese dal pubblico come veri e propri inni o come SADGIRL in cui si saltava tutti in blocco e brani invece più emozionali come MALEDETTA VITA – la versione originale in feat con i Pinguini Tattici Nucleari – in cui Theø dice “Si poga dopo ragazzi, adesso si piange”.
Ci salutano, dopo aver finto di andarsene, con il mega breakdown di FUCK THE WRLD, dove hanno richiesto il circle pit più grande che il pubblico fosse in grado di creare per un finale appropriato. 

Al di là dei gusti personali e, anche se non ci si sente propriamente parte dell’universo La Sad, ritengo il loro un movimento influente e rilevante nella scena italiana attuale, che prima di giudicare o disdegnare andrebbe forse più sperimentato e vissuto, che ascoltato banalmente in cuffia, e il contesto ideale per assistervi credo sia proprio quello di una grande festa come il SummerSad Fest. 

Lucia Rosso

Red Mile

Definire i Crack Cloud semplicemente un gruppo musicale, mi sembra alquanto riduttivo. Non solo perché la lista dei componenti sia attuali, che passati, che collaborativi, supera le venti persone; ma anche perché non si occupano solo di musica, ma sono un vero e proprio collettivo artistico a tutto tondo. Se pensi poi, che si sono trovati a maneggiare e produrre arte per aiutarsi a vicenda ad uscire dal mondo delle droghe e delle dipendenze, i testi prendono tutta una consapevolezza diversa.
Questo terzo disco chiamato Red Mile sembra sia anche il più maturo. Nel comunicato stampa viene definito “sia un tributo che un ritorno a casa”: dopo anni di peregrinazioni, infatti, i membri del gruppo sono tornati a Calgary, Canada, alla lunga distesa di terra conosciuta colloquialmente come la red mile. Ma cosa significa casa dopo un decennio di crescita sia personale che collettiva? Per Crack Cloud, questa è la domanda che viene esplorata in lungo e largo in questo album. Anche qui, rinchiuderli in un determinato genere è riduttivo, ogni brano è una continua sorpresa. Non mancano splendide sezioni di archi, chitarre psichedeliche, esplosioni di sax, cori e venature punk. 

Ad esempio The Medium inizia con un testo incisivo e tagliente tipico del punk, addolcito successivamente dalla strofa intonata dalla voce soave ed onirica di Emma Acs, che sfocia quasi nel dream pop. Allo stesso modo il singolo che preannunciava l’album, Blue Kite, inizia con una batteria ritmata e giri di basso aggressivi per poi finire con una sezione di archi soffice e leggera. Con Lack of Lack, invece, si cambia ancora genere: un intro lungo e psichedelico, con una chitarra caledoiscopica e dai toni arabeggianti. La mia preferita però rimane I am (I was) che invece è una classica canzone art rock, con i coretti che ricordano un po’ i Talking Heads e un ritornello che ti rimane in testa. 

Attraverso melodie giocose e soliloqui di chitarra, i Crack Cloud consegnano un disco di eccezionale profondità e calore. Gran parte dell’angoscia che conferiva ai loro primi lavori un’urgenza caustica è svanita, sostituita da un’introspezione sincera ma inesorabile. Gli otto brani contemplano ostacoli fisici e psichici, l’esperienza di crescere fuori dal caos, adattarsi a nuove e strane speranze e fare pace con la propria mitologia di gruppo. I testi sono taglienti ma misericordiosi, con una consapevolezza acuta ma senza mai compiacersi o commiserarsi.

Rimangono per me uno dei gruppi più peculiari che conosco, in grado di mescolare diversi generi in modo unico e impareggiabile. Quando premo play su un loro nuovo singolo so dove inizio ma non so mai dove andrò a finire, un viaggio inaspettato e davvero coinvolgente.

Sequoie Music Park 2024

Mecna @ BOnsai

Per viaggiare bisogna anche mettere in conto l’orologio, gli orari delle coincidenze di treni e aerei, le corse per vedere mostre e spettacoli. Per fortuna il festival BOnsai, a Bologna, è sempre puntuale e non delude mai. La scaletta di oggi vede Mecna, aperto prima da Fluente

Il tempo, quello meteorologico, è afoso e umidissimo come sempre a Bologna. Il punto di forza del festival è avere una location davvero grande, pulita e spettacolare quando i live coincidono con il tramonto bolognese. È facile sentirsi a casa in un clima così.

Gli orari sono precisi, come l’esecuzione di Fluente. Calca bene il palco, tiene attenti gli spettatori e riesce con facilità a riscaldare il pubblico grazie al suo sound indie pop e ai testi profondi, malinconici e a tratti sognanti. Un emergente dal carattere forte, dalla penna rara e dal sound innovativo. 

Mecna inizia alle 23.00, è quasi notte, di quelle notti in cui della luna non c’è traccia. È accompagnato dal suo storico produttore Lvnar e da una band virtuosissima composta da Alessandro Cianci (chitarra e basso), Pierfrancesco Pasini (tastiera) e Andrea Dissimile (batteria). A quest’ultimo va una nota di merito speciale perchè si presenta come un chiaro talento alla batteria, pochi assoli ma eseguiti benissimo, manualità eccelsa con lo strumento e presenza scenica invidiabile. È sempre stupendo vedere l’artista principale circondato da musicisti così talentuosi che completano e decorano il concerto. 

Mecna fa una canzone dopo l’altra, quasi non si ferma nemmeno. Dice “Scusate se non parlo troppo tra un pezzo e l’altro, ma se mi conoscete sapete che sono così, quindi… è ok”. Non parla, ma dice tutto nelle canzoni. È uno di quegli artisti che crede davvero in ciò che canta e riesce a trasmettere tutto allo spettatore. Mentre la batteria scandisce il tempo come un orologio svizzero, Mecna cammina da una parte all’altra del palco, poi si siede, a volte tirando fuori uno sgabello. Non è facile tenere così sveglio il pubblico senza staccare tra un pezzo e un altro. La sensazione generale, però, è quella di sentirsi a casa, con un maglione comodo, davanti a Netflix e magari una coperta di lana sulle gambe, in un pomeriggio invernale. 

Un live di Mecna ti coccola. Sia complice la penna malinconica e mai superficiale, o forse la voce calda, i suoni avvolgenti delle strumentali o il modo di porsi dell’artista, quasi come stesse recitando le canzoni in casa, passando da una parte all’altra del corridoio. Un live di Mecna ti coccola, tanto da farti sentire un piccolo senso di vuoto nello stomaco quando finisce, quando il tempo scade. 

“Quanto il tempo non ci basterà mai”, canta nel brano Il Tempo Non Ci Basterà, ma per un live di Mecna il tempo lo si trova sempre.

BOnsai 2024

BOtanique 2024