I cuori dei Bull Brigade bruciano ancora
I Bull Brigade non scendono a compromessi. Viene quasi naturale affezionarsi ad una band che ha sempre portato il proprio messaggio, che è fatto di rivolta, di appartenenza a Torino, che è fatto di scommesse, di “Cuori stanchi che bruciano ancora dello stesso fuoco”, per citare Primo Sguardo, canzone introduttiva del loro nuovo album Perché Non Si Sa Mai. All’attivo contano quattro album in studio e diverse collaborazioni. Cuori pulsanti della metropoli esoterica, si distinguono per i loro testi di denuncia e di rivincita e per il loro modo di sperimentare rimanendo sempre fedeli al genere punk. È un gruppo che riesce a raccontare fedelmente le proprie storie, portatore di ideali per cui non smette di lottare. Riescono a catapultare l’ascoltatore nella loro Torino. Eugenio Borra, cantante, e Stefano Gnani, bassista, ci raccontano i Bull Brigade e il nuovo album, fra conditio sine qua non, evoluzioni ed appartenenza.
Ciao e benvenuti su VEZ Magazine! Come vi descrivereste oggi in tre parole?
Eugenio: “Granata, amari e croccanti.”
Abbiamo sempre percepito ad ogni disco fatto una rivoluzione sonora e artistica, siete d’accordo? Potete raccontarci com’è vivere le fasi di crescita?
Stefano: “Si, certo. Il primo è il disco che dà inizio a tutto. Il secondo è il disco che consolida quel suono lì, ma si apre ad altre cose. Il terzo raggiunge dei nuovi fan. Il quarto lo stiamo scoprendo in questi giorni.”
Eugenio: “Oggi sono contento che siamo sold out all’Estragon, e per noi è un risultato incredibile, quindi sono un po’, diciamo, euforico. Ha detto bene Stefano, la sua lettura è giusta. Aggiungo che io non ho mai fatto un disco con la stessa line up. Anche questa volta io ero convinto di chiuderlo e poi Gigi mi ha detto “Non vengo più a suonare perchè ho avuto la bambina” e la fortuna ha voluto che trovassi Diego (Cecchetto, chitarrista, NDR), che è entrato in quel momento lì. È entrato per sostituire, ma si è creato un feeling tra me e lui. Per dire, Prendere Fuoco, Farewell, Senza Spine, Ragazza Come Noi, tutte nate da me e Diego. Mentre io lavoravo, lui mi mandava le canzoni, io toccavo le cuffie e le scrivevo. Se non fosse arrivato lui, non penso che saremmo qui a parlare di questo disco.”
Sul titolo, perchè Perchè Non Si Sa Mai?
Eugenio: “È un gioco di parole che riporta un po’ alla canzone Boots. La canzone Boots cerca di fotografare un particolare momento della mia vita. Io provengo da una famiglia che era storicamente molto esposta e mi approccio un po’ a quello che era il mondo delle sottoculture giovanili cittadine, entrando a contatto con queste bande che erano quelle dei movimenti antifa di Torino. Per me che provenivo da un paese di estrema provincia, come Montanaro, nell’approcciarsi a quel mondo c’era sempre questa sorta di timore reverenziale a frequentare le strade perchè non sapevi mai cosa ti poteva succedere, quindi rasoio in tasca perchè non si sa mai. È un attimo trovarsi in un punto dove tu hai bisogno comunque di difendere te stesso o i tuoi ideali. Quindi un po’ lo vedo rapportato con quello che stavano pensando di fare i Bull Brigade vent’anni avanti. Dopo essere cresciuti ed esserci consolidati all’interno di un ambito sottoculturale che ci aveva dato tutto quello che poteva darci e al quale noi non potevamo chiedere di più, aprire la porta di casa, uscire fuori e provare ad andare nella musica cercando di non perdere noi stessi mi ha fatto un po’ sentire come in quegli anni lì, quando Eugy a quindici anni usciva di casa e andava coi ragazzi dell’Aska (abbreviativo di Askatasuna, storico centro sociale autogestito torinese, NDR) in via Lagrange perchè magari c’erano… all’epoca stavano aprendo Forza Nuova, erano i primi tempi. Lì dicevi, sai, “Non si sa mai, sto andando verso una direzione, io vengo da Montanaro”. La stessa cosa quando abbiamo fatto questo disco, perché ho pensato di dovere andare verso la musica senza perdere me stesso, perché qualora mi dovesse succedere qualcosa io devo essere sicuro di poter essere sempre chi sono e di poter difendere quelli che sono i miei principi, e Perchè Non Si Sa Mai è un po’ questo.”
In questo disco c’è stata una grossa novità: per la prima volta avete affidato la direzione artistica all’esterno Andrea Tripodi. Come cambia l’approccio con la musica, sia nel processo creativo che di registrazione?
Stefano: “Si, nel disco precedente avevamo già usato un approccio di questo tipo con Fabio Valente, che era il cantante degli Arsenico, che ci ha fatto da produttore non essendo effettivamente un vero e proprio produttore. Ha fatto un super lavoro e ci è piaciuto, comunque, avere un orecchio esterno e una mano esterna che ci ha aiutato a comporre i pezzi e a svilupparli in un determinato modo. Allora abbiamo pensato di approcciarci a questa cosa in maniera più professionale, e soprattutto prima, nel senso quindi ancora in fase di scrittura del disco. Quindi abbiamo cercato un po’ di produttori e abbiamo trovato lui, che è milanese ma sta a Londra, l’abbiamo incontrato lì, abbiamo parlato e il feeling si è creato subito. Abbiamo iniziato a collaborare, gli abbiamo mandato i pezzi, lui ce li mandava indietro, e la sua mano ci è piaciuta tantissimo. La sua impronta è stata molto forte e capivamo che stava funzionando. Anche in studio lui ha fatto un grandissimo lavoro, soprattutto a livello strumentale: ci ha un po’ ridato il modo di scrivere e di suonare i pezzi, nonostante suoniamo e abbiamo sempre fatto dischi tutti quanti, da vent’anni e più. Nonostante questo lui ci ha un attimo reimpostato ed è venuto fuori il disco com’è venuto.”
Un po’ come nella fotografia la bellezza è negli occhi di chi guarda, così nella musica la bellezza è nelle orecchie di chi sente. Avete pensato o immaginate che effetto possa avere questo disco sulle persone? Quanto vi tocca questa cosa?
Eugenio: “Sicuramente una delle cose che mi ha sempre spinto a cercare di essere il più possibile attento e pretenzioso, anche nei miei confronti quando devo fare un disco o una canzone, è stata proprio quella sorta di empatia che mi ha accompagnato dopo Strade Smarrite con determinate aree di competenza della nostra fanbase. Comunque noi abbiamo tanti ragazzi che hanno delle atmosfere sensoriali assolutamente sovrapponibili con le nostre. Poi ci sono delle persone che guardo mentre canto, e vedendo come reagiscono capisco. Tipo Ila è una di queste: quando faccio una cosa, mi basta guardarla e da come reagisce capisco di essere sulla strada giusta. Lei come tanti altri, ci sono dei parametri che mi aiutano a capire. C’è uno sguardo, una parola, un confronto. Poi lei nello specifico è sempre molto scherzosa, ha un po’ lo stesso mio carattere, scherziamo molto ma capiamo subito se siamo giusti o sbagliati, se c’è da correggere o da mettere a posto. Mi ricordo, forse a Grosseto le avevo fatto sentire Farewell, mi ha fatto una battuta e ho capito che c’eravamo, che eravamo sulla strada giusta.”
Pensate ci debba essere un equilibrio fra fare musica che piace a sé stessi e musica che piace al pubblico?
Eugenio: “Per noi non esiste. Abbiamo sempre e solo guardato a noi stessi, sennò saremmo qui a fare un altro tipo di musica. Noi abbiamo fatto delle cose nostre, non abbiamo mai cercato quel tipo di approccio. Ma neanche fare delle canzoni che poi possono essere trasformate in balletti su TikTok. Quindi no, non credo che sia un ambito che possa riguardarci neanche in futuro. Però mai dire mai, cioè sempre meglio che andare in fabbrica.”
Stefano: “Si, non farlo come mestiere ci rende anche liberi di poter fare questo ragionamento.”
Sappiamo da vecchie interviste che la vostra cultura e orecchio musicale spazia tra vari generi, fra cui anche rap, cosa che ha impattato anche nel disco. Com’è stato lavorare con artisti fuori dal vostro genere?
Eugenio: “È molto strano, non tanto dal punto di vista artistico, perché parliamo di contributi talmente piccoli e semplici che sono stati partoriti in maniera autonoma. Al di là di Willie Peyote, che è venuto in studio, ha fatto la sua strofa e l’abbiamo portata a casa, buona la prima, perché era bellissima. Lui è venuto senza nemmeno farcela sentire, a piedi, è entrato in studio col telefono in mano e l’ha fatta.”
Stefano: “Si, poi l’ha registrata e dice “Vi piace?”. Certo, è bellissima!”
Eugenio: “Stessa cosa Aimone dei Fast Animals and Slow Kids, una notte si trovava a Parigi per uno scalo, alle quattro mi vibra il telefono e dice “Eugy, ho scritto la strofa! Adesso te la mando”. Io stavo dormendo. Invece con Claver Gold e Giancane è stata una cosa più costruita.”
Stefano: “Con Giancane l’abbiamo proprio fatta insieme, quindi è stato un tipo di approccio diverso.”
Eugenio: “Noi abbiamo mandato le cose e loro l’hanno fatto. Non c’è stato neanche il tempo di capire come si sarebbe potuto lavorare, perché comunque si tratta di artisti di realtà che sono gonfi di impegni e cose da fare e hanno fatto questa cosa perché ci credevano.”
La vostra band è da sempre legata ad un immaginario composto di ideali e di appartenenza, che vengono riflessi nella musica. Come si sviluppa un intreccio così ben amalgamato e definito, senza che gli ideali sorpassino la musica e viceversa? La vostra musica sarebbe la stessa se non ci fossero ideali così forti alle spalle?
Eugenio: “No, assolutamente no. Quello che facciamo esiste perché noi siamo, punto primo, di Torino, e questa è la conditio sine qua non. Noi abbiamo tutti genitori che hanno avuto una vita che ci ha influenzato, che era quella della sveglia, dei baracchini, dei turni della FIAT, o dell’indotto della FIAT, o di chi andava a fare la segretaria per una ditta che lavorava per la FIAT. Del frenetico tutto da fare che le nostre famiglie hanno scambiato per vita. All’inizio Torino era una cosa da ostentare, poi col tempo ci siamo resi conto, suonando in altre città, che gli altri non avevano gli occhi come i nostri. Noi siamo cresciuti in una metropoli che è stata veramente industriale sotto tutti gli aspetti. Anche quelli belli, tipo andare a prendere il pacco regalo della FIAT a Natale. Quindi sicuramente se fossi nato da un’altra parte i Bull Brigade non sarebbero esistiti. Sarebbero stati un’altra cosa, non è neanche da paragonare.”
Qual è la vostra idea di felicità?
Eugenio: “Quello che vedi qua oggi. È Mara, Sara, Ilaria, Jimmy, Giulia e voi e Stefano. Questa è la felicità.”
Stefano: “Si dai, è un bel periodo. È un bel momento e ce lo godiamo.”
Bull Brigade @ Estragon Club
Per serate del genere non basta un cuore. L’Estragon Club di Bologna si è fatto fortino di una tappa live dei Bull Brigade, band punk rock torinese che sta portando in tour il nuovo album Perché Non Si Sa Mai.
Descrivere pienamente questo tipo di concerti è quasi sempre una sfida, non solo perché le cose da dire sarebbero davvero tante, tanto per i Bull Brigade quanto per i Diario di Bordo e i DiscoMostro, le band di apertura, ma soprattutto per la forza degli ideali che si respira a questo tipo di eventi, che non devono essere per forza concerti, ma anche letture o serate autofinanziate. Una delle cose più belle del punk, a mio parere, è la capacità di integrazione e di accettazione di tutti e la costante consapevolezza di essere uniti sotto lo stesso tetto di valori. Chiaramente, questo si riflette anche sulla musica, sia a livello di testi che di melodia. La capacità del genere di creare arte, musica, partendo da una base di denuncia e disagio non è scontata e simboleggia ancora una presa di posizione che è tanto nobile quanto impegnativa: si può combattere per i propri valori, e divertirsi nel farlo.
I Diario di Bordo e i DiscoMostro non sono esclusi da questo discorso. Certo, l’identità di ogni singola band è diversa ma in queste c’è il filo conduttore di cui parlavo prima: denuncia, rivolta, bisogno e coraggio di dire la propria e raccontare cosa succede partendo dalla vita di tutti i giorni. Entrambe le band sul palco sono molto energiche, scaldano bene il pubblico che già dalle prime canzoni canta e poga.
L’esibizione dei Bull Brigade, invece, si apre con l’intro del nuovo album, che parla di sacrificio, di vita al margine, di Torino. La band è impeccabile sul palco, suonando come da studio, anzi, a tratti meglio. La voce graffiata del cantante, Eugenio Borra, riesce a trasmettere quella forza di lotta quotidiana e indomabile di cui il pubblico ha bisogno. Considerando che ci sono stati anche tanti vecchi cavalli di battaglia del disco Il Fuoco Non Si è Spento e qualche canzone storica di Strade Smarrite e Vita Libertà, il live riesce ad accontentare e sfamare tutti i fan, dai veterani a quelli dell’ultima ora.
Questi sono i tipi di concerti da cui si esce con il cuore che batte forte, le orecchie che fischiano e la testa da un’altra parte, da cui si esce felici. E mentre usciamo e abbiamo tutti il cuore che batte forte e un sorriso sulle labbra, penso che le cose brutte del mondo finiscono dove inizia lo street punk.
Riccardo Rinaldini
Suede @ Royal Arena
It’s Saturday night and “And it’ll be okay like everyone says / It’ll be alright and ever so nice / We’re going out tonight”. Yes, we’re going out, specifically to Royal Arena in Copenhagen along around 11,000 other people. And “we’ll go dancing”, because Suede are playing and their frontman Brett Andersonis ready to charm all of us.
On a fairly essential stage, the concert opened with Disintegrate and Antidepressants and those were the songs that we, photographers, were allowed to shoot from the pit. I believe that only by trying to keep the singer in focus in the frame of the camera, one can really realise how energetic the performance is: Brett sings, runs, whips the air with the mic cable and restlessly moves in a continuous exchange of feelings with the crowd.
The crowd: a very mixed assortment of people of all ages, from veterans to young followers, packed like sardines totally unaware of their surroundings almost all the way to the mixer, making it very difficult to fence my way to the back and to some large shots.
The setlist balanced nicely between the two newest albums, Autofiction and Antidepressants, and older releases. Although it was mentioned a couple of times that “We are an anti-nostalgia band” it’s also true that “sometimes we like to dig into our past” and it’s with the oldies that the arena becomes a gigantic karaoke (also thanks to the lyrics projected on the backdrop).
The generosity of the frontman towards the attendees is literally tangible, as he often goes down from the stage to touch hands with the first rows and if it was not enough, venturing in the middle of the floor during Beautiful Ones, a bright white shirt in the spotlight among a sea of adoring dark t-shirts.
Let’s be honest though: despite the band on stage – precise and professional – it’s a one man show from start to finish. It is Brett Anderson who charms the crowd and has it at his fingertips, moving bodies, putting hands together to the rhythm of the music, even making the people sing in his place to rest his voice a bit.
Where do I want to get with all these random thoughts collected after a good 1 hour 40 minutes of performance?
I guess the point of all of this is that Suede in their 25+ years of activity are still a staple of Britpop; they might or might not have lost a touch of glam in their sound along the way, but they can still mesmerise a small few-hundreds-of-people club as well as a big several-thousands-of-people arena. According to your preference of setting, you’ll probably have to balance out intimacy with the grandiose feeling of a crowd that acts as one, but either way the word of advice is, if you’ll ever have the chance, don’t miss them out.
Bar Italia @ Estragon Club
Sabato sera all’Estragon la scena era quella delle occasioni giuste: sala piena, pubblico trasversale e quell’aria da “serata indie importante” che a Bologna ancora riesce a materializzarsi senza troppi sforzi. Il merito va anche al Covo Club, che ha portato in città i Bar Italia, trio londinese diventato negli ultimi anni una presenza quasi fissa nelle playlist di chi ama le chitarre malinconiche e i gruppi che sembrano sempre sul punto di sciogliersi ma non lo fanno mai. La band è in Italia per tre date dedicate alla presentazione del loro ultimo disco Some Like It Hot, tappa intermedia di un mini tour che li sta portando nei club europei con la loro nuova veste sonora.
Dal vivo confermano il loro fascino sghembo: entrano sul palco con l’aria di chi è appena uscito a prendere una sigaretta e si è ritrovato davanti a qualche centinaio di persone. Nina Cristante, Sam Fenton e Jezmi Tarik Fehmi mostrano grande complicità sul palco, alternandosi alla voce e agli strumenti. Pochi convenevoli, molta chitarra, una certa indifferenza molto britannica che fa subito atmosfera. Il set pesca parecchio dall’ultimo disco, pure troppo, quello della svolta più pop. Più melodie, più struttura, meno nebbia chitarristica. Tutto funziona, per carità: i brani scorrono, il pubblico annuisce, qualcuno canta anche. Però, diciamolo con affetto, chi si era innamorato dei primi lavori, quelli più sfilacciati, più post punk, un filo di nostalgia la prova. A salvare qualsiasi dubbio estetico ci pensa Nina, la cantante, vera calamita del palco. Non è solo questione di voce: è una presenza scenica fatta di movimenti morbidi, quasi coreografici. Ballava in maniera soave per tutta la durata del concerto, con una grazia ipnotica che trasformava ogni pezzo in una piccola danza notturna. A un certo punto ti rendevi conto che stavi ascoltando la musica con un orecchio solo, perché gli occhi erano inevitabilmente fermi lì. Impossibile distogliere lo sguardo. Intorno a lei le chitarre costruiscono il solito paesaggio sonoro: riverberi, linee oblique, melodie che sembrano arrivare da qualche seminterrato di Londra sud. Quando il trio si lascia andare ai momenti più ruvidi, quelli che ricordano il vecchio repertorio, la sala reagisce con entusiasmo più rumoroso, quasi liberatorio.
Il concerto scorre veloce, senza troppi discorsi e senza grandi gesti teatrali. Un’ora abbondante di musica che lascia l’impressione di una band in transizione: un piede nel nuovo pop malinconico, l’altro ancora piantato nel fango glorioso del post punk. Alla fine si esce dall’Estragon con la sensazione che i Bar Italia restino un gruppo affascinante proprio perché un po’ irrisolto. E mentre la gente si riversa nel parcheggio, qualcuno discute già della nuova direzione sonora, qualcun altro canticchia un ritornello, e più di una persona, probabilmente, sta ancora pensando a quella danza lenta e ipnotica sul palco. Personalmente, però, continuo a preferirli nella loro fase più post punk: quella più ruvida, meno levigata. Questa svolta pop è interessante, ma almeno per ora, non riesce ancora a conquistarmi del tutto.
Alessandra D’aloise