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The KVB @ BOtanique

Quando il buio suona bene: ieri sera ai Giardini di via Filippo Re, nel suggestivo contesto di BOtanique, The KVB hanno regalato al pubblico bolognese un concerto dall’atmosfera intensa, cupa e coinvolgente.
Il duo londinese è celebre per l’unione di una musica shoegaze alla Slowdive ma con punte di post punk ed elettronica alla Boy Harsher, il tutto sempre accompagnato dalla creazione di visual appositi prodotti proprio dalla cantante e compositrice Kat Day.Insieme al suo partner Nicholas Wood hanno dimostrato padronanza totale degli strumenti: dalla chitarra riverberata al synth minimale, passando per drum machine calibrate perfettamente nel mix. Il suono, dalla prima all’ultima nota, è stato sempre preciso e bilanciato, segno di grande cura tecnica.Le proiezioni di immagini di architetture brutaliste hanno creato un dialogo sinergico con la loro dark wave: angoli netti, superfici grezze, luci fredde hanno amplificato il mood tetro e suggestivo dei brani. È stata una scelta estetica che ha trasformato il palco in un’installazione, amplificando l’impatto emotivo.

La scaletta ha alternato brani storici come Tremors, Captive, Awake e pezzi recenti da Tremors e Unity. Questo mix ha garantito un’esperienza completa, anche se alcuni momenti hanno mostrato una certa linearità nello stile, con timbri vocali e strutture ritmiche simili che hanno a tratti reso la performance un po’ ripetitiva. Tuttavia, il pubblico è rimasto rapito dallo spettacolo sonoro.Punte di empatia ci sono state: Kat, in Unité e Medication, si è avvicinata alla platea, regalando sguardi di complicità e coinvolgendo visivamente il pubblico.

Nonostante una lieve sensazione di ripetitività, nel complesso è stato un bel concerto: tecnicamente ineccepibile, corredato da visual evocativi e con una sceneggiatura sonora ben costruita. The KVB hanno confermato il loro talento nel creare atmosfere immersive e così far vivere, anche sotto le stelle di Bologna, una full immersion nella loro visione dark-wave.
Se il post-punk è un viaggio interiore, ieri sera ci siamo persi tutti nella stessa, bellissima oscurità. E sì, anche il tipo con la maglietta dei Joy Division ha ballato.

Alessandra D’aloise

Fontaines D.C. @ Sequoie Music Park

Bologna, 17 Giugno 2025

Possiamo tranquillamente definirlo il concerto dell’estate. Di certo, uno dei più attesi: i biglietti erano esauriti da mesi e online c’era chi era disposto a pagare anche quattro volte il prezzo originale pur di esserci. Stiamo parlando del live dei Fontaines D.C., la band post-punk di Dublino che ieri ha infiammato Bologna all’interno della suggestiva cornice del Sequoie Music Park. Un festival relativamente giovane, ma che in pochi anni è riuscito a diventare un vero e proprio punto di riferimento per l’estate bolognese.

A scaldare il pubblico ci hanno pensato gli Shame, band inglese tra le più travolgenti della scena post-punk contemporanea. Cinque ragazzi londinesi dall’attitudine irriverente, che hanno saputo trasformare anche una breve apparizione in un’esibizione memorabile. Guidati dal carismatico frontman Charlie Steen e dell’inarrestabile bassista Josh Finerty, gli Shame hanno offerto un set esplosivo fatto di capriole, stage diving, balletti improvvisati e corse sfrenate sul palco. Un’energia contagiosa che conferma la loro fama di gruppo da vedere assolutamente dal vivo.Peccato per il tempo limitato a disposizione, ma la performance ha lasciato il segno. Se non li avete mai visti in concerto, recuperate: è un ordine.

Dopo qualche problema tecnico iniziale, sono finalmente saliti sul palco i Fontaines D.C., dando il via a uno show memorabile. Le luci, perfettamente orchestrate, e i visual curati hanno creato un’atmosfera potente e immersiva, in perfetta sintonia con il sound intenso della band. Tuttavia, se da un lato la precisione tecnica è stata impressionante, dall’altro la performance è risultata a tratti troppo perfetta, con le canzoni riprodotte in modo quasi identico alle versioni registrate in studio. Pochi gli spazi concessi all’improvvisazione o a variazioni live, un dettaglio che ha lasciato un senso di mancanza di rischio e di osare qualcosa in più sul palco. Un peccato, considerando la carica emotiva e la potenza che la band sa sprigionare.La scaletta ha attraversato le diverse anime del gruppo, partendo da Romance, singolo e title track dell’ultimo disco che li ha fatti amare dal grande pubblico, passando per Boys in the Better Land dall’esordio Dogrel o pulsante e psichedelico su Televised Mind dal secondo album A Hero’s Death. Il lato più romantico e malinconico è emerso in brani come I Love You e Jackie Down the Line, tratti da Skinty Fia, che il pubblico comunque cantava a squarciagola. Gran finale con Starbuster, che ha chiuso lo show in modo travolgente: luci al neon impazzite, ritmo incalzante e una scarica di adrenalina che ha lasciato il pubblico col sorriso stampato in volto. Una conclusione perfetta per una serata che ha sancito, ancora una volta, la centralità dei Fontaines D.C. nel panorama rock contemporaneo

Nel corso della serata, inoltre la band non ha evitato di prendere posizione, come è nel loro stile. Non sono mancati, infatti, i riferimenti espliciti al genocidio in Palestina, un tema che la band ha già affrontato pubblicamente in diverse occasioni. Un messaggio forte, ribadito con coerenza, a dimostrazione che i Fontaines non si limitano a fare musica, ma usano la propria visibilità per prendere posizione. 

Alla fine, forse sono stati anche troppo “perfetti” — ma d’altronde, se uno vuole sentire una copia carbone del disco, può sempre mettere lo streaming a volume alto sul telefono. E invece, no: qui si paga il biglietto per l’esperienza completa, tra politica, energia e qualche rischio mancato, ma con il cuore sempre ben saldo sul palco.

Arti Vive Festival 2025

Torna Arti Vive Festival: musica, teatro e performance nel cuore dell’Emilia.
Per la sua diciottesima edizione, il festival nato a Soliera (Modena) propone Black Country New Road (UK), Giorgio Poi, Deadletter (UK), Emma Nolde, Whitemary e molti altri.

Band internazionali, grandi artisti italiani, act locali ed emergenti, spettacoli e performance di teatro – il tutto arricchito da un’atmosfera genuina, un festival a misura di persona: anche per la prossima edizione, la diciottesima, Arti Vive Festival propone il suo identitario mix di forme d’arte e quel mood tipicamente e orgogliosamente emiliano dello stare insieme.

L’edizione 2025 conta cinque giorni di spettacoli in due diverse location: dal 3 al 6 luglio nel centro storico di Soliera (MO) e il 12 luglio a Modena, presso i Giardini Ducali.
Ben venti gli artisti in cartellone, per un programma quasi interamente gratuito: tra i nomi più importanti spiccano gli headliner del festival, gli inglesi Black Country, New Road, che con le loro sperimentazioni folk e indie-rock stanno contribuendo a forgiare il sound contemporaneo “Made in UK”. Il loro live, in programma il 6 luglio a Soliera, è l’unico ad ingresso a pagamento: le prevendite sono attive su artivivefestival.it, TicketMaster e VivaTicket. La line-up musicale vede protagonista anche Giorgio Poi, uno degli alfieri del nuovo cantautorato italiano e fresco del successo del suo ultimo album “Schegge” che si esibirà venerdì 4 luglio, per un attesissimo concerto ad ingresso gratuito. Tornando oltremanica, ad aprire l’edizione 2025 la sera di giovedì 3 luglio saranno i Deadletter, giovanissima band di base a South London che in pochi anni ha saputo catturare l’attenzione di tutti gli appassionati di post-punk e del suono tipicamente british. La tripletta tutta al femminile composta da Emma Nolde, Lucy Kruger & The Lost Boys e Whitemary completa poi la lista degli headliner del festival: Nolde e Kruger saranno le protagoniste di una serata – quella del 5 luglio – a metà tra il cantautorato, il rock e le melodie pop, mentre a Whitemary è affidato il compito della gran chiusura, con un live tutto da ballare in programma il 12 luglio a Modena, presso i Giardini Ducali, serata in collaborazione con “Juta all’Orto”.
Il cartellone musicale però non finisce qui, anzi si arricchisce di numerosi live. Fin dalla sua nascita, Arti Vive Festival promuove e sostiene attivamente artisti e band del territorio regionale: un impegno che negli ultimi anni è diventato ancora più concreto e decisivo, con l’istituzione del network “Solido – Rete di festival”, insieme a Ferrara Sotto Le Stelle e Acieloaperto di Cesena. La lista dei live si arricchisce infatti con numerosi artisti emiliano- romagnoli a cui si aggiungono anche nuove proposte da fuori regione. Si va dal post-punk sbarazzino dei Leatherette alla psichedelia conturbante degli a/lpaca e di Pip Carter and The Deads, dalle raffinatezze dream pop di Francesca Bono e Monte Mai (CH) al sound desertico di Stella Burns, dal rock abrasivo dei Maciste e Stefano Barigazzi fino al conturbante dark-pop dei Bremo e al cantautorato all’italiana di Amalfitano.

A chiudere il programma artistico sono infine quattro spettacoli di teatro, tutti ad ingresso gratuito nell’intima cornice di Piazza Sitti a Soliera.
Si aprirà il 3 luglio con lo stand-up di Riccardo Goretti (“Attacco di panico”), una cavalcata senza fiato che comincia come una seduta psicanalitica collettiva e finisce in un’unica grande risata liberatoria. Si prosegue con il monologo di Alice Redini (“Candida o A saperlo sarei stata più stronza”, 4 luglio), in cui tra ironia, battute pungenti e qualche confessione, Alice immagina la sua trasformazione in una donna più egoista, decisa e… sì, più stronza.
Il 5 luglio in scena “Out is me – Unanormalestoriatipica” in cui Yuri Tuci racconta la sua esperienza umana oscillando tra surrealismo e realismo,una vera e propria perfomance istrionica di un ragazzo realmente affetto da autismo ad alto funzionamento. Il programma teatrale si conclude domenica 6 luglio con “TruciolI” de Gli Omini , due attori e una valanga di voci, storie, caratteri, minuscole scene di minuscoli personaggi, per ricostruire un’Italietta in miniatura, tutta abitata dai più piccoli.

Nelle giornate solieresi, dal 3 al 6 luglio, a colorare le vie del centro storico torneranno anche lo Street Food con stand e truck di prodotti tipici, mercatini handmade e l’Area Bimbi all’interno del Cortile del Castello Campori con laboratori a cura della Ludoteca Ludò di Soliera.

Forward

Disclaimer.

Se avete appena prenotato il traghetto per le vacanze insieme, ma avete contestualmente scoperto di non amarla/o più, se avete scoperto che “LucaPadel” manda messaggi all’una di notte e non riguardano l’analisi tecnica dell’ultima partita, se quando vedete un’ex cercate un gaviscon, se per qualunque motivo la parola “relazione” vi scatena reazioni allergiche, allora, davvero, per favore, cambiate disco.
Qui siamo in zona amarcord radicale, con pacificazione di ricordi, colpe e malinconie, un’elegia dei tempi che furono, ma anche di quelli che sono e che saranno. Del resto l’album si intitola Forward ed è il nuovo album de The Sweel Season, dopo appena sedici anni di silenzio. 

Markéta Irglová e Glen Hansard, i nostri due protagonisti, si sono ritrovati nel 2023, quando fecero uscire The Answer Is Yes, composta dalla Irglová, canzone che traccia una riflessione sul rapporto con Hansard a partire dal film che li ha resi celebri, Once, nel lontano 2007. Il pezzo stesso ricorda, per struttura e composizione, quella Falling Slowly che valse anche un premio Oscar alla coppia per la miglior colonna sonora. I due furono uniti anche nella vita per alcuni anni, prima di lasciarsi, continuando però a coltivare un profondo rapporto di amicizia e lavorativo.
Il disco è stato prodotto dall’attuale compagno della Irglová, Sturla Mio Thorisson, registrato in Islanda, paese dove vivono abitualmente, presso iMasterkey Studios, e sono stati accompagnati dai fedelissimi Joe Doyle, Marja Gaynor, Bertrand Galen e Piero Perelli.

Forward si apre con Factory Street Bells, classico crescendo alla Hansard, voce e chitarra, malinconia in climax con riflessione sul tempo e sulla vita.
Le tematiche proposte nelle tracce che seguono sono fedeli alla linea artistica del duo. Si lavora su certezze rodate e su binari conosciuti, fatti di folk e arrangiamenti ariosi ad accompagnare tematiche di relazione e di amore, in ogni sua declinazione.
People We Use To Be è il primo duetto del disco, che celebra il rapporto tra i due, e in particolare la parte costruttiva, figlia del ricordo di quando si era giovani unita alla consapevolezza dell’età matura. 

Stuck in Reverse, primo singolo dell’album, racconta di come una relazione nasca, cresca e poi crolli, di come il tempo possa erodere anche le unioni più solide. E di cosa rimane, e di come lo gestiamo. Cantata dai due, sa quasi di tutorial su come uscire indenni da una separazione. 

I Leave Everything To You è il pezzo che celebra l’arte della Irglová. Pianoforte, archi, voce, è un pezzo ipnotico, artico, di una dolcezza disarmante.
Nel seguente A Little Sugar torna Hansard e con un suo classico crescendo, chitarre, voci, arrangiamento quasi da colonna sonora. Il disco però qui inizia a vacillare, l’attenzione scende, poi arriva Pretty Stories, quasi sei minuti di canzone, che parte in sordina per poi ritrovare un grande duetto nel finale, giocando tra musical e gospel mancato. I Commitments ce lo avevano insegnato, a Dublino c’è un’aria strana, i generi si mescolano.
Così succede che nella seguente Great Weight siamo a metà tra folk e un Hansard da Seeger Session. Forse il pezzo più divertente dell’album. 

Chiude il tutto Hundred Words, duetto finale per un lieto fine ampiamente annunciato. Un manuale di speranza, perseveranza e quella brutta parola che termina in –enza. Finale un po’ dolce, forse un eccesso di panna montata, forse manca qualcosa che spezzi il ritmo dell’album, forse in certi momenti un po’ scontato. Ma è un disco dei The Swell Season al cubo, anche dopo sedici anni.

È un album sul tempo che passa, sulle relazioni che cambiano e si declinano in diverse sfumature e intensità. La loro è una reunion piena di affetto e stima, un ritorno a essere in due, in modo diverso e comunque produttivo, una rielaborazione che perdona il passato, rende il presente un terreno per relazione e scambio e che prepara il futuro per altre canzoni, altre visioni.