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Tre Domande a: Kublai

Come e quando è nato questo progetto?

Il progetto Kublai è nato ufficialmente nel 2020, con l’uscita di un disco omonimo. In realtà era un’idea che covavo da tempo, sentivo la necessità di avere un contenitore che non coincidesse con la mia persona, avvertivo – e avverto ancora – una sorta di claustrofobia nel vestire i panni del cantautore. Non che rinneghi questo titolo, ma l’idea che sta alla base di Kublai è di non accontentarsi di sé stessi, di cercare un po’ più in là. La maniera più semplice per fare ciò è contaminarsi, così ho scritto quel disco insieme a Filippo Slaviero, e ne è uscito un album che racconta un’amicizia, un dialogo, un rapporto tra due anime opposte. Questo, in poche parole, è Kublai.

Cosa vorresti far arrivare a chi ti ascolta?

Per quanto detto qui sopra, quando collabori con altre persone è impossibile avere un controllo sul risultato finale. So per certo di non voler comunicare a livello cognitivo, i miei testi non sono sempre intellegibili e non ho “contenuti” precisi. Cerco sempre l’ambiguità, credo che la comunicazione “dritta”, nella musica, non abbia molto senso. Mi piacerebbe che ascoltando Kublai si avesse la sensazione di un ritorno a casa, non come un luogo per forza rassicurante, di cui si ha nostalgia, ma come un antro colmo di asperità, anche spaventose, ma comunque enorme e bellissimo, comunque casa.

Qual è la cosa che ami di più del fare musica?

La cosa più bella di fare musica è farla, cioè usare tutte le possibilità espressive che ti offre. Come dicevo prima, fare musica esclusivamente per veicolare contenuti che hanno altri scopi, o che potrebbero passare da altri canali, è riduttivo, non sfrutta appieno le sue potenzialità. Melodia, armonia, ritmo, intensità, sono strumenti molto fiochi nel linguaggio quotidiano, mentre in musica esplodono, sono potentissimi. Spesso invece facciamo musica “come se parlassimo”, senza l’enfasi che questi mezzi ci offrirebbero. Ma una parola cantata contiene molte più informazioni di una detta, e una parola cantata in un modo, né contiene molte di più di una cantata in un altro, con un’altra melodia, con un’altra scansione. La bellezza del fare musica è disporre di questa cornucopia, giocare a trovare delle regole tra queste infinite combinazioni e possibilità.

Tre Domande a: Leo Fulcro

Ci sono degli artisti in particolare che influenzano il tuo modo di fare musica o a cui ti ispiri?

Dico sempre loro: Mac Miller e Kid Cudi. Hanno ispirato migliaia di rapper e artisti, forse è per la sincerità della loro musica. Sicuramente per lo stile. Mac rendeva tutto quello che toccava cool, e Cudi ha veramente anticipato i tempi rispetto al panorama mondiale. Il suo disco Man on the Moon mi ha ispirato per il mio EP Boy on Earth.

Se dovessi riassumere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti e perché?

Onesta, profonda, leggera.
Onesta perché se pubblico una canzone la faccio proprio perchè ci credo e sia il testo che la musica sono stati a lungo dibattuti e ponderati sia da me che dai chi collabora alla canzone.
Profonda e leggera può sembrare un ossimoro ma è proprio quello che cerco di fare:  discorsi complessi con immagini semplici.

Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?

Credo sceglierei Gange, perchè esprime perfettamente lo stile happysad sul quale faccio ricerca.

EXTREME: una data a Milano a dicembre

Grande ritorno in Italia per EXTREME, iconica hard rock band americana che pubblicherà il 9 giugno il nuovo album “Six”. Il gruppo guidato dalla chitarra di Nuno Bettencourt e dalla voce di Gary Cherone sarà in concerto all’Alcatraz di Milano sabato 16 dicembre 2023 nell’unica data italiana del “Thicker Than Blood Tour”.
In apertura si esibirà un’altra apprezzatissima rock band contemporanea: The Last Internationale.
 
biglietti per lo show saranno in prevendita esclusiva tramite Metalitalia.com a partire dalle ore 10:00 di domani 23 maggio fino alle ore 18:00 del 25 maggio. Prevendita generale dalle ore 10:00 del 26 maggio su Ticketone. Saranno disponibili VIP Package.

Radiofreccia e Metalitalia sono media partner del concerto.
 
Di seguito i dettagli della data:
EXTREME
+ The Last Internationale
sabato 16 dicembre 2023
Milano, Alcatraz

BIGLIETTI
https://www.ticketone.it/artist/extreme/
Prezzo del biglietto in prevendita: € 40,00 + d.p.
Prezzo del biglietto in cassa la sera dello show: € 46,00
Prezzo di Extreme Soundcheck Experience: € 207,04
Il pacchetto include:
– Biglietto di accesso allo show “Posto unico in piedi”
– Partecipazione al soundcheck
– Poster esclusivo e autografato
– Foto di gruppo davanti al palco con gli Extreme
– Laminato VIP commemorativo*
– Ingresso anticipato
*Il laminato ha solo scopo commemorativo. Non acquisisce o autorizza l’accesso alla Venue, aree VIP o backstage.
 

My Soft Machine

Arlo Parks è una ventiduenne londinese, attiva dal 2018, che vanta un album di esordio clamoroso.
Collapsed in Sunbeams (questo il titolo dell’opera prima) portò a casa un Mercury Prize e un Brit Award. Un debutto che ha posto l’asticella in alto. Forse troppo. Era il 2021, eravamo tutti allegramente in burn out da pandemia e l’opera prima della Parks sembrò una sana seduta di psicanalisi collettiva, una condivisione in bei versi di temi discretamente pesanti, come ansia e depressione, cullati da melodiose ninne nanne.
Leggendo la descrizione che la stessa cantante fa del disco e del suo titolo, si poteva immaginare un degno secondo capitolo, nuove storie da aggiungere all’immaginario dell’artista, una fuoriclasse nella creazione di piccole storie, di brevi racconti, struttura e fulcro del primo lavoro.
Del nuovo album dice in sostanza che l’idea è nata durante la visione di the Souvenir, un film di Joanna Hogg, in cui uno dei personaggi sostiene che “we don’t want to see life as it is played out, we want to see life as it is experienced in this soft machine”.
Il cinema è spesso presente, con riferimenti sparsi, alcuni espliciti, come quello di Romeo + Juliet per la scena dell’incontro attraverso l’acquario, o la Juliette Binoche citata nella canzone Impurities
Sentimenti, esperienza e medium, il tutto condito con liriche sempre di notevole impatto. Un proposito impegnativo, quello dichiarato dalla giovane cantante.
Il senso delle tracce è analisi delle emozioni, dei sentimenti, attraverso personalissimi percorsi mentali. C’è un’urgente richiesta di affetto e di amore, con riferimenti non troppo celati verso Ashnikko, il suo partner attuale. La soft machine di Arlo è in azione e non è di semplicissima comprensione. 

È un disco col trucco. Le prime tracce infatti illudono l’ascolto: si inizia con Impurities, che apre con loop orientaleggianti, mentre le parole di Arlo ci offrono garanzia di comprensione, accettazione e redenzione. Il tutto è orecchiabile e salvifico, un meraviglioso benvenuto per aprire l’album. Segue Devotion che, dopo un circa un minuto introduce golosissime chitarre che ahimè non torneranno mai più. Già, perché l’album inizia a sfumare, soprattutto nella sua parte finale. Sia chiaro, nelle successive Blades, Purple Phase e Weightless tutto funziona alla perfezione, liriche con immagini che sono sempre centrate ed efficaci, come la decadente “there are sandflies in the champagne” in Weightless. Menzione d’onore però per Pegasus, in duo con Phoebe Bridgers, che ricorda molto da vicino le canzoni del suo primo album, sia a livello musicale sia testuale.
Come detto prima, però, dall’ottava traccia l’album perde la spinta iniziale e termina per inerzia fino a Ghost, canzone che chiude il secondo lavoro della Parks. 


È un lavoro ben confezionato, ben prodotto, sicuramente pieno di buone idee, ma non ha quella luce nuova del disco di esordio. E non è neanche una sua naturale prosecuzione, si vira da un indie-trip-hop-soul della prima opera a un pastiche sospeso tra sperimentazioni e synth sognanti del secondo. È una prova d’autore, che però non apporta né progressi né mirabolanti sterzate. Il suo titolo ha forse una interpretazione freudiana, in cui l’emotività è passata attraverso un processo meccanico. Manierismo et empatia, sempre ben presentate, sia chiaro.
Nel disco aleggia un sentimento di panica accettazione, di “delicatismo”. Dopo aver raccontato di sé stessa al mondo, delle proprie paure e sconfitte, il tutto in un contesto pandemico, in questo lavoro sembra sorgere il bisogno di un ritorno alla gentilezza e ai sentimenti amorosi.
Un po’ in comfort zone, un po’ troppo presto.
Rimangono quegli sprazzi di luce di cui si parlava sopra, nella speranza che siano sentieri inesplorati in cui Arlo avrà voglia di fare nuovi passi, lasciando vie note per sperimentare senza paura.

Gut

C’è quella splendida poesia di Emily Dickinson, There is a solitude of space, che oltre ad essere tra le mie preferite, sembra essere stata scritta per tratteggiare delicatamente, in disparte, il nuovo disco di Daniel Blumberg, Gut.

Il terzo lavoro solista dell’artista londinese è un lento incedere in uno spazio sospeso, che pare non avere inizio né tantomeno fine, non ha collocazione né direzione, trascende i banali concetti di spazio e di tempo, è la finite infinity che chiude la poesia di cui sopra.

There is a solitude of space / A solitude of sea / A solitude of death, ed infatti Gut è stato scritto e suonato interamente da Blumberg, con pochissimi strumenti, piano, batteria, sintetizzatori, un’armonica, e te ne accorgi nei poco più di trenta minuti di durata, nei quali spesso le strutture ridotte all’essenziale reggono la voce, forse mai così espressiva come qui, vedasi in Holdback per esempio, o nella finale Gut

Blumberg racconta che Gut, intestino (ma anche coraggio, come precisa), sia nato in un lungo periodo di malattia fortunatamente superato, e che sia questo il trait d’union, almeno a livello tematico, delle sei tracce.

L’estrema sintesi alla quale spesso si fa ricorso (sicuramente l’iniziale Bone) non è frutto di un lavorare per sottrazione, quanto piuttosto logica conseguenza di una ricerca dell’essenziale, del necessario per cui anche della tecnica del sampling e della ripetitività, basti pensare che il testo di Knock, brano che vive di silenzio nella prima parte per concludersi con un maestoso climax, è composto da soli termini presenti nelle tracce precedenti.

Se avete amato quanto il sottoscritto Minus and On&On, non resterete di certo delusi, Daniel Blumberg, che è realmente un artista a tutto tondo, nell’occasione musicista, allarga ed espande i propri confini, già smisurati, in nessuna direzione particolare. O forse dappertutto.

There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
A soul admitted to itself —
Finite infinity.