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Ride @ Arti Vive Festival

Ogni band britannica, fondata dopo il 1966 e di genere riconducibile al rock, che si rispetti ha nel suo repertorio almeno una canzone con un giro di batteria ispirato – ma si potrebbe dire identico – a quello di Tomorrow Never Knows dei Beatles. Questa “coincidenza” aiuta a confutare l’erronea e fin troppo diffusa tesi che Ringo Starr fosse scarso, ma non è il momento di aprire una parentesi così annosa e controversa. Il centro di questo discorso è infatti il concerto dei Ride all’Arti Vive Festival di Soliera, a cui sono andato ieri sera per verificare se anche il quartetto di Oxford fosse, ad un certo punto dei suoi trent’anni abbondanti di carriera, incappato in questo cliché che assomiglia tanto ad un omaggio ai fab four. 

Innanzitutto, occorre dire che la manifestazione organizzata nel piccolo comune modenese, ormai consolidata e quest’anno a forti tinte shoegaze, è un vero gioiello: le strade del centro si riempiono di stand gastronomici, bancarelle colme di cd e vinili (in una di queste, però, un album dei Bon Jovi finisce misteriosamente nella colonna del grunge provocandomi una reazione di snobistico disgusto alla maniera di Rob di Alta Fedeltà) e piccoli palchi sui quali si esibiscono artisti locali. Insomma c’è un fermento, sia culturale che umano, che anima la cittadina e la bellissima piazza, incorniciata da un filare di alberi e da edifici storici, dove suonano i Ride. 

La strada che lambisce il palco si chiama Via Rimembranze ed è forse anche per questa ragione toponomastica che Andy Bell e soci ci regalano un concerto nostalgico, suonando brani fortemente radicati negli anni ’80 (quando, a dire il vero, i Ride non esistevano ancora, ma quei sintetizzatori non lasciano dubbi sull’influenza che il movimento dark/new wave ha avuto sulla band) e nella decade successiva. Anche le canzoni tratte dall’ultimo album infatti, come l’iniziale Monaco, la sepolcrale I Came To See The Wreck e PeaceSigns portano indietro nel tempo e fanno venire in mente gruppi come i New Order, i Depeche Mode e i Cult. Nonostante lo sguardo sia rivolto al passato, non mancano le innovazioni come, ad esempio, in Last Frontier, un pezzo scritto lo scorso anno, che viene suonato con due bassi e rappresenta uno dei momenti migliori della serata.

Oltre a presentare la loro ultima fatica discografica, i taciturni Ride propongono naturalmente i capisaldi del loro repertorio attingendo a piene mani ai loro primi lavori in studio, ed è da questa parte per così dire vintage della scaletta che emerge la loro natura shoegaze. Le atmosfere sono dilatate e oniriche e capita di frequente che il frontman inizi a cantare solo diversi minuti dopo la prima nota del pezzo; la voce di Andy Bell si adagia sul tappeto sonoro creato da Gardner, Queralt e Colbert ed è proprio quest’ultimo, alla batteria, a dare verve alla performance. Come un moderno Keith Moon riempie la musica e il palco, guidando il resto della band come fa in Dreams Burn Down, pescata dal primo disco e ancora capace di infiammare il pubblico con il suo alternarsi di arpeggi sognanti e violente botte di decibel. Twisterella è un pezzo power pop che rimanda agli anni ’60 (a partire dal titolo) tanto quanto alle sonorità jingle jangle degli Stone Roses, mentre Leave Them All Behind e il suo lungo assolo di chitarra ricoperto di wah-wah sottolineano la matrice psichedelica della musica dei Ride. 

Il concerto si avvicina alla sua conclusione e, quando dopo aver suonato la stupenda Vapour Trail, cantata da Gardner, i quattro di Oxford se ne vanno senza aver presentato la loro versione di Tomorrow Never Knows un po’ mi preoccupo. Al momento del loro ritorno sul palco, tuttavia, sento quel pattern così familiare e così beatlesiano che conferma l’appartenenza dei Ride al movimento musicale britannico e la veridicità del mio teorema. Si tratta di Seagull (non a caso, nell’introduzione di Tomorrow Never Knows si sente il verso di un gabbiano), un pezzo del primo album fatto di distorsioni e feedback, da cui parte l’escalation noise, che comprende anche Chelsea Girl, con cui si conclude la serata. 

Gianluca Maggi

Salmo & Noyz Narcos @ Sequoie Music Park

“Non piove sulla lapide, beviti queste lacrime” scrive Salmo nella canzone Miracolo, nel nuovo joint album CVLT – HELLRAISERS con Noyz Narcos. Forse non sulla lapide, ma stasera a Sequoie Music Park, presso le Caserme Rosse, Bologna, inizia a piovigginare. Il cielo che lacrima e fa la guardia poco prima che il live inizi riesce a rendere quasi cinematografico il parterre, che diventa un set composto dalle luci che vengono dal palco, pubblico di tutte le età che tiene le mani al cielo e si sgola con cori e urla, birre per terra e fumo di sigarette che si mescola nell’aria umida. Il parterre diventa un set proprio come la scenografia già presente sul palco, che vede un allestimento composto da lamiere di ferro graffittate e un enorme cancello (dal quale poi entreranno gli artisti) e oggetti di scena come una panchina, una cabina telefonica e bidoni metallici. 

Noyz Narcos e Salmo sono due punte di diamante nella scena rap italiana e presi singolarmente sono capaci di fare live dal forte impatto emotivo (portando anche canzoni storiche del genere) e dalla grossa componente di divertimento, condividendo entrambi la linea del concerto movimentato in cui il pubblico deve saltare e ballare il più possibile. Ecco, il risultato dell’equazione Salmo + Noyz Narcos dal vivo amplifica le loro doti in solo rendendo il live crudo e divertente ad un livello superiore. Entrambi hanno una presenza di palco estrema, riescono a tenere il ritmo alto dall’inizio alla fine del concerto senza mai far smettere il pubblico di alzare le mani, cantare e saltare. Uno dei fattori più importanti, oltre alla bravura e qualità tecnica d’elite dei due artisti, è sicuramente l’aver portato sia i brani dell’ultimo joint album ma anche proporre mattoni che hanno gettato le fondamenta del rap italiano moderno come PERDONAMI e La Prima Volta (fatta a capella) di Salmo oppure Attica e un piccolo estratto di My Love Song di Noyz Narcos. È quasi scontato ma doveroso dirlo: in un ambiente sempre più statico e dedito all’uso di playback con concerti che sono quasi sempre più listening party che live veri e propri, Noyz e Salmo portano l’unione perfetta fra vecchia e nuova scuola a livello di sound senza mai smettere di rappare e cantare e lo fanno senza sbagliarne una. Questo il pubblico lo percepisce, alza sempre almeno una mano al cielo (che nel frattempo ha smesso di piangere), continua a urlare, non sta fermo un secondo. Scene del genere possono lasciare stupiti, perchè osservando gli spettatori col procedere del concerto non si vede nemmeno una persona stanca, ma tutti sono costantemente presi dalla musica, lasciandosi coinvolgere una canzone dopo l’altra. Una menzione speciale va anche a DJ Gengis e DJ Damianito, che accompagnano gli artisti e diventano parte integrante dell’esibizione quando i due rapper lasciano a loro campo aperto per scratch e remix che fanno saltare davvero tutti.

Luci, due maxi schermi che riprendono i due artisti (a volte usando l’intelligenza artificiale in diretta fra teschi e immagini crude), palco allestito ad hoc, qualità e pulizia nell’esecuzione da essere quasi meglio della versione in studio hanno reso perfettamente l’idea degli artisti e il team che li segue: una cura dei dettagli unica. 

L’immaginario cinematografico del disco è stato riportato al live facendo sentire il pubblico non come una semplice comparsa, ma come personaggi principali che accompagnano i protagonisti, con la regia e fotografia cupa che li contraddistingue da sempre. Infatti, questo live è stato esattamente come vedere un buon classico: ti rendi conto quando è finito tutto di aver visto un cult. 

Riccardo Rinaldini