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Slam Dunk Italy 2026

KNOCKED LOOSE

BOSTON MANOR – PALEFACE SWISS – STAND ATLANTIC – GORILLA BISCUITS – HAWTHORNE HEIGHTS – HOLYWATR – FIKS – RAW POWER – SHORELINE – WEL

Perdere la testa per non impazzire è stato il filo conduttore delloSlam Dunk al Circolo Magnolia, a Milano. Un festival pienamente hardcore, capace di regalare soddisfazioni per la varietà e la qualità delle band che si sono esibite, dove ballare, saltare, pogare e uscire dall’ordinario per qualche ora permette di essere finalmente sé stessi e sfogarsi senza chiedere permesso. La fanbase hardcore, come scrissi nell’articolo dell’anno scorso, è una delle migliori a livello di appartenenza. Una community solida, un pubblico che si distingue sia per l’energia e il dinamismo che porta sul parterre che per la capacità di rispettare gli altri. Un pubblico che poga e balla fino allo stremo, ma che è sempre pronto a rialzare un compagno che cade, o più semplicemente a buttare un mozzicone nell’apposito cestino. Il Circolo Magnolia si è lasciato invadere dal pubblico mettendo a disposizione un palco piccolo e uno più grande, con le band che si alternavano fra uno stage e l’altro per aggiungere dinamismo ad un festival già frenetico ed esplosivo. 

Ad aprire il festival la band pop punk, fra l’altro nostrana, degli WEL, che riescono fin dai primi secondi a rapire un pubblico che è già abbastanza numeroso dai primi minuti del festival. Dolci e spietati, gli WEL sanno coinvolgere e trascinare grazie ad una sonorità fresca e a dei testi in cui ci si può rispecchiare chiunque, oltre che ad una presenza ottima sul palco. 

Subito dopo suonano gli Shoreline, band hardcore/emopunk tedesca, dal timbro malinconico ma incisivo. Ecco, gli Shoreline sono sicuramente una band da recuperare e non sottovalutare. Un’identità unica sul palco, con un sound riconoscibile ed emotivamente coinvolgente, e un’attitudine da band di punta. È davvero difficile fermarsi con i pregi per una band che probabilmente ha regalato una delle performance migliori di questa edizione. 

Per chiudere le quote italiane abbiamo i Raw Power e Fiks. Due modi completamente diversi di vivere il mondo punk. Da una parte, i Raw Power, band storica del panorama hardcore punk italiano e veterani del genere, portano sul palco il loro stile senza tempo che, fra cavalcate di chitarra, salti e urla regalano una performance invidiabile. Dall’altra Fiks, artista che ha militato ne La Sad e che adesso sta portando avanti la sua carriera solista. Un live sporco, grezzo, pienamente in tema con l’atmosfera, da urlare e godere e pogare sotto palco. Due mondi apparentemente diversi, divisi dal tempo e dalle generazioni, che si uniscono sotto lo stesso segno e lo stesso genere. 

Poi, subito dopo, loro. C’è un prima e un dopo Holywatr per questa edizione. Non mancano di nulla, la presenza sul palco è spettacolare, tutti i membri della band sono freneticissimi ed affiatati, con un frontman che ora si sdraia per terra, poi sbraccia mentre canta usando una voce talmente bella e pulita da sembrare in playback, alternando growl e linee vocali pulite e intonatissime. La band è stata uno spartiacque, creando un’atmosfera molto hardcore che si sarebbe portata avanti per tutto il festival impostando un livello di qualità altissimo dal quale non si può più scendere. Il pubblico lo sente, iniziano a crearsi i primi wall of death e moshpit più spinti e corposi. 

Da questo momento in poi avviene una divisione fra i due palchi. L’alternanza delle band non diventa solo temporale, ma anche di genere. Il secondo stage vede band più alternative rock ed emo che hardcore. Tralasciando l’ordine cronologico dell’evento, ad onore di pulizia e chiarezza, vi descrivo separatamente le performance delle band del palco grande e del palco piccolo. 

I primissimi protagonisti di quest’ultimo sono gli Hawthorne Heights. Band emo/post-hardcore storica che spezza il ritmo incalzante degli Holywatr con pezzi più melodici alternati a momenti più estremi, con una batteria più spinta e una cavalcata di chitarra più lenta e distorta. Con i loro cavalli di battaglia, tra cui Niki FM e Ohio Is for Lovers, fanno viaggiare il pubblico in Ohio, stato natale della band, regalando uno spettacolo intenso e nostalgico per gli amanti del genere. Sono maestri dell’esecuzione, curano ogni aspetto della performance e interagiscono molto col pubblico, rendendo il live accogliente e piacevole. 

Successivamente gli Stand Atlantic, band australiana dalle sonorità variegate e piene di influenze di vari generi, tra cui pop, pop punk, rap ed elettronica. In live suonano benissimo, in particolare Bonnie Fraser, frontman, riesce ad avere una pulizia nel cantato fuori dal comune ed un’energia contagiosa che trasmette al pubblico. 

Stessa energia da alternative rock che passano i Boston Manor, band inglese che conclude l’evento sul palco secondario. La band è il punto d’incontro perfetto fra la veracità del pop punk e la delicatezza dell’alt rock; portano sul palco un live graffiato ma dolce, come miele piccante, che fa sia ballare che perdere nei testi e nelle melodie malinconiche e crude delle canzoni. 

Il palco principale invece vede come primi protagonisti i Gorilla Biscuits, band hardcore punk newyorkese fondata nella metà degli anni ottanta, portano sul palco un’energia unica e definibile come generazionale. La stessa energia e lo stesso dinamismo si possono incrociare solo ai live di band storiche del genere, come i Cockney Rejects (storica band punk pioniera dell’Oi! fondata a Londranel 1978). Tutti i componenti della band saltano e si muovono, ma fra tutti spicca Anthony Civarelli, alla voce, che per buona parte del live rimane nel pit, fra palco e pubblico, oppure addirittura in mezzo al pubblico, cantando in faccia agli spettatori e ballando unendosi a loro, regalando un live intenso e fuori dagli schemi. 

Poi i Paleface Swiss, band metalcore/beatdown hardcore svizzera, che aumentano ancora il ritmo del festival portando un’esibizione quasi teatrale, integrando molto il pubblico durante la perfomance. Fra inviti a saltare, a fare moshpit sempre più grandi e wall of death sempre più spinti, il tutto accompagnato da dei pezzi eseguiti con precisione e ardore straordinari, i Paleface tengono la soglia dell’attenzione sempre altissima durante tutta la durata del live, preparando il pubblico per le ultime band.

Ma nel frattempo il sole è sceso, e quindi, il buio. Nel buio, in mezzo al palco, si staglia una croce. Poi si illumina; è il momento dei Knocked Loose. L’apoteosi dell’hardcore. La fusione di tutto ciò che è stato detto fino adesso, aggiungendo uno spettacolo di luci ed una scenografia che rende tutto quasi surreale, biblico, profano. La croce, ripresa dalla copertina della loro ultima fatica You Won’t Go Before You’re Supposed To, si illumina e cambia colore a seconda del pezzo. Dietro di loro scorrono foto di croci e frasi, mentre nel pubblico un andirivieni di facce, di mani e di gambe trasforma gli spettatori in una macchina impazzita. Qualcuno cade, com’è normale che sia, e quando qualcuno cade qualcun altro lo rialza. La band non si ferma, alza costantemente il tiro, vuole farli sudare, vuole farli muovere, farli perdere la testa. A livello di tecnica sono altissimi, con una cura maniacale di ogni singolo passaggio delle canzoni ed una esibizione talmente pulita ma pesante da sembrare quasi paradossale. 

Lo Slam Dunk, paradossalmente, potrebbe essere un festival adatto sia agli amanti del genere sia a chi vuole sperimentare un po’, uscire dalla zona di comfort, oppure regalarsi semplicemente qualche ora in cui ballare senza freni e ascoltare musica. Per essere sé stessi. Per perdere un po’ la testa, senza impazzire. 

Riccardo Rinaldini

SLAM DUNK ITALY – La line up completa!

SLAM DUNK FESTIVAL ITALY2026
CIRCOLO MAGNOLIA – MILANO
 LUNEDI’1 GIUGNO 2026
FINALMENTE LA LINE UP COMPLETA DEI DUE PALCHI DEL FESTIVAL
BOSTON MANOR HEADLINER DEL SECONDO PALCO
FIKS, RAW POWER E WEL GLI ITALIANI A COMPLETARE IL BILL

Slam Dunk Festival Italy 2026 annuncia gli ultimi nomi del bill che vanno a completare il programma dell’intensa giornata prevista il 1 giugno sui due palchi del Circolo Magnolia, tra rock, punk e metalcore.

Boston Manor tornano a Slam Dunk Italy dopo l’edizione del 2023, come headliner del secondo palco.  Nata nel 2013 nel Regno Unito, la band si fa notare sin da subito nella scena pop punk e alternative inglese grazie a un sound energico, con influenze grunge e alternative rock anni ’90. Dal primo disco Be Nothing., ai più recenti Datura e Sundiver, il gruppo si è evoluto dimostrando la volontà di uscire dai confini del pop punk tradizionale, avvicinandosi ad atmosfere più elettroniche e sperimentali.Conosciuti per l’intensità dei loro concerti e per un’estetica sonora in continua trasformazione, i Boston Manor sono oggi una delle band più credibili della scena alternative europea.

Tra i nomi internazionali non poteva mancare la componente italiana: saranno Fiks, WEL e gli storici Raw Power a rappresentare l’Italia al festival.

Fiks, fresco dei primi concerti da solista dopo l’avventura con La Sad, porterà sul palco di SlamDunk il suo Caos, album di debutto e segno di un nuovo inizio. Partito dai sound dei tekno-rave, passato dagli esperimenti rap, fino all’emo punk, oggi Fiks ha un’anima punk-hardcore che non vede l’ora di far conoscere a un nuovo pubblico.
WEL sono un trio pop punk di Modena, caratterizzati da un sound aggressivo e melodie catchy. Tra collaborazioni con artisti provenienti dai più lontani universi musicali come OjneJack Out e Sunset Radio, si sono esibiti a grandi festival italiani e internazionali, tra cui Bay Fest,Punk Rock Holiday Venezia Hardcore. Alternative Press li ha inseriti nella lista delle “10 pop punk band europee che dovresti conoscere”.
Raw Power sono una storica band hardcore punk nata nei primi anni ’80 a Poviglio, piccolo comune della bassa reggiana. Considerati tra i pionieri della scena hardcore europea, si sono fatti conoscere soprattutto all’estero grazie a un sound veloce, aggressivo e diretto. Il loro album più celebre, Screams from the Gutter (1985), è diventato un punto di riferimento del genere. Nonostante cambi di formazione nel tempo, la band ha continuato a suonare e pubblicare musica, mantenendo viva l’energia e lo spirito DIY tipici dell’hardcore punk.
 
PRIMO PALCO
Knocked Loose
Paleface Swiss
Gorilla Biscuits
Static Dress
Holywatr
Raw Power  

SECONDO PALCO
Boston Manor
Stand Atlantic
Hawthorne Heights
Fiks
Shoreline
WEL 
Slam Dunk Festival Italy 2026 è ormai alle porte e si conferma uno degli appuntamenti di riferimento per gli appassionati, offrendo un’ampia proposta artistica divisa tra due palchi in un’unica giornata.

I biglietti del festival sono disponibili su Ticketmaster.it
Media Partner:Metalitalia — Rock Hard Italia — Salad Days Magazine
SLAM DUNK FESTIVAL ITALY
1 GIUGNO 2026
CIRCOLO MAGNOLIA – MILANO 
Informazioni slamdunkfestival.com 
È una produzione HUB Music Factory

Screeching Weasel @ Live Club

Trezzo sull’Adda, 10 Maggio 2026

Nonostante i 40 anni esatti di carriera, gli Screeching Weasel si sonoesibiti in Europa solo tre volte, delle quali due in Italia e, sempre per gli amanti delle cifre tonde, la band dell’Illinois non veniva nel nostro paese da 10 lunghi anni. In questi casi sarebbe bello proseguire con “e non sono cambiati di una virgola”, in realtà sono letteralmente cambiati quattro quinti di band. 

Basta con i numeri, e diciamo subito che Ben Weasel, soci ed ex-soci, a Trezzo Sull’Adda, si sono comportati, ancora una volta, da ottimi headliner. Gli Screeching Weasel sono i king del Ramones-core, con un leader carismatico che è ti obbliga a guardarlo, ammirarlo e cantare con lui, e il suo noto atteggiamento provocatorio, spigoloso e fumante, non fa altro che aumenta la sua aura. 

È domenica sera, i concerti sono iniziati più presto del solito, al Live Club, l’età media si aggirava tranquillamente sui 48 anni, era pieno di punk con chiodo e spillette ancora più punk dei punk, si stava una favola, si respirava nostalgia e familiarità.

I primi sul palco sono stati The Odorants, band finlandese che da poco vede tra le sue fila il nostro connazionale Andrea Manges, un altro king della Ramones-core family. Non li conoscevo, i “ragazzi” suonano un pop-punk super catchy con i ritornelloni inaspettatamente attuali. C’erano già circa 200 persone, tutte prese dal concerto, tutte col sorriso di chi ritrova i suoi simili.

Alle 20.30 o forse un minuto prima, hanno iniziato i Retarded, andando quindi contro al loro nome. La band di Voghera giocava totalmente in casa, i loro sing-along, lì dentro, erano più famosi delle canzoni degli 883. Io conoscevo solo qualche pezzo ma allo stesso tempo nessuno mi è sembrato “nuovo”. Non sono molto fan delle voci roche e graffianti ma mi è sembrato il sound perfetto per quel climax, ad un certo punto un chitarrista ha detto: “Siete in tanti e ne conosco praticamente la metà, grazie è bellissimo”, mi ha dato quasi conforto.

A pensarci fa strano, a 16 anni i concerti punk ti sapevano di ossa rotte, sfaso e di qualcosa più grande di te, ora che siamo noi i grandi, ci sembra di passare una serena e memorabile domenica in famiglia.

Alle 21.30 sono saliti puntualissimi gli Screeching Weasel che, per non sbagliare, hanno attaccato con Veronica Hates Me senza quindi fare attendere gli oi-oi-oi e uan-ciù-trì-for del pubblico, che non si sono giustamente mai placati per tutto il concerto. È opportuno mettere in luce il fatto che ogni fan dei Weasels conosce tutti e quindici i loro album, quindi non importa dove vadano a pescare, sarà sempre uó-ah-oh-oh! Tuttavia, mi sento costretto a constatare che pensavo e speravo in una scaletta molto diversa dalle precedenti, vista appunto l’ampia gamma di scelta, invece li ho risentiti fare (vado a memoria, potrei sbagliare) moltissime stesse canzoni. Mi sono rimasti diversi colpi in canna che desideravo sentire, ma questo è stato, a mio modesto avviso, il loro unico difetto. 

Non si sono fatti desiderare, zero tempi morti tra una canzone e l’altra e ritmo da tachicardia senza fronzoli. Questo si va ad aggiungere all’atteggiamento molto professionale dello stesso Ben Weasel che non ha avuto bisogno di catalizzare l’attenzione con lungi discorsi o scontentezze, insomma non gli si poteva urlare “suona!”, è stato bello concreto, soprattutto quando c’era da spingere. Le hit della serata che per me sono state My Brain Hurts, tutta urlata da tutti a indici alzati (mi è tornata la pelle d’oca mentre scrivo), ed il finalone con Cool Kids che mi sto ancora cantando dentro.

A differenza della maggioranza delle Ramones-core band, gli Screeching Weasel da vivo mi han stupito e fatto riflettere sulla loro skill di passare da pezzi pienamente nel genere, ad altri super melodici e oserei dire emozionali, per poi partire senza sosta con qualche scheggia hardcore spezzando quindi continuamente la linea del loro immaginario collettivo. Altra nota in favore di Ben: non è invecchiato mai, anzi, l’ho trovato ringiovanito sia per il gas sul palco, che per la voce, canta tranquillamente mentre corre o si muove freneticamente e non teme note alte o lunghe. 

Negli ultimi anni ho visto molte punk rock band datate, continuare a suonare per inerzia o più probabilmente per sbancare il lunario, in diverse occasioni ho provato tenerezza e tristezza, vedere gli Screeching Weasel sul palco invece mi ha dato 10cc di adrenalina. Grazie Ben.

The Vaccines @ Fabrique

Milano, 24 Aprile 2026

“Se non avessi sentito il rock’n’roll alla radio,
non mi sarei mai accorto che c’era vita su questo pianeta”
Lou Reed

“He would never understand the world,
but he would always love this music”
Jonathan Coe, The Rotters’ Club

Ed eccomi a scrivere un altro articolo. E pensare che sono partito alla volta di Milano con il mio biglietto giallo, senza accredito stampa e senza alcuna intenzione di recensire il concerto de The Vaccines. Per completezza di informazioni, sono partito stanco e controvoglia alla volta di Milano, provato dalle fatiche di un’età adulta alla quale devo ancora fare l’abitudine, con le uniche consolazioni che non avrei faticato a trovare parcheggio (ce n’è uno comodissimo proprio davanti al Fabrique) e che la serata sarebbe durata poco e sarei dunque tornato a casa presto.
Poi però è iniziato il concerto. Il sangue che ribolle nelle vene, l’adrenalina che sale, la stanchezza che abbandona il corpo, le gambe che iniziano a muoversi. Il rock and roll. Il rock and roll che colpisce in faccia, che ti dà un pugno in testa come Kafka e che ti sveglia dal torpore. Sono uscito dal Fabrique come si esce dalla doccia alla fine di una lunga giornata, pronto a prendere la prima uscita dell’autostrada per andare ad un altro concerto e con una recensione in testa, senza la pretesa che importi a qualcuno ma con una gran voglia di scriverla. E dunque, come si diceva, eccomi a scrivere un altro articolo. 

Un po’ di contesto. Nel 2011 esce What Did You Expect From the Vaccines?, ovvero il primo album della band londinese trascinato dal singolo All In White, del quale gira su Virgin Radio TV un inquietante e accattivante (non so dire se più inquietante o accattivante) videoclip che cattura immediatamente l’attenzione di mio papà, che compra il disco, che entra così nella vita del quindicenne, infaticabile me. Ora, appare evidente che siano passati quindici anni esatti dalla pubblicazione del disco, per festeggiare i quali i Vaccines hanno deciso di organizzare un tour celebrativo in ossequio alla moda del momento. Benché io deplori questa tendenza, bisogna dire che Justin Young & co. hanno fatto proprio bene perché What Did You Expect From The Vaccines? è veramente un grande album. Anzi, mi sbilancio e dico che è un classico contemporaneo, che è stato un vero piacere ascoltare per intero.

Entriamo nel vivo. Il gruppo sale sul palco alle 20:45 spaccate (un dettaglio che il mio alter ego non ancora rinvigorito dalla musica apprezza perché lo proietta a letto entro mezzanotte) sulle note di Do You Remember Rock and Roll Radio? dei Ramones, il cui spirito rivive nei Vaccines che suonano undici canzoni (più una) in poco più di mezz’ora in una scenografia rossa, bianca e nera (strumenti inclusi) che sembra sia stata ereditata da Jack White mentreJustin Young, muovendosicome il tenente Frank Drebin con un ciuffo di presleyana memoria, chiama tutti i finali sbracciandosi. Le canzoni, a differenza mia, non sentono il peso del tempo: con il suo alone magico di mistero All In White, tra accelerazioni improvvise e rallentamenti malinconici, tra atmosfere pixiesiane e batterie dei The Jesus and Mary Chain, fa cadere tutti in una trance ipnotica dalla quale si riemerge immediatamente con la velocissima If You Wanna, che è impossibile non cantare. I brani si susseguono così, tra cori, testi criptici e tamburelli sul punto di frantumarsi, fino alla bellissima chiusura pianistica con Somebody Else’s Child, la ghost track dell’album che sancisce la fine della prima parte dello spettacolo. 

Nel “secondo tempo” i Vaccines propongono una selezioni di pezzi pescati dai dischi successivi al primo e uno, ancora inedito e presentato in anteprima, che farà parte del prossimo lavoro in studio, il settimo, in uscita nel 2026. Forse la seconda metà del concerto non è all’altezza della prima (anche se Teenage Icon, I Can’t Quit e la versione dylaniana di No Hope sono davvero notevoli) ma poco importa: il gruppo suona sul serio, senza sosta, senza fronzoli, senza inutili video e senza coreografie, facendo cantare e divertire tutto il pubblico (me compreso) e dimostrando come non serva per forza musica di merda per ballare. “It’s only rock and roll but I like it”. 

P.S.: Se non siete riusciti a comprare i biglietti per il concerto degli Strokes, come me, potete andare a sentire i Vaccines senza pentirvene (e senza mille, irritanti prevendite). 

In copertina: foto d’archivio

Tame Impala @ Unipol Arena

Bologna, 13 Aprile 2026

Se siete entrati all’Unipol Arena con l’idea di vedere una “band” nel senso classico del termine, quattro tizi che sudano su una batteria e un paio di amplificatori Marshall, siete rimasti delusi. Se invece cercavate un’esperienza extra-corporea guidata da un tizio che sembra appena uscito da un mercatino dell’usato di Byron Bay, allora eravate nel posto giusto. Kevin Parker, il genio dietro il marchio Tame Impala, ha ufficialmente trasformato il palazzetto bolognese in una gigantesca lampada lava. 

Ma procediamo con ordine.

Erano almeno quattro anni che l’artista australiano non metteva piede in Italia, e i nostalgici dei portici bolognesi avevano fame di lui. Il problema dei Tame Impala è che cercare di incasellarli in un unico genere musicale è decisamente riduttivo: ogni disco cambia forma. Parker ,infatti, è partito come il pioniere dello psych-rock e virtuoso dei pedalini per gli amanti dello shoegaze, ma il suo ultimo lavoro Deadbeat va in tutt’altra direzione. La chitarra ormai è diventata un accessorio d’arredamento e si va verso una dance che flirta pesantemente con la techno. 

Il palco era dominato da un anello di luci: una struttura luminosa sospesa battezzata “l’astronave”, che fluttuava sopra i musicisti come un gigantesco occhio di bue pronto a giudicare il nostro scarso senso del ritmo. I visual erano un tripudio di geometrie impossibili e colori talmente saturi da rendere superflua qualsiasi sostanza chimica esterna: ci hanno pensato i laser e i cannoni spara coriandoli a darci il colpo di grazia.

La scaletta è stata un equilibrio perfetto: dai classici acidi di Lonerism, come Apocalypse Dreams e il riff martellante di Elephant, fino alla viralissima Dracula, l’ultima hit estratta dal nuovo album che ha fatto ballare anche i pilastri di cemento armato dell’Arena. A metà serata, la tensione psichedelica ha concesso una tregua tattica. Mentre un video sui maxi schermi ci mostrava una sacrosanta e umanissima “pausa wc” di Kevin nel backstage (perché anche i geni del synth hanno una vescica), i quindicimila presenti si sono girati di scatto verso il Palco B. Lì, davanti al mixer, è spuntato un fungo di cortesia: un mini-salotto con abat-jour e cuscini dove Parker si è accomodato per un DJ set minimalista. Un momento di respiro necessario per ricordarci che, sotto i laser da milioni di dollari, batte il cuore di un nerd che vorrebbe solo stare in pigiama a smanettare con i campionatori. La volata finale è stata una tripletta eseguita con una precisione quasi irritante: My Old Ways, l’immancabile inno degli amori disagiati The Less I Know the Bettere la malinconia balneare di End of Summer. Siamo usciti verso i cancelli con la stessa sensazione che si prova l’ultima domenica di agosto: quella consapevolezza brutale che domani si torna in ufficio e la magia è finita.

Uscendo, però, resta il dubbio amletico che attanaglia chiunque frequenti produzioni di questo calibro: senza tutta questa fiera della tecnologia, ci saremmo divertiti ugualmente? Se Kevin suonasse le stesse canzoni seduto su uno sgabello di legno con una chitarra acustica, la sua musica farebbe ancora da padrona o ci accorgeremmo che, a volte, sono proprio i fronzoli a nascondere il vuoto? Forse la risposta è in un pedale delay, ma non sono ancora riuscita a trovarla.

dEUS @ Amager Bio

It’s been respectively 32 and 30 years since dEUS published the songs that are played on this special tour called Worst Case versus In A Bar, a split concert between their debut Worst Case Scenario (1994) and their sophomore album In a Bar, Under the Sea (1996), nothing else. 

To be honest, my mind is short-circuiting to the idea of 1994 = 32 years ago – how is it possible? The songs still sound so fresh and timeless.

The opening of the evening is the local band Supercapra on a stage overcrowded with instruments and mic stands. They delivered a 30 minutes set of 90s rock with a touch of 70s prog straight to the point. Entertaining but not unforgettable.

In the meantime, Amager Bio filled up with a very heterogeneous crowd: fans that listened to the albums since the 90s and fans that might have discovered dEUS rummaging in their parents music collection. However they got here, it’s beautiful to see how this band is still relevant across generations.

On a partially emptied stage, dEUS walk in at 21:00 sharp, led by Tom Barman and his always improbable outfits, this time represented by black and white striped pants that look like he’s just escaped a life sentence in Alcatraz or a Tim Burton dream.

The concert starts strong with Jigsaw You, Via and Morticiachair to then move on with W.C.S. (First Draft) and the crowd chanting with the band.
After a rock and tumultuous beginning, the atmosphere is relaxing, becoming softer and more intimate with deep bass lines and Right as Rain is storytelling on a guitar fingerpicked, but Mute reignite the spirits, both on the floor and on stage, with Tom delighting the crowd with his moves.

Young or less young, it’s clearly a crowd of connoisseurs as it responds precise and sharp at the topic moments of the songs.

Then it comes, my favorite song, the one I was waiting to hear live for I don’t even remember how long: Hotellounge (Be the Death of Me), the love story according to dEUS. In a decandent smoky dark hotel, a lady of the night and a regular engage in a dance of appearances “to keep the dream alive” and the music takes you from within, in a crescendo of passion and disillusion.

The mood changes symmetrically right after, with the cinematic and obsessive Theme for Turnpike, rock without frills to enter the In a Bar part of the setlist characterised by several passages of prog rock intense and alive.
Serpentine brings the mood back to intimate just for a song, then Little Arithmetic makes the crowd shake their hips to the catchy cadence of the music while the musicians clearly enjoy themselves on stage, with potent presence.

An acid bouncy violin riff and it’s instant classic: Suds and Soda is the hypnotic ending of the main set, an explosion of memories and energy.

The band returns for an encore – Roses and Disappointed in the Sun – to calm the spirits down and close that brought us back in time, even for just two hours.

Tre Domande a: Martina Gil

Come e quando è nato questo progetto?

Il mio progetto è nato nel 2022, da un incontro: suonavo la tastiera in una band che faceva cover rock, ero poco più che adolescente e scrivevo già pezzi miei, ma li tenevo gelosamente nascosti. Il cantante e chitarrista di quella band insistette per ascoltarli e, da quel momento, si prese a cuore il progetto, convincendomi a cercare una band con cui arrangiarli. Nel luglio del 2023 ho fatto il primo live con la band che ancora oggi suona con me sul palco, composta da Francesca Bertola alla batteria, Alberto Giovagnoli al basso e Alessandro Monfroglio alla chitarra.

Se dovessi riassumere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti e perché?

Non sono brava a riassumere né a sintetizzare, però, se non ci penso troppo, mi vengono in mente le parole notte, nostalgia e identità… Credo mi siano venute in mente perché molti pezzi li ho scritti dopo certe notti un po’ complicate e, dentro i miei lavori, c’è tanto — se non tutto — di quello che sono.

Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?

Sarebbe Mine, perché è un autoritratto ironico di me stessa, un po’ una caricatura, direi… Credo che sia il modo migliore per presentarmi, mostrando subito i miei punti deboli, i miei difetti, le mie paranoie e i pensieri un po’ più strani.