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Dogstar @ Große Freiheit 36

OK, let’s get this out of the way first. Yes, Keanu Reeves is the bass player in Dogstar. Yes, the famous Hollywood actor from The Matrix, John Wick, and Bram Stoker’s Dracula. This was also the source of my biggest disappointment of the night. Much of the crowd seemed more interested in filming Reeves than engaging with the performance on stage. It’s the unavoidable downside of having a Hollywood icon in your lineup, I suppose, but it’s worth remembering that this band started in the early ’90s with Bret Domrose, Robert Mailhouse, and Reeves as lifelong friends not as some vanity project – looking at you, Johnny Depp.

Dogstar took to a hot and sweaty stage at exactly 9 p.m at Hamburg’s famous Grosse Freiheit club, opening with Siren from their new album, All In Now. Vocalist and guitarist Bret Domrose, drummer Robert Mailhouse, and bassist Keanu Reeves have been together since 1991, reuniting during the pandemic after a two-decade hiatus. It’s clear that Dogstaris built on friendship and a genuine love of making music rather than Hollywood status (it doesn’t bloody hurt ticket sales, though, does it?).

Musically, they deliver an energetic blend of alternative rock driven by Domrose’s soaring vocals, jangly guitar work, Mailhouse’s steady drumming, and Reeves’ workmanlike bass lines.

Standout tracks included Joy, This Sphere, Math, and Exalted, while the band powered through much of All In Now, alongside selections from Somewhere Between the Power Lines and Palm Trees.

Solid stuff. I must admit that seeing three friends simply doing their thing on stage is a joy and something rather enviable at that.

The Flaming Lips @ Bonsai

I Flaming Lips sono una delle ultime grandi anomalie del rock contemporaneo. Una storica band psichedelica americana costruita attorno alla figura carismatica e imprevedibile di Wayne Coyne, ma soprattutto un gruppo che da decenni si rifiuta ostinatamente di fare dei semplici concerti. Ogni loro esibizione è un gigantesco carro allegorico in movimento, un circo pirotecnico dedicato alla creazione di un mondo alternativo dove non esistono sfumature di grigio, buonsenso o normalità. Una fiaba in technicolor nella quale tutto è possibile. Del resto, cosa ci si può aspettare da una band la cui leggenda racconta che sia nata dopo il furto di alcuni strumenti musicali da una chiesa?

Il concerto al BOnsai Festival di Bologna è rimasto in dubbio fino all’ultimo. Nei giorni precedenti Wayne Coyne era stato colpito da una brutta polmonite: la data di Vienna era stata cancellata e tra i fan iniziavano a circolare voci sempre più insistenti su un possibile forfait anche in Italia. Per fortuna, pochi minuti prima dell’inizio, Coyne è comparso sul palco in carne, ossa e voce roca. Ha subito chiesto scusa al pubblico, avvertendo che le sue condizioni non erano ancora ottimali. E in effetti qualche momento di difficoltà vocale durante la serata c’è stato. Ma sarebbe davvero meschino soffermarsi su questo, perché il concerto è stato talmente bello da rendere ogni imperfezione del tutto irrilevante.

L’apertura è stata esplosiva: Yoshimi Battles the Pink Robots Pt. 1 e, contemporaneamente, il gonfiaggio sul palco di due giganteschi robot rosa che hanno danzato come inquietanti guardiani kawaii per tutta la canzone. Da quel momento in poi è iniziata una lunga e felicissima escalation di nonsense visivo. Costumi improbabili, coriandoli, palloni giganti, laser sparati sul pubblico e visual in costante mutazione hanno trasformato il concerto in una sorta di viaggio psichedelico collettivo. Un trip meraviglioso che, per una volta, non richiedeva alcun supporto farmacologico. Ovviamente non poteva mancare la tradizionale scritta in palloncini “Fuck Yeah Bologna”, accolta con entusiasmo da un pubblico già completamente conquistato. L’unico piccolo rimpianto riguarda l’orario d’inizio. Con il sole ancora alto, gran parte dell’imponente apparato luminoso della band è rimasto inizialmente sacrificato dalla luce naturale. Solo con il calare della sera si è potuto apprezzare pienamente il lavoro di laser, colori e proiezioni che costituisce da sempre una parte fondamentale dell’esperienza Flaming Lips. Uno dei momenti più emozionanti è arrivato durante Do You Realize??, accompagnata da un enorme arcobaleno gonfiabile apparso alle spalle della band come se fosse uscito direttamente da un cartone animato progettato sotto LSD. Per She Don’t Use Jelly, invece, Coyne ha scelto una soluzione più sobria: limitarsi a lanciare una decina di giganteschi palloni gonfiabili sopra la testa del pubblico. Del resto, ognuno ha la propria idea di minimalismo. Immancabile anche il momento cover. E qui il concerto ha toccato uno dei suoi vertici emotivi. True Love Will Find You in the End di Daniel Johnston, già di per sé una canzone capace di spezzare il cuore, è stata interpretata da Coyne mentre indossava un enorme costume gonfiabile da alieno che simulava un rapimento extraterrestre. Una scena che, descritta così, sembra ridicola. E invece era sorprendentemente commovente. Forse perché solo i Flaming Lips riescono a far convivere il kitsch più sfrenato con una sincerità emotiva assoluta. Il finale è stato affidato a War Pigs dei Black Sabbath, preceduta da un breve ma sentito appello alla pace e alla fine delle guerre. Un messaggio semplice, forse persino ingenuo, ma perfettamente coerente con l’idea di mondo che la band continua a portare in scena da quarant’anni.

Perché il vero miracolo dei Flaming Lips resta sempre lo stesso: sotto tonnellate di coriandoli, pupazzi gonfiabili, laser e psichedelia, continuano a esserci canzoni straordinarie. Canzoni capaci di emozionare anche se venissero suonate in una stanza vuota, senza effetti speciali e senza alieni giganti. Il resto è solo un meraviglioso, coloratissimo bonus.

Alessandra D’aloise

Solitude

“The art is the artist”.

Quando si parla di Stu Larsen nessuna frase credo sia in grado di definirlo meglio di così.

Australiano d’origine, apolide per indole o per necessità, Larsenarriva al suo quarto lavoro sulla lunga distanza (dopo Vagabond, Resolute e Marigold) con Solitude, uscito per la Nettwerk, etichetta indipendente che vanta tra le proprie fila gemme come Alice Phoebe Lou, James Vincent McMorrow, Night Tape. Stupubblica il disco dichiarando in maniera esplicita e quasi pragmatica le proprie intenzione: un anno intero in solitudine, dodici paesi diversi, dodici brani.

Il risultato, come è facile aspettarsi, è un viaggio che corre su due binari: il primo più banalmente geografico, che porta il nostro dalla Nuova Zelanda, all’Italia, alla Germania, alla Patagonia.

Il secondo, parallelamente, si sviluppa su un piano maggiormente emotivo, spirituale, in alcuni casi addirittura terapeutico.

Dodici brani che partono “da casa”, ovvero Nuova Zelanda e Australia, da un mattino nebbioso (Misty Morning), brano Larseniano se ce n’è uno, chitarra folk sulla quale fa capolino un’armonica non scontata e decisamente riuscita e Xanadu, primo faccia a faccia con la solitudine causata dalla fine di una relazione… qualche eco boniveriano qua e là, pezzone comunque.

Malinconia che tuttavia torna protagonista in maniera decisiva in Shelter, che parte benissimo solo piano e voce, per poi svilupparsi in un crescendo che sa un pò di già sentito, salvo poi rinsavire nel finale, nuovamente a far fronte alla solitudine potendo contare solamente sulla propria voce.

Sarà un pò questo il tratto distintivo di Solitude, un oscillare regolare tra momenti più vivi (Other Side) ad altri nel quale il cuore si apre, quasi a ringraziare (I’ll Be Your Hallelujah, a mio avviso il vero vertice artistico del disco) o a fare i conti con il presente (Nobody Knows).

Solitude è esattamente quello che ci si aspetta da un disco di Stu Larsen, che si conferma un grandioso autore di canzoni, una penna magnifica con un’innata capacità di creare poesia. Solitude è il manifesto del suo folk, ed Eden ne è la sua sublimazione, un brano di oltre 9 minuti, una necessaria quanto dolorosa discesa nel proprio inconscio per riemergere facendo pace con se stessi. Larsenpare insegnarci a non riempire il vuoto, ma a conviverci, e perchè no, ad abitarlo.

Aldous Harding @ Store VEGA

It’s almost Summer in Copenhagen, only a few days away from the solstice, and I find myself entering VEGA in broad daylight to experience Aldous Harding in concert.

While waiting for the room to fill out, an interesting opening act takes the stage. They are Vera Ellen, a quartet already known to VEGA for playing here not long ago.

Their tunes are deep, profound and hard and mellow at the same time, a very interesting contraposition. While their set floats between rock, prog and a touch of jazz drums, the last song is something breathtaking: nocturnal, intimate, the deep rough voice of the singer and piano.

The stage is swiftly emptied of all the extra equipment, leaving a semi circular arrangement of instruments: drums, guitar and keyboard, bass and keyboard and keyboard with harp. In the exact center of the stage, a mic stand, a stool and a guitar waiting for Aldous Harding.

The first impression when she takes the stage is that we’re looking at a theatrical performance: her steps are stiff, her moves calculatedly slow; I find my attention captured by her hands, that are saying way more than the words sang.

The concert opens with the first three songs of the new album Train on the Island, although not in the same order of the record. The voice is deep, the movements essential and the crowd attention is completely taken hostage.

As the songs roll from the stage to the adoring crowd, the stiffness that seemed possessing Aldous leaves space to softer moves and a warmer presence on stage, although the interactions with the people in the room are still not found. On Worms the intimate, soft and cozy atmosphere alongside the warm and deep voice triggered an immediate resemblance to a Cat Power in her best days.
The setlist for the night is mainly Train on the Island in its entirety, with a few intermissions from previous albums such as Warm Chris, Designer and Party that fit smoothly and cohesively, so much that there are no decibel peaks when an older tune is played. It seems that the Aldous Harding people love all her songs equally deeply.

I leave the venue right before the encore and while I walk out in the bright night, I finally hear the crowd releasing the most genuine scream of appreciation and gratitude for the beauty they’ve been given the privilege to witness.

Kneecap @ Sequoie Music Park

Bologna, 16 Giugno 2026

Il mondo è bello perché è vario. Coesistono artisti come Francesco De Gregori, che ultimamente ha rivendicato il comodissimo diritto di non prendere posizione sulle questioni politiche del proprio tempo. E poi, per fortuna, esistono i Kneecap, che hanno costruito la propria carriera facendo esattamente il contrario. Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaínon sono soltanto una delle band hip hop più interessanti emerse negli ultimi anni dall’Irlanda. Sono un fenomeno culturale e politico che ha scelto di utilizzare la musica come strumento di lotta, di provocazione e di racconto. Nati nei quartieri repubblicani di Belfast, hanno costruito la propria identità artistica attorno alla difesa della lingua irlandese, alla memoria del conflitto nordirlandese e a una critica serrata del potere politico. Negli ultimi anni, però, il loro sguardo si è allargato ben oltre l’Irlanda, trasformandoli in una delle voci più esplicitamente schierate a sostegno della causa palestinese all’interno della scena musicale europea.

Martedì 17 giugno, al Sequoie Music Park di Bologna, il trio ha trasformato l’apertura della rassegna estiva in qualcosa di molto diverso da un semplice concerto. Più che uno show, una dichiarazione d’intenti. Più che un’esibizione, una piccola insurrezione danzante. I brani si susseguono come manifesti lanciati da un’auto in corsa. Beat martellanti, bassi profondi e quell’alternanza continua tra inglese e gaelico che, anche quando non viene compresa parola per parola, trasmette un’urgenza immediatamente riconoscibile. Non serve capire tutto: il punto non è la traduzione, ma l’energia. Quando partono Éire Go DeoGet Your Brits Out e FENIAN, nessuno sembra preoccuparsi troppo di cogliere ogni singola sfumatura del gaelico. Quello che conta è il colpo allo stomaco dei bassi, l’immediatezza dei ritornelli e la capacità della band di trasformare ogni pezzo in un coro collettivo. La scaletta è costruita con intelligenza e cattiveria: pesca dal nuovo materiale senza dimenticare i brani che hanno reso i Kneecap un caso internazionale. Il risultato è un concerto che non perde mai quota, sempre in bilico tra festa di quartiere, manifestazione politica e finale di coppa europea. L’impressione, a tratti, è quella di trovarsi più in una curva che sotto un palco. I Kneecap dirigono il pubblico come capi ultras dell’antifascismo internazionale, alternando canzoni, slogan e cori collettivi. In uno dei momenti più significativi della serata, il trio interrompe il concerto per invitare sul palco Josè Nivoi del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova. Gli viene lasciato spazio e microfono per raccontare le ragioni delle mobilitazioni e degli scioperi portati avanti dal collettivo, da anni impegnato anche nelle campagne contro il transito di armi destinate ai teatri di guerra, in particolare Gaza. Una scelta perfettamente coerente con la filosofia della band: utilizzare la visibilità conquistata attraverso la musica per amplificare battaglie politiche e sociali.  Il finale con Bella Ciao, cantata da migliaia di persone sotto il palco, è apparso quasi inevitabile. Non come un rituale nostalgico, ma come la naturale conclusione di una serata in cui Belfast, Bologna e Gaza sono sembrate improvvisamente meno lontane tra loro.

Per il trio di Belfast, la politica non è un elemento accessorio dell’arte: è il motore stesso della loro esistenza artistica. Non un tema da affrontare occasionalmente, ma il linguaggio con cui leggere il mondo e dialogare con migliaia di persone. Ed è probabilmente questo il segreto del loro successo. Riescono a parlare di colonialismo, repressione culturale, identità nazionale, Palestina e antifascismo senza mai assumere il tono della lezione morale. La loro è una musica che fa pensare senza rinunciare a far ballare, che prende posizione senza perdere il senso dell’ironia e della festa. In tempi di slogan vuoti, neutralità di comodo e indignazioni prefabbricate, l’autenticità dei Kneecap è diventata un bene raro. E proprio per questo continua a riempire i concerti.

In copertina: foto d’archivio

A Day To Remember: spostato al Fabrique il concerto di Milano

Cambio di location per l’unica data italiana da headliner degli A Day To Remember, in programma per il 28 giugno 2026 a Milano.

Per motivi tecnici, lo show non si terrà più al Parco della Musica ma al Fabrique, che ospiterà anche Grandson e Vianova come special guest della serata.

Restano invariati data e biglietti già acquistati, che saranno validi per l’accesso alla nuova venue senza necessità di ulteriori operazioni.

Il concerto si svolgerà in uno spazio al coperto, una soluzione che garantirà condizioni più confortevoli in piena stagione estiva.

Di seguito i dettagli aggiornati dell’evento:

A DAY TO REMEMBER
con GRANDSON e VIANOVA

28 giugno 2026
Fabrique, Milano

I biglietti sono disponibili sui circuiti di vendita ufficiali.