Giorgio Poi @ Arti Vive Festival
Soliera, 4 Luglio 2025
A volte la musica arriva ancora prima del musicista sul palco. Ed è quello che è successo venerdì sera nella piazza gremita di Soliera, per la seconda serata del Festival Arti Vive 2025.
Un’attesa febbrile e una calura insopportabile hanno reso il pre-live di Giorgio Poi un piccolo rito collettivo: corpi accalcati, ventagli alla mano, sorrisi tesi di chi spera di riuscire a entrare. Alcuni non ce l’hanno fatta: lo staff è stato costretto a sbarrare momentaneamente gli accessi, gestendo con pazienza l’ingresso a piccoli gruppi. È evidente che quest’anno, rispetto alla scorsa edizione, l’energia si fosse moltiplicata. E con essa, le aspettative e le file indiane.
Io sono riuscita a conquistare una spettacolare seconda fila. E da lì, quando Giorgio Poi è salito sul palco, ho capito che valeva ogni goccia di sudore. Il concerto si è aperto con grazia sussurrata, poi si è mosso con la soave leggerezza che solo lui sa evocare, una danza sospesa tra malinconia e inni personali. Il pubblico, rapito, si è lasciato trasportare dai brani dell’ultimo album, Schegge, uscito il 2 maggio scorso.
La setlist è stata in gran parte dedicata a questo nuovo lavoro, una raccolta di ballad dall’eleganza d’altri tempi, che non rinunciano a incursioni in arrangiamenti più sperimentali e slanci elettronici ben dosati. Il live si apre proprio con la prima traccia, Giochi di gambe, che suona come una canzone da occhiali da sole e cornetto, ma con il filtro alla Wes Anderson. Un’atmosfera sognante che è ormai firma riconoscibile dell’artista novarese.
Schegge è un album che racconta frammenti di vita, la sensazione dell’autore di sentirsi “sprigionato, esploso come una scheggia tra altre infinite schegge”. Questo concetto prende forma anche visivamente: sul palco, lampade a led riprendono le linee frastagliate della cover, creando un’installazione luminosa che cambia colore e intensità insieme alla musica.
Ma la scheggia da punta di diamante — per chi scrive — rimane Uomini contro insetti, una melodia sospesa che richiama la tradizione dei grandi cantautori italiani del secolo scorso, da Dalla a Gino Paoli. Nella cornice intima del parco della Rocca di Soliera ha assunto un fascino tutto suo, avvolgente e malinconico, impreziosito da un sentito assolo di chitarra dello stesso Giorgio.
La formazione sul palco vede tre musicisti oltre al cantautore novarese: bassista, tastierista e batterista, tutti ineccepibili, precisi all’estremo. Se non fosse per i riarrangiamenti e la performance vocale, a tratti si farebbe fatica a trovare differenze rispetto alla versione registrata.
Erano anni che desideravo vedere Giorgio dal vivo, in particolare per due brani del precedente album: Pomeriggi, con il suo riff di basso irresistibile e un ritornello che travolge come una corsa al tramonto, e Giorni Felici. Quest’ultima, per chi scrive, è stata come una persona gentile che ti tende la mano: un conforto vero, un piccolo miracolo in uno dei tanti momenti difficili della pandemia. Vorrei poter tornare a venerdì sera e rivederla eseguita senza gli occhi appannati dalle lacrime. Ma è stato giusto e bellissimo così.
Tutte le emozioni che mi attraversavano, le sentivo nelle voci e nei volti di chi cantava estasiato affianco a me. È davvero strabiliante pensare a quanto la sensibilità e la dolcezza di questo artista muovano così tanto, in così tante persone. È stato come ritrovarmi ad una festa a cui ero stata invitata da tempo.
Arriva poi la dedica al “delizioso” clima con un’elegante reinterpretazione di Estate di Bruno Martino, rifacimento che ha trovato nuova vita come colonna sonora nella serie Netflix Summertime (2020).
Infine, la piazza esplode in un’onda danzante e luminosa con i brani più amati del repertorio: Missili (originariamente in feat con Frah Quintale), Vinavil dal secondo album Smog, e una chiusura perfetta con la super catchy Les jeux sont faits, del nuovo album, che trasforma la malinconia in una festa pop sotto il cielo di luglio.
Arti vive si riconferma l’appuntamento estivo a cui non si dovrebbe mancare e Giorgio Poi l’artista da recuperare, se non ancora scoperto, o da cantare sottopalco quest’estate, per chi già lo ascolta.
Setlist
Giochi di Gambe
Acqua Minerale
Nelle tue piscine
Il Tuo Vestito Bianco
I Pomeriggi
Erica Cuore ad Elica
Rococò
Non c’è Vita Sopra i 3000 Kelvin
Solo per Gioco
Un Aggettivo, un Verbo, una Parola
Stella
Tubature
Niente di Strano
La Musica Italiana
Giorni Felici
Tutta la Terra Finisce in Mare
Delle Barche e i Transatlantici
Estate (Bruno Martino cover)
Uomini Contro Insetti
Schegge (Instrumental while off stage)
Missili
Vinavil
Les Jeux Sont Faits
In copertina: foto di archivio, Luca Ortolani
Deadletter @ Arti Vive Festival
Soliera, 3 Luglio 2025
Ormai l’Arti Vive di Soliera è come il caffè a fine pasto, come ascoltare Venditti prima dell’esame di maturità, come trovare Una Poltrona per Due in TV la sera della vigilia di Natale: una confortante consuetudine, un immancabile appuntamento fisso che si aspetta con ansia. Sarà che c’è un clima disteso al posto del classico trambusto dei festival estivi, sarà che ci si può andare in espadrillas senza tornare a casa dolenti e claudicanti, sarà che il programma prevede sempre nomi nuovi e interessanti e che i concerti costano poco o niente (letteralmente, alcuni sono gratuiti), sarà che il listino prezzi assomiglia a quello di un centro sociale e non a quello di un bar vista duomo in piazza San Marco, sarà (soprattutto) che l’audio è perfetto; sarà che è una piacevole eccezione nel panorama concertistico italiano, ma a questo festival si sta come in piscina (o davanti al ventilatore, de gustibus non est disputandum) quando fuori ci sono 40 gradi: benissimo. Sollievo e comfort sono dunque le parole chiave per descrivere l’atmosfera che colora Soliera in questi giorni, parole in netta antitesi con la musica disturbante e ossessionante proposta dalle due band che sono salite sul palcoscenico durante la serata inaugurale dell’edizione di quest’anno.
Ad accendere gli amplificatori sono stati i Leatherette che, grazie al loro sound internazionale, avrebbero potuto essere scambiati per un gruppo inglese se il cantante e sassofonista (tranquilli, non è un ventriloquo e non fa le due cose insieme, prima canta e poi soffia nell’ancia) incredibilmente somigliante a Johnny Rotten nelle pose e nel taglio di capelli non avesse detto che in verità vengono da Bologna mentre si rotolava e si contorceva alla fine del set. Terminato il prologo, perfetto per stile e registro, offertoci dall’autoctono quintetto, sono saliti sul palco i Deadletter; questi, immemori del loro status di headliner, hanno srotolato i cavi e accordato gli strumenti secondo l’etica lavorativa tipica della periferia inglese tutta proletariato e birra chiara da cui provengono, prima di iniziare a suonare. Un apprezzabile segno di umiltà.
I tratti distintivi della musica dei Deadletter e del concerto di ieri sono essenzialmente tre: la ferocia post-punk delle tracce, la robustezza della sezione ritmica (il lavoro, anche a livello armonico, del bassista è veramente notevole) e l’incalzante, magnetica via di mezzo tra cantato e parlato che il frontman appoggia su basi musicali ipnotiche muovendosi come una sorta di controfigura scoordinata ed esagitata di Iggy Pop. L’influenza dell’iguana e dei suoi Stooges si riscontra anche negli inserti di sax di funhousiana memoria che punteggiano le parti strumentali, una scelta che porta le canzoni in ambienti vagamente avanguardistici. Le canzoni hanno il battito accelerato, sono concitate, sfrenate e serrate e l’impatto sul pubblico è forte ma forse, a lungo andare, risultano monodimensionali: la voce è amelodica (passatemi il neologismo) e apatica, i chitarristi sono orientati a produrre feedback ed effetti psichedelici e disarmonici più che a suonare note chiaramente decifrabili e le influenze non sono troppo varie: ogni tanto si è sentito qualche pattern ballabile di batteria nello stile dei Franz Ferdinand, ogni tanto qualche eco di band punk come i Clash o i Modern Lovers (è questo il caso del pezzo di apertura, uno dei più convincenti della serata) ma nel complesso le composizioni dei Deadletter si presentano come entità monolitiche, certamente energiche ma con una gamma cromatica ridotta.
Penso che il concerto di ieri, godibile ma a mio avviso non indimenticabile, possa essere un ottimo spunto per aprire un dibattito su questo revival post-punk che è alquanto pervasivo nell’attuale universo musicale e che forse si è piegato su se stesso fino a ridursi a mera formula: ne sono esempi inequivocabili il cantante/urlatore nevrastenico con gli occhi spiritati, l’utilizzo ripetuto di larsen (in origine una pratica sovversiva, ora svuotata di significato perché completamente sdoganata e accettata) e il rifiuto della cosiddetta forma-canzone che viene esasperato fino a diventare una posa. Forse i Deadletter, ma non sono i soli, dovrebbero accartocciare e buttare nel cestino alcuni di quei cliché che rendono gli artisti all’apparenza molto alternativi, e che comportano tuttavia un’omologazione di fondo, per cercare la loro voce ripartendo dal carisma del cantante, dal talento puro del bassista e da pezzi come It flies e Credit to Treason, che sono stati i momenti più alti della data di Soliera.
In copertina, foto d’archivio