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23 Ottobre 2024: Al Largo Venue di Roma, Feldspar in concerto + special guest Danno, Dj Baro e Grandi Numeri.


Stagedive presenta

GODLESS FOLK TWO BLOCKS FROM THE POPE

Chapter 1

23/10/2024 @ LARGO VENUE, ORE 19:00

FELDSPAR IN CONCERTO + SPECIAL GUEST DANNO e DJ BARO (Colle Der Fomento), GRANDI NUMERI (Cor Veleno)

 scarica qui press-kit e comunicato stampa completo

Ingresso gratuito su prenotazione*

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-godless-folk-two-blocks-from-the-pope-946352635207

Un nuovo progetto musicale è pronto per calcare le scene musicali di Roma e delle piazze italiane. La recente formazione dei FELDSPAR, collettivo artistico composto da talenti creativi tra i più trasversali e che affonda le sue radici nell’hardcore americano, sviluppa il concept GODLESS FOLK TWO BLOCKS FROM THE POPE. Un contenitore artistico che coniuga musica hardcore made in Rome, RAP romano, arte visiva e fotografica, nato per offrire al pubblico nazionale e internazionale una lettura aggiornata della Capitale con l’obiettivo di restituire, in chiave ironica e critica, lo stile del gruppo. Il tour inizia a settembre 2024 con una serie di mini live e presentazioni teaser in attesa della data ufficiale prevista per il mese di ottobre e proseguire poi fino al 2025, anno del Giubileo a Roma.

Link al videoclip del singolo d’esordio “Cobblestones” dei Feldspar: 

Link all’ascolto dei FELDSPAR sulle principali piattaforme: https://linktr.ee/feldsparhc

Il progetto GODLESS FOLK TWO BLOCKS FROM THE POPE partirà infatti a Roma il 23 Ottobre a LargoVenue. In questa occasione i FELDSPAR presenteranno il loro primo album “Old City New Ruins”, in uscita il 30 Settembre per Time To Kill Records. Sul palco insieme ai FELDSPAR ci saranno ospiti e nomi storici del Rap romano come DannoDj Baro (Colle der Fomento) e Grandi numeri (Cor Veleno) per un momento congiunto di vero HardCore-Rap set. A seguire Danno e Grandi numeri, accompagnati da Dj Baro, suoneranno uno specialissimo set tratto dalla parte più street e combat del loro repertorio artistico.  

La serata sarà arricchita da un’exhibition di Old City New Ruins, fanzine e mostra fotografica a cura di Guido Gazzilli, dalla presentazione di Rosso Sangue, un vino rosso ad edizione limitata a cura di SuperNaturale realizzata per Feldspar in occasione di Halloween, e dalla presentazione di This is not Giubileoa cura di This is not a love song, autoproduzione editoriale nata nel 2013 nota per la collana di “cassettine illustrate”, conosciute con il nome di “tinals”.

Tra gli special guest, ancora in via di definizione, saranno presenti tutti gli artisti che hanno preso parte al progetto FELDSPAR: dall’illustratore Chris Wilson, talento emergente dell’illustrazione negli Stati Uniti, conosciuto per le sue collaborazioni con influenti esponenti della scena hardcore punk, al leggendario Nick Terry, produttore britannico di grande fama, noto per aver collaborato con The Libertines, Ian Brown, Stone Roses, Simian Mobile Disco, Peaches, Turbonegro e Kvelertak e altri artisti e illustratori come Massimiliano MarzuccoShallabba e Marcello Crescenzi (Rise Above) che firmeranno gli artwork prodotti.

GODLESS PRIZE*

I primi ad arrivare all’evento riceveranno in regalo la stampa del poster della serata a cura di Massimiliano Marzucco, stampe fotografiche del progetto firmate Guido Gazzilli, t-shirt, album e merchandise delle band (a tiratura limitata).

Cutouts


A pochi mesi di distanza dall’uscita di Wall of EyesThe Smile pubblicano un nuovo album, Cutouts, il terzo in due anni, il secondo del 2024. 
Oppure.
Dopo 252 giorni The Smile pubblicano un nuovo album: Cutouts. Sarà la prima band della storia ad avere due dischi nella top 5 degli album usciti in un anno bisestile. 
E ancora. 
Il vizietto. Storia di due amici che a distanza di ventitré anni si divertono a pubblicare due album a distanza di dieci mesi. 
Eh sì, perché Tom Yorke e Jonny Greenwood lo avevano già fatto, nel 2001, quando a poca distanza dall’uscita di Kid A pubblicarono Amnesiac. Le modalità sono simili, ma a noi piacciono le differenze. 
La dualità degli album di inizio millennio ha prodotto qualche quintale di letteratura, nonché letture magico/filologiche/eziologiche per giustificare la brevissima distanza di pubblicazione e per impedire che Amnesiac passasse davvero alla storia come un Kid B. La sua “autonomia artistica” è stata più volte spiegata dai Radiohead perché è una parte della discografia di una delle più importanti, influenti e cangianti band della storia della musica.
Cutouts è stato registrato nelle stesse sessioni del disco precedente, tra Oxford e gli studi di Abbey Road, e probabilmente, come il titolo stesso suggerisce, qualche post-it è caduto dal banco mixer accorciando la tracklist di Wall of Eyes, ma non è l’unica spiegazione.
Cutouts non è fatto di “ritagli”. Non è così semplice. 
Alcuni brani, come ad esempio Tiptoe, sono antichi come la genesi stessa de The Smile, ne abbiamo tracce risalenti al 2022, mentre il riff di Zero Sumarriva da un lontano tour dei Radiohead, anno domini 2016. Ma è Bodies Laughing a detenere il record di anzianità: la traccia che chiude Cutouts risale al 2005. 
In generale le canzoni del disco hanno echi lontani, alcuni lontanissimi, anche se non sempre identificabili al primo ascolto. Le strutture dei brani sono complesse, ma ogni tanto uno scorcio di The Bends compare tra un violoncello e un synth. 
E, soprattutto, Cutouts è figlio del porto franco noto come The Smile.

Il progetto di Tom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner gode di una assoluta libertà, figlia dell’assenza del marchio Radiohead. 
In ogni lavoro de The Smile c’è amore e gusto per la sperimentazione e l’esplorazione, lasciando alla band-madre l’onere del nome e della coerenza. Non è una terra di nessuno, è piuttosto un approccio più libero alla materia. Qualunque cosa non abbia posto o senso in un album dei Radiohead può vivere felice nelle tracklist camaleontiche e trasformiste de The Smile. 
Insomma, se i primi sono una tela per un dipinto a olio, i secondi sono un taccuino da viaggio su cui lasciare schizzi e prove, se poi questi porteranno a piccoli capolavori, sarà solo il tempo a dirlo. 

La curiosità allora si può spostare sul confronto con il disco precedente, e cercare di capire perché non abbiamo avuto un clamoroso (e anacronistico) doppio album invernale. Wall of Eyes aveva una coerenza interna, di testi, di melodie, di intenti. Era un disco con un paio di piccoli capolavori, picchi e qualche caduta. Cutouts è un piccolo caos. È un disco adolescente, cupo e arioso, che può sembrare noioso in alcune parti, ma che sa riprendersi le attenzioni che merita con una sterzata improvvisa, anche nello stesso brano. Completamente privo di coerenza interna, è un pastiche di stili e generi, figlio di uno slancio di esplorazione entusiasta e deresponsabilizzata. Quando tre musicisti incredibili perdono i freni inibitori e l’ombra dei Radiohead si fa lontana, si potrà vedere financo Yorke sorridere durante l’esecuzione live dei loro pezzi. 
Il disco apre con Foreign Spies e porta subito in campo synth e orchestre e un tempo lento e dilatato. Così come la seconda traccia, Instant Psalm, costruita su di un loop ipnotico, quasi reverse, con archi a portare aria e respiro. Ma è un inizio traditore e mendace: il disco è dedito agli uptempo e in questa dimensione dà il meglio di sé. La terza canzone, Zero Sum è frenetica, con un Greenwood che vola sulla chitarra in un dialogo tutto interiore con la melodia, sarà la cosa più funky che sentirete da The Smile, ottoni compresi nel prezzo. 
Colours Fly sposta i nostri in un flusso nuovamente prog/orientale, tra echi e chitarre dervisce quasi in trance. Quattro tracce, quattro esperienze musicali diverse. 
Eyes & Mouth è un climax di riff che profuma di jazz e prog rock, ma con un Yorke lasciato a briglia sciolta sulle melodie. È un insieme sulla carta disarmonico che invece trova una sua ragione e una sua naturale eleganza. Altissima e naturale eleganza.
E ancora incoerenza e sperimentazione in Tiptoe, lenta e solenne, in The Slip, che sembra uscita da Bristol nel ’98 e che invece porta in seno un riff goloso e percussioni da cumbia, fino a No Words dove troviamo un Greenwood perso su(lle) scale in stretto dialogo con una cassa quasi dritta di Skinner. 
La sensazione, a fine ascolto, è di aver assistito a uno spettacolo fatto per divertire e stupire, una wunderkammer de The Smile, un compendio al disco precedente in cui si raccontano nuovi confini musicali. O forse un nuovo e più ampio approccio alla materia-musica. 
Considerando che prima dell’uscita di Cutouts i tre hanno lavorato a diversi progetti, tra cui colonne sonore e tour solisti, mi aspetto che non finisca qui la vena creativa e soprattutto spero che la libertà toccata con questo disco sia la chiave per i lavori futuri. 

Tre Domande a: The Light Drown

Se doveste riassumere la vostra musica con tre parole, quali scegliereste e perché?

Paura, amore e speranza.  
Paura, perché viviamo un presente precario, pieno di insicurezze e incertezze.  
Amore, perché, anche se spesso ci troviamo in relazioni instabili che ci consumano e alimentano la paura di perdersi insieme all’altra persona, resta comunque il sentimento che muove tutto e ci spinge a dare tutto.  
Speranza, perché crediamo fermamente in un futuro diverso, di cui si parla poco e sempre meno, e che non riguarda solo il benessere di una generazione, ma anche il desiderio di un cambiamento profondo nel nostro modo di vivere.

Cosa vorreste far arrivare a chi vi ascolta?

Vorremmo che le persone trovassero nella nostra musica comprensione e vicinanza. Noi stessi viviamo in prima persona le ansie della nostra generazione e siamo consapevoli dei sentimenti negativi che ci circondano. Creare una connessione e un principio di solidarietà, che permetta di non sentirsi soli nella disperazione grazie alla musica, rappresenta per noi una forma di speranza per il futuro. L’idea che, un giorno, tutta questa sofferenza possa trasformarsi in una nuova coscienza e, finalmente, in un autentico concetto di cambiamento.

Progetti futuri? 

Poter lavorare con la musica e viverne. Anche se fosse poco, ci basterebbe, perché è ciò che da sempre ci riempie più di ogni altra cosa. Vorremmo avere la possibilità di fare della musica la nostra vita.

CANNIBAL CORPSE: la data di Milano si terrà sul palco principale dell’Alcatraz

A seguito della massiccia richiesta di biglietti dei fan, il concerto dei CANNIBAL CORPSEprevisto a Milano il 15 ottobre si svolgerà sul palco principale dell’Alcatraz.

Nuove disponibilità di biglietti sono da questo momento selezionabili su MC2Live.it e Vivaticket.com.


Lo show che si terrà all’Alcatraz di Milano il 15 ottobre sarà l’unica data italiana per la death metal band guidata da George Fisher. CANNIBAL CORPSE saranno preceduti sul palco da Municipal Waste, Immolation e Schizophrenia.

Dettagli 

CANNIBAL CORPSE

+ Municipal Waste

+ Immolation

+ Schizophrenia

15 ottobre 2024 – Milano, Alcatraz (Palco principale)

Flow Critical Lucidity

 

“Il cinema, come ogni altra arte, è come un grande albero con molti rami, alcuni vecchi e grandi, altri piccoli e giovani […]. Il corpo principale può essere sostenuto dalle radici, ma sono i piccoli rami, le foglie e le gemme fresche che portano il sole e la vita all’albero. Un albero non può sopravvivere senza foglie”

La citazione in epigrafe appartiene a Jonas Mekas, pioniere di una nuova forma di cinema sviluppatasi nel corso degli anni ’60 a New York, città adottiva di Thurston Moore, e credo che in qualche modo spieghi la continua ricerca sonora e l’esasperato sperimentalismo che scorrono nelle vene dell’ex leader dei Sonic Youth. L’autore di Flow Critical Lucidity  infatti ha avuto (e ha tuttora) una carriera cangiante, in costante aggiornamento ed evoluzione, come conferma quest’ultima fatica discografica che si pone in continuità rispetto al passato e al contempo introduce novità sul piano sonoro, compositivo e filosofico. In sintesi, Moore riprende in quest’album il discorso iniziato più di quarant’anni fa con Lee Ranaldo, Kim Gordon e Steve Shelley cambiandone il contesto; abbandonando i feedback spaccatimpani e la scena punk (ma non la sua attitudine anticonformista e anticommerciale) per entrare in una dimensione artistica altra, matura e semiacustica. 

Per comporre le sette tracce più una di questo Flow Critical Lucidity, Moore si è recato in Svizzera (per la precisione sul lago di Ginevra, che continua ad ispirare musicisti dopo gli exploit dei Deep Purple e dei Queen) ed il risultato è un album contemplativo il cui tema principale è la natura, cantata e suonata in un modo sognante che riflette la spiritualità mistica di Patti Smith, per amore platonico della quale Moore si trasferì nella grande mela. Ed in effetti, il meraviglioso paesaggio lacustre e allo stesso tempo montano e floreale di quella zona non può che evocare riflessioni sulla natura. 

Il disco si apre con New in Town, che con le percussioni tribali e il “tono metallico standard” della voce di Moore delinea perfettamente la matrice sonora di Flow Critical Lucidity e ne tratteggia il filo conduttore: il recupero di uno stile musicale primitivo che passa attraverso la ripetitività e le strutture aperte dei brani, come ha confessato lo stesso autore. Talvolta, come in questo caso, la sua tendenza ad improvvisazione porta l’ex cantante dei Sonic Youth a trasfigurare il concetto stesso di canzone, cosa che sembra accadere anche in Sans Limites. Il pezzo, che è anche uno dei singoli, inizia infatti con il melodioso suono di un carillon seguito da tre minuti circa di jam proemiale; un sofisticato intreccio di chitarra, basso e pianoforte che ricorda Empty Page (i nostalgici, come me, apprezzeranno) e che, nel momento in cui entra la batteria, si trasforma in una bellissima ballata nello stile dei Sonic Youth, ma con il distorsore spento. Il tutto viene impreziosito dalla voce di Laetitia Sadier, alla quale Moore lascia il ritornello, se così lo si può chiamare, e da un videoclip che, con gli scricchiolii e le imperfezioni della pellicola, ricorda uno di quei filmini amatoriali girati durante una giornata in famiglia e che per questo comunica un senso di innocenza, fanciullezza e nostalgia. Una canzone da ascoltare e riascoltare. 

A questo punto, Moore intraprende il suo viaggio (e noi con lui) verso l’oscurità. Il disco si fa sempre più claustrofobico, dark e ipnotico. Shadow ricorda troppo Venus in Furs dei Velvet Underground perché questa somiglianza sia frutto del caso e sembra la colonna sonora di un film thriller con le sue note noir cariche di suspense e l’assolo noise conclusivo. We Get High si muove nella stessa direzione grazie ai riverberati schizzi chitarristici, al salmodiare monocorde di Moore e all’atmosfera rarefatta di laneganiana memoria, mentre Hypnogram (a partire proprio dal titolo) rappresenta il vero manifesto di questo disco. Si tratta di una ballata funerea tipicamente shoegaze, la cui scrittura forse risente della presenza nella band di Deb Googe, bassista dei My Bloody Valentine, anche se contraddistinta da un tocco à la David Gilmour in cui si trova il perfetto equilibrio tra passato e presente. Ci sono infatti l’accordatura aperta, vero marchio di fabbrica di Moore, il giro di accordi e l’assolo sghembo che ricordano i tempi dei Sonic Youth, ma è una canzone che rispecchia la sua attuale posizione nel mondo: è una canzone radicale e per nulla addomesticata, ma è adulta. Sul finale poi, Flow Critical Lucidity rallenta. Thurston Moore pizzica delicatamente le corde della sua jazzmaster generando note limpide e psichedeliche che riverberano per gli otto minuti abbondanti della conclusiva The Diver, che ricorda una versione stanca di The Diamond Sea

Nel complesso, credo che questo Flow Critical Lucidity sia un disco concettuale, un po’ come l’arte contemporanea. Sembra che Thurston Moore abbia voluto ripercorrere le tappe della sua educazione artistica newyorkese rifacendosi agli artisti, in parte già citati, che più lo hanno ispirato. Sembra inoltre che l’ex leader dei Sonic Youth non abbia voluto scrivere un album convenzionale, fatto di semplici pezzi che si susseguono, ma costruire un ambiente emozionale dal quale l’ascoltatore esce pervaso delle sensazioni che vi sono contenute. In quest’ottica va dunque vista la scelta di escludere dalla scaletta e pubblicare come bonus track Isadora, che forse è il brano migliore di tutti, ma va fuori tema. Chissà se da qui Thurston Moore ripartirà per il prossimo capitolo della sua carriera che sarà sicuramente spiazzante e diverso perché “un albero non può sopravvivere senza foglie”. 

PANTERA: i Power Trip apriranno il concerto di Bologna

PANTERA si esibiranno in concerto il 12 febbraio 2025 alla Unipol Arena di Bologna. La band guidata da Phil Anselmo e Rex Brown annuncia oggi il gruppo che salirà sul palco prima di loro.

Si tratta della crossover/thrash metal band americana POWER TRIP, che tornerà in Europa dopo 6 anni di assenza e con Seth Gilmore dietro al microfono al posto del compianto Riley Gale.

L’opener di serata sarà prossimamente comunicato.


Radiofreccia è la radio ufficiale del concerto dei PANTERA.
Metalitalia è media partner del concerto dei PANTERA.

Dettagli 

PANTERA
+ Power Trip

12 febbraio 2025 – Bologna, Unipol Arena

Biglietti
MC2 Live | Vivaticket