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Širom @ Hangar 11

Artefici, a mio parere, di uno dei dischi più belli del 2022, The Liquified Throne Of Simplicity, gli sloveni Širom giungono all’Hangar 11 di Belluno (un progetto molto suggestivo di riqualificazione di un ex hangar militare in uno spazio d’arte di circa 300mq) per mettere in scena il loro avant-free-folk dal fascino alchemico e a tratti freak.

Dagli ascolti su disco, la loro musica si manifesta come una trance sonora che sublima nel miracolo di un noise totalmente acustico, a tal punto da creare una lieve ansia per la loro resa live.

Si comincia alle 19:30, con i tre che, senza troppe presentazioni, si palesano on stage, salutano e annuncia che il programma del loro spettacolo prevederà tre pezzi.

Si riveleranno poi come tre brani (più un encore) che hanno sostenuto il concerto come muscolatura esposta, rivelando tre esperienze in forma di suite tra orchestrazioni psichedeliche e suoni polifonici e che saranno la reale sostanza di potenti evocazioni emotive e ancestrali.

Ma facciamo un passo indietro. I Širom sono Ana KravanjaSamo Kutin e Iztok Koren, suonano e giocano con un numero incredibile di strumenti, alcuni autocostruiti come vere e proprie opere d’arte do it yourself, altri provenienti della tradizione popolare slovena di cui riporto alcuni di seguito in ordine sparso: viola, violin, ribab, daf, ocarinas, balafon, mizmar, guembri, banjo e molti altri.
Inutile cercare di definire la loro musica con nomi o correnti note.
Uno spazio importante è rappresentato dagli elementi percussivi e molti strumenti sono suonati in modo del tutto originale come pentole o sassolini versati da una ciotola all’altra, a ribadire che la musica può essere creata da qualunque oggetto. 

Descrivere quello che accade sul palco non è così semplice. Forse, quello che più cattura la mia attenzione è l’estrema naturalezza di ogni gesto.
Il banjo suonato con l’archetto, tubi che agitati vicino ad un microfono producono effetti sonori, il violino pizzicato, la frantumazione di oggetti non meglio identificati, i piatti non solo percossi, ma suonati con l’archetto, un risuonatore acustico che amplifica la ghironda e la lira, dettano un profondo dialogo che tende a scappare da una contabilità immediata, colpendo con una proposta affascinante e inclassificabile allo stesso tempo.
Il destreggiarsi tra questi strumenti non è una mera esibizione da giocolieri ma il nucleo da cui parte la genesi dei brani.
Allo stesso modo possiamo descrivere l’interplay del trio: una singolare empatia a tre che li fa sembrare nati per suonare assieme questa musica stravagante che a volte pende verso l’ esoterico o un che di psichedelia rurale da camera.

La cosa sorprendente è la loro abilità di tirar fuori da ogni strumento sonorità inedite e inattese. 

La costante di uno stupore matematico è la maestria nell’indagare in un ampio spettro di timbri che diventano forme di un unico linguaggio estremamente equilibrato. L’incanto di un suono in purezza (tutto può produrre una sonorità: da piccoli flauti a parti meccaniche, da violini ad una corda, a bassi e tubi di plastica o di metallo) definisce una grazia dettata anche da idee melodiche mai fuori fuoco.
Ed è con questa narrazione che diventa soprattutto forma comunicativa, che paradossalmente i Širom diventano fruibili anche a chi masticasse normalmente poco di queste sonorità. 

Nell’alveo degli artisti definibili come “sperimentali” i Širom, ora, sono senza dubbio tra i più evocativi e poetici.
La magia creata dall’abilità tecnica dei musicisti è avvincente e si palesa anche in un’attitudine live esposta in poco più di un’ora di musica, ma con la sensazione che sia molto meno, tanto la musica incanta. 

Concentrati e completamente immersi nelle loro azioni, i tre contagiano gli spettatori presenti, prima che il tutto venga ricomposto all’insegna di un’algida calma.
Il pubblico, scivola via via verso il bar e l’uscita quasi in silenzio per non rompere l’incantesimo di una musica capace di tenere insieme rigore e stupore, dramma e commedia, accademia e deriva.

Our Brand Could Be Yr Life

“Pop Art is: Popular (designed for a mass audience), Transient (short-term solution), Expendable (easily forgotten), Low cost, Mass produced, Young (aimed at youth), Witty, Sexy, Gimmicky, Glamorous, Big business.”

– Richard Hamilton

L’ultimo disco dei Bodega non è l’ultimo disco dei Bodega. 
Questa è stata, in estrema sintesi, la dura realtà cui mi sono dovuto confrontare dopo l’iniziale entusiasmo per l’annuncio di un nuovo album della band newyorkese. Our Brand Could Be Yr Life è un remake, una sintesi, una rielaborazione del primo lavoro della band di Ben e Nikki, allora noti come Bodega Bay. È rimasto il titolo, identico, ma si sono ridotte le dimensioni, passando da trenta tracce del disco del 2015 alle quindici di quello appena uscito. 

Il titolo è una citazione del libro di Micheal Azerrad Our Band Could Be Your Life: Scenes from the American Indie Underground, un’analisi della scena musicale indipendente nella decade 1981-1991, della sua cultura e della sua eredità negli anni seguenti. Ma se “band” diventa “brand”, il giudizio che i Bodega danno a questa eredità risulta piuttosto tranchant.

È in qualche modo un concept album, quantomeno ha come sfondo un tema, quello del rapporto dell’indie con il proprio canone, con la stessa struttura commerciale che ha assunto. Un meta-album, che finisce col dissacrare stereotipi e manierismi di categoria.
Tanto che il cuore del disco sta negli otto minuti occupati dai vari capitoli di Cultural Consumer, una trilogia nonché un’analisi in pala d’altare su spleen, decadenza, incapacità e produzione artistica, pastiche postmodernista sul ruolo di chi si professa “artista”.
L’album è un discreto melting pot che mostra chiaro e cristallino il potenziale poi esploso nei dischi successivi. È un prequel pieno di riferimenti e di anticipazioni, seppur rielaborati e rivisti, che ampliano lo spettro di colori entro cui si muovono i Bodega. È un viaggio nel viaggio, perché questo lavoro aveva già la caratteristica dei dischi successivi della band: è al suo interno disomogeneo e per questo sempre sorprendente, è squilibrato al primo incontro, per poi invece trovare un senso dopo qualche ascolto. Un disco intelligente, autoironico e allo stesso tempo leggero. 

Al suo interno si trovano anime diverse, c’è tanto college rock e un’eco sempre presente al sapor anni ottanta, ma anche spigoli e ruvidità, come in ATM o Set the Controls for the Heart of the Drum (citazione tutta per i Pink Floyd, anche se, a livello musicale siamo a distanze siderali).
Abbiamo power pop q.b. e tanta melodia, suggellata da Cultural Consumer III, che puzza di Beatles e vinile. 
Webster Hall invece sembra un tributo ai R.E.M. e alle chitarre di Peter Buck. I Bodega si muovono tra Devo e Weezer, qualcosa dei Velvet Underground riecheggia in Protean, mentre l’approccio intellettuale e dissacrante sembra raccogliere l’eredità dei Talking Heads
C’è tanto, tantissimo peso specifico in questa riedizione del loro primo lavoro. Un album di pop art con una coscienza e una missione, coerente nella forma e dissonante nel contenuto, che dall’interno del canone lavora per mettere a nudo ogni singola contraddizione. 
Nikki chiude il disco con una traccia inedita dedicata a New York, città natale della band. E in qualche modo Brooklyn e la grande mela sono nel DNA della band, tra afflati bohémien e radical chic figli dei social, tra urgenze creative e creativi con urgenze, la band si specchia nel suo ambiente e ne estrae un distillato dolce e pungente, perfetto per un aperitivo con sconosciuti che “fanno cose e vedono gente”.

Morale: l’ultimo disco dei Bodega non è un nuovo disco dei Bodega, ma ribadisce quello che la band ci racconta da nove anni. Lo fa suonandolo meglio, lo fa aggiungendo qualche capitolo. Se li conoscete già, sapete il valore che hanno, se invece partite da zero, questo è il capitolo giusto da cui iniziare. 

A Place to Bury Strangers @ Monk

La dimensione fisica del suono

Roma, 11 Aprile 2024

L’atteso concerto al Monk di Roma dei newyorkesi A Place to Bury Strangers (APTBS), nel contesto del tour The Sevens – dal nome del set di quattro nuovi singoli – ha confermato l’indole di distruggere a pezzi la musica, strumenti inclusi, per ricomporla in una nuova dimensione.

Progetto attivo dal 2003 con sei album alle spalle e diversi EP, gli APTBS raggiungono la notorietà per il loro innesto di stili tra cui noise, shoegaze e post-punk, il tutto reso a volumi assordanti durante i live.

Noncuranti dello svolgimento del match di Europa League Milan-Roma, la serata live è partita pressoché senza ritardi, con la bella apertura motorik della giovanissima band portoghese MДQUIИД (Maquina).

All’improvviso vedo dietro alle mie spalle il chitarrista Oliver Ackermann degli APTBS, serafico, anche lui come spettatore dell’opening. Sorride. Contraccambio felice, però qualche istante dopo penso “Mi sembra troppo tranquillo. Spero che non sia sotto tono”. “Mavalà!” mi rispondo più tardi, come si direbbe non a Roma ma in Romagna. Infatti, dopo un veloce cambio palco, fin dal primo brano Oliver alla chitarra, John Fedowitz al basso e Sandra Fedowitz alla batteria, danno il via al massacro sonoro con volumi extra-ordinari, distorsioni interminabili, ritmo serrato e potente, fumo, fasci di luce accecanti e taglienti, visual stupefacenti, chitarre e amplificatori scagliati in aria, trascinando tutto il pubblico nel loro vortice noise.

La successione di brani spazia nel repertorio di tutti gli album e finalmente anche fino all’ultimo lavoro, con il singolo Change Your God. Tra alcuni momenti salienti, i feedback flesciati da chitarra sfregata da un faro led e la discesa di Oliver e Sandra dal palco nella sala tra il pubblico, spostando gli strumenti in un sotto-raduno tribale, per la gioia di tutti. Grande concerto, grande band. 

Per chiudere, potrei riferirvi di alcune opinioni intercettate a fine concerto sull’acustica e sulle varie soluzioni proposte per migliorare il suono ma non voglio tediarvi, in quanto, ovunque li si metta, gli APTBS saranno sempre assordanti, distorti, distorsivi, distruttivi e corrosivi.

Quel suono, è dimensione fisica e non controllabile, ovunque.

Foto di copertina Daniele Maldarizzi per Ghigliottina

Tre Domande a: Decrow

Se dovessi riassumere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti e perché?

Bipolare, libera e nuda.
Bipolare, perché rispecchia a pieno il mio carattere e la mia musica. Sono una persona che è sempre stata in bilico tra momenti di felicità, tristezza e iperattività. Non riesco a stare fermo: la staticità mi da depressione. Col tempo ho imparato a controllarmi, ma prima agivo veramente solo d’ istinto e questo portava sia a risultati positivi, ma spesso a cattive esperienze e problemi da risolvere.
Libera, perché non credo che si debba sempre dare un’etichetta alle cose o alle persone come vogliono farci credere i nostri tempi. Non ho un genere musicale e non mi sento di appartenere ad un contesto specifico: oggi registro un pezzo grunge, domani ne scrivo uno con la cassa dritta, oppure metà brano è punk, mentre l’altra metà è hyperpop.
Nuda è l’aggettivo che attribuirei al mio nuovo disco che uscirà. Mi sono divertito a scrivere in maniera criptica fino a poco tempo fa mentre ora mi accorgo che, quando lo faccio, non penso più alla mente  di chi ascolta, a come entrarci, ma scrivo di getto quello che provo e quello che sento; non creo più castelli in aria da raggiungere, ma sono in terra in mezzo a tutti e penso a gli affari miei. Potrei essere nudo… non mi toccherebbe comunque nessun giudizio.

Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?

Bronchi Il perché è facile: parlo di me. L’ho scritta un anno fa ed è uscita da poco. È stata la prima canzone che ho scritto senza pensare a come l’ascoltatore possa interpretarla. È una dedica alla persona che mi ha insegnato a rimanere con i piedi per terra, ed la cosa più bella del mondo, oltre ad avermi cambiato la vita. Solo stando con i piedi per terra possiamo sorprenderci ancora e ancora, e lo stupore è, secondo me, l’unica medicina per questa società malata di indifferenza in cui viviamo.

Qual è la cosa che ami di più del fare musica?

Il fatto che sia una via di fuga. Penso che chi è in grado di scrivere canzoni sia molto fortunato.
Quando scrivo sono su un altro pianeta. Se mi fai una domanda mentre sto scrivendo un brano non sarei in grado di ascoltarti, inoltre chi fa musica non deve tenere conto di niente a nessuno: possiamo annullarci ed entrare in un mondo parallelo in cui ci esprimiamo. Scriviamo quello che vogliamo e dopo non rendiamo conto a nessuno perché non è importante. La cosa importante è che abbiamo espresso noi stessi.