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Any Other, fare pace col tempo che passa

Any Other, all’anagrafe Adele Altro, è una polistrumentista e produttrice di base a Milano. I suoi segni distintivi sono: canzoni introspettive e profonde, un’armonia semplice e leggera e testi unicamente in inglese. A fine gennaio è uscito il suo terzo disco stillness stop: you have a right to remember e noi abbiamo approfittato per farle due domande a riguardo.

Ciao Adele, grazie per la tua disponibilità. Prima di addentrarci maggiormente sul tuo nuovo splendido disco vorrei chiederti una cosa, soprattutto in considerazione del lasso di tempo che è passato tra Two, Geograpy e stillness, sei anni, che normalmente, nell’industria musicale brutalmente detta, sono un’eternità. Qual è il tuo rapporto col tempo, e col trascorrere di esso? Inteso sia con l’accezione naturale come maturare/invecchiare ecc, sia in riferimento alla musica e ai suoi, di tempi.

“Vero, sei anni sono tanti, però solo se li si prende come un di tempo di pausa artistica, però la questione non è così semplice. Da una parte penso che sia giusto che quando si fanno le proprie cose, a livello artistico e non solo, non mettersi pressa. Almeno io mi rendo conto che con me funziona così: non ha senso accelerare soltanto perché il mondo mi chiede di farlo. E qua mi collego la seconda questione: ho la fortuna di fare il lavoro della musicista e quindi è vero che sono passati sei anni, però in questo periodo il progetto Any Other non è mai stato fermo, e nel frattempo ha fatto un sacco di altre cose. Non li ho sentiti questi sei anni ecco. Più in generale che dire? Mi sembra che più si diventa grandi più il tempo passi velocemente. A parte che non so quand’è che si smette di diventare grandi, però diciamo che più passa il tempo più il tempo passa in fretta. Quindi diciamo che adesso mi sto facendo tante domande anche su come potrei gestire il mio tempo.”

Stillness, stop: you have a right to remember è il tuo terzo lavoro, uscito per 42 records il mese scorso, a sei anni dal tuo ultimo disco, Two, Geography. Com’è stato il processo creativo, hai cambiato qualcosa rispetto a prima? E i brani nuovi sono più o meno tutti recenti o c’era materiale già esistente, pronto per essere ultimato?

“Si e no. Per alcuni pezzi, cioè Zoe’s Seed e Need of Affirmation, le prime bozze risalgono addirittura al 2016, quando era da poco uscito il mio primo disco. Invece Awful Thread che è l’ultimo pezzo del nuovo album, l’ho scritto in studio mentre stavo già registrando. Quindi tutto molto spalmato nel tempo. Poi per dire anche i due pezzi che ho abbozzato otto anni fa in realtà poi li ho rimaneggiati nell’ultimo anno prima di registrare. Non mi è successo di avere un pezzo già pronto che era stato scartato e di inserirlo direttamente in un nuovo disco. Diciamo che ho salvato dei pezzettini che mi piacevano e me li sono portata dietro per riscriverli. In realtà questa modalità di scrittura dei testi è stata abbastanza analoga a quella che ho usato per scrivere gli altri due dischi: organizzare il materiale e vedere cosa mi piace, cosa risuona con me in quel momento. Perché magari una cosa scritta otto anni fa non mi sembrava giusta e oggi invece, rimaneggiata, mi suona perfettamente. In generale è stato molto naturale suonare questo disco, anche grazie al coinvolgimento di Marco Giudici, per quanto fin ora la produzione è sempre stata una cosa che facevo da sola e non avevo mai condiviso con qualcun altro. Ma farlo in questo modo e con questa persona lo ha reso estremamente naturale.” 

Te lo avrei chiesto dopo ma, visto che lo hai citato, quanto è importante avere una figura come Marco Giudici che, immagino, funga da aiutante e ti aiuti a cercare un equilibrio nelle scelte musicali? 

“Io e Marco suoniamo insieme da dieci anni ormai, c’è un tale livello di confidenza e di intimità che a me piace dire che abbiamo un neurone solo. Mi rendo conto che affidargli la coproduzione di questo disco è stato molto utile. Infatti avere il supporto di qualcuno che ti conosce molto bene, conosce molto bene la tua musica e il tuo modo di fare musica spesso mi ha permesso di rilassarmi visto che non ero lì a dover prendere le decisioni da sola. È stato molto utile e molto bello avere a fianco a qualcuno così.”

Sono curioso di chiederti in merito alla copertina del disco. In passato “c’hai sempre messo la faccia” mentre questa volta niente colori, niente volti, come dobbiamo interpretare questa “svolta”?

“La copertina è stata realizzata da Jacopo Lietti. Siamo partiti da una mia necessità che era appunto quello di rompere un po’ la catena rispetto alle copertine dei dischi vecchi, dato che avevo sempre messo un elemento fotografico a tutta copertina, senza scritte. Questa volta avevo voglia di fare un po’ una cosa opposta quindi non avere foto nella parte esterna ma solo un immagine stilizzata e magari dei segni grafici. Volevo mantenerla anche molto minimale dal punto di vista della palette. Infatti questo bianco e nero insieme ricorda un po’ una stampa. In realtà una volta che si apre il disco c’è una foto molto colorata un po’ massimalista proprio perché volevo dare questo contrasto.”

La tua discografia al momento è composta da tre capitoli principali, cioè i tuoi tre dischi, che sono frutto della stessa mente eppure tra di loro sono non direi diversi quanto piuttosto dotati di una propria chiara identità. Come li vedi tu, sono delle istantanee del momento, per quanto complesse e variegate, o sono piuttosto tre tappe di uno stesso percorso?

“Senza dubbio un mix delle due cose. Perché, secondo me, è molto importante metterci tanto tempo a scrivere un disco ma poi farlo uscire in poco tempo, proprio perché sono fotografie di un momento specifico della tua vita, di chi sei tu sia a livello umano e, quasi soprattutto, a livello artistico. Però, allo stesso tempo, chi sei tu non è un evento legato dal contesto o da una storia o da un percorso, quindi inevitabilmente sono più cose sono legate insieme semplicemente dal fatto che le hai fatte sempre tu.”

Credi sia giusto affermare che uno dei grandi temi centrali del disco sia quello della crescita personale? E in riferimento a questo quanto sei cambiata tu e in che maniera rispetto dal tuo primo lavoro Silently. Quietly. Going Away? Sia in termini di consapevolezza di te, della tua musica, di quello che cerchi da un disco e di quello che vuoi trasmettere.

“Non saprei perché mi metto proprio in un’altra prospettiva. Diciamo che essere capito o riuscire a comunicare qualcosa è incalcolabile, quindi, per quanta consapevolezza si possa avere è sempre difficile pensare di fare qualcosa perché così poi in quel modo si viene capiti più facilmente. Sicuramente però dopo anni a scrivere canzoni e fare i dischi diciamo che mi conosco io e so quali sono le mie le mie capacità, so cosa ho da mettere sul piatto. Poi non è detto che quella cosa lì riesca sempre ad innescare un click con le persone. Ti direi che sicuramente ho più consapevolezza di me come musicista e come compositore però non è mai una certezza.”

C’è un brano del disco a cui sei legata particolarmente? E ce n’è uno che è risultato particolarmente difficile da scrivere, per ciò che rappresenta per te?

“Se sono legata ad un brano più di un altro ti direi di no, non sento una preferenza di un pezzo di rispetto ad un altro. Invece, sicuramente invece Awful tread è stato il più difficile da fare. Ne abbiamo fatte credo tre versioni prima di arrivare a quella definitiva. Sì, se non sbaglio, quella che poi è uscita sia la terza o quarta versione che abbiamo registrato. Perché musicalmente è un brano molto semplice ma a livello di contenuto è molto pesante, ed è molto complesso riuscire a bilanciare questi due aspetti. Inoltre è un pezzo in cui sentivamo sia degli elementi acustici che gli elementi più di elettronica insomma ci ha dato un bel filo da torcere. Però la versione che siamo riusciti a tirar fuori ci è piaciuta. C’è un lieto fine fortunatamente!”

Quanto sono cambiate le canzoni da prima di entrare in studio a quelle che sono uscite poi sul disco? Non solo a livello di editing ma anche di arrangiamenti e di modifiche fatte in studio.

“Va un po’ da pezzo a pezzo. Ad esempio If I Don’t Care e anche in Zoe’s Seed, che sono brani più legati ad una scrittura “accordi, chitarra e voce”, la parte poi arrangiamento è stata più semplice. Infatti la parte di archi di Zoe è stato molto naturale, tante parti sia di piano che di basso le avevamo già quindi non c’è stata una gran fatica. Allo stesso modo per If I Don’t Care, ha un arrangiamento molto semplice a livello musicale quindi non è cambiato così tanto rispetto al provino che c’è stato prima di registrare. Invece ci sono altre canzoni su cui il lavoro è stato molto più grande ma perché avevano delle necessità un po’ diverse, come Awful Thread oppure Stillness, stop in cui c’è un accordo solo però ha una melodia ricchissima. La difficoltà infatti era come facciamo a dare tridimensionalità una cosa che non ce l’ha? Oppure Second Thought era un pezzo che avevo scritto all’inizio con un arpeggio di chitarra e la voce ma alla fine ho deciso che non avevo voglia di fare l’ennesimo testo con la chitarra quindi abbiamo buttato via tutto facciamo e abbiamo fatto l’arrangiamento delle voci. Quindi direi che sì, dipende molto dal pezzo in questione, alcuni sono proprio cambiati altri invece sono rimasti nella loro versione originale.”

Il tour come sta andando? Ho visto che farai diverse date non solo in Italia ma anche in Europa. Queste date le stai facendo in quintetto. Oltre a Marco che è anche il produttore del disco, gli altri compagni di viaggio come li hai scelti? C’è una differenza a livello di rapporto e ricezione col pubblico tra l’Italia e l’Europa?

“A livello di ricezione ti direi di no ma la differenza più grande che ho sempre notato è che negli altri Paesi europei c’è un po’ la tendenza positiva di partecipazione ai concerti anche di gruppi e/o artisti che non si conoscono. Qui è un po’ più difficile riuscire a mettere su una serata quando l’artista già non è conosciuto. Comunque premetto sempre che le mie considerazioni sono tutte pre pandemiche perché io non vado in tour all’estero dal 2019 quindi non so se negli ultimi cinque anni è cambiato tipo tutto. La mia band che spacca tantissimo con ovviamente Marco Giudici al basso, Giulio Stermieri al piano e ai synth. Giulio, tra l’altro, ha registrato il piano di Indistinct Chatter ed è stato incredibile. Poi c’è Arianna Pasini alla chitarra elettrica e sintetizzatore e Nico Altramondino che invece suona la batteria e le percussioni. Infine, ci piace pensarla come al nostro sesto elemento, è la nostra fonica Annalisa Vetrugno, che spacca veramente un sacco e anche grazie a lei la resa ai concerti è incredibile. Noi siamo tutte persone che spaccano, ognuna di queste personalità ha dei progetti musicali personali e sono tutti artisti oltre che musicisti. E infatti consiglio sempre di andare ad ascoltare e cercare loro cose perché sono tutti molto interessanti.”

Avete lavorato molto molto a livello di preparazione al tour? Cioè gli arrangiamenti sono stati manipolati molto per essere poi riproducibili dal vivo? 

“No, devo dire che è stato tutto molto naturale. Ovviamente abbiamo dovuto spostare alcune parti di certi strumenti. Certo, sarebbe molto bello portare gli archi in tour ma non siamo Bruce Springsteen e non possiamo permettercelo. Scherzi a parte, alcune cose sono state spostate ma più in termini di posizionamento, magari parti di piano acustiche le abbiamo cambiate di ottava perché non suonava bene ma piccole cose.”

Foto di Copertina: Ludovica De Santis

Vultures Listening Experience @ Unipol Arena

Bologna, 24 Febbraio 2024

Quando si tratta di rap, gli americani rimangono le punte di diamante del genere. È sconvolgente pensare a quante persone ha fatto muovere e quanto calore ed energia ha portato all’Unipol Arena, Bologna, la Vultures Listening Experience di Kanye West e Ty Dolla Sign

Appunto, un’esperienza di ascolto, non un vero e proprio concerto, che ha comunque illuminato la notte e regalato ai fan uno degli spettacoli più singolari e vitali di sempre, anche perchè sembra che Ye non ne sbagli mai una (musicalmente parlando, a scanso di scandali morali) e i fan sono carichi di un’energia nuova e irripetibile: sanno che stanno partecipando ad uno degli eventi dell’anno.

Questa sera all’Unipol non c’è il palco, ma gli artisti si esibiscono sul parterre che per l’occasione è addobbato a dovere, con quasi una decina di postazioni di telecamere, macchine del fumo che sbuffano nuvole, un gigantesco cilindro di tela posto a mezz’aria su cui vengono trasmesse dal vivo le riprese della serata. Piccola nota di redazione, già solo entrare nell’Arena fa emozionare, un po’ per la bellezza delle tribune, un po’ per l’amore per il dettaglio scenografico a cui gli spettatori sono sempre stati abituati. È sempre bello.

Lo spettacolo inizia praticamente senza ritardi, e vengono riprodotte subito tutte le canzoni di Vultures, nuovo album degli artisti. Quando entrano in scena, l’Unipol li accoglie con grida e boati fortissimi, a riprova che i due sono fra gli artisti top a livello internazionale. La performance è impeccabile e valorizzata dalla presenza degli ospiti del disco: Rich The Kid, Quavo, Playboi Carti e Freddie Gibs.

È difficile pensare di riuscire a intrattenere così tanto pubblico senza effettivamente riuscire a cantare, ma Ye e Ty Dolla ci sono riusciti benissimo. Sarà stata la consapevolezza di vivere qualcosa di assolutamente prezioso, sarà che gli artisti sono performer di altissimo livello, ma il pubblico non ha smesso nemmeno per un secondo di cantare, ballare, saltare o alzare le mani al cielo. Ogni tanto i rapper rivolgono lo sguardo alle telecamere, ma spesso ballano, trappano, incitano le varie tribune, e il risultato è chiaramente garantito. Non avevo mai visto dei fan così contenti. Chi canta, lo fa a polmoni pienissimi; chi abbraccia, lo fa forte e con le braccia ben aperte; chi saluta gli artisti che si avvicinano alla tribuna, lo fa con una forza e una fierezza tali che quasi scavalca le transenne. Mi ha stupito. 

Mi ha stupito perchè per me era inconcepibile che degli artisti si esibissero senza effettivamente cantare, ma sono bastate due canzoni per immergermi completamente nel mondo di Vultures. Non conta la performance, a volte, ma l’effetto che fa agli spettatori, quello che si fa provare e sentire al pubblico, e i due sono stati capaci di far vivere a tutti, per due ore buone, il sogno della trap e del rap americano, quell’emozione che viene da oltreoceano che soltanto artisti come loro riescono a regalare. Essere lì, per i fan del genere, è stato mettere la propria mano di partecipazione ad un evento musicalmente storico.

Finita la riproduzione del nuovo album, c’è stato uno stacco importante in cui sono state riprodotte le vecchie hit di Ye e, attraverso una telecamera posta sul tetto dell’Unipol Arena, veniva inquadrato il pubblico e le immagini trasmesse sul telone al centro del parterre. I sorrisi delle persone nell’essere riprese sono impagabili. Chiaramente tutti cercavano di fare il proprio, come sempre, non sia mai che venga deluso papà Kanye. C’era chi indossava una maschera da hockey propria dell’evento, qualche coppia che teneramente si abbracciava, chi urlava o mostrava un cartello scritto ad hoc per gli artisti. La sensazione è stata quella di essere in un videoclip, e per un attimo ci si è dissociati dalla realtà, per poi tornare sulla terra quando veniva riprodotta la canzone successiva. Una mossa da brividi, che ha permesso davvero al pubblico di fare concretamente parte dell’evento.

La conclusione è stata la ciliegina sulla torta, con tutti gli ospiti della serata che ballavano e giravano per le tribune per salutare i fan (Ty Dolla ha davvero scavalcato per abbracciare qualcuno del pubblico), qualche bis delle nuove canzoni (tra cui Carnival, che è andata per la maggiore forse anche grazie alla presenza dei cori della Curva Nord) e qualche fan che fa invasione di campo e viene prontamente bloccato dalla sicurezza. Non poteva finire meglio. 

O forse si, visto che fuori dall’Unipol Arena il rapper Rich The Kid si è preso qualche minuto per salire sul tettuccio del loro furgone per salutare definitivamente i fan e dare un po’ di spettacolo. 

Unico, spettacolo unico ed irripetibile. Non capita spesso di ritornare a casa consapevoli di aver registrato nella mente uno dei ricordi più belli.

VINTAGE VIOLENCE – il 1 marzo a Bologna presso il Mercato Sonato per presentare il nuovo singolo “Sono un casino”

Venerdì 1 marzo a partire dalle ore 22:00 presso il Mercato Sonato torna a Bologna una band culto del panorama punk e garage rock italiano: I Vintage Violence in concerto per presentare il loro nuovo singolo “Sono un casino” pubblicato lo scorso 26 gennaio da Maninalto! Records.

Sono un casino” ha un testo di ispirazione filosofica e autoriflessiva sopra un fill di batteria incalzante, da subito protagonista del brano.
Veloce, diretta e schietta – non solo musicalmente – “Sono un casino” è «la confessione scritta di una coscienza bipolare, un’ammissione arresa, resa davanti allo specchio, di quanto l’io non sia affatto, per dirla come Freud, “padrone in casa propria”», come spiega Rocco Arienti, chitarrista del gruppo e autore dei testi. La canzone è quindi una sorta di confessione, nella quale l’apparente catarsi finale porta con sé lo stesso “bastimento carico carico di autoindulgenza” che autodenunciava all’inizio e suggella ironicamente il definitivo trionfo di quell’io polarizzato, manicheo e inafferrabile che da solo “ripara e rovina” e che di ciò, da solo, si accusa e si assolve.

Un concerto imperdibile quello della band lombarda che a Bologna proporrà una selezione dei migliori brani della propria discografia, in particolare dall’album “Senza Paura Delle Rovine” di cui proprio nel 2024 cade il decennale della pubblicazione. Ad aprire le danze la band emiliana de I Trillici, fresca di pubblicazione del nuovo singolo “Piadina”.

A chi acquista il biglietto in prevendita su Dice in omaggio il “Canzoniere 3.0” dei Vintage Violence, contenente i testi e gli accordi per chitarra di tutte le loro canzoni (incluso l’ultimo singolo “Il Nuovo Mare” e il nuovo singolo “Sono Un Casino”) scaricabile in versione digitale direttamente la sera del concerto.

Operativi dai primi anni 2000, i Vintage Violence hanno oltre 400 concerti sulle spalle, 4 album all’attivo, 26 videoclip, una raccolta acustica e un greatest hits uscito in occasione del ventennale della band. Numerose le collaborazioni negli anni tra cui Zen Circus, Afterhours, una media settimanale di 25.000 ascolti su Spotify e un documentario appena uscito su YouTube che racconta la loro storia e la loro amicizia.

Vintage Violence in concerto
Venerdì 1 marzo

Mercato Sonato, Via Tartini, 3  – Bologna

Opening: I Trillici
Apertura porte: ore 22.00
 
Inizio live: ore 22.30
 
Ingresso 10€ con tessera Arci 2023/2024
Biglietti disponibili su Dice
Evento FB

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Press, info e materiali stampa
press@sferacubica.com

TANGK

No god / No king / I said love is the thing
No crown / No ring / I said love is the thing

TANGK è il rumore delle corde della chitarra.
È, a detta degli IDLES, un sigillo onomatopeico di una vita dedicata all’amore. Il bacio delle corde di Bowen sulle liriche di Talbot, ma anche una nota a piè di pagina sulla copertina, inusuale ma doverosa: questo album non urla (sempre), trasuda vita e amore e ha financo un messaggio salvifico.

Pare che gli IDLES abbiano deciso di virare dal politico all’evangelico o, più semplicemente, sperimentano qui il potere del bello e dell’amore, sigillato in riff di prima qualità, un nuovo produttore e una idea tutta matta di stupire chi si aspetta un altro album fatto di muscoli, slogan e barbe sudate.

Del resto i vecchi dischi erano dritti come un pugno in faccia (Ultra Mono lo esplicitava direttamente in copertina) e i ragazzi hanno impiegato quattro album per iniziare a elaborare una risposta alla rabbia che ha segnato i primissimi lavori. Se inizialmente i temi trattati erano l’omofobia, il ruolo (tossico) del maschio (tossico), la Brexit, lentamente si è arrivati a un quarto album, Crawler, che portava in nuce nuovi temi. Azzardo: quel disco ha permesso alla band di scalare di marcia e magicamente il panorama si è riempito di dettagli.

TANGK rallenta ancora di più. Sia chiaro, ci sono sempre momenti di crescendo, buoni per timidi e privati moti di violenza interna, ma l’architettura dei brani, e quindi dell’intero disco, è in qualche modo fiorita. Dal brodo primordiale dei primi lavori, dai petti sudati e dalle barbe incolte, si è passati a un ambiente più civile, ricercato, che ha una grammatica non più solo basata sul grugnito e sul testo usato come un guantone da boxe. Siamo a una degustazione di vini in cui si sputa per terra, giusto per mantenere un minimo di legame col passato, ma le bottiglie stappate sono di qualità superiore.
Fine delle metafore.

È possibile che uno dei colpevoli del cambiamento in atto in TANGK sia uno dei suoi produttori, quello che, a leggere bene nei crediti, fa saltare sulla sedia: Nigel Godrich. Forsenontuttisannoche questo nome si lega a quasi tutta la discografia dei Radiohead, dei progetti solisti di Yorke, del primo album de The Smile, qualche lavoro sparso con Beck, R.E.M., Arcade Fire (anche se la vera perla è il suo esordio: 1990, assistente tecnico del suono per Gianna Nannini ai tempi di Scandalo).

È noto che il produttore abbia seguito gli IDLES negli ultimi due anni, tanto che la prima traccia è figlia dell’incontro tra Bowen e Godrich nel 2022. Il titolo della canzone, IDEA01, non è cambiato da allora. È testimonianza di un’eleganza inattesa, inaspettata, che alza moltissimo l’aspettativa per i brani che seguono. Il testo è un elenco dei traumi infantili di Talbot, inanellati in una Gymnopédies elettrificata, cupa e psicanalitica. Siamo nel sogno, nell’inconscio del leader degli IDLES, accompagnati da un pianoforte e un cantato quasi sussurrato.
Segue Gift Horse, che toglie ansia a chi pensa che la band sotto Godrich sia diventata una versione steroidea de The Smile. Nella seconda traccia infatti siamo in pieno paradigma IDLES. Una poesia futurista, che nasce da zoccoli cromati e termina con una incoronazione della propria figlia a centro e baricentro del proprio mondo interiore.
POP POP POP sembra nata attorno a un tavolo da tè con gli Sleaford Mods. Suona come un pezzo del duo di Nottingham, è un loop ipnotico, figlio anche dell’amore di Talbot per l’hip hop più retrò. Testo geniale, una catena di parole che si srotola a partire dal primo anello, chiave di tutto: la freudenfreude, la gioia per la gioia altrui.
Roy è un elegantissimo pezzo sull’amor cortese, anzi, sulle corti d’amore, divertente passatempo del passato in cui si giocava di ruolo, processando, letteralmente, il nobile sentimento. Qui gli IDLES sposano la visione dantesca: l’amore eleva, l’amore rende immortali.
Gospel è di nuovo un passo laterale, con piano e violino, figlio di un disco che sta cambiando colore davanti a noi. Amore che vieni, amore che vai: dopo aver celebrato la potenza dell’amore, Talbot ci presenta subito il lato oscuro, la fine di un rapporto, magistralmente accompagnato da un piano struggente e da un lento che rimane lento, perché è il canto di una fine. Senza urla, senza esplosioni.
Ma i papà hanno vite anche fuori della sfera genitoriale e lontano da concetti stilnovisti. Ecco allora una Dancer, collaborazione con gli LCD Soundsystem, uno dei singoli che hanno accompagnato l’uscita del disco, e in cui il nostro paroliere torna adulto, torna sporco, torna sboccato. È un ballo sudato, fatto di corpi, c’è molto poco amore e sentimento, e molta dinamica dei fluidi.
Grace torna a mettere al centro l’amore (ripetuto in questo album 29 volte in quaranta minuti), mettendo politica e religione ai gradini più bassi del podio. Amore che viene citato quasi in ogni strofa della seguente Hall and Oates: siamo all’apoteosi, al trionfo in salsa hardcore, in un pezzo che vede gli IDLES tornare a sonorità più muscolari e decisamente meno raffinate.
Ennesima virata con Jungle, che suona come un inno sulla perdita di identità sull’autodistruzione che Talbot ha assaggiato nel suo vissuto. Niente paura, abbiamo anche un lieto fine.
C’è anche una Gratitude a ricordarci questo percorso di perdita di sé e di salvezza, condito da visioni del proprio funerale. Talbot forse vede una trama, un messaggio, o quantomeno un racconto degno di essere ascoltato. È sì una storia di speranza, ma è anche il racconto di un uomo che sta facendo pace con un passato piuttosto cupo.
Non chiamiamola redenzione o peggio ancora resilienza.
Del resto “c’è una crepa in ogni cosa e da lì entra la luce”.
Lo sosteneva un certo Leonard Cohen.
TANGK ci congeda con Monolith, un testamento finale accompagnato da uno straziante sassofono. 

Questo album è fatto di capitoli sparsi che portano all’incoronazione della figlia come nuovo centro di gravità. C’è molta meno politica e molto più vissuto. C’è il concetto di amore già presente nel disco precedente, che qui però assume i ruoli di fine, mezzo, tramite e motore primo.
È una confessione, un flusso di coscienza un po’ schizofrenico e recitato da attori diversi che indossano la stessa maschera.
Troverete meno esplosioni di rabbia, e molte più sfumature. Gli IDLES ci raccontano che la persuasione è più efficace della forza, il che sembrerebbe un primo passo fuori dalla loro adolescenza musicale. Muscoli e barbe incolte iniziano a lasciare il posto per una nuova ricerca, musicale e di contenuti, che prende vita nelle nostre orecchie che suona quasi inaspettata. Quello con Godrich è un incontro fortunato, lo testimoniano undici tracce che diventano undici scorci di quello che gli IDLES sanno creare e di quello che potranno essere.
Dalla tossicodipendenza alla paternità, dalla perdita di sé alla freudenfreude, dalla rabbia all’amore panico.
Tutto ciò che sta in mezzo è musica.

BAY FEST: ANNUNCIATI I PRIMI NOMI DELL’EDIZIONE 2024!

Il Bay Fest è tornato!

Prende definitivamente forma l’edizione 2024 del festival punk rock più importante d’Italia e con un ottimo successo anche tra il pubblico proveniente dall’estero.

Il festival, che si svolge nella splendida cornice della località balneare di Bellaria Igea Marina, torna nell’estate 2024 per ben cinque giornate ; si partirà il 15 giugnosul palco a due passi dal mare del Beky Bay con i leggendari Descendents. La storica band di punta della scena punk americana sarà headliner della giornata “Road to Bay Fest ”, la preview del festival che già a giugno ci farà assaporare l’atmosfera unica che si respira al Bay Fest. Milo Aukerman e soci tornano dunque 5 anni dopo l’ultimo concerto in Italia e porteranno sul palco del Beky Bay tutto il meglio della loro carriera.

Altro nome annunciato della giornata sono i Fernandhell, nuovo progetto di Livio Montarese, co-fondatore dei Peawees.

Il 6 agosto tornerà, per il terzo anno consecutivo, il Pool Party al Mapo Club: l’apprezzatissima ed esclusiva festa in piscina vedrà protagoniste sul palco dello storico club nel cuore di Bellaria Igea Marina due band: gli headliner Strung Out, band hardcore punk di Simi Valley conosciuta per il loro stile musicale unico che ha fuso aspetti del punk rock e dell’heavy metal, in uscita  il prossimo 5 aprile con il nuovo album ‘ Dead Rebellion’, e i Belvedere, leggende dello skate-punk canadese in attività da oltre 25 anni, i quali coglieranno l’occasione per presentare al pubblico del Bay Fest il loro ultimo album “Hindsight Is The Sixth Sense” (2021). Non mancheranno dj set e altre sorprese targate Bay Fest.

Svelato anche il nome degli headliner del DAY 1, il 12 agosto al Beky Bay : si tratta degli Alkaline Trio, che tornano in Italia dopo 10 anni di assenza, con un nuovo album ‘Blood, Hair, And Eyeballs’, pubblicato lo scorso 26 gennaio. Dopo l’esperienza con i blink-182, Matt Skibatorna alla voce della sua band originale, alternandosi al microfono con il bassista Dan Andriano in undici brani potenti, incisivi e mai banali.

Annunciati anche i primi tre nomi del DAY 2 (13 agosto al Beky Bay): gli headliner, Millencolin, che tornano in quella che in Italia per loro è una seconda casa. La band svedese, infatti, è stata la prima a calcare il palco del Beky Bay come headliner della prima edizione del festival; i Less Than Jake , che tornano ad un anno di distanza dalla straordinaria performance allo Slam Dunk Festival Italy e sappiamo già che per il palco del Bay Fest non si risparmieranno; ultimo nome annunciato per il DAY 2 sono gli italianissimi Shandon, che nel 2024 festeggeranno 30 anni di carriera.

Per la giornata di chiusura, il primo nome svelato è quello di Naskaheadliner sul palco del Beky Bay il 14 agosto. Artista rivelazione degli ultimi anni, considerato apripista di un nuovo movimento pop punk italiano, Naska – al secolo Diego Caterbetti – ha dimostrato, con le sue performance dirompenti ed energetiche, un’attitudine da vero rocker, un’energia live unica e una capacità di entrare in relazione con il pubblico fuori dal comune.

In ogni giornata del festival, come da tradizione, non mancheranno dj set e tante altre sorprese che verranno annunciate prossimamente.

I biglietti, abbonamenti e pacchetti campeggio a prezzo speciale in vendita su Ticketmaster dalle ore 10.00 di venerdì 16 febbraio.

Di seguito tutti i dettagli del festival.

BAY FEST 2024

15 GIUGNO, 6-12-13-14 AGOSTO 2024

BELLARIA IGEA MARINA – RIMINI

LINE-UP

15 GIUGNO – ROAD TO BAY FEST – BEKY BAY, BELLARIA IGEA MARINA (RN)

DESCENDENTS – FERNANDHELL + more T.B.A.

Prezzo: 20€ + d.d.p.

6 AGOSTO – POOL PARTY – MAPO CLUB, BELLARIA IGEA MARINA (RN)

STRUNG OUT – BELVEDERE

Prezzo: 10€ + d.d.p.

12 AGOSTO – DAY 1 – BEKY BAY, BELLARIA IGEA MARINA (RN)

ALKALINE TRIO + more T.B.A.

Prezzo: 20€ + d.d.p.

13 AGOSTO – DAY 2 – BEKY BAY, BELLARIA IGEA MARINA (RN)

MILLENCOLIN – LESS THAN JAKE – SHANDON

Prezzo: 20€ + d.d.p.

14 AGOSTO – DAY 3 – BEKY BAY, BELLARIA IGEA MARINA (RN)

NASKA + more T.B.A.

Prezzo: 25 + d.d.p.

ABBONAMENTI

FULL FESTIVAL PASS 5 DAYS (15 giugno, 6 agosto, 12/13/14 agosto)

Prezzo: 75€ + d.d.p.

BAY FEST 3 DAYS PASS (12/13/14 agosto)

Prezzo: 60€ + d.d.p.

BAY FEST 3 DAYS PASS (12/13/14 agosto) + CAMPING (4 notti 11/12/13/14 Agosto)

Prezzo: 120€ + d.d.p.

Estragon Club presenta EUROPAVOX: 8 e 9 marzo a Bologna, CRISTINA DONÀ (IT), POMME (FR), ADA ODA (BE) e RUMBA DE BODAS (IT) tra gli artisti in lineup.


EUROPAVOX 2024

ADA ODA (BE)
AOIFE NESSA FRANCES (IE)

CRISTINA DONÀ (IT)
POMME (FR)
ALO WALA (DK)
LA PEGATINA (ES)
RUMBA DE BODAS (IT)
VENGA VENGA (PT)

Per la la prima volta ad Estragon
il festival che riunisce il meglio della musica europea

8 e 9 marzo – Estragon Club, Bologna

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Estragon Club presenta EUROPAVOX. Il festival nato con l’intento di arricchire e promuovere la diversità della scena musicale europea torna in Italia e per la prima volta allEstragon Club, in due imperdibili appuntamenti l’8 e il 9 marzo 2024: ADA ODA (BE), AOIFE NESSA FRANCES (IE), CRISTINA DONÀ (IT), POMME (FR), ALO WALA (DK), LA PEGATINA (ES), RUMBA DE BODAS (IT) e VENGA VENGA (PT) sono gli artisti della due giorni di musica bolognese. La musica sarà accompagnata dalla mostra espositiva di Richard Bellia, fotografo francese.

L’8 e il 9 marzo Europavox, per la prima volta ospitato da Estragon Club – co-organizzatore dell’evento europeo – torna in Italia: il festival che ogni volta riesce a portare il meglio della musicale europea
Europavox è nato nel 2006 come progetto culturale e civico per promuovere la ricchezza e la diversità della scena musica europea. Dal 2016 ha il sostegno della Creative Europe program, della Commissione Europea. La formula segue la tradizione dei grandi festival europei: due giorni di musica che vi accompagneranno alla scoperta di sonorità diverse, vere e proprie culture, tutte animate dagli stessi valori universali.
Ma non solo musica, sarà presente la mostra espositiva di Richard Bellia: fotografo francese specializzato in music photography, nel 2016 ha pubblicato “Un oeil sur la musique 1980 – 2016” 5.6 kg di libro che raccoglie più di 1000 foto.

A salire sul palco l’8 marzo ci sarà POMME (FR),talentuosa cantautrice, compositrice e produttrice francese, che nel 2021 è stata premiata come Female Artist of the Year ai French Music Awards (Victoires de la Musique) e nel 2023 si è esibita per la prima volta in Italia, a Milano, in una data sold out. Ha già pubblicato tre album, acclamati dalla critica, “A peu près” (2017), “Les Failles” (2019) e “Consolation” (2022) e il più recente EP “Saisons” (dicembre 2023). Quest’ultimo è nato durante la preparazione di una serie inedita di concerti orchestrali durante il suo “Consolation tour”; ADA ODA (BE), con il loro rock up-tempo che evoca sia l’aplomb post-punk che i voli melodici di cui il varietà italiano è il segreto. Progetto nato nel 2020 da César Laloux (The Tellers, BRNS, Italian Boyfriend) e Victoria Barracato alla voce. César descrive la sua visione dell’amore e delle persone che lo circondano. I suoi testi sono stati prima tradotti in italiano e poi adattati da Victoria, figlia di un immigrato siciliano; CRISTINA DONÀ (IT), prima punto di riferimento, poi figura ispiratrice della scena musicale italiana, che ha aiutato a definire una nuova stagione del rock di matrice mediterranea reinventato il modello di interprete e autrice di questo genere; infine il folk seducente di AOIFE NESSA FRANCES (IE), fatto di melodie lussuose ingannevolmente serene e un approccio al lirismo sorprendente, messo in mostra fin dall’esordio e nel suo ultimo album “Protector” (2022).
Il 9 marzo invece si esibiranno LA PEGATINA (ES), dopo dieci anni di assenza di nuovo a Bologna una delle band musicali più internazionali della Spagna. Per l’occasione presenteranno il loro ultimo album “Hacia otra parte” e l’ultimo EP in catalano “La meva gent”. Dal 2008 i RUMBA DE BODAS (IT) fanno ballare il mondo. Il gruppo che ha fuso ska, funk, ritmi latini e afro in un sound in grado di far vibrare ogni palco; e ancora VENGA VENGA (PT), il progetto multidisciplinare degli artisti portoghesi Ricardo Don e Denny Azevedo, per la prima volta in Italia. Entrambi producer, cantanti, DJ e visual artists, hanno partecipato ai più importanti festival brasiliani e tour europei, passando per Francia, Spagna, Germania, Inghilterra, Svezia, Finlandia, Belgio, Croazia e Turchia. Una fusione di suoni tropicali, musica elettronica e arte queer si uniscono alla ricerca e al progetto musicale autoriale. A chiudere Europavox ALO WALA (DK), che con il suo inconfondibile ibrido di influenze provenienti da rap, elettronica e world music incarna perfettamente lo spirito del festival, proporrà un concerto ricco di sonorità del nuovo mondo e di un nuovo modo di pensare all’appartenenza reciproca in una società globale interconnessa.

Questi gli artisti che si esibiranno l’8 e il 9 marzo all’Estragon Club, in occasione di Europavox.

Le prevendite sono già disponibili
8 Marzo 
https://www.mailticket.it/evento/40875/europavox-2024-bologna
super early bird 10 euro + ddp (tariffa esaurita)
2nd release 15 euro + ddp
9 Marzo 
https://www.mailticket.it/evento/40876/europavox-2024-bologna
super early bird 10 euro + ddp (tariffa esaurita)
2nd release 15 euro + ddp
Abbonamento:
8 + 9 Marzo
https://www.mailticket.it/manifestazione/YO37/europavox-2024-bologna
super early bird 15 euro + ddp (tariffa esaurita)
PROMO 2nd release 20 euro + ddp

https://www.instagram.com/estragonclub/
https://www.instagram.com/europavoxmedia/

Deerhoof @ Locomotiv Club

Sono otto, forse dieci gli anni trascorsi dall’ultima visita in Italia dei Deerhoof. O così almeno sostiene Greg Saunier, in una delle sue sortite al microfono, probabilmente un escamotage per “tirare il fiato” tra una sessione e l’altra dalle furibonde scorrazzate dietro alla sua batteria minimale. 

È un Locomotiv pieno ma non pienissimo quello che accoglie la band di San Francisco nella sua tappa bolognese di un intenso tour europeo, a presentare, ma anche no in realtà, il diciannovesimo disco in studio, in quasi trent’anni di carriera. 
E, per inciso, il primo cantato totalmente in giapponese.
Il che fa un po’ strano, essendo Satomi Matsuzaki, voce e basso, nella band praticamente dal giorno zero.

In effetti però di ordinario, prevedibile, canonico, scontato, pronosticabile, nella carriera dei Deerhoof c’è poco o nulla. E dal vivo la sostanza non cambia. Anzi, se possibile si amplifica.

I quattro (oltre ai già citati Greg Saunier e Satomi Matsuzaki ci sono le chitarre di John Dieterich ed Ed Rodriguez) portano sul palco un’ora e mezza letteralmente debordante. Ed il termine non è usato a caso perché veramente il suono dei Deerhoof si fatica a contenerlo, ad indirizzarlo, un profluvio di note, parole, rumori, arpeggi, accordi, ritmi da uscirne pazzi. 
È un tumulto di squilibrio e instabilità, in certi momenti l’impressione è di sentire, racchiuse in un’unica portentosa entità (tipo Goku che si fonde con Vegeta), Captain BeefheartDon Caballero e boh, dico i Boredoms.

Il mio sguardo inebetito dalla bellezza del baccanale che sta andando in scena, si sposta da una parte all’altra del palco, dall’indemoniato Saunier, tarantolato e inesauribile sulla destra, al lato opposto, dove alberga la misura e la compostezza di Satomi.

Nel mezzo Ed e John in una sorta di trance, regalano passaggi di difficoltà clamorosa, ora intrecciando a velocità inimmaginabili scale ed arpeggi ora dedicandosi a feedback e distorsioni prettamente noise.

Difficile trovare qualcosa che non vada in una serata così, ed infatti non c’è.
C’è la gratitudine per esserci stati, quella sì.
E la curiosità per vedere come potrà il prossimo concerto che vedremo essere migliore del precedente.
Che è ciò che anima la nostra voglia di live.

Alberto Adustini

Turnstile – la band di Baltimora, riferimento della scena hardcore mondiale, torna in Italia per un’unica imperdibile data il 19 Giugno al Circolo Magnolia (Milano)

All Things Live Italy presenta Turnstile. Torna in Italia per un’unica data uno dei progetti più innovativi della scena hardcore punk degli ultimi anni, mercoledì 19 giugno al Circolo Magnolia di Milano
Biglietti disponibili solo sulla piattaforma di ticketing e discovery DICE. 

La musica dei Turnstile, in continua evoluzione, ha l’intento di abbattere barriere sia da un punto di vista sonoro che ideologico. Dopo l’Ep d’esordio Step 2 Rhythm (2013) e il primo album Nonstop Feeling(2015), la band originaria di Baltimora (Maryland) dimostra il desiderio di ampliare i propri orizzonti nel 2018 con Time & Space, che li posiziona sotto i riflettori della critica: la prima collaborazione con Roadrunner Recordsviene inclusa tra i migliori album dell’anno da testate come The New Yorker, il New York Times, Rolling Stone, NPR, e GQ.
La vera e propria consacrazione a progetto di riferimento del movimento post-punk arriva nel 2021 con GLOW ON. Nel loro terzo LP, i Turnstile fondono il classico sound hardcore newyorkese, fatto di riff incendiari che pompano il sangue nelle vene, ritmi trascinanti, parti cantate viscerali, con influenze più morbide e nitide, influenzate dall’alternative rock, e una produzione più dreamy e riverberata. GLOW ON è il disco più ricco di sfumature e versatile, che vale alla band 3 nomination alla 65esima edizione dei Grammy Awards, seguiti da altrettanti intensi anni di tour come apertura per My Chemical RomanceBlink-182, e nei principali festival e palchi di tutto il mondo (Primavera Sound, Glastonbury Festival, Lollapalooza, Camp Flog Gnaw, Rock am Ring 2023, Coachella).
L’ultimo lavoro discografico, uscito lo scorso agosto, si intitola “New Heart Designs” ed è realizzato congiuntamente con i BADBADNOTGOOD: contiene versioni rielaborate di “Mystery”, “Alien Love Call” e “Underwater Boi”.

I Turnstile ti aspettano mercoledì 19 giugno al Circolo Magnolia di Milano.

Metalitalia.com è Media Partner ufficiale dell’evento.


Biglietti solo su DICE
19.06.24 – Circolo Magnolia, Milano
https://link.dice.fm/fae5409fa3b5


Turnstile
https://www.instagram.com/turnstileluvconnection/

All Things Live Italy 
https://www.instagram.com/allthingsliveit/
https://allthingslive.it/

Ufficio Stampa All Things Live_Astarte