Skip to main content

Kraftwerk @ Goa Boa

Per l’ultima serata dell’edizione numero 25, il Goa Boa Festival aveva un colpo in canna d’autore già da diverso tempo: i Kraftwerk, il quartetto tedesco che dagli anni ’70 – seppur con formazioni diverse – è una delle colonne portanti della musica elettronica.

E il loro non può essere definito come un concerto in senso stretto. Somiglia più a uno spettacolo di più ampio respiro, in cui non ci si limita ad ascoltare i pezzi, ma al contrario ogni pezzo si vive come se si stessero guardando tanti piccoli cortometraggi. 

Alcuni più astratti e altri più concreti, ma tutti accomunati da una sottile vena surrealista che unisce le (poche) parole dei brani, la musica e le immagini che passano su uno schermo posto dietro il quartetto.

L’inizio dello spettacolo potrebbe lasciare vagamente perplessi: immaginate di essere seduti e di passare i primi 15 minuti a fissare uno schermo rosso su cui si muovono quattro figure pixelate. Sul palco solo le quattro tastiere e nient’altro. I suoni elettronici che arrivano si mischiano con quelli dell’ambiente circostante e delle navi che passano dietro al palco. Passa un quarto d’ora e finalmente il gruppo arriva sul palco.

Da quel momento è un mix di atmosfere ed estetiche diverse ma unite da un fil rouge, che vanno da reminiscenze di Matrix alla tecnologia anni ’80, dalle navicelle spaziali al rapporto tra uomo e macchina, facendo emergere temi via via sempre più complessi.

È come se il gruppo non fosse al centro della performance, ma piuttosto al servizio di quest’ultima, tanto da adattare i colori delle luci delle loro tute a quelli delle immagini che passano sullo schermo per fondersi al meglio. 

Uno show ipnotico e ipnotizzante, nonché probabilmente uno dei concerti più lunghi a cui abbia mai avuto il piacere di assistere: due ore e mezza ininterrotte di musica e immagini.

Alla fine, forse, non erano tanti cortometraggi, quanto piuttosto la cosa più simile a un film di Kubrick che si può vivere nella vita al di fuori dello schermo. 

Francesca Di Salvatore

Kim Gordon @ NOVA

L’Altra sera ho esaudito un mio desiderio.

Idolatrare un gruppo forse è un atteggiamento infantile, ma quando si parla di Sonic Youth tendo un po’ a strafare e mettere su un piedistallo Thurston Moore e soci. In particolare, poi, se si parla della componente femminile, esagero senza vergogna, ad un passo dalla venerazione. Bisogna ammettere, però, che Kim Gordon è una vera leggenda. Questa settantenne newyorkese ha scritto trent’anni di storia della musica con i Sonic Youth, band scioltasi nel 2011 e dopo ha continuato la sua carriera, militando in altre band. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo album solista, No Home Record per la Matador. Kim Gordon, inoltre, non è solo musica ma è un’artista completa: ha lavorato nel campo della moda, ha prodotto dischi, ha scritto libri ed è stata anche attrice ed è anche molto impegnata in politica, in particolare nelle sua battaglie per i diritti delle donne.

Finalmente in tour in Europa, ho l’occasione di vederla, assieme alla sua band tutta al femminile, al BOtanique di Bologna, un giardino nel pieno centro universitario con la possibilità di assistere ai vari live stesi su dei grossi cuscinoni su un prato. Questo evento è ideato all’interno della rassegna del NOVA, astro nascente dei festival bolognesi, che da qualche anno ci regala delle line up di tutto rispetto, grazie alla collaborazione di una serie di realtà culturali come il Covo Club, Dumbo, Estragon, roBOt festival e TPO.

Si parte con Sketch Artist, brano che apre anche l’album No Home Record. Per tutto il live, sullo schermo retrostante la band si vedrà questo viaggio senza sosta, come se ripreso da un finestrino, in lungo e largo nei territori degli Stati Uniti. Dai deserti alle città più famose, è probabilmente un richiamo al sentimento di assenza di radici che ha ispirato il nome del disco. Paprika Pony mantiene atmosfere cupe, tra synth e un drumming saltellante, sfociando in un bellissimo e doloroso muro di suono. Il vero è proprio tocco noise si raggiunge con Murdered Out, dove il ritornello ossessivo viene cantato con un’intensità da mettere i brividi, mentre le dissonanze delle chitarre ti trascinano in luoghi oscuri ma purificatori. Cookie Butter si presenta come una versione più rumorosa rispetto alla registrazione presente sull’album, con ritmi frenetici, rumori di sirene e un’energia travolgente. Dopo un breve intervallo, Kim Gordon e la sua band tornano sul palco e Hungry Baby apre l’encore con la sua rabbia punk, grida e ritmi incalzanti, suscitando l’entusiasmo del pubblico bolognese. Segue una cover di Blonde Red Head dei DNA di Arto Lindsay, e infine il concerto si conclude con il singolo Grass Jeans, uscito alla fine del 2021, regalando un’ultima dose grintosa di punk e adrenalina, prima di lasciare spazio a alcuni minuti di solo noise strumentale mentre Kim agita furiosamente la chitarra contro lo schermo dietro di lei.

Inutile dire che il concerto è stato intenso e dissonante, proprio come lo avevo sempre immaginato. Senza alcun dubbio la Gordon domina il palco senza paura, raggiungendo picchi di noise e dissonanze che ogni vero fan dei Sonic Youth brama. Quando si realizza un sogno c’è il rischio di rimanere delusi, divedere le proprie aspettative tradite. Questa volta non è successo, anzi, è stato ancora meglio di come lo sognavo.

Alessandra D’aloise

I Inside the Old Year Dying

Orlam: un poema in musica

Tecnica. Appassionata. In ascolto. Tesa a percepire le sfumature degli altri ma anche di se stessa per trasformali in brani e ridarli nuovamente al mondo. Tutto questo è PJ Harvey, cantante, musicista e compositrice britannica indie rock. L’inquieta Polly Jean partita con esordi di scandali e atteggiamenti provocatori con testi a luci rosse, con il tempo è diventata un’icona di ricerche sperimentali e collaborazioni in altri generi come folk e blues. L’artista riesce a colpire il suo pubblico con il decimo album in studio I Inside the Old Year Dying per Partisan Records. 

Se attraverso progetti come Let England Shake e The Hope Six Demolition Project PJ ha documentato momenti difficili nel mondo, in I Inside the Old Year Dying si concentra su un mondo affascinante tutto suo. L’album trae spunto da Orlam, il poema epico scritto dalla stessa artista che narra di Ira-Abel, una bambina di nove anni del Dorset i cui compagni sono lo spettrale soldato Wyman-Elvis e Orlam, occhio di un agnellino allevato dalla bambina stessa ed è l’oracolo del villaggio. Ad un primo ascolto, I Inside the Old Year Dying appare complesso, eppure è possibile trovarvi una leggerezza particolarmente gradita e che la allontana dai toni troppo cupi dei progetti precedenti. Come Orlam, l’album si sviluppa utilizzando il vecchio dialetto del Dorset che l’artista ha conosciuto attraverso le canzoni tradizionali ascoltate nella giovinezza, mentre i modi di dire locali come Seem An I, cioè “sembra” ne aumentano la stranezza ammaliante. Nel brano, il dialetto si mescola ad un andamento jazzato e chitarre morbide, in un’atmosfera quasi vintage. Anche quando il linguaggio è cupo, lo stato d’animo è leggero quando Harvey canta dei “bambini gessosi di sempre” sopra le campane della chiesa, le chitarre fragili e i tamburi scoppiettanti della title track, mentre il sound diventa più psichedelico in A Child’s Question, July. Il cambiamento netto e irrevocabile emerge in A Noiseless Noise subito dopo la tagliente distorsione a cui segue il consiglio dato a Ira-Abel di lasciare il suo vagabondare. Un brano aspro, dove la chitarra è libera di distorcersi liberamente e librarsi nell’atmosfera per aprire squarci nell’ascoltatore. Cosa ci sia dietro ad ogni squarcio, poi, sta a noi scoprirlo. Nel suo progetto, Harvey si muove magistralmente nel mitico che trova la sua massima espressione in All Souls, un cigolio in punta di piedi che potremmo definire tra i suoi lavori più inquietanti, ma che coinvolge l’ascoltatore ai massimi livelli di percezione. In tutto questo, la voce di Harvey si conferma strumento stesso dell’artista sempre più modulata ed espressiva, capace di immergersi e rendere vivo un mondo fatto di ombre e luci, dove le contrapposizioni e i riti di passaggio che segnano la vita dell’essere umano diventano reali nonostante l’atmosfera mitica. Eppure nessun successo si raggiunge senza la giusta squadra e trasformare un poema in musica è stato possibile grazie alla collaborazione di Flood, John Parish e Adam Cecil Bartlett con cui l’artista ha sperimentato varie combinazioni sonore anche con tastiere e sintetizzatori analogici, meccanismi sintetici che ritroviamo nell’esoterica The Nether-Edge carica di sonorità ipnotiche.

Con questo decimo progetto registrato in studio, PJ Harvey si conferma una cantautrice eclettica e piena di intense emozioni pronta a trasformarle in sensazioni sonore per il suo pubblico. Lontano da rossetti scarlatti e look da femme fatale del rock degli esordi, PJ Harvey rimane costante nel costruire progetti forti, intensi e carichi di una certa densità musicale e concettuale che non possono che darle un posto privilegiato nel panorama musicale e negli spazi virtuali e non di chi nella musica ricerca quel qualcosa in più, una terra di mezzo tra il piacere e il pensiero. Un luogo spesso cupo e spettrale, ma una cupezza con cui l’artista prende confidenza, non per renderla più leggera, bensì per coesisterci senza paura. 

Shame @ Arti Vive Festival

Adoro i festival piccolini. 

Quei luoghi a misura d’uomo, dove non ci sono distanze incolmabili da riempire tra un palco e l’altro, niente file assurde per birre o servizi, niente calca asfissiante. E Arti Vive è un piccolo gioiellino della categoria. Nato nel 2007, è una rassegna a tutto tondo di arti e spettacolo all’interno della ridente cittadina di Soliera, in provincia di Modena. Che poi, festival piccolino se si parla di grandezza fisica, perché i nomi degli artisti internazionali che si sono esibiti sul suo palco sono tutt’altro che piccoli: Peter Hook, Teho Teardo & Blixa Bargeld, Einsturzende Neubauten solo per dirne alcuni. E anche l’edizione di quest’anno non scherza: The Notwist e The Brian Jonestown Massacre, headliner di tutto rispetto.

La preview del festival, invece, è stata affidata ad una delle band che mi ha rapito il cuore negli ultimi anni e che, ogni volta che sono andata a sentirli, mi sono ritrovata piena di lividi ma con un sorriso a 32 denti. Sto parlando degli Shame, giovanissimi londinesi che si sono distinti all’interno dell’ondata di revival post punk degli ultimi anni grazie alle loro performance esplosive ed adrenaliniche.
E anche questa volta non mi hanno delusa.
La location era a dir poco incantevole, i Giardini Ducali di Modena, a due passi dalla stazione e comodissima da raggiungere. Ti permetteva, inoltre, di sorseggiare una birra fresca sul prato mentre accanto si esibivano gli artisti d’apertura della serata: Heroin King, cantautore locale che ha creato un’atmosfera intima e soave, e i Korobu, band bolognese alternative rock capitanata dall’ex leader dei Buzz Aldrin.
Finalmente, sul palco arrivano i cinque britannici e la folla impazzisce. Charlie Steen, frontman dallo sguardo birichino di chi sa che sta per fartene vedere delle belle, sale sul palco con camicia e pantaloni eleganti, classico stile British. Subito si parte con Fingers of Steels, dall’ultimo disco Food for Worms, definito proprio dalla band come “La Lamborghini dei dischi degli Shame”. Chitarre affilate, batteria ossessiva, ritmi incalzanti e il pogo parte immediatamente. Ovviamente Charlie non è da meno e quasi subito si butta sul pubblico per il primo dei suoi innumerevoli e continui stage diving. Anzi, lui più che buttarsi, cammina proprio sul pubblico: si fa sorreggere solo i piedi mentre con un equilibrio precario passeggia sopra la folla adorante. Tutti i pezzi sono carichi e burrascosi, con una scaletta perfettamente equilibrata con brani da tutti e due i lavori precedenti. Non poteva mancare il basso perentorio che apre Alphabet, dall’album Drunk Tank Pink o i ritornelli incalzanti di Concrete dal disco d’esordio Songs of Praise. Charlie è uno showman di tutto rispetto, brama il pubblico come il pubblico brama lui, ma anche la band dietro non scherza: il bassista Josh Finerty corre avanti e indietro sul palco come un indemoniato, tra capriole e salti carpiati senza sbagliare una sola nota. L’atmosfera si fa più intima con il brano Orchid e il singolo Adderall, che viene cantato a squarciagola da ogni presente sotto al palco.
Grande finale con la celebre One Rizla e Gold Hole che ormai possiamo definire i grandi classici della band.

La prima volta che vidi gli Shame è stato nel 2018, in un bollentissimo Covo Club di Bologna e sono davvero felice di aver ritrovato la genuinità della band ancora intatta, anche se ormai alle spalle hanno diversi dischi e tour mondiali. Sicuramente l’esperienza maturata li ha portati ad avere una tecnica migliore, ma la voglia di esprimersi e divertirsi rimane intatta e costante. Si confermano, inoltre, uno dei live più turbinosi e adrenalinici che abbia visto negli ultimi anni. Charlie Steen, ad inizio live, promette di regalare il “fucking time of your life” durante il concerto e non posso che confermare.

Alessandra D’aloise

Setlist 

Figers of Steel
Alibis
Concrete
The Lick
Six Pack
Tasteless
Burning by Design
6/1
Fall of Paul
Adderall
Orchid
Water in the Well
One Rizla
Snowday
Gold Hole