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VEZ5_2024: Marta Annesi

Viviamo tempi incerti. Incerti e frenetici. Assorbiti da quotidianità sempre meno “a misura di persona”, oramai anche leggere un libro, ascoltare un disco, sta diventando un atto quasi elitario, per pochi. Anche noi della redazione di VEZ siamo presi dentro a questa gigantesca centrifuga, ma cerchiamo ancora, spesso a fatica, di ritagliarci del tempo per continuare a starci, in quella élite, e nutrirci di arte, in qualunque declinazione essa si presenti. E quindi eccoli qui i nostri 5 dischi del 2024 che ci hanno in qualche maniera aiutato a sentirci, anche per poco, più felici, migliori.

Quando si avvicina la fine dell’anno cominciamo a tirare le somme di tutto quello che è successo nel corso dei vari mesi. E “fare questa lista” di VEZ5 mi fa rendere conto, anno dopo anno, quanto la musica influisca su di me in base al mio umore. La mia classifica è un po’ stramba, c’è un po’ di tutto perché mi hanno accompagnato durante i miei vari cambi d’umore della giornata.

Quindi: c’è grinta e tenacia, necessario per dare sprint e carica alla mia giornata; c’è sensualità ed eleganza, per coccolarmi; c’è dolore e rassegnazione al vuoto, per crogiolarmi nei piantini; ma c’è anche la voglia di uscire da tutto ciò. E infine c’è la perseveranza: essere se stessi e credere in quello che si fa è l’unica strada per rimanere veri e sopravvivere in un mondo che sembra volerci solo copie di copie di copie.

Kim Gordon The Collective

Sua Maestà.. Khaleesi del suono distorto, Prima Signora dei Sonic Youth, Protettrice del Noise Rock, Dea del basso, Madre degli Alternativi…..Ci ha fatto questo immenso dono, è tornata! Per far capire a tutti che il talento e la grinta non hanno età. Il suo The Collective è la prova che non esiste un limite alla volontà umana, la Signora Kim Althea Gordon ha deciso di giocare con le sonorità beat trap e hip hop, partorendo per noi un disco unico, aggressivo, caotico, provocatorio.
Sfrutta a suo vantaggio una modernità così (apparentemente) lontana da lei, creando un pandemonio di suoni industrial, di voce reale e di autotune (in Psychedelic Orgasm), chitarre elettriche esagitate, testi molto contraddittori (in Bye Bye ci trolla con la lista delle sue cose da portare per il tour? E in I’m a Man dissa malamente gli uomini, traendone un ritratto becero e patetico.)
Ma c’è un brano più di tutti che colpisce per la aura sexy e intrigante, con la voce a tratti sussurrata e lasciva, ed è Shelf Warmer. Ricorda molto lo stile dei Massive Attack ai tempi di Mezzanine.

Traccia da non perdere: Shelf Warmer

Billie Eilish Hit Me Hard and Soft

Una delle voci più emozionanti per quel che riguarda il panorama pop degli ultimi anni.
La ragazzina strana sta lasciando il posto ad una creatura magnifica che sta abbandonando il disagio e la ribellione adolescenziale, dimostrando una maggiore coscienza di sé e delle sue potenzialità, e conseguentemente una voglia di sperimentare e di migliorarsi. Se in Happier Than Ever il fiore sta sbocciando, in Hit Me Hard and Soft ha spalancato i suoi petali vellutati verso il futuro.
Questo periodo di crescita si denota dalla voce, più delicata e ricercata. Questo nuovo disco scopre una Billie Eilish dolce e assertiva; gioiosa e giocosa; seducente, aperta a parlare del suo mondo interiore, delle proprie emozioni e sentimenti.
La bellezza di questo album? Non è pop. Ci sono dei pezzi più ritmati, veloci, da passare alla radio, ma il resto dei brani è talento incanalato nel verso giusto.
Ma crescere significa anche fermarsi, ogni tanto, e guardare indietro a ciò che eravamo, alcune volte con non poca nostalgia, e questo succede anche a Billie, che si lascia sfuggire Blue, un pezzo elegante, in cui la sua voce inizialmente ci coccola con una raffinatezza e sensualità sconsiderata, in una ballad ritmata per circa 1 minuto e 50, per poi cambiare drasticamente registro e diventare improvvisamente malinconico e dannatamente doloroso. Tutto sprofonda lentamente nell’Oceano, la voce di Billie ci accompagna giù nelle acque oscure e misteriose, fino al disperdersi della sua voce. Rimangono solo i violini.

Traccia da non perdere: Blue

Mannequin Pussy I Got Heaven

Sono Punk. Sono la speranza per il futuro. I Mannequin Pussy pestano palchi dal 2010, non sono proprio dei ragazzini. Ci sono stati vari cambiamenti all’interno del gruppo, ma i fondatori del gruppo (Colins “Bear” Regisford, bassista e Marisa Dabice, cantante) tornano quest’anno con una nuova formazione, soprattutto dopo l’entrata di Maxine Steen che ha portato con sé il suo talento, la sua chitarra e anche le sonorità synth.
I Got Heaven è un disco VERO. Crudo, romantico, disperato, divertente, contraddittorio come solo le persone reali possono essere. Musica fatta da comuni mortali, per i comuni mortali.
La voce di Marisa è cangiante, è maturata e col tempo ha imparato a capire e gestire le proprie emozioni, lasciando la rabbia e la disperazione negli album precedenti. Sul palco si muove provocatoria e magnetica, si è attratti dalla sua voce, dal timbro e dal suo dualismo, capace di estrema grazia come di aberrante aggressività.
Ora con queste nuove capacità è in grado di donarci leggerezza in pezzi come I Don’t Know You e Nothing Like; brani più contaminati dall’indie rock come Split Me Open, e due attacchi da 1 minuto e mezzo circa l’uno di cattiveria punk.
L’anima della band risuona in OK? OK! OK? OK! un esplosione incontrollata di furia bestiale punk, dove il ruglio di Bear alternato alla voce acutissima di Marisa crea un contrasto violento, l’orso grande e grosso che sembra voglia ingoiare la piccola ragazza indifesa, in realtà la vuole solo proteggere, così lei si sentirà al sicuro e potrà fare pace con sé stessa ed evolvere.

Traccia da non perdere: OK? OK! OK? OK!

Tom Odell Black Friday

L’artista è una persona fortunata, rispetto a noi poveri umani senza arte né parte. Se hai talento e provi un forte dolore, puoi veicolarlo tramite le tue abilità, facendo del bene a te stesso e anche agli altri che possono immedesimarsi, e tramite l’esperienza del dolore dell’artista il pubblico ne esce salvato egli stesso. Quindi dobbiamo ringraziare e benedire il dolore perché riesce a portarci a livelli che forse da soli non potremmo arrivare. La dimostrazione di ciò tra tutti è forse Tom Odell, dopo essere stato mollato dalla sua etichetta nel 2021, la sua canzone è stata “popolarmente” eletta come canto di ribellione. Nelle piazze tante donne cantavano intorno al fuoco “And if somebody hurts you, I wanna fight…”, la sua canzone di 10 anni fa. Questo forse ha dato la spinta per tornare, mettersi in studio registrare Black Friday, che celebra il suo ritorno sulla scena musicale. Un disco profondo, intenso e senza dubbio intimo. Si ha la sensazione che Tom sia con noi sul divano, e ci stia parlando dei suoi guai come un vecchio amico che non vediamo da un po’.
La sua forza è una sorta di empatia vocale, con la voce riesce a emozionare, colpendo in un punto molto profondo dell’anima di chi lo ascolta. Ci fa entrare nel suo personale universo, fatto di depressione, di rifiuto della realtà e del chiudersi dentro una mente che gioca contro di noi. Non si può incastrare dentro uno stile, lui semplicemente scrive, prende la chitarra e in studio registra. E’ la sua vita in musica, senza troppi fronzoli. Solo cuore, voce e musica. (e l’orchestra)
Il dolore, la malinconia e la rassegnazione sono i punti su cui verte l’intero disco. Ma parla anche del modo in cui ognuno di noi trova un modo per tirarsi su, accettando che nulla è perfetto ed eterno.
Non esistono filtri con Tom Odell, è dolore reale quello che trasmette in Nothing Hurts Like Love eci commuove in Black Friday con le sue spiccate doti vocali. La semplicità con cui tratta temi delicati sconvolge e interisce, alcune volte provenire da un’altra epoca come in The End Of The Summer e in Somebody Else, che è una carezza di un nonno, una ninnananna sussurrata appena.
The End è la canzone più soave e triste del disco, qui la voce di Tom diviene eterea, svanisce quasi, fondendosi con il piano e il violino.

Traccia da non perdere: The End

God Is an Astronaut Embers

Questo gruppo è una sicurezza del mondo del post-rock strumentale. Da circa vent’anni si impegnano per mantenere alto lo standard in questa musica (manco tanto) di nicchia.

I God Is an Astronaut sfornano il loro undicesimo album, sempre con lo stesso scopo: catapultarci attraverso la musica verso l’Universo, tra costellazioni brillanti e nero profondo. La loro musica è in grado di aprire i chakra dell’immaginazione e far lievitare la tua anima fino a posti meravigliosi.
Questa volta hanno lasciato un po’ da parte la loro peculiare vena malinconica per spostarsi verso luoghi tranquilli, immersi nella calma perenne. Ma il loro stile rimane invariato, hanno solo modificato la destinazione del viaggio, ma la carrozza rimane la stessa di sempre.
Forse è proprio questa la loro ancora di salvezza, rimanere imperturbabili alle mode e ai tempi che cambiano.
L’album si apre con Apparition, un pezzo che inizia timidamente, per poi sconfinare in melodie multietniche con sitar e sonorità epiche, che sembrano voler riecheggiare fino alla fine dell’eternità. La nostalgia tipica che li contraddistingue si manifesta in Falling Leaves, che contribuisce a creare quell’impalcatura del sogno che ci condurrà durante tutto il viaggio in cui ci condurranno.
A bordo della loro astronave sonora toccheremo isole paradisiache orientali, terre incontaminate, scenderemo giù negli abissi fino a lambire la volta celeste, e ci spingeranno più su, grazie a intro epiche e transizioni uniche. Con la musica creano ambientazioni che esulano dal contesto fisico.
In un brano in particolare, Realms, la presenza della violoncellista e compositrice londinese Jo Quail contribuisce a creare uno mondo onirico, con echi ancestrali che rievocano epoche antiche.

Traccia da non perdere: Realms

King Hannah + The KVB @ Monk

Roma, 5 Dicembre 2024

Doppia coppia di note al Monk di Roma con la serata, live Made in U.K., di King Hannah e The KVB che si sono trovati sullo stesso palco della capitale questo giovedì 5 dicembre, grazie ad un intreccio di date in Italia. Chi quasi al termine del tour, come per i King Hannah, chi da poco iniziato, come per i KVB. Entrambi i progetti nuotano tra sfumature derivative e la personalizzazione del proprio stile, da una parte intriso di chitarre rock, dall’altra di post-punk electro.

È interessante osservare anche gli aspetti organizzativi per questa doblete di live: biglietti per un singolo live oppure Full Pass per entrambi. Con tale modalità di acquisto biglietti, si è registrato un sold-out per i King Hannah. Il progetto più recente, in quanto ad età, in vantaggio per quel che riguarda il numero di spettatori. 

La timeline inizia bene. Partenza puntuale già alle ore 20,30 con l’apertura spoken word di Joe Gideon e i suoi brani intrisi di riflessioni personali. 

Alle ore 21:15 iniziano i King Hannah. Li avevo intercettati già dall’uscita dell’EP Tell Me Your Mind And I’ll Tell You pubblicato nel 2020, catturandomi per i flashback alternative rock. Così giovani, così sicuri, anche sul palco. Dopo l’entrata della intera band, Hannah Merrick arriva con un vestito a balze rosso da grande occasioni e ai piedi sneaker consumate. Voce sussurrata e gradatamente verso toni confidenziali, poi assertivi. Craig Whittle aggrappato alla sua chitarra autorale, poi blues, poi grunge e infine sonica. Affascinano i presenti, molti già accaniti fan, con brani, curati, intensi, maggiormente in quei momenti in cui anche Hannah si veste di chitarra e carica nel suono.

The KVB salgono sul palco verso le ore 23, dopo un tourbillon di uscite e di entrate del pubblico nella sala, a seconda dei biglietti posseduti (per i possessori del Full Pass, con doppio giro di timbrature da ritirare “al passaggio dal Via!”). 

Si va nell’altra parte della luna, quella o-scura. La chitarra new wave dell’amabile Nicholas Wood qui si amplifica sulla consolle synth della potente Kat Day, autrice anche dei bellissimi video sullo sfondo. Dell’ampia discografia dei KVB, qualcosa si è perso per la ridotta durata del set. Molti brani dall’ultimo Tremors e da Always Then, ma anche l’anticipazione di due nuovi – ottimi, per me – che Kat annuncia che saranno inclusi nel loro prossimo album. L’atmosfera distopica e i ritmi electro dei The KVB vanno in crescendo fino al termine, chiudendo questa notte musicale con la voglia di ballare. Ad una prossima volta.

SKUNK ANANSIE: la data di Milano di marzo è sold out

A oltre tre mesi dalla data del concerto, lo show che gli SKUNK ANANSIE terranno all’Alcatraz di Milano il 7 marzo 2025 è tutto esaurito.

Non saranno quindi disponibili biglietti in cassa la sera dello spettacolo.

Gli SKUNK ANANSIE stanno attualmente lavorando su nuove canzoni che seguiranno gli acclamati singoli “Piggy” e “This Means War”. Il loro ritorno nel 2025 confermerà, a oltre 30 anni dalla loro prima esibizione, come gli SKUNK ANANSIE siano ancora una delle rock band più potenti ed emozionanti del pianeta.

Riguardo al tour, la cantante Skin dichiara: “Siamo davvero entusiasti di tornare in tour, facendo ciò che amiamo di più, ovvero suonare dal vivo con il fuoco dentro. Questo tour avrà una produzione completamente nuova e non vediamo l’ora di condividerla con voi”.

Radiofreccia è la radio ufficiale del concerto degli SKUNK ANANSIE.

Dettagli

SKUNK ANANSIE – European Tour 2025
7 marzo 2025 – Milano, Alcatraz – SOLD OUT

Vitalogy compie trent’anni e io no

Erano sicuramente i primi giorni di dicembre.
Ed era, altrettanto sicuramente, il 1994.
Le nostre telefonate non erano lunghe: due maschi, diciassette anni, stesso nome e stesso amore per il mare.
“C’è d’onda, vieni?”
“Non ho neanche la muta, però cerco di scendere sabato, non garantisco”.

(Per un piemontese andare al mare implica dirigersi verso sud, quindi si scende al mare, inevitabile).

“Ah, hai sentito l’ultimo di Ligabue?”
“Andrea”
“Eh”
“Ma vaffanculo”.

Andai.
Valigia, walkman, chiavi di casa, treno.
Al mio arrivo il mare era una tavola, in un’era senza previsioni meteo in tempo reale, laptop e telefoni in tasca, l’unico oracolo valido erano le ginocchia di Tonino, bagnino emerito, e le sue sensibilissime cartilagini. Un igrometro umano, un barometro alimentato a focaccia. Ma, talvolta, falliva.

Finimmo a far finta di studiare, perché dalla metropoli avevo portato qualcosa per salvarlo dal Ligabue mannaro che si trasformava nei i R.E.M. dopo mezzanotte. Avevo, nel walkman, la medicina per guarirci da un anno nero e pesante. 

Il 1994 era iniziato con il più grande EP della storia, Jar of Flies degli Alice in Chains, che mi procurò non poche vertigini causa altissimi livelli di oscurità e intimità. Jeff Buckley, Soundgarden, Nine Inch Nails, Portishead, Weezer, Beastie Boys, avevano pubblicato i loro capolavori, mentre all’orizzonte si intravedevano nuove realtà, dagli Oasis ai Blur, dai Low ai Green Day, e poi Prodigy, Aphex Twin e tanti altri.
L’8 aprile di quell’anno trovarono il corpo di Kurt Cobain. Anche allora, in qualche modo, Andrea era intervenuto, ma è un’altra storia. Sei mesi dopo, a inizio novembre, avevo nel walkman l’Unplugged dei Nirvana, e ivi sarebbe rimasto, fino a quando un’altra cassetta avrebbe preso il suo posto, il terzo disco dei Pearl Jam, Vitalogy

Una medicina, dicevo. 

Avevo studiato quel disco a memoria, avevo una montagna di risposte a un sacco di domande e stavano tutte in quelle quattordici tracce. Facciamo tredici. Forse dodici. 

Vitalogy era arrivato come una boccata d’aria che ti riempie i polmoni, dopo un’apnea forzata, dopo aver sentito il cuore esplodere.
Kurt non c’era più e un disco incredibile come l’Unplugged lo aveva fatto tornare, come un fantasma, come un tormento. Avevo consumato quella cassetta come se un ascolto quotidiano fosse l’unico modo per tenere vivo il legame. 

Non andava tutto benissimo. L’adolescenza è un discreto mistero, con picchi altissimi e baratri piuttosto profondi, scarsa visibilità e nessun navigatore. Però c’erano gli amici, la musica, la famiglia, lo sport e qualche amore. Il problema era l’intensità con cui si vivevano certe emozioni e determinati eventi, o, forse, era proprio la parte divertente.
Il nostro studio alternativo aveva lati in realtà produttivi e creativi.
Fu così che letteratura e musica si fusero, in iperbolici supergruppi, con un Baudelaire come seconda voce degli Alice in Chains, un Pascoli padre dello shoegaze e Leopardi che scrive l’Infinito con A Forest dei Cure nelle cuffie. 

“Ah, in Corduroy muore Vedder/Werther, un suicidio letterario”.
“Ecco, questo Vitalogy, com’è?”
“Questo Vitalogy è come l’inferno di Dante. Pieno di fantasmi, qualche buon consiglio e memorabile monumento per le generazioni future”. 

In realtà era lo specchio di un gruppo a pezzi. Vedder e soci erano sulla trentina, ma quello che avevano partorito, per dinamiche e cronologia, era l’album dell’adolescenza. Avevano incantato il mondo con i primi due lavori, il terzo fu rottura, fu opposizione, fu affermazione di sé. Il problema fu che sembrava stessero facendo questo percorso in tempi e luoghi separati, cuciti insieme solo dalla lungimiranza di Brendan O’Brien, che non concesse loro il lusso dell’implosione. O di sparire, come fece Kurt. Anche di questo si parla in Vitalogy, della responsabilità del continuare a vivere, del sopravvivere a certi eventi e farlo non solo per inerzia, ma testimoniando una certa visione positiva, così démodé in quegli anni. Vitalogy era rabbia verso chi aveva mercificato ogni cosa, dalle mutande di Vedder alla “morte del Grunge” avvenuta, secondo la stampa, ad aprile di quell’anno. Last Exit, Not for You, Whipping erano lì per mandare a stendere tutti e per affermare a gran voce la propria identità. 

Come può non amare tutto questo un adolescente che, nel suo piccolo, ha davanti a sé dinamiche molto simili? Come può non perdersi dentro Nothingman e sapere che ogni volta che verrà lasciato da una ragazza ci sarà la canzone perfetta per struggersi con un certo stile? Come non si può amare Betterman, una canzone rimasta nel cassetto per anni, esclusa da due album e che Vedder tentò di tenere fuori anche da Vitalogy, per difendere il suo privato, perché non esiste la giusta misura nel darsi agli altri, soprattutto se sei sopra un palco, o appeso sopra di esso?

Non si può non amare Vitalogy, che ci lascia con Immortality, in cui il suddetto palco diventa patibolo e che termina con quel “some die just to live” che sa di dedica, di epitaffio e di monito allo stesso tempo. Quella frase, pochi anni dopo, la scrissi sul fondo della mia tavola da surf di allora. 

some die just to live

Vitalogy è stato, è e sarà sempre il mio album preferito perché contiene al suo interno tutto quello che amo e tutto ciò che odio dei Pearl Jam. Perché mi ha aiutato dopo una perdita molto più dolorosa di quella di Cobain. Perché lo suonava in spiaggia Stefano, ottimo chitarrista, che poi ha fatto di mestiere proprio il chitarrista. Perché è stato il primo vinile acquistato quando mi sono potuto permettere un impianto. Perché Betterman è un dolore intimo per chitarre e stadio. Perché l’unica volta che ho ascoltato Nothingman dal vivo fu a San Siro, 2014, quando allo stadio, vicino a me e dentro la pancia di sua mamma da pochi mesi, c’era mia figlia.
Vitalogy fu l’amore conclamato, Ten e Versus erano stati solo sesso.

Cosa, ancora?
Il karma ci vede lungo. Dopo un sabato di studi, dopo pasta al tonno e numerose birrette, la domenica a pranzo le ginocchia di Tonino iniziarono a vacillare.

“Ti fermi?”
“Ho solo una versione di greco, domani”
“Perfetto, allora”.

All that sacred comes from youth,
dedication, naïve and true.

Nulla di più vero.
Grazie per questi trent’anni, mio disco preferito. Sei stupendo come allora, imperfetto e trasparente, sono fortunato ad essere stato adolescente assieme a te. 

vitalogy 30

Nobody Loves You More

Situazione: sono le 8:00 del mattino, vedo dalla finestra la mia macchina coperta di ghiaccio, il termometro sul terrazzo segna un solo grado e constato che è iniziato l’inverno. Con la mia tazza di tè fumante, maldestro tentativo di assomigliare ad uno di quei giornalisti che si vedono nei film (lo sanno tutti che loro bevono il caffè), accendo il riscaldamento e mi accomodo accanto al termo pronto a recensire Nobody Loves You More di Kim Deal, in uscita per 4AD. Il mio cuore è in subbuglio. La 4AD è l’etichetta, rigorosamente e orgogliosamente underground, di cui vedo il logo (poi scopiazzato dall’altrettanto underground Sub Pop di Seattle) sul retro di tutti i dischi di Pixies, The National e Mark Lanegan che ho in camera ed è per me un grande onore (e una grande emozione) trovarmi a stretto contatto con un così importante pezzo di storia, musicale e personale. 

Concluso l’inutile prologo descrittivo di cui sopra, mi vedo costretto ad aprire una parentesi sulla copertina di questo album che introduce il tema che, a mio avviso, attraversa tutti e undici i brani: la necessità di un nuovo inizio. L’ex bassista dei Pixies, alla prima prova da solista, viene raffigurata in una posa alla Ian Anderson, in compagnia di un fenicottero, a bordo di una zattera, circondata da qualche amplificatore e da una chitarra mentre veleggia controcorrente lasciandosi alle spalle un mare di nebbia e tenebre. Un mare che è metafora di un passato remoto burrascoso, segnato dai suoi problemi di tossicodipendenza, e di un passato recente doloroso a causa della morte di entrambi i genitori, che Kim prova a superare grazie alla musica. La musica che diventa valvola di sfogo, un antidoto alla sofferenza o, come direbbero i Verdena, un modo semplice per uscirne.

Risulta subito evidente, dunque, che questo disco non nasce per caso ma da un’urgenza emotiva come conferma il primo brano, proprio Nobody Loves You More, in cui Kim Deal canta “I need to tell you / nobody loves you more”; ha qualcosa da dire ed è questo non trascurabile particolare a distinguerla da molti artisti contemporanei. Musicalmente parlando, la title track è abbastanza anomala nella più che trentennale discografia di Kim: è una canzone swingata, quasi da musical, sorretta da un sofisticato arrangiamento orchestrale che sembra essere stata scritta da Leonard Cohen per Edith Piaf e che ci sbatte immediatamente in faccia l’ipnotica voce da sirena dell’ex Pixies (e Breeders!). Un’eleganza inedita per una che ha abituato tutti a salire sul palco con una maglietta casual infilata dentro ai jeans lisi. 

Le novità e i cambi d’abito continuano con le successive Coast e Crystal Breath. La prima fa ballare a ritmo di ska e viene colorata dagli instancabili fiati oltre che da una marcetta e da un assolo che rappresentano un chiaro riferimento ai Beatles. La seconda è un bizzarro esperimento dance: la batteria elettronica è martellante e distortissima, il basso è impregnato di fuzz e la chitarra s’inserisce con schegge funkeggianti. Su questo vorticoso pastiche, Kim appoggia cori leggeri e sebbene ad un primo ascolto la canzone non mi avesse convinto, devo dire che è davvero trascinante. 

Dopo questo intermezzo spensierato, torna il tormento interiore con la meravigliosa e terzinata Are You Mine (titolo in cui è sottinteso un punto di domanda); un valzer a metà strada tra Elvis e i Mazzy Star in cui Kim racconta un amore incerto, di quelli che lasciano sentimenti irrisolti, e chiede “are you mine?” quasi senza speranza, come se sapesse già che la risposta sarà negativa. D’altronde sono i rifiuti a fare scrivere le belle canzoni. A questo punto, arriva uno dei capitoli più riusciti del disco, la bellissima Disobedience, che suscita sensazioni diverse da quelle provate fino ad ora. È un pezzo punk, liberatorio, che potrebbe essere uscito da Last Splash e che ci restituisce due cose di cui avevamo bisogno e che ci sono state negate nelle prime tracce di questo disco: il rock indipendente degli anni ’90 e il classico suono del basso di Kim Deal. Questo è il momento in cui Nobody Loves You More cambia volto. 

Ad eccezione di Summerland infatti, un’altra ballata che potrebbe essere la colonna sonora perfetta per una di quelle scene in cui i due protagonisti innamorati fanno insieme mille cose romanticamente, la seconda metà dell’album è molto più alternative della prima. Wish I Was è una sorta di versione moderna di Pale Blue Eyes mentre la rumorosa e cacofonica Big Ben Beat esibisce i suoni più aggressivi e abrasivi di questo lavoro arrivando a sfiorare il concetto di hardcore punk. Dopodiché, e dopo un pacato interludio utile a riprendersi, cioè Bats In The Afternoon, il gran finale. Come Running ci fa sentire a casa con la classica formula piano-forte che tanta fortuna ha portato ai Pixies (e non solo direi) e con l’inconfondibile voce soave di Kim che crea un’atmosfera dolce e fa scivolare in un sogno pieno di riverberi e malinconia dal quale non si esce quando parte la successiva A Good Time Pushed, assolutamente fantastica e impossibile da togliersi dalla testa (sul serio). Il basso è il protagonista delle strofe, le chitarre sembrano quelle di Joey Santiago e i cori del ritornello impreziosiscono una canzone che purtroppo dura troppo poco e che nonostante questo dimostra che, nel mare dello shoegaze e delle settime maggiori, Kim Deal resta unica. 

P.S.: La maggior parte del disco è stata registrata da Steve Albini, un altro pezzo di storia.

Torso

Un disco di cover a mio avviso rappresenta per un artista un terreno insidioso, viscido, quello sul quale è più semplice scivolare e fare dei rumorosi capitomboli.

Se penso alla totalità dei dischi di cover che ho ascoltato nella mia vita, quelli che son finiti sotto la voce “passi falsi” superano quelli riusciti. 

E di gran lunga. 

Sarà che oltre alla canzone in sé nell’ascoltatore intervengono componenti più spiccatamente soggettive, come l’affetto verso un artista o un brano, per cui in maniera più o meno conscia ci aspettiamo di sentirlo rifatto come lo vorremmo noi, non come l’artista in questione se lo è re-immaginato.

Di conseguenza anche all’interno dello stesso disco puoi trovarti di fronte a splendide interpretazioni. E ad altre irricevibili.

Soap&Skin, all’anagrafe Anja Franziska Plaschg, con questo Torso ha deciso di cimentarsi anche lei in questa disciplina. Vero è che non si tratta di una novità assoluta nella carriera della musicista austriaca, che da sempre ama indossare i panni di altri artisti e renderli propri, si pensi alla sua versione della hit Voyage, Voyage di Desireless, contenuta sia nel suo secondo album Narrow sia in questo nuovo lavoro, dove è riuscita in maniera sorprendente a far coesistere gli Alphaville e Nico nella stessa stanza.

I momenti migliori di Torso sono raggruppati nella prima metà del disco, con l’apertura affidata alla nominata all’Oscar Mystery of Love; piano e ottoni sostituiscono il mandolino e la chitarra ma il risultato risulta comunque rispettoso dell’originale, pur declinato in tutt’altra maniera. Bellissimo.

Si scomoda poi un mostro sacro della musica (e non sarà l’unico), ovvero Hans Zimmer in una spettacolare rivisitazione di un brano tratto dalla colonna sonora di quel capolavoro di La Sottile Linea Rossa, ovvero God Yu Tekkem Laef Blong Mi, per proseguire poi con forse il miglior momento di tutto il disco, Born To Lose di Shirley Bassey, un brano che davvero smuove qualcosa a livello di viscere, di sensazioni, con la voce di Anjaad esplorare tutta la propria estensione. Brividi veri.

C’è spazio per una Cat Power rallentata ed enfatizzata (Maybe Not) e nella già citata Voyage, Voyage come anche per la Girls di Janis Ian.

Il Tom Waits di Johnsburg, Illinois, nonostante la tromba d’ordinanza, sembra un pò fuori fuoco mentre risulta parzialmente riuscita la rivisitazione di un brano a mio avviso al limite dell’incoverizzabile, ovvero quella Girl Loves Me tratta dal disco d’addio del Duca Bianco, però encomiabile il coraggio.

Come non manca nel trittico finale dove il famoso rischio scivolata è davvero dietro l’angolo.

Si parte con Pale Blue Eyes, sospesa tra synth e rimbombi, che mi fa strano, perchè suona più velvetiana di come l’abbiano effettivamente suonata i Velvet Underground. Spiazzante invece all’inizio, anche se proseguendo l’ascolto il tutto comincia ad avere un suo perchè, è la versione fatta di What’s Up dei 4 Non Blondes, che non ha quasi più nulla dell’originale ma alla fine per me è un convinto sì.

La chiusura è affidata alla madre di tutte le chiusure di disco, ovvero The End dei Doors. Se si parla di canzoni incoverizzabili per me questa è La canzone, perchè troppo nata e sviluppata attorno a Quel Gruppo e a Quel Cantante e ad una serie di componenti che l’hanno resa così iconica e unica. La versione che ne fa Soap&Skin attraversa un brano con così tanti cambi d’umore e di registro cercando di mantenere la propria identità, riuscendoci a momenti alterni. 

In conclusione è un disco con molti più pregi che difetti, coraggioso in certi punti, azzardato in altri, d’altronde Soap&Skin non è mai stata un’artista facile, per cui giusto così.

Sun Kil Moon @ Monk

Roma, 18 Novembre 2024

È terminata a Roma la serie di date nella nostra penisola di Sun Kil Moon ovvero di Mark Kozelek, dopo una lunga assenza, in solitaria, lui con la chitarra acustica. Il suo cantautorato  fingerstyle ha attraversato diverse direzioni nel corso della prolifica vita artistica di oltre 35 anni, partita in elettrico con la band Red House Painters. Eppure, è facilmente dimostrabile di quanto Kozelek non sia molto noto a casa nostra, neanche per il suo cameo come attore nel film Youth di Paolo Sorrentino e per la sua partecipazione nella stessa colonna sonora. Chi non conosce Kozelek non sa quanto sia talmente diretto e poco politically correct, quanto sia appassionato di pugilato (il suo nome omaggia il boxer sudcoreano Moon Sung-Kil) e allo stesso tempo, quanto sia poeta, autore di ballate intimistiche e nere.

Stasera avevo timore di combattere contro la sindrome, da me definita, “lost in translation”: il problema della barriera della lingua nella comprensione. Come farò a comprendere istantaneamente, dall’inglese all’italiano, i testi dei brani così meravigliosi, quei passaggi come da  Admiral Fell Promises

“Esci dalla farfalla di fuoco ardente
Lascia che ti chiuda nella mia stanza e ti tenga per un po’
Potresti essere la risposta a ogni mia preghiera?
Potresti essere quella per cui mi importa?
Vieni tra le mie braccia e lascia che le tue preoccupazioni muoiano
Esci dalla rete di tutti i tuoi grovigli di bugie”

L’ostacolo però è stato ben più pervasivo. Molti colpi di boxe a parole in scena, stasera Kozelek sul palco-ring, lancia ganci al pubblico a suon di commenti, racconti, aneddoti e battute comprensibili da pochi, in slang stretto americano, lungamente tra un brano e l’altro.

Buona parte del pubblico si diverte. Chi, da Glasgow, gli dice un qualcosa che vorrebbe dire “parla inglese che non ti capisco”. Se non lo capisce lui. E Kozelek, in tutta risposta, lo percula imitandone l’accento. Ad un certo punto, si sente: “Stop! Music!!!” – pausa – “Eventually!”. La voce del popolo, ho il mio rappresentante.

E io che temevo per la comprensione delle lyrics. Quando comprendo una parola o una frase, mi auto-promuovo da livello B1 a B2 fino a C, per miseramente sprofondare a livello A-zero per il 90% della serata.

La sua magica musica e la sua voce avvolgente, la preziosità degli arrangiamenti a moltiplicare il suono acustico della chitarra, in alternanza con momenti estranianti da stand-up comedy. In tutto questo, i suoi divieti sulle riprese video o scatti di foto, fino ad un veloce istante in cui permette un solo scatto, forse. Non so se ho capito bene.

Considerando che il pubblico in piedi ha assistito a più di tre ore di performance (anche superiore alla due ore e mezza cinicamente annunciate in forma di minaccia a inizio live da Kozelek), è stata un’ottima prova di resistenza fisica e immunologica alla suddetta sindrome.

La prossima volta, però, mi farò accompagnare da Olga Fernando. Cercate su web.