Tre Domande a: RosGos
Se dovessi riassumere la tua musica con tre parole, quali sceglieresti e perchè?
Senza pensarci troppo direi: emozioni – credo che al di là delle questioni tecniche ciò che mi muove in ogni fase della creazione di un album sia l’aspetto emozionale. Le scelte musicali e testuali hanno costantemente un occhio e un orecchio rivolto alle emozioni. Se non ci sono quelle per me il pezzo va immediatamente cestinato.
Intimità: a volte sviluppiamo canzoni con tratti più marcatamente rock, in altre occasioni ci spingiamo verso la new-wave-dark, altre volte ancora l’aspetto folk sembra primeggiare. Indipendentemente da quale aspetto assuma la canzone credo che resista sempre un certo grado di intimità, A volte lo si intuisce dal testo, in molte altre occasioni dalla musica, ma credo, e lo spero fortemente, che sia un’attitudine e un aspetto che non viene mai a mancare.
Passione. RosGos è un progetto piccolo, minuscolo, ma non ha nessuna importanza quando decidiamo di fare un nuovo album. E questo semplicemente perchè ciò che ci smuove, in ogni scelta, in ogni nota, in ogni parola, è la grandissima passione che abbiamo e che ci mettiamo nel sviluppare le nostre idee. Non so quanto ci riusciamo, ma ha un’importanza relativa, perchè la certezza è di averci messo l’anima e il cuore.
Quale è la cosa che ami di più del fare musica?
Indubbiamente la condivisione.
RosGos è un progetto musicale individuale. Maurizio Vaiani ne è in sostanza l’unico autore. La cosa bella e meravigliosa è assistere alla trasformazione delle primissime idee, delle prime bozze, fino a diventare vere e proprie canzoni.
E questo avviene grazie all’aiuto del mio amico produttore Toria che sviluppa, crea, suggerisce, e insieme, a volte con estrema facilità altre volte con difficoltà enormi, arriviamo al traguardo soddisfatti del nostro lavoro e certamente sicuri di aver fatto tutto il possibile per aver creato qualcosa di bello e dignitoso.
Progetti futuri?
La mia musica nasce solo quanto c’è ispirazione. A volte passano molti mesi senza scrivere assolutamente nulla. Al contrario ci sono momenti che sembrano che le canzoni arrivino una di seguito all’altra senza interruzioni. Ecco, questo è un periodo fortemente ispirato. E difatti mentre esce No Place sto già lavorando a una decina di nuove canzoni che sia come approccio che come mood sono molto distanti dal disco che sto promuovendo. È un aspetto che amo molto, il poter e il voler spaziare e sperimentare ogni volta, cercando nuovi stimoli, nuovi suoni, nuove emozioni.
Cristina Donà: l’amore potente per la musica
La raffinatezza poetica e i lucidi innesti sull’attuale: alcune delle caratteristiche per cui Cristina Donà resta unica nel mondo del cantautorato italiano. Nonostante le mete artistiche raggiunte, progressivamente rilascia nella propria musica e nei propri testi sempre più dettagli e sfumature inaspettati e sorprendenti. Inoltre ammirevole è la sua naturale predisposizione verso le collaborazioni, anche internazionali, attivando originali architetture musicali. Perfetto per lei è quindi il palco di Europavox 2024, il festival con il meglio della attuale musica europea, nei giorni 8 e 9 marzo a Bologna e per la prima volta all’Estragon Club. Cristina si esibirà nella prima giornata e per questa speciale occasione, ho il piacere di conversare con lei.
Nella prima giornata di Europavox 2024 rappresenterai la musica rock italiana di qualità in una cornice internazionale promossa dalla UE. Come ti senti in questa situazione?
“Mi ha riportato indietro nel tempo, quando con il disco in inglese sono uscita dall’Italia per un po’ (l’album Cristina Donà, NdR). Mi onora molto essere la rappresentante italiana in un contesto del genere e quindi sono felice e grata anche a chi mi ha proposta, che è parte dello staff dell’Estragon, ospitante l’evento. Tra l’altro, ho cercato notizie sulle altre figure femminili e sugli artisti che parteciperanno, con l’entusiasmo per un confronto interessante sul palco di un festival. Si incrociano mondi anche completamente diversi. C’è anche ovviamente un po’ di responsabilità, cercherò di onorare questo ruolo.”
È interessante che questo evento particolare coincida con una data significativa, quella dell’ 8 marzo.
“È una coincidenza e mi fa piacere che ci sia, perché come sappiamo, la figura femminile in ogni ambito lavorativo e in questo caso quello musicale, in un paese come il nostro, ha spesso bisogno di confermarsi, di dichiarare la propria capacità. In Italia è cresciuto tantissimo il numero delle cantautrici e di riferimenti femminili che si occupano di musica in vari ambiti. Questo è bello ma si fa, come sai, sempre molta fatica. Sono anche molto curiosa di quello che succederà, di ascoltare le altre artiste, di vedere come si muovono, di come affrontano il palco, perché quando nasci all’estero – questo l’ho provato uscendo dall’Italia – avendo una concorrenza, un confronto molto più ampio, cresci molto di più anche tu. Non che in Italia non avvenga ma diciamo che l’orto è più piccolo, quindi se non lavori molto, se non ti confronti anche attraverso l’esperienza di ascolto, di presa visione di tanti aspetti di altre artiste e di altri artisti, si rimane un po’ nei propri recinti.”
Puoi anticipare qualche informazione sul tuo live?
“Saremo io e Saverio. Chiuderemo la serata, essendo io l’artista di casa, me lo sono guadagnato sulla fiducia (ride). Il repertorio spazierà all’interno della mia produzione, cavalli di battaglia come Ho sempre me, Triathlon, qualcosa dell’ultimo album. Mi piacerebbe anche trovare qualcosa di adatto da dedicare ad una giornata così importante, che dovrebbe replicarsi altri 364 giorni dell’anno.”
Sarà per la tua spontanea curiosità, libera a confronti e connessioni con altri musicisti, che nel tuo percorso artistico nascono molte collaborazioni. Tra tutte, ne hai qualcuna con dei ricordi speciali?
“Ce ne sono molte. Mi viene in mente, anche se in questo momento non è attiva, quella con Robert Wyatt, però è stata attiva per molto tempo e in qualche modo lo è ancora in quanto lo porto nel nuovo spettacolo che si chiama Spiriti Guida e vedo una sua canzone, Maryan, come “mamma” di una mia, che è Goccia. La collaborazione con Robert è frutto di tanti progetti, come ad esempio SoupSongs di Annie Whitehead che portava in giro il suo repertorio, oltre ad altri momenti che si sono creati dedicati a lui. Poi c’è la prima collaborazione, storica, con Manuel Agnelli che è stata una collaborazione importantissima, ha portato tanti risultati positivi e tanti stimoli. Anche con tutti i produttori con cui ho collaborato e ovviamente anche con Saverio Lanza, con il quale sto continuando a lavorare. Ci si trova veramente molto bene a produrre insieme idee. Avviene spontaneamente la curiosità, ma riflettevo anche sul ruolo del produttore. C’è chi ad esempio non lo usa, io invece ho bisogno sempre di qualcuno che mi guardi da fuori e di capire cosa vede quella persona a cui io delego il lavoro, la produzione o anche un altro ruolo ma sempre di supervisione. Mi interessa perché si moltiplicano le possibilità di studio.”
Invece sul tuo nuovo spettacolo live Spiriti Guida?
“Verte sulla contaminazione che c’è stata nella mia vita e in quella di Saverio rispetto ai bravi maestri e alle brave maestre in musica. Ci piaceva in un momento così difficile, celebrarli. È un racconto delle nostre frequentazioni artistiche. Non siamo individui isolati ma siamo parte di qualcosa di più grande, quindi ci sono le mie canzoni e le canzoni dei nostri spiriti guida, alcune che hanno ispirato i miei brani e altre che sono parte di un discorso simile, che hanno affinità. È uno spettacolo in tutti gli effetti, con parti narrate, molto emozionante. Ogni volta è come andare a trovare il papà o la mamma delle tue creazioni e quindi è sempre coinvolgente. Uscirà il calendario delle date nei prossimi mesi.”
L’approccio del confronto senza pregiudizi si sente in tutti gli ultimi tuoi ultimi album con Saverio Lanza, fino all’ultimo, bellissimo, deSidera.È un processo di cambiamento sia artistico che personale?
“Nel mio caso coincide sempre, per il forte legame con il momento di vita che sto passando più o meno intensamente, gli ascolti… se ci pensi anche la frequentazione dell’arte in genere, quindi libri, film, hanno molto a che fare con il proprio stato d’animo. Tutto quello che entra, esce in forma di scrittura musicale, è frutto di quello che sto vivendo in tutte le sue forme. Quindi l’esigenza anche di spostarsi, di capire come la tua voce canta una canzone di un certo tipo, con una certa melodia o come suonano certe parole, che magari pensavi di non poter mai cantare perché ti sembravano fuori dalla tua logica, per quel pregiudizio di cui parlavi prima. Uscita da Tregua, da una parte ho cercato di godermi quella sorta di “aura” che c’era intorno a me (ride) però dall’altra ho incominciato a prendere anche il picchetto per toglierla. Rimanere ingabbiata in un ruolo, era quello che mi faceva più paura, perché poi ci si aspetta sempre quella cosa lì. Mi rendo conto di aver lavorato sui pregiudizi, ma proprio a partire da me. Il pregiudizio è la paura del giudizio, che io ho sentito tanto anche da piccola. Invece, come spesso accade quando si lavora sulle paure, trovi una strada che ti sposta perché nell’atto di affrontarle, ti butti in una direzione che magari non pensavi di poter percorrere.”
Bisogna avere molto coraggio.
“Sì. Mi sono resa conto crescendo di avere le spalle di mia mamma, che era una guerriera di quelle toste il cui motto era “Mai arrendersi”. Io penso che, nel caso musicale, dipenda molto anche da una passione che lavora, a volte, al di là della tua percezione, come se ci fosse una forza che ti spinge. È un amore verso questo mestiere che mi ha sempre detto “fai veramente quello in cui credi” in quanto se fai qualcosa che non ti appartiene, ci si sta male.”
Foto di copertina: Francesca Sara Cauli
La caparbietà per creare e difendere nuova cultura in Europa
Venerdì 8 e sabato 9 marzo si svolgerà a Bologna – e per la prima volta presso l’Estragon Club – l’appuntamento live 2024 di Europavox, progetto artistico-musicale co-finanziato dalla Commissione Europea attraverso il programma Europa Creativa, finalizzato a promuovere la scena musicale europea.
Katia Giampaolo è impegnata professionalmente su più fronti nel mondo musicale italiano, tra i quali quello di dirigere, assieme a Lele Roveri, l’Estragon Club e di occuparsi attivamente dell’organizzazione di Europavox.
In questa bella chiacchierata, veniamo a conoscenza della caparbietà con cui siano riusciti nell’obiettivo di portare Europavox in Italia. Se ci son voluti dieci anni per riuscirci, niente di più facile è quello di partecipare da spettatori, scoprendo e godendo del meglio della musica europea del momento, in un unico evento.
Europavox a Bologna. Da quanto tempo si svolge?
“Il progetto Europavox nasce nel 2006 a Clermont-FerrandinFrancia. Ci sono voluti dieci anni per diventare partner ufficiali. Nel 2016 abbiamo presentato l’application a Europa Creativa e il nostro progetto è stato l’unico di musica contemporanea, su 126 presentati, che ha avuto il finanziamento. Siamo in sette paesi europei, in questo momento Italia, Croazia, Belgio, Austria, Francia, Lituania e Romania. Ognuno di noi ospita un evento all’anno di Europavox nelle varie città quindi in Bologna, Bruxelles, Vienna, Clermont-Ferrand, Vilnius e Bucarest. Abbiamo dalle sei alle otto/dieci – e anche più – band emergenti per ogni paese.”
A questo proposito, come avviene la selezione dei musicisti per Europavox?
“Noi peschiamo dal portale europavox.com, focus sulla musica e sui musicisti. Ogni mese presentiamo una top ten e quindi dieci proposte dall’Europa, una da ogni paese diverso, solitamente contestualizzate in quel mese con una motivazione, ad esempio l’uscita di un album o un nuovo tour. Nel portale diventano 120 proposte all’anno e, moltiplicate per tutti gli anni, immagina quante ne sono! Abbiamo anche una certa elasticità sugli headliner, ma almeno sei band in ogni manifestazione arrivano dal circuito.”
Soddisfatta della line-up per quanto riguarda l’evento specifico di quest’anno?
“Siamo assolutamente contenti, di assoluta qualità. Ogni anno, chi segue Europavox, ne riconosce la qualità, magari di artisti che forse non ne ha mai sentito parlare e poi ne resta piacevolmente colpito. Siamo riusciti a portare Pomme, assoluta headliner in Francia, poi Cristina Donà (leggi qui l’intervista) e ancora Aoife Nessa Frances (Irlanda), ci sono gli Ada Oda che hanno già il loro seguito, che cantano in italiano e vengono dal Belgio, poi La Pegatina (Spagna) che non suonano da dieci anni a Bologna, Alo Wala (Danimarca), i Venga Venga (Portogallo) per la prima volta in Italia, e infine i Rumba De Bodas!”
L’8 e il 9 marzo all’Estragon, non ci sarà solo musica ma anche fotografia.
“Sì, ci sarà la mostra fotografica di Richard Bellia, fotografo francese molto acclamato e che ci porterà i suoi scatti storici degli anni ’80 – ’90. Non vediamo l’ora di presentarla. Speriamo che per le due giornate vengano anche gli appassionati di fotografia.”
Quanto è impegnativo organizzare questo specifico evento? Immagino sia molto complesso.
“È un processo molto lungo. Siamo in tre a curare l’evento Europavox dal punto di vista artistico. Siamo io, Pasco dei Joycut, c’è Lele che è il nostro direttore artistico di Estragon. Quest’anno la prima giornata è più alternativa e cantautorale, curata da Pasco direttamente, la seconda curata da Lele. Si seleziona dal portale una band per paese e non di più, rispettando certe caratteristiche. Inoltre, si è condizionati dalle disponibilità degli artisti, in quanto si sceglie la band e ad esempio non può, perché impegnata per Eurovision o altri impegni professionali come tour o registrazioni. Ci abbiamo messo quattro mesi per completare la line-up.”
Per quel che riguarda l’impegno in quelle giornate di svolgimento?
“Avere più artisti che arrivano ognuno da più paesi diversi, quindi pick-up in aeroporto o treno, le organizzazioni dei vari soundcheck, poi le serate, le promozioni, le interviste. È sicuramente impegnativo, ma fa parte del nostro mestiere, lavorare tanti mesi su una manifestazione e in quei giorni lì puoi far vedere al pubblico quanto deciso.”
Un evento di questo genere è realmente importante, dal punto di vista dei contenuti. Se organizzato a Bologna e non, ad esempio, in città come Milano o Roma, vuole dire che chi organizza questo tipo di eventi ha un sentimento particolare verso il valore della condivisione di culture nuove e tra loro differenti.
“Sono d’accordo con te e vuole dire che i nostri messaggi arrivano. Io lavoro all’Estragon dal ‘97 e quindi sono 27 anni e siamo rimasti con il pensiero di 27 anni fa. Non ci siamo mai adeguati a questo mondo che va, anche, in direzione diversa, in quanto vogliamo creare cultura e cultura vuol dire aprire la mente alle persone. Aprire la mente lo posso fare col gruppo mainstream e che vedi ovunque, ma il mio dovere è far scoprire al pubblico qualcosa che altrimenti non avrebbe la possibilità di ascoltare. È super doveroso. Con tutto il rispetto per tutti quanti, l’80% delle band proposte, tolti gli headliner, nessuno le ha mai sentite nominare, eppure nei loro paesi sono headliner, sono artisti estremamente conosciuti. Perché Bologna e no Milano o Roma… anche perché a Bologna come festival e operatori culturali siamo in netta maggioranza. Bologna, città Unesco per la musica, è veramente tale e noi siamo orgogliosi di essere qua.”
Lancia il tuo invito a partecipare!
“Un invito a non fermarsi davanti a nomi non conosciuti, ma non solo per Europavox, ma in generale per tutto. Andare a scoprire le cose che non si conoscono, perché è l’unico modo per poter veramente cibarsi di cultura. Quindi non fermarsi a ciò che ci dice la tv e la radio ma avere la curiosità per il nuovo, al costo di una pizza. Il mio invito al pubblico è di essere numeroso, lo dico sempre. Per Europavox, su Mailticket c’è un abbonamento molto economico, con 20 euro per le due giornate oppure l’ingresso singolo di 15 euro a giornata.”
Zara Larsson @ Fabrique
Uno dei momenti che amo di più dei concerti è quando, dopo ore di fila fuori dal palazzetto o stadio che sia, i cancelli si aprono e il pubblico inizia a correre per accaparrarsi il posto migliore dietro le transenne. È una lotta bruta tra chi è più forte e veloce, chi è più fan e più si merita la prima fila e chi conosce più canzoni e ha più diritto a cantarle a squarcia gola indisturbato fronte palco. Ieri, però, il pubblico era di un altro tipo. Ieri il pubblico era gioioso, pacifico, “ballerino”, tutto fuorché competitivo, semplicemente felice di lasciarsi la pioggia di Milano alle spalle ed essere lì al Fabrique a godersi un sabato sera diverso. Un sabato sera con Zara Larsson.
Il concerto si apre in un tripudio di good vibes, con la giovane svedese Yaeger al suo primissimo tour. “Yeah, I don’t wanna fight / No lies / I just wanna feel whatever we feel / Have one more / Ciao” – con passi di danza liberi e quasi primordiali, che mi ricordano i salici smossi dal vento, Yaeger canta parole che si fondono alla perfezione con il mood della serata, preparando il terreno per il trionfo del pop che la seguirà a ruota.
In un set a metà strada tra un laboratorio di Barbie e la cameretta di una teenager, compare come creata dallo stampino degli dei la star della serata, una scintillante Zara Larsson più in forma e iconica che mai. Cresciuta sotto i riflettori del pop svedese, padroneggia il palco come fosse casa sua e noi fossimo gli ospiti d’onore dell’house party del secolo.
“Let’s escape to Venus”, sussurra al microfono, per ricordarci dove ci troviamo (nel mezzo del Venus Tour) e cosa stiamo per ascoltare (una buona parte della tracklist del suo ultimo album, Venus). Puoi dirlo forte, ragazza: il Fabrique si trasforma nel pianeta dell’Amore.
Da ballate appassionate come Ruin My Life e The Healing, a brani up-tempo come You Love Who You Love e il suo più grande successo, Symphony, Zara, incorniciata da un corpo di ballo straordinario, dimostra una versatilità che mi cattura e a tratti stordisce, rendendo ogni canzone un’esperienza, connettendosi con il pubblico e facendoci sentire come se stessimo vivendo ogni singola nota e passo di danza con lei.
La serata alla fine si rivela ben più di un concerto: è un vero spettacolo. Luci colorate, coreografie mozzafiato e un tocco di magia che fa innamorare il pubblico. Insomma, ieri sera sul palco abbiamo visto Venere, una Venere moderna, una Venere del pop.
“And now your song is on repeat and I’m dancin’ on to your heartbeat…”
Maria Luisa Fasano
I Voina, maestri del Kintsugi per dare valore alle nostre crepe
Sono tornati i Voina, e lo hanno fatto alla grande, con un nuovo disco appena uscito, irruento, diretto, rock e sincero, come è solita essere questa band abruzzese, che dopo oltre dieci anni di carriera ha ancora voglia di portare in giro per l’Italia la sua energia e il suo amore per la musica.
Abbiamo fatto due chiacchiere con Ivo Bucci, voce dei Voina.
Ciao Ivo, innanzitutto grazie della disponibilità.
“Grazie a voi.”
Allora inizierei subito con una domanda difficile, se sei d’accordo. Cito dalla vostra pagina Facebook sul post di lancio del vostro nuovo disco: “un inno alle cose rotte e a come glorificare i propri errori e incidenti” per cui ti chiedo intanto quali siano le cose rotte alle quali fate riferimento e se alla fine è sempre giusto o necessario ripararle (Kintsugi, il titolo del disco, è letteralmente una tecnica di restauro ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare le tazze in ceramica per la cerimonia del tè, NdA)?
“Beh, le cose rotte sono riferite alle nostre fragilità e insicurezze e diciamo che per il nostro benessere, se non proprio aggiustate, diciamo che vanno trattate, lavorate. Però forse quello che questo disco cerca di spiegare è che queste cose rotte, queste fragilità, sono importanti, sono parti di noi. Viviamo in una società che tendenzialmente cerca di nasconderle, portandoci a voler mettere in mostra solamente la nostra parte bella. Il kintsugi invece è l’opposto, quando noi ci rompiamo e reincolliamo diamo valore proprio alle crepe.”
E nel percorso dei Voina ci sono queste crepe?
“Il disco in effetti è proprio dedicato alla band, non perché siamo passati attraverso a chissà quali tempeste, però se pensi ad una band che nasce in provincia, sotto il segno e il sogno dell’indie vecchia scuola, quello del DIY, attraversare dieci di musica nei quali è cambiato tutto, dal covid alle crescite personali di ciascuno di noi, le difficoltà quindi del far convivere le nostri parti giovanili con quelle adulte, e in questo senso è proprio un voler ogni volta ricostruirsi, mettendo di volta in volta in mostra queste ferite.”
Se volessimo trovare un denominatore comune che possa fungere da unione tra le varie tracce del disco?
“Bah, è difficile. È un disco che segna un po’ un ritorno al passato, in quanto siamo tornati a registrare in presa diretta dopo tanto tempo, disco scritto tutto in sala prove, per cui forse per questo si potrebbe usare il termine maturità.”
Visto che hai toccato l’argomento ti volevo chiedere appunto a livello di registrazione e realizzazione, dato che è il primo disco che fate con Andrea Di Giambattista dietro al mixer, un nuovo studio di registrazione, insomma come è andata la realizzazione di Kintsugi anche in relazione a questo cambio di rotta.
“Guarda ci eravamo accorti già ai tempi in cui abbiamo registrato Ipergigante, grossomodo nel 2020, che ci stavamo abituando a lavorare come si lavora oggi nella musica, ovvero in modo abbastanza solitario, cioè uno scrive qualcosa, la manda a qualcun altro, e invece volevamo tornare un po’ alla base del rock, della sala prove, registrare in presa diretta, è stata proprio una scelta direi stilistica.”
I brani del disco sono tutti recenti o avete anche recuperato qualcosa che avevate lasciato per strada?
“In Abruzzo si dice “del porco non si butta via niente”, per cui sì, per alcuni brani abbiamo recuperato qualcosa, per esempio Mal di Gola è un brano che avevo scritto qualche anno fa e che avrei voluto sempre inserire nel disco ma non trovavamo mai il vestito migliore… che poi si è rivelato essere quello più semplice, chitarra e voce.”
C’è qualche brano del disco che è risultato più ostico da realizzare? E ce n’è uno a cui sei legato in particolar modo?
“Un brano su cui abbiamo lavorato tanto perché non riuscivamo a trovare la quadra è Fortini, che è la ballad, diciamo così. È quello che ci ha dato più problemi ma che adesso in realtà ci sta dando più soddisfazioni. Brani preferiti… probabilmente Mal di Gola, un brano che avevo scritto pianoforte e voce, e ci tenevo a fare in modo che rimanesse molto semplice, e per come è finita nel disco rende l’idea dell’intimità che volevo trasmettere.”
Quanto secondo te in Kintsugi riflette il momento attuale che stiamo passando, politicamente, socialmente, economicamente… voglio dire, è un disco che rispecchia il tempo in cui viviamo o se fosse stato scritto dieci anni fa o tra vent’anni sarebbe suonato uguale?
“Dal punto di vista testuale è un disco che ne risente molto, del momento intendo, e credo sia uno chiaro segnale di maturazione, almeno per quanto mi riguarda. Nei dischi precedenti i testi erano più adolescenziali, più introspettivi. In questo invece non direi che c’è una critica sociale chiara ma il disagio è rivolto verso il fuori.”
Ti dico, avevo avuto questa impressione soprattutto in Che Vita di Merda, il cui testo è molto diretto, forte, e molto bello per altro.
“Sì sì, direi che hai colto sicuramente. È qualcosa che infatti percepisco come un’evoluzione della band, una maturazione.”
Sempre riferito ai testi, normalmente li scrivi dopo aver sentito le parti strumentali o qual è il tuo modus operandi?
“I testi li scrivo anche senza la musica, magari ascoltando anche altra musica, e poi solitamente tiro giù qualche melodia, un riff, che è un punto di partenza sul quale si lavora poi.”
C’è stato qualche ascolto, qualche band, che hai ascoltato di recente che in qualche modo credi possa aver influenzato la tua scrittura?
“Se dovessi dire un nome, credo ti direi i Fontaines D.C. e il disco Skinty Fia, un disco molto bello complesso, e lui (Grian Chatten, NdA) è un autore di altissimo livello.”
Un’ultima domanda in merito al tour, che se non ho letto male è in partenza a breve.
“Sì, iniziamo il 1° Marzo da Pescara, in casa, poi una decina di date abbastanza raccolte e quest’estate sicuramente faremo qualche altra data, però ecco, non possiamo più fare sessanta date sennò mia moglie mi caccia di casa!”
E a ragione! Va bene, io ti ringrazio molto per il tempo che ci hai dedicato, e in bocca al lupo per il tour!
“Grazie a voi, a presto.”
Any Other @ Locomotiv Club
Un giovedì sera piovoso e uggioso è proprio la cornice giusta per un concerto intimo come quello di Any Other. Siamo al Locomotiv Club, appena fuori le mura del centro di Bologna, e appena arrivati ci avvertono che Tuttopiange, musicista esordiente che doveva aprire il concerto, è saltata a causa di problemi di salute.
Decisamente non un ottimo inizio, ma fortunatamente la serata è decollata appena Adele Altro, cantautrice e polistrumentista di stanza a Milano, è entrata in scena per presentare il suo terzo lavoro stillness, stop: you have a right to remember.
Adele e la sua band salgono sul palco tutti insieme, si dispongono al centro, tutti vicini, con un fascio di luce colorata che li colpisce e ci propongono una versione quasi a cappella (accompagnata solo dai synth) di Second Thought.
Una performance toccante ed intensa, a mio avviso il modo migliore per presentare dal vivo un testo così penetrante e doloroso. Alla fine della canzone, ogni membro della band si dispone nella propria posizione e danno via al concerto.
Sebbene i musicisti che accompagnano Adele siano indubbiamente talentuosi, è impossibile non notare come la sua voce e la sua abilità come chitarrista dominino completamente la scena. La sezione ritmica, pur essendo molto abile, viene quasi sopraffatta dalle linee vocali della cantautrice, che diventano il fulcro principale della performance live.
La scaletta è principalmente improntata sui brani del nuovo album:Zoe’s Seed e Awful Thread vengono riprodotte magistralmente, con la solita atmosfera dolce che però fa trasparire una certa forza e fermezza. Il mio momento preferito del concerto, infatti, è stato quando Adele è rimasta sola sul palco ed ha eseguito una serie di brani solo voce e chitarra, tra cui una cover di Angel Olsen interpretata così bene da far venire i brividi.
Sul finale, invece, come ogni buon concerto che si rispetti, vengono eseguite le canzoni più famose del primo disco: Something e Sonnet #4 che hanno fatto cantare quasi tutti i presenti.
Dopo quasi sei anni senza vederla dal vivo, Adele si ripresenta sul palco con un’energia e una forza tutta nuova, ma con la solita semplicità e genuinità che la caratterizza. Inoltre, credo che il suo talento e la sua capacità vocale siano ancora più potenti rispetto a qualche anno fa, dimostrando che è un artista sempre a lavoro su se stessa.
Una delle migliori cantautrici italiane in circolazione ma da un forte respiro internazionale e con una capacità di leggersi dentro acuta e penetrante.
Consigliata a chi ha voglia di leggersi dentro e affrontare qualche demone del passato.
Alessandra D’aloise
Tre Domande a: Itto
Come e quando è nato questo progetto?
Ho iniziato a scrivere canzoni una decina di anni fa, inizialmente scrivevo solo in inglese e suonavo un po’ in giro per l’Europa in qualsiasi situazione riuscissi ad organizzare. Dai pub, alle aperture dei concerti di artisti più grossi, alla musica di strada, ai festival sempre da solo con la mia chitarra. Poi nel 2017 ho scritto le mie prime canzoni in italiano e da lì è iniziato questo nuovo capitolo.
Se dovessi scegliere una sola delle tue canzoni per presentarti a chi non ti conosce, quale sarebbe e perché?
Una delle mie preferite è Maledetta Estate perché riassume in un brano solo i diversi lati della mia personalità, con una prima strofa molto intima e quasi cantautorale, un ritornello con le chitarre distorte ed una seconda strofa di influenza più hip hop. È un pezzo malinconico sull’estate da ascoltare nelle altre tre stagioni.
Qual è la cosa che ami di più del fare musica?
Raccontare la mia vita senza filtri, per quanto disordinata o caotica possa essere a volte. Ho scritto diverse canzoni d’amore ma nel disco che arriverà quest’anno toccherò altri temi che mi stanno a cuore perché mi rendono chi sono veramente. Il rapporto con mia madre, trasferirsi a Milano per lavoro, la salute mentale, la distanza, l’incertezza per il futuro. Se presi alla lettera sono testi estremamente personali con riferimenti specifici alla mia vita, ma penso che siamo in tanti ragazzi o giovani adulti ad attraversare esperienze simili e spero che altri ci si possano rivedere.