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I Inside the Old Year Dying

Orlam: un poema in musica

Tecnica. Appassionata. In ascolto. Tesa a percepire le sfumature degli altri ma anche di se stessa per trasformali in brani e ridarli nuovamente al mondo. Tutto questo è PJ Harvey, cantante, musicista e compositrice britannica indie rock. L’inquieta Polly Jean partita con esordi di scandali e atteggiamenti provocatori con testi a luci rosse, con il tempo è diventata un’icona di ricerche sperimentali e collaborazioni in altri generi come folk e blues. L’artista riesce a colpire il suo pubblico con il decimo album in studio I Inside the Old Year Dying per Partisan Records. 

Se attraverso progetti come Let England Shake e The Hope Six Demolition Project PJ ha documentato momenti difficili nel mondo, in I Inside the Old Year Dying si concentra su un mondo affascinante tutto suo. L’album trae spunto da Orlam, il poema epico scritto dalla stessa artista che narra di Ira-Abel, una bambina di nove anni del Dorset i cui compagni sono lo spettrale soldato Wyman-Elvis e Orlam, occhio di un agnellino allevato dalla bambina stessa ed è l’oracolo del villaggio. Ad un primo ascolto, I Inside the Old Year Dying appare complesso, eppure è possibile trovarvi una leggerezza particolarmente gradita e che la allontana dai toni troppo cupi dei progetti precedenti. Come Orlam, l’album si sviluppa utilizzando il vecchio dialetto del Dorset che l’artista ha conosciuto attraverso le canzoni tradizionali ascoltate nella giovinezza, mentre i modi di dire locali come Seem An I, cioè “sembra” ne aumentano la stranezza ammaliante. Nel brano, il dialetto si mescola ad un andamento jazzato e chitarre morbide, in un’atmosfera quasi vintage. Anche quando il linguaggio è cupo, lo stato d’animo è leggero quando Harvey canta dei “bambini gessosi di sempre” sopra le campane della chiesa, le chitarre fragili e i tamburi scoppiettanti della title track, mentre il sound diventa più psichedelico in A Child’s Question, July. Il cambiamento netto e irrevocabile emerge in A Noiseless Noise subito dopo la tagliente distorsione a cui segue il consiglio dato a Ira-Abel di lasciare il suo vagabondare. Un brano aspro, dove la chitarra è libera di distorcersi liberamente e librarsi nell’atmosfera per aprire squarci nell’ascoltatore. Cosa ci sia dietro ad ogni squarcio, poi, sta a noi scoprirlo. Nel suo progetto, Harvey si muove magistralmente nel mitico che trova la sua massima espressione in All Souls, un cigolio in punta di piedi che potremmo definire tra i suoi lavori più inquietanti, ma che coinvolge l’ascoltatore ai massimi livelli di percezione. In tutto questo, la voce di Harvey si conferma strumento stesso dell’artista sempre più modulata ed espressiva, capace di immergersi e rendere vivo un mondo fatto di ombre e luci, dove le contrapposizioni e i riti di passaggio che segnano la vita dell’essere umano diventano reali nonostante l’atmosfera mitica. Eppure nessun successo si raggiunge senza la giusta squadra e trasformare un poema in musica è stato possibile grazie alla collaborazione di Flood, John Parish e Adam Cecil Bartlett con cui l’artista ha sperimentato varie combinazioni sonore anche con tastiere e sintetizzatori analogici, meccanismi sintetici che ritroviamo nell’esoterica The Nether-Edge carica di sonorità ipnotiche.

Con questo decimo progetto registrato in studio, PJ Harvey si conferma una cantautrice eclettica e piena di intense emozioni pronta a trasformarle in sensazioni sonore per il suo pubblico. Lontano da rossetti scarlatti e look da femme fatale del rock degli esordi, PJ Harvey rimane costante nel costruire progetti forti, intensi e carichi di una certa densità musicale e concettuale che non possono che darle un posto privilegiato nel panorama musicale e negli spazi virtuali e non di chi nella musica ricerca quel qualcosa in più, una terra di mezzo tra il piacere e il pensiero. Un luogo spesso cupo e spettrale, ma una cupezza con cui l’artista prende confidenza, non per renderla più leggera, bensì per coesisterci senza paura. 

Shame @ Arti Vive Festival

Adoro i festival piccolini. 

Quei luoghi a misura d’uomo, dove non ci sono distanze incolmabili da riempire tra un palco e l’altro, niente file assurde per birre o servizi, niente calca asfissiante. E Arti Vive è un piccolo gioiellino della categoria. Nato nel 2007, è una rassegna a tutto tondo di arti e spettacolo all’interno della ridente cittadina di Soliera, in provincia di Modena. Che poi, festival piccolino se si parla di grandezza fisica, perché i nomi degli artisti internazionali che si sono esibiti sul suo palco sono tutt’altro che piccoli: Peter Hook, Teho Teardo & Blixa Bargeld, Einsturzende Neubauten solo per dirne alcuni. E anche l’edizione di quest’anno non scherza: The Notwist e The Brian Jonestown Massacre, headliner di tutto rispetto.

La preview del festival, invece, è stata affidata ad una delle band che mi ha rapito il cuore negli ultimi anni e che, ogni volta che sono andata a sentirli, mi sono ritrovata piena di lividi ma con un sorriso a 32 denti. Sto parlando degli Shame, giovanissimi londinesi che si sono distinti all’interno dell’ondata di revival post punk degli ultimi anni grazie alle loro performance esplosive ed adrenaliniche.
E anche questa volta non mi hanno delusa.
La location era a dir poco incantevole, i Giardini Ducali di Modena, a due passi dalla stazione e comodissima da raggiungere. Ti permetteva, inoltre, di sorseggiare una birra fresca sul prato mentre accanto si esibivano gli artisti d’apertura della serata: Heroin King, cantautore locale che ha creato un’atmosfera intima e soave, e i Korobu, band bolognese alternative rock capitanata dall’ex leader dei Buzz Aldrin.
Finalmente, sul palco arrivano i cinque britannici e la folla impazzisce. Charlie Steen, frontman dallo sguardo birichino di chi sa che sta per fartene vedere delle belle, sale sul palco con camicia e pantaloni eleganti, classico stile British. Subito si parte con Fingers of Steels, dall’ultimo disco Food for Worms, definito proprio dalla band come “La Lamborghini dei dischi degli Shame”. Chitarre affilate, batteria ossessiva, ritmi incalzanti e il pogo parte immediatamente. Ovviamente Charlie non è da meno e quasi subito si butta sul pubblico per il primo dei suoi innumerevoli e continui stage diving. Anzi, lui più che buttarsi, cammina proprio sul pubblico: si fa sorreggere solo i piedi mentre con un equilibrio precario passeggia sopra la folla adorante. Tutti i pezzi sono carichi e burrascosi, con una scaletta perfettamente equilibrata con brani da tutti e due i lavori precedenti. Non poteva mancare il basso perentorio che apre Alphabet, dall’album Drunk Tank Pink o i ritornelli incalzanti di Concrete dal disco d’esordio Songs of Praise. Charlie è uno showman di tutto rispetto, brama il pubblico come il pubblico brama lui, ma anche la band dietro non scherza: il bassista Josh Finerty corre avanti e indietro sul palco come un indemoniato, tra capriole e salti carpiati senza sbagliare una sola nota. L’atmosfera si fa più intima con il brano Orchid e il singolo Adderall, che viene cantato a squarciagola da ogni presente sotto al palco.
Grande finale con la celebre One Rizla e Gold Hole che ormai possiamo definire i grandi classici della band.

La prima volta che vidi gli Shame è stato nel 2018, in un bollentissimo Covo Club di Bologna e sono davvero felice di aver ritrovato la genuinità della band ancora intatta, anche se ormai alle spalle hanno diversi dischi e tour mondiali. Sicuramente l’esperienza maturata li ha portati ad avere una tecnica migliore, ma la voglia di esprimersi e divertirsi rimane intatta e costante. Si confermano, inoltre, uno dei live più turbinosi e adrenalinici che abbia visto negli ultimi anni. Charlie Steen, ad inizio live, promette di regalare il “fucking time of your life” durante il concerto e non posso che confermare.

Alessandra D’aloise

Setlist 

Figers of Steel
Alibis
Concrete
The Lick
Six Pack
Tasteless
Burning by Design
6/1
Fall of Paul
Adderall
Orchid
Water in the Well
One Rizla
Snowday
Gold Hole