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Tre Domande a: Laura Masotto

Come e quando è nato questo progetto?

Ho iniziato a suonare il violino quando avevo cinque anni con la musica classica che era l’unica strada per studiare questo strumento. Crescendo ho iniziato ad ascoltare musica ben diversa dalla classica, tutti i suoni elettronici mi ipnotizzavano e mi era nato il desiderio di sperimentare con il mio strumento. Così ho iniziato a suonare in una band rock e piano piano il suono del mio violino si trasformava, prima provando i pedalini del chitarrista del gruppo, poi comprando un violino elettrico e ormai la mia voglia di musica sperimentale era sempre più forte. In quegli anni componevo le parti degli archi per vari cantautori e nei due gruppi in cui suonavo.
Mai avrei pensato di fare un progetto di violino solo, ma un giorno del 2018 qualcosa si è mosso dentro di me. L’incontro con una persona a Berlino mi ha portato a fare qualcosa che ancora non avevo immaginato. Tornata da quel viaggio ho comprato una looper, ho iniziato a registrare layers e poi inventare melodie. In due mesi avevo preparato il mio primo album per violino solo e looper: Fireflies. Volevo ripartire da capo, dal suono puro del violino e poi album dopo album integrare le altre parti di me con i sintetizzatori, la sperimentazione del suono con gli strumenti ad arco, le campane tibetane, il tamburo sciamanico e il gong. 
Ora sono al terzo album, si chiama The Spirit of Things, è nato con il brano Dark Horse che di getto ho scritto dopo un viaggio sciamanico, che possiamo descrivere come una viaggio onirico alla ricerca del nostro animale guida. Questo album mi ha portato fino in Guatemala e ora non vedo l’ora di condividerlo.

Qual è la cosa che ami di più del fare musica?

Amo emozionarmi con la musica e condividere questo stato con le altre persone, penso sempre che i concerti si facciano insieme, tra chi sta sul palco e il pubblico. A volte quando suono dal vivo sento delle scosse che mi attraversano il corpo, a volte i giorni che seguono ho male alle gambe come se avessi corso una maratona. Le vibrazioni che emana il violino sono molto forti e il fatto che sia appoggiato al collo, in contatto con la mandibola fa si che le ossa entrino subito in risonanza, a volte mi sembra di essere un tutt’uno con lo strumento. 
Amo dedicare il tempo anche a suonare altri strumenti come i sintetizzatori, le percussioni, il sitar, la viola, in particolare quando lo faccio con alcuni miei amici musicisti, quando andiamo in sala prove e colleghiamo tutto e per ore ci sconnettiamo dalla vita reale. 

C’è un artista in particolare con cui ti piacerebbe collaborare/condividere il palco?

Ci sono diversi artisti con cui mi piacerebbe sia collaborare che condividere il palco.
Mi piacerebbe arrangiare i brani per archi di Björk, per me lei è un’artista che si è contraddistinta per originalità, sensibilità e intensità. Mi piacerebbe inoltre stare sul palco con lei per capire meglio la sua arte visuale e vivere uno dei suoi sogni che mette in scena nei suoi spettacoli.
Con Thom Yorke mi piacerebbe scrivere un brano perché ho una grande stima per il suo gusto nella ricerca dei suoni, in particolare dei sintetizzatori.
Con Benjamin Clementine vorrei suonare il violino con un quartetto d’archi perché la sua voce e pianoforte si impastano perfettamente con il suono degli archi e creano una vera magia.
Se dovessi scegliere una band con la quale salire sul palco sarebbero gli LCD Soundsystem perché creano un muro di suono che fa stare bene gli spettatori.
Tra gli artisti italiani con cui mi piacerebbe collaborare sicuramente sceglierei Daniela Pes per la sua purezza e intensità.

Foto di copertina Francesca Serotti

Studio Murena, il jazzcore italiano che vuole superare i confini

Lo Studio Murena è una delle realtà più interessanti emerse in questi ultimi anni in Italia. Sono in sei (Carma – MC, Matteo Castiglioni – Piano e Synth, Marco Falcon – batteria, Giovanni Ferrazzi – elettronica, Maurizio Gazzola – Basso, Amedeo Nan – Chitarra), vengono da Milano e suonano una personalissima rilettura del jazz, declinato a piacere come jazzcore o come preferite, base sulla quale trova terreno fertile il rap di Carma (all’anagrafe Lorenzo Carminati).

Li abbiamo raggiunti per chiacchierare un po’ sul loro club tour, sul loro ultimo disco Wadi Rum e sui loro progetti futuri.

Ciao ragazzi, bello vedervi tutti e sei e grazie della disponibilità.

SM: “Grazie a voi!”

Partiamo dal vostro nuovo album anche se risale ormai al maggio dello scorso anno, Wadi Rum. Come mai questo titolo e perché la scelta è ricaduta su questo luogo così evocativo? E curiosità mia, ci siete stati per caso?

Carma: “No nessuno di noi ci è mai stato. Poi per il resto è partito tutto da come hai detto tu, ci è sempre piaciuto scrivere musica riferendoci a luoghi lontani, o a non-luoghi che ci aiutasse un po’ a descrivere la realtà. Già nel primo disco avevamo scritto un brano, ripensando ad un brano degli Isotope 217, Utonian, che racconta di un mondo immaginario, un altro pianeta da cui osservare la terra.

Per questo disco invece abbiamo pensato appunto alla Valle della Luna in Giordania con la stessa ottica appunto, partendo da alcune foto scattate da un nostro amico poco prima del lock down, e da queste abbiamo iniziato a ragionare e a sviluppare questa sorta di concept sull’aridità di Milano.”

Prendo spunto da quanto avete appena detto perché la scelta di un posto così antipodico rispetto a Milano, che è presente nel disco, la si avverte come sfondo alle storie che raccontate. La domanda quindi che vi volevo fare è quale ruolo ha Milano nel disco e per voi personalmente.

Carma: “Beh, Milano è sicuramente la città che ha dato il via al nostro collettivo ed è anche una metropoli dalla quale hanno origine e si formano un sacco di realtà, idee, progetti, quali è anche Studio Murena. Milano poi da un lato si contrappone all’idea di deserto, dall’altro si accomuna ad esso, se si parla di “deserto mentale, interiore”, quindi c’è questa forte dicotomia in tutto il disco”.

A livello di composizione dei brani come procedete? I testi vengono aggiunti in un secondo momento o a volte create il brano su di qualcosa di già esistente? E a livello di suoni, quanto ha influito l’aver lavorato con Tommaso Colliva? E ultima, quanto è cambiato il disco da quando siete entrati in studio a quando è finito masterizzato e “confezionato”?

Carma: “Per quanto riguarda testi e musica nascono praticamente sempre insieme, è sempre stato così. Poi negli anni il metodo è cambiato molto, è aumentata l’intimità tra noi sei, si è affinata, ma il modus operandi è rimasto lo stesso diciamo”.

Giovanni: “Per quanto riguarda i suoni, diciamo che tutto è cambiato con Tommy, che è produttore e quasi direttore artistico del disco. In realtà già in fase iniziale, su un paio di brani (Corri e Marionette) che erano ancora dei demo, ci ha dato delle dritte, dei consigli, delle indicazioni. In studio poi si è adoperato molto sui suoni di chitarra e pianoforte principalmente, ha ampliato il ventaglio timbrico in tutte le direzioni. In realtà appunto già in fase embrionale, parlare con lui su quale direzione prendere, cosa volevamo fare, ci ha aiutato molto per poi scrivere i pezzi. È stata sicuramente una figura fondamentale”. 

Vi siete fidati. E affidati.

Matteo: “Beh sì, e lui si è fidato di noi. Quando ci aveva mostrato interesse per il nostro progetto non abbiamo fatto altro che accettare e fidarci, perché conosciamo bene il suo lavoro”.

Nel disco ci sono parecchie collaborazioni. Voi siete già al secondo disco ma siete ancora relativamente giovani, eppure nel vostro disco trovano spazio mostri sacri come Fresu, Danno del Colle der Fomento, Ghemon. Come sono nate queste collaborazioni e come è andata per la scelta dei brani? Sono stati in qualche modo “assegnati”?

Carma: “Sono state esperienze super arricchenti per tutti. Poi ovviamente ognuno c’ha il suo santino, tipo per me Danno è stata un’esperienza magica e super importante. Però tutte le collaborazioni sono nate da interessi dimostrati dai collaboratori, molto prima rispetto alla stesura dei brani. Cioè Ghemon è stato il primo nostro supporter, non inteso come supporter con la spunta blu, ma il primo vero che ha iniziato a scriverci “continuate così””.

Giovanni: “Poi alcune collaborazioni sono nate durante il tour, come con Laila Al Habash e Arya. Con Fresu addirittura forse lui ci ha seguito su Instagram, e si è dimostrato subito interessato e vero, e gli abbiamo mandato in tempo zero la strumentale, ci ha registrato sopra un paio di cose e con l’aiuto di Tommaso l’abbiamo inserito in diversi punti. Come siamo contentissimi di aver lavorato con Gabrielli (Enrico, Calibro 35 tra le varie cose, NdA)”. 

Voi siete ormai ininterrottamente in tour da quasi due anni, quindi vi chiedo, anche in relazione alle collaborazioni e agli endorsement di peso che avete ricevuto, che tipo di facce si vedono ai vostri live? Perché mi aspetto sia quello che ascolta hip hop come l’appassionato di jazz.

Giovanni: “Per quanto riguarda il pubblico siamo stati davvero mega contenti, specialmente per le date nei club, in quanto siamo partiti con tanta ansiamo ma ne stiamo uscendo, chi più chi meno, molto felici. Poi ogni tanto vedi tra il pubblico gente che sembra avere degli enormi punti di domanda mentre guardano l’esibizione, ma in generale abbiamo avuto un sacco di sale piene, dai cinquantenni e diciassettenni che erano lì per noi e la nostra musica”.

Siete già al lavoro su del nuovo materiale?

Carma: “Sì, di brutto. Abbiamo un bel po’ di carne al fuoco. Ci sono un sacco di belle demo ma non siamo ancora andati studio da Tommy per fargliele sentire e partire “ufficialmente” coi lavori per il disco nuovo però ci siamo vicini ecco”.

E lavorare in sei com’è?

Maurizio: “Avrei un sacco di parolacce da dire. Vai tu Carma che sei più diplomatico (si ride…)”

Carma: “È complicatissimo lavorare con tante teste, specialmente su un processo creativo e soprattutto quando tutte e sei ci tengono tanto. È un lavoro di mediazione costante tra le varie pulsioni creative, non smettiamo mai di scornarci tra di noi, ma se vi sono piaciuti i dischi prima, che abbiamo fatto pure quelli scornandoci, vuol dire che sta diventando proprio il nostro modus operandi”.

Avete mai preso in considerazione, o tu Carma in particolare, di rappare in inglese?

Carma: “Ci abbiamo pensato, ci abbiamo ragionato su, per ora però l’idea è quella di fare qualcosa di figo, potente, in italiano, cercando di portarla anche fuori dai confini”.

Va bene ragazzi, direi che vi abbiamo rubato già abbastanza tempo, per cui vi ringraziamo e a questo punto speriamo davvero di riuscire a sentirci per il prossimo disco.

Carma: “Assolutamente, grazie a voi!”

Föllakzoid @ Monk

Il potere del mutamento

Roma, 30 Gennaio 2024

Föllakzoid e il potere del mutamento. A ciò si è assistito nel live al Monk di Roma. Prima di riportare quanto vissuto, ricordo qualche informazione, per comprendere come era impossibile prevedere alcunché.

Il progetto musicale cileno nasce nel 2007 in Santiago con Domingo Garcia Huidobro (chitarra), Juan Pablo Rodríguez (basso),Diego Lorca (batteria) e conosciuto nel mondo psych internazionale anche grazie alla Sacred Bones Records. Dal punto di vista stilistico, si è distinto per il proprio krautrock minimale e, aggiungerei anche per un dettaglio curioso, ovvero l’utilizzo abbondante dei numeri romani per intitolare album e brani. Dalla nascita ad oggi, il progetto è mutato in un continuo divenire. Dei membri originari, via Juan Pablo, via Diego. E Domingo? Non c’è più neanche Domingo, è mutato. Ora è Domingae. Una transizione intima che dalla sfera privata diventa arte. Infine, l’ultimo album Föllakzoid denominato V del 2023, presentaun forte viraggio ritual-techno con l’intervento di AtomTM nei quattro brani -indovinate- V-I, V-II, V-III e V-IV

Sul palco del Monk, il trio batteria, synth/electronics e Domingae alla chitarra. Appare il suo profilo alieno, alto e sottile, con giacchetto, pantaloni, borsettina, occhiali scuri, calice e bottiglia di vino bianco e la fiamma di un accendino. Si muove sinuosamente sul palco, a tempo di un flusso  ritmico continuo con bit lisergico. Stimola il pubblico con esclamazioni, ne richiede la partecipazione, ricevendola. Apre ampie le braccia, ancheggia e balla mentre suona, senza alcuna interruzione fino al termine del concerto. Si piega sul processore ai suoi piedi, manipolando gli effetti e l’uscita dei suoni. Sorseggia vino. Le mutazioni in atto. Ammiccando, si sveste del giacchetto. Ruota verso sinistra e viene da me porgendomelo. Più tardi, stessa dinamica con lancio dei pantaloni e altri accessori. Ho un ruolo nel concerto! Sarà da guardarobiera sottopalco. Non si sa mai nella vita.

Prosegue il groove in un continuum di musica circolare, attorno ai temi di brani Föllakzoid vecchi e nuovi come Electric, Earth e V-II. Domingae ora suona in un aderente abito a rete trasparente. Alza la chitarra. Alza più volte il calice di vino. Non è solo un concerto, è una vera performance visiva. Vola via anche il vestito a rete (ovviamente, mi sento responsabile nel dare un’occhiata anche al vestito), per rimanere con un mini-bikini. L’ottimo pubblico presente è attento e coinvolto da Domingae, per il suo essere in quel momento come esattamente vuole essere, come ‘artistae’.

In conclusione di questa esperienza collettiva, un semplice e inaspettato messaggio, al di là della musica e dello spettacolo: quanto il diritto di libertà personale passi anche dal diritto di poter scegliere, fino ad un mutamento anche radicale.

Per i più curiosi su quale fine abbiano fatto i capi di abbigliamento: chissà. La prossima volta, siateci e lo vedrete.

Trophy Eyes: headliner a Milano!

È in arrivo una folata di vulnerabilità, sincerità e groppi in gola. Hellfire Booking Agency annuncia i Trophy Eyes!

Operazione chirurgica a cuore aperto, i Trophy Eyes sono una miscela fra pop punk e post hardcore il cui talento naturale è strappare i punti di sutura dalle ferite personali più profonde. Guidati dalla voce disperata di John Floreani, i Trophy Eyes e le loro chitarre fratturate hanno completamente sopraffatto il globo, seducendo Hopeless Records prima ancora del primo full length e guadagnandosi un posto d’onore in due Vans Warped Tour. Scelti per supportare niente meno che i Bring Me The Horizon, i Trophy Eyes hanno condiviso il palco con leggende del proprio genere, svettando nella classica Indipendente australiana, vincendo uno spot come Feature Album per Triple J e lasciando a bocca aperta perfino Reading & Leeds.
I Trophy Eyes saranno in arrivo al Santeria Toscana 31 questo aprile, per una serata che vi lascerà in frantumi. Non potete mancare.

ROCK IN ROMA 2024: 21 SAVAGE live il 16 luglio 2024 all’Ippodromo delle Capannelle!

A Rock in Roma arriva l’artista numero uno negli USA per uno show tra i più attesi dell’anno: 21 SAVAGE live il 16 luglio 2024 all’Ippodromo delle Capannelle.

I biglietti saranno in vendita dalle ore 12:00 di domani, martedì 30 gennaio, per gli iscritti a Mylivenation.it; in prevendita generale dalle ore 12:00 di mercoledì 31 gennaio su rockinroma.com, su www.ticketone.it e su www.ticketmaster.it.

21 SAVAGE, l’ artista che sta dominando il mondo urban, attualmente al primo posto negli USA, si esibirà sul palco di Rock in Roma per un concerto che si candida a evento urban dell’anno, appuntamento che si inserisce tra le date di un tour che nel 2024 porterà l’artista anglo-americano sui più importanti palchi europei.

21 Savage è tra i rapper più eclettici e ricercati della scena urban globale. Inserito alle prime posizioni delle classifiche Billboard fin dal debutto nel 2016 con l’EP “Savage Mode” – certificato platino nel 2020 – ha dato il via ad un percorso artistico di successo in continua ascesa. L’album “i am > i was” oltre alla certificazione come Disco di Platino e la prima posizione nella Billboard 200 Albums Chart, ha ottenuto la nomination ai Grammy per la categoria Best Rap Album e la vittoria nella Best Rap Song con il brano “A Lot”.  Anche l’album “Her Loss” (2022), realizzato in collaborazione con Drake, ha raggiunto la vetta della classifica Billboard 200, totalizzando più di 3 miliardi di stream complessivi fino ad oggi.

Il 12 gennaio 2024 ha pubblicato il terzo album in studio da solista, “American Dream”, che ha debuttato al primo posto della classifica di vendita Billboard US e che contiene la colonna sonora del suo primo progetto cinematografico: “ American Dream: the 21 Savage story”. Il film, diretto da Donald Glover, Stephen Glover, Jamal Olori e Fam Udeorji e prodotto da Tara Razavi e Udeorji, ripercorre la storia di tre generazioni di 21 Savage (Glover, McLaughlin) nel pieno di una crisi personale.

Nel 2018 21 Savage, all’anagrafe Shéyaa Bin Abraham-Joseph, ha istituito la fondazione Leading by Example grazie a cui si impegna a fornire educazione all’alfabetizzazione finanziaria a giovani svantaggiati. L’associazione opera a livello internazionale offrendo borse di studio, accesso a conti bancari e inserimento nel mondo del lavoro per adolescenti e studenti.

Apertura porte: h17:00

Inizio concerto: h 21:45

PREZZI DEI BIGLIETTI:

– PIT                                      € 80,00 + € 12,00 diritti di prevendita

– Posto Unico Intero           € 50,00 + € 7,50 diritti di prevendita

Biglietti disponibili in pre-sale su My Live Nation (Ticketone.it; Ticketmaster.it) dalle ore 12:00 di martedì 30 gennaio; in prevendita generale dalle 12:00 di mercoledì 31 gennaio su rockinroma.com, su www.ticketone.it e su www.ticketmaster.it

GEL: prima volta in Italia!

Per la prima volta a Pontelungo, Hellfire Booking Agency annuncia i Gel!
Autodefinitesi come «hardcore per gli scherzi della natura», i Gel sono l’epitomo del caos, dei calli sulle dita e del progresso di un genere, l’implosione delle frontiere fra post-hardcore, powerviolence, screamo ed emo. Cavallo di Troia che ha trascinato infinite nuove leve da house shows di poco conto all’irruenza hardcore, il debutto full length «Only Constant» può essere solo descritto come incitazione a delinquere e conclusioni distorte. E con una presentazione così, la sua rappresentazione live non poteva che sbaragliare l’Outbreak. 
I Gel saranno in Italia per la prima volta nella loro carriera quest’anno, nella cornice ultra-pressante del Pontelungo Summer Festival. Inutile dirvi che lasceranno una scia di cocci senza paragoni. 

24 GIUGNO 2024 | PONTELUNGO SUMMER FESTIVAL, BOLOGNA
Giardino Farpi Vignoli, Via Agucchi, 121/14, 40133 Bologna
Evento FB: https://www.facebook.com/events/3674640432791661

Des Rocs: “Happiness is on a stage”

Leggi l’intervista in Italiano qui

Daniel Rocco, also known as Des Rocs, is a name that probably won’t say much to many. But it’s only a matter of time. We’re talking about a musician from New York who has recently touched Italy with his first headlining European tour, where he spreads around his style, his guitar on fire and his pure energy. With a new album just out, Des Rocs kindly accepted our invite to answer a few questions on his new Dream Machine, on his idea of music and on happiness.

Hi Daniel, thanks for your time and welcome to VEZ Magazine. So, here we go: are you excited for (if we are not wrong) your first ever show in Italy? 

“I feel great. It’s been a dream of mine to play here for a really long time, so I’m very excited to play here tonight. Very excited. Bologna is number one. I’m excited.” 

It’s not your first time in Europe, by the way, you’ve played a bunch of concerts in England over the past days and a few in the past years, so the question is if you find some differences between European and American audiences. I saw a couple of video on YouTube of you performing in Chicago a few months ago and the crowd was so loud and happy, and your performance was a blast. It seems to me that the louder and more energetic the crowds is and the better you and the band play, you feed on their enthusiasm.

“No, I’ve been here before, but I’ve never headlined in Europe, so it’s a whole different kind of experience. I think European audiences are much more open minded, and I think they have a much greater appreciation for rock that is cultural across the whole culture. Whereas in the United States, all the genres, they all live in their own little universe. Some people like pop, some people like rock, some people like rap. But in Europe, I feel like people appreciate all genres of music equally. So you could have the same amount of people at a rap show as you can at a rock show. And that’s really cool to me. You don’t have to only like rock to go see rock in Europe. You know what I mean? I mean, in the US you’re only going to have people who are rock fans and don’t like other genres of music.” 

Let’s talk about Dream Machine. You said on an interview that your previous work, A Real Good Person in a Real Bad Place, was “born out of a tremendous amount of darkness”. Does Dream Machine bring some light? And how much what you feel and what surrounds you affects your music style? 

“Absolutely. Like, Dream Machine is the opposite of my previous work. It is a much bigger, grander reimagining of all things by Des Rocs. My surroundings are very, very important to my music. Very, very important. I’m always influenced by places. Places are very inspiring. If I made an album today in Italy or if I went to New York and made an album, it’d be two totally different albums. Yeah, always plays a very important part.” 

Can you tell us what the cover of your record means? Is it an idea of yours or not?

“Yeah, it’s mine. It’s a symbol. It’s my symbol. It’s one that I created that represents strength. It’s kind of these two fangs, and they’re connected in the middle by one rod. It’s like one core symbol of strength and the whole message of Des Rocs is about perseverance and overcoming the odds and strength. So that is everything, what it’s about. And I wanted to have this statue, just like in a desert, in a very hostile location to show that you could always persevere.” 

How much your way of writing and composing has changed over the years? 

“Not much. I’ve been writing the same way I have, just like as a little kid. And if anything, I’m always trying to get back to the way I wrote before there were any expectations on my music. That’s really the best. If anything, things have gotten fine tuned along the way, but now I’m a lot more aware of the audience, which I think is bad for the creative process, and it’s better when you’re creating in total isolation, not thinking about the audience.” 

So do you feel like searching for freedom in the way you wrote in the past? 

“Oh, yeah. When you’re writing and you don’t think anybody’s going to listen to what you’re doing, you can write whatever you want. You’re totally free because you don’t think it’s ever going to do anything. So it’s very freeing when you’re writing early on.” 

Looking at the present day, is there an artist you would like to work it, or tour together?

“Present day artist, Foo Fighters definitely.”

At last, we are used to close the interview with some unusual question. What’s your idea of happiness? 

“My idea of happiness? Being able to make music full time, all the time and not have to worry about anything else. Being able to perform shows. Every day that I can play a show is a day that I’m very happy. I never take it for granted. I’m going to be happy for every second I’m on the stage.”

Cover picture by Luca Ortolani

Des Rocs: “La felicità è su un palco“

Read the interview in English here

Daniel Rocco, in arte Des Rocs, è un nome che probabilmente non dirà molto ai più. Ma è solo questione di tempo. Parliamo di un musicista originario di New York che è da poco passato anche in Italia per il suo primo tour europeo da headliner, dove ha portato in giro il suo stile, la sua foga chitarristica e la sua energia. Fresco di nuovo album, Des Rocs ha accettato il nostro invito per rispondere a qualche domanda, sul suo nuovo Dream Machine, sulla sua idea di musica e di felicità.

Ciao Daniel, grazie del tuo tempo e benvenuto su VEZ Magazine. Allora, iniziamo: sei emozionato per (se non ci sbagliamo) il tuo primo tour in Italia?

“Mi sento benissimo. Sognavo da tanto di suonare qui, quindi sono davvero emozionato. Bologna è una bella città.”

Non è però la tua prima volta in Europa, hai suonato una manciata di concerti in Inghilterra nei giorni scorsi e un po’ negli anni passati, perciò la domanda è se trovi differenze tra il pubblico Europeo e quello Americano. Ho visto un paio di video su YouTube di te che suoni a Chicago qualche mese fa e il pubblico era così rumoroso e felice, e la tua performance era uno schianto. Mi sembra che più il pubblico è rumoroso ed energetico, meglio suoni la band, che vi nutriate del loro entusiasmo.

“No, sono già stato qui, ma non ero mai stato headliner in Europa, quindi è un tipo di performance completamente diverso. Penso che il pubblico europeo sia più aperto mentalmente, e penso abbiano un maggior apprezzamento del rock a livello di cultura trasversale. Negli Stati Uniti tutti i generi musicali vivono in un universo a sé stante. Ad alcuni piace il pop, ad altri piace il rock, ad altri ancora piace il rap. Ma in Europa sento che le persone apprezzano tutti i generi musicali equamente, quindi puoi avere la stessa quantità di persone ad un concerto rock come ad un concerto rap, e questo penso sia davvero bello. Non ti deve piacere solo il rock per andare a vedere rock in Europa. Capisci cosa intendo? Negli States hai gente a cui piace solo il rock e non ascoltano gli altri tipi di musica.”

Parliamo di Dream Machine. Hai detto che in un’intervista che il tuo lavoro precedente, A Real Good Person in a Real Bad Place, è nato da “una tremenda quantità di tenebre”. Dream Machine ha portato un po’ un po’ di luce? E quanto quello che senti e quello che ti circonda influisce sul modo in cui scrivi? 

“Assolutamente. Dream Machine è l’opposto del mio lavoro precedente. È una molto più grande, grandiosa re-immaginazione di tutte le cose firmate Des Rocs. Quello che mi circonda è molto importante per quello che scrivo. Molto, molto importante. Sono sempre influenzato dai posti. I posti mi ispirano molto. Se oggi facessi un album in Italia o se andassi a New York per fare un album, sarebbero due dischi completamente diversi. Si, i posti giocano sempre un ruolo molto importante.”

Puoi dirci qualcosa sul significato della copertina del tuo album? È stata un’idea tua?

“Si, è un’idea mia, è un simbolo. È il mio simbolo. È un simbolo che ho creato per rappresentare la forza. È una specie di due zanne connesse nel mezzo da una sbarra. È come un simbolo fondamentale di forza e il messaggio principale di Des Rocs è di perseveranza contro ogni avversità e forza.È tutto quello che significa. E ho voluto avere questa statua, come in un deserto, in un posto molto ostile per dimostrare che puoi sempre perseverare.”

Quanto sono cambiati la tua scrittura e il modo di comporre negli anni? 

“Non molto. Ho scritto sempre alla stessa maniera, come quando ero un ragazzino. Se non altro, cerco sempre di tornare a come scrivevo prima che ci fossero aspettative sulla mia musica. È davvero la cosa migliore. In un certo senso, le cose si sono raffinate col tempo, ma ora sono molto più consapevole del pubblico, che penso sia un male per il processo creativo, ed è meglio quando crei in totale isolamento, senza pensare al pubblico.”

Quindi credi di cercare una maggiore libertà nel modo in cui scrivevi in passato? 

“Oh si. Quando scrivi e non pensi che qualcuno possa ascoltare quello che fai, puoi davvero scrivere quello che vuoi. Sei completamente libero perchè non pensi mai che quello che scrivi possa fare qualcosa. È veramente liberatorio quando scrivi agli inizi.”

Guardando al presente, c’è un artista o una band con cui vorresti collaborare o andare in tour insieme?

“Artisti dei nostri giorni, decisamente i Foo Fighters.”

Per concludere, siamo soliti terminare l’intervista con una domanda fuori dal comune. Qual è la tua idea di felicità? 

“La mia idea di felicità? Poter fare musica a tempo pieno, tutto il tempo e non dovermi preoccupare di nient’altro. Poter suonare dal vivo. Ogni giorno in cui posso suonare un concerto è un giorno in cui sono molto felice. Non lo do mai per scontato. Ho intenzione di essere felice ogni secondo che sono su un palco.”

Foto di copertina di Luca Ortolani